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«Il Signore degli Anelli»: il capolavoro di Tolkien settant’anni dopo

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Il 29 luglio del 1954 nelle librerie inglesi arrivò un nuovo, curioso libro: The Lord of The Rings. Più esattamente, si trattava della prima parte del libro, La Compagnia dell’Anello, che l’editore – contro il parere dell’autore – aveva deciso di fare uscire in tre parti, una scelta prudenziale che voleva mettersi al riparo da eventuali flop. Ma il libro fu tutt’altro che un fallimento: rappresentò lo straordinario ritorno dell’Epica nella Letteratura.

 

Era destinato a consacrare il suo autore come l’Omero cristiano del XX Secolo.

 

Eppure, ci vollero quasi vent’anni perché questo capolavoro della narrativa venisse tradotto e pubblicato in Italia, e quando finalmente uscì, iniziò un fuoco di sbarramento ideologico come non si era mai visto nei confronti di un romanzo.

 

L’ostracismo nei confronti di questa grande opera fu peraltro un fenomeno tutto italiano, che rifletteva il clima culturale che si era instaurato dopo il fatidico ’68. Vale la pena raccontarne in sintesi la storia.

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L’editore inglese fin dagli inizi degli anni ’60 lo aveva proposto alla Mondadori, che lo sottopose all’attenzione di Elio Vittorini, che lo stroncò seccamente. Erano quelli gli anni dell’impegno sociale della narrativa, e la fantasia sembrava un elemento di colpevole disimpegno, propedeutica al qualunquismo.

 

Alla fine, la casa editrice Rusconi lanciò sul mercato Il Signore degli Anelli, e anche nella terra dell’Ariosto e del Tasso il successo fu vasto e immediato, ma a quel punto la critica letteraria ufficiale aprì il fuoco coi mortai, un fuoco di sbarramento che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto fare terra bruciata a questo testo sgradito all’establishment intellettuale della Penisola.

 

A Tolkien e alla sua opera furono rivolte accuse tanto maligne quanto infondate: era un libro «di destra», era un autore razzista e fascista, era narrativa-spazzatura per nostalgici reazionari. Il paradosso clamoroso fu che, mentre a livello mondiale la lettura politica di Tolkien era quella che lo vedeva arruolato nelle fila dell’ecologismo, in Italia la cultura dominante di sinistra lo rifiutò e inventò la leggenda nera del Tolkien «fascista».

 

Si potrebbe pensare a un colossale abbaglio, a gente che forse il libro non lo aveva nemmeno letto, ma vista l’acrimonia e la persistenza di queste accuse – arrivate fino all’uscita della trilogia cinematografica agli inizi degli anni 2000 – non si può lasciare il beneficio del dubbio su una eventuale dabbenaggine in buona fede. Si trattava di una autentica menzogna diventata l’interpretazione «ufficiale» del grande scrittore inglese, morto nel 1973.

 

Tolkien, in realtà, era quanto di più lontano si potrebbe immaginare dai totalitarismi, compresi quelli fascisti e nazisti. Aveva avuto fin dagli anni Trenta un giudizio assolutamente severo su Hitler, che aveva accusato di pervertire l’antico nobile spirito nordico cristiano, ridotta a caricatura grottesca, e nel nazismo Tolkien individuò quella matrice di odio anticristiano che avrebbe condotto all’abisso della shoah, carattere questo che in quegli anni era stato colto da pensatori cristiani come Jacques Maritain, che aveva scritto che «odiare gli Ebrei e odiare i Cristiani viene dallo stesso fondo», o come lo scrittore ebreo Maurice Samuel che nel 1940 scriveva: «non comprenderemo mai l’immensa e folle portata dell’antisemitismo se non a condizione di trasporne i termini. È del Cristo che i nazifascismi hanno paura; è nella sua onnipotenza che essi credono; è Lui che essi sono follemente decisi ad annientare».

 

Tolkien aveva anche respinto con sottile ironia la richiesta di un editore tedesco intenzionato a tradurre un suo libro, Lo Hobbit, di dichiarare se fosse o meno «ariano». Nemmeno aveva mai manifestato alcuna simpatia nei confronti del fascismo, che poteva vantarsi di avere costretto suo figlio John, che studiava per il sacerdozio a Roma nel 1940 presso il Pontificio Collegio Inglese, a una rocambolesca fuga dalla Città Eterna per sfuggire all’arresto, in quanto cittadino britannico e potenziale spia di Sua Maestà.

 

Cosa spinse dunque la cultura di sinistra italiana a scagliarsi contro Tolkien e a cucirgli addosso l’etichetta infamante del fascista? Lo stesso odio per il cristianesimo, che era il cuore autentico del messaggio del Signore degli Anelli, per chi si fosse preso la briga di leggerlo. L’odio per il Medioevo, inteso come tempo e civiltà del cristianesimo, l’odio per i valori cavallereschi, per la fantasia come risorsa umana che guida la ricerca dello spirito oltre le catene della materia: tutto questo animava gli intellettuali marxisti che inneggiavano in contrapposizione alla letteratura realista, ovvero dell’aridità artistica, del vuoto morale, del turpiloquio.

 

A ciò si aggiunse il disappunto nel constatare il grande successo presso i giovani di questo autore, che si tradusse in aperta ostilità giornalistica. La stampa gridò ipocritamente allo scandalo e si stracciò le vesti quando Tolkien, esecrato pubblicamente come fascista, divenne ovviamente oggetto dell’attenzione di parte della cultura di destra, quella più innovativa e anticonformista, che vedeva tra le sue fila giovani studiosi – molti dei quali avrebbero poi preso le distanze da questo ambiente politico – che vedevano in Tolkien una guida e la possibilità di uno stile di vita alternativo a quello della cultura dominante.

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Ma quali erano le reali idee politiche di Tolkien? Alcune lettere sono in merito significativamente rivelatrici, come quella al figlio Christopher del 29 novembre 1943:

 

«Le mie opinioni politiche inclinano sempre più verso l’anarchia intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe, oppure verso una monarchia non costituzionale. Arresterei chiunque usi la parola Stato (intendendo qualsiasi cosa che non sia la terra inglese e i suoi abitanti, cioè qualcosa che non ha poteri né diritti né intelligenza); (…) Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo. (…) Comunque, lo studio adatto all’uomo è solo l’uomo, e l’occupazione più inadatta per qualsiasi uomo, anche per i santi (che almeno non se l’assumevano volentieri) è governare altri uomini. Non c’è una persona su un milione che sia adatta e men che meno quelli che cercano di afferrare l’opportunità. E almeno viene fatto solo ad un gruppetto di persone che sanno chi è il loro padrone».

 

«Nel medioevo avevano pienamente ragione nel considerare il nolo episcopari come il motivo migliore che un uomo potesse opporre a chi lo sceglieva come vescovo. Datemi un re il cui interesse principale siano i francobolli, i trenini o le corse dei cavalli, e che sia in grado di cacciare il suo visir (o come lo vuoi chiamare) se non gli piace la foggia dei suoi pantaloni. E così via. Ma, naturalmente, la fatale debolezza di tutto questo – che dopo tutto è la fatale debolezza di tutte le buone cose naturali in un mondo cattivo, corrotto e innaturale – è che funziona e ha funzionato solo quando tutto il mondo si mette a pasticciare nella stessa buona vecchia inefficiente consuetudine umana».

 

«I Greci, litigiosi e presuntuosi, riuscirono a farcela contro Serse, ma gli abominevoli chimici e ingegneri hanno dotato di tale potere Serse e tutti quelli che sono contro le comunità che la gente comune non può farcela. Noi tutti stiamo cercando di fare come Alessandro – e, come insegna la storia, Alessandro e tutti i suoi generali finirono con l’orientalizzarsi. Il povero sciocco immaginava (o voleva che la gente immaginasse) che era figlio di Dioniso e morì per il troppo bere. La Grecia che valeva la pena di salvare dalla Persia scomparve; (…) parlando di onore e cultura greci e prosperando con la vendita dell’antico equivalente delle cartoline. Ma la cosa terribile dei nostri tempi è che è così dappertutto. Non c’è nessun posto dove poter fuggire. Persino i piccoli infelici Samoiedi, temo, hanno cibo in scatola e l’altoparlante del villaggio che racconta le favole di Stalin sulla democrazia e sui fascisti crudeli che mangiano i bambini e rubano i cani da slitta».

 

«C’è una sola cosa positiva ed è l’abitudine, sempre più diffusa, di chi è scontento, di far saltare con la dinamite fabbriche e centrali elettriche; spero che, essendo ora incoraggiata come “patriottica”, questa consuetudine rimanga! Ma non servirà a niente, se non diventa universale».

 

«Ebbene, auguri, mio carissimo figlio. Siamo nati in un periodo buio. Ma c’è una consolazione: se fosse altrimenti non conosceremmo, e non ameremmo tanto, quello che amiamo. Immagino che il pesce tirato fuori dall’acqua sia l’unico pesce ad avere un vago sentore di che cosa sia l’acqua. Inoltre, abbiamo ancora qualche arma. “Non mi inchinerò di fronte alla corona di ferro, né getterò via il mio piccolo scettro d’oro».

 

Tolkien in questa lettera sembra avere anticipato profeticamente i problemi oggi sempre più drammatici della globalizzazione, del pensiero unico planetario, al quale – sosteneva lo scrittore – occorre opporsi in nome delle diversità, delle specificità, delle comunità.

 

Era dunque reazionario o rivoluzionario? Era semplicemente un cristiano che cercava di parlare al cuore delle persone per invitarle a non cedere alla tentazione dello scoraggiamento, del cinismo, della bruttezza e del male.

 

Questo è il grande segreto dell’opera di Tolkien, come ebbe a spiegare il figlio Michael: «almeno per me, non c’è nulla di misterioso nell’entità del successo toccato a mio padre, il cui genio non ha fatto che rispondere all’invocazione di persone di ogni età e carattere, stanche e nauseate dalla bruttezza, dall’instabilità, dai valori d’accatto, dalle filosofie spicciole che sono stati spacciati loro come tristi sostituti della bellezza, del senso del mistero, dell’esaltazione, dell’avventura, dell’eroismo e della gioia, cose senza le quali l’anima stessa dell’uomo inaridisce e muore dentro di lui».

 

Ecco dunque che un’opera «concepita nel 1936», che risentiva dei miti e delle leggende antiche più che della storia contemporanea, scritta da un uomo che aveva sperimentato gli orrori della Prima Guerra Mondiale, diventava improvvisamente affascinante e attuale per i lettori del secondo dopo guerra, in un mondo che aveva conosciuto il genocidio dei lager, l’olocausto atomico, e che ora – agli –inizi degli anni Sessanta – viveva nuove paure e rinnovate speranze.

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Tolkien, senza averlo minimamente previsto né tanto meno cercato, si ritrovò a essere il maestro di una nuova generazione. Il discreto successo che il suo libro aveva trovato in Inghilterra, il paese per il quale aveva voluto scrivere una nuova mitologia, si trasformò in un successo clamoroso. Ciò avvenne improvvisamente nel 1965, a dieci anni dal completamento dell’uscita della trilogia. In quell’anno uscì l’edizione economica americana dell’opera, che divenne in brevissimo tempo un best-seller assoluto, bruciando continuamente nuove edizioni.

 

Ha scritto un biografo americano di Tolkien: «il Signore Degli Anelli piombò sui campus dei college e delle università statunitensi come un acquazzone su un deserto assetato. A partire dagli inizi degli anni Sessanta, quando il Sogno Americano aveva cominciato a trasformarsi in un incubo senza fine punteggiato di assassinii di presidenti e uomini politici, sporche guerre nel Sudest asiatico, attacchi del Black Power e contrattacchi dei bianchi, disordini nelle città e violenze nei campus, molti giovani cominciarono a trovare insopportabili molti aspetti dell’esistenza quotidiana e a isolarsene».

 

«L’ideale di perfezione che aveva affascinato la generazione postbellica, un ideale fatto di supermercati, villette nei sobborghi, garages per due automobili e televisori a colori, non soddisfaceva più i loro figli; anzi, quasi tutto ciò che era proprio della classe media americana divenne anatema per la gioventù ribelle; e se dapprima essa fu attratta dalle grandi problematiche sociali del decennio, con una quasi fanatica idolatria per un presidente giovanile, dinamico (la Nuova Frontiera significava Corpi della Pace, diritti civili, guerra alla povertà, accordo sulla sospensione degli esperimenti nucleari, il regno di Bengodi alla fine del decennio), sulla scia dell’uccisione di John F. Kennedy a Dallas, vennero la delusione per la guerra esterna e l’esasperazione della dialettica interna, la ribellione, cui si aggiunsero gli abusi di potere e la crescente distruzione ambientale».

 

«La delusione si trasformò in alienazione e conseguente polarizzazione tra due estremi, uno dei quali assunse le connotazioni del movimento hippy, della cultura della droga e della protesta studentesca».

 

Un’intera generazione si sentiva smarrita, in America come in Francia, come in Inghilterra, come in Italia, e nessuna parola d’ordine di quelle che in passato avevano arruolato sotto le loro bandiere sembrava più funzionare.

 

Non la patria, percepita ormai diffusamente solo come Stato nazionalista, spesso corrotto e corruttore, per il quale non valeva la pena sacrificare la propria vita.

 

Non la famiglia, quella tradizionale, con le sue norme etiche che sembravano contrastare con un incontenibile bisogno di espressione affettiva, di libertà di amare e cercare la propria felicità.

 

Non Dio, visto come lontano, sostituito o forse surrogato dalle istituzioni religiose, a cui si preferivano le nuove filosofie religiose, e il vecchio clero veniva scalzato dai nuovi guru.

 

Questa generazione irrequieta, senza più né padre né madre, ma in cerca disperata di qualcosa o qualcuno a cui affidare le proprie speranze e la propria vita, paradossalmente riconobbe nell’anziano professore di Oxford, che indossava panciotti e conservava le sue inappuntabili abitudini inglesi, un maestro da seguire.

 

Un altro studioso americano, che si recò nel 1966 a incontrare personalmente Tolkien e ad apprendere direttamente come discepolo, Clyde Kilby, scrisse: «perché Il Signore degli Anelli oggi conta tanti lettori? In un’epoca in cui il mondo forse non sentiva più il bisogno di esperienze autentiche, questo romanzo è parso fornirne un modello. Un uomo d’affari di Oxford mi ha detto che, quando era stanco o sfasato, cercava ristoro nel Signore degli Anelli».

 

«Lewis, e con lui parecchi altri critici, ritengono che nessun libro abbia maggiore attinenza con la realtà umana. W.H. Auden afferma che “offre uno specchio all’unica natura a noi nota, la nostra”. (…) Per almeno un secolo il mondo è andato sempre più demitizzandosi, condizione che però a quanto sembra è aliena alla vera natura degli esseri umani. Ed ecco che compare uno scrittore come John Ronald Reuel Tolkien, un mitologo che conferisce straordinario calore alle nostre anime».

 

Per milioni di giovani americani la storia della Guerra dell’Anello divenne in breve tempo il libro per eccellenza, una sorta di Bibbia, che surclassò tutti i successi letterari del momento, Aragorn sostituì James Dean nel cuore di tanti adolescenti, e gli hobbit presero il posto degli ambigui Beatles.

 

Alla fine del fatidico 1968 gli editori di Tolkien calcolavano in oltre cinquanta milioni il numero dei lettori del Signore degli Anelli negli Stati Uniti, in Inghilterra e in tutto il mondo. Cinque milioni erano le copie ufficialmente vendute, ma tra le biblioteche letteralmente prese d’assalto e il passa mano tra i ragazzi, si stimava che ogni copia del libro avesse avuto almeno dieci lettori. Ma Tolkien, risultava essere ben più che l’autore del momento, l’iniziatore di una nuova moda (che infatti non si verificò), ma un maestro di vita.

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In un’epoca, quella degli anni Sessanta, di viaggi in oriente, di esperienze para-spirituali, di droghe «per liberare la mente», di santoni di ogni tipo, il mite professore di Oxford che andava a Messa quotidianamente e che scriveva dalla giovinezza nel linguaggio delle fate aveva conquistato milioni di cuori che gli tributavano un appassionato omaggio e che cercavano nel suo libro delle ragioni per vivere in un mondo che non era il migliore di quelli possibili, infinitamente meno bello della Terra di Mezzo.

 

In America si potevano leggere sui muri scritte quali Gandalf for President (Gandalf presidente), e studenti che portavano distintivi con slogan come Frodo lives (Frodo vive). Nacque così la lettura in chiave ecologista delle vicende della Terra di Mezzo. Lo stesso fondatore di Greenpeace, il canadese David Taggart, raccontava di essersi ispirato nel suo impegno ambientalista alla lotta degli hobbit della Contea contro la terra desolata di Mordor, fonte di inquinamento e di orrori industriali.

 

Il conflitto cosmico che è sotteso alla Guerra dell’Anello viene visto come uno scontro tra natura e cultura, tra pretese della tecnologia e ragioni dell’ambiente, e di fronte all’avanzata dell’industrialismo si fece avanti la richiesta di tornare ad una sacralizzazione della natura. Molti attivisti ecologisti si ispirarono nel loro impegno, dagli anni sessanta in avanti, alla difesa ostinata degli alberi e della natura che gli hobbit, con le loro piccole forze, avevano condotto fin nella loro Contea assediata dal progresso tecnologico distruttivo. Un impegno che Tolkien non avrebbe certo disapprovato, ma che non coglieva tutti i significati simbolici trasmessi dai suoi libri.

 

Tolkien paventava, di fronte all’avanzata distruttrice della modernità tecnologica e irreligiosa, la scomparsa della memoria, della Tradizione, e l’avvento di tempi di aridità, di materialismo, di menzogna.

 

Quella menzogna del potere che in Italia cercò di occultare tutta la Bellezza della sua opera con l’accusa demenziale di fascismo.

 

Paolo Gulisano

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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Renovatio 21 saluta Kavinsky, stella della synthwave

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Il produttore e DJ francese Kavinsky, all’anagrafe Vincent Belorgey, è morto all’età di 50 anni lo scorso 28 luglio.   Il suo nome dice poco agli ascoltatori di musica mainstream e tantissimo a chi invece ha esplorato i confini della musica elettronica, specie nella sua ramificazione recente chiamata synthwave.   Il musicista, icona della scena elettronica internazionale e considerato a capo di un movimento ulteriore chiamato French Touch (un genere musicale nato in Francia nella prima metà degli anni novanta che ha rivoluzionato la musica elettronica mondiale grazie ai successi di Daft Punk, Cassius, Justice, Etienne de Crécy, Stardust  ed altri), è stato trovato senza vita nella serata di martedì 28 luglio 2026 all’interno della sua abitazione nel diciottesimo arrondissement di Parigi.

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A dare l’allarme è stato un vicino di casa. Sebbene le autorità abbiano aperto un’indagine ordinaria per accertare le cause del decesso, le prime ricostruzioni dei soccorritori escludono elementi sospetti e ipotizzano che la causa sia stata un ictus. Insomma, anche lui avrebbe avuto un malore.   Il suo brano più celebre del 2010, prodotto insieme a Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk, diventato un cult mondiale grazie alla colonna sonora del film Drive (2011), un film considerato una pietra miliare per la diffusione mondiale della musica Synthwave: vediamo il protagonista Ryan Gosling vagolare poeticamente fra i neoni della notte losangelena al suono dei pezzi dei Desire, College e, appunto, del Kavinsky.  

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Una delle ultime grandi apparizioni pubbliche dell’artista risale alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici del 2024, dove si era esibito insieme ai Phoenix e alla cantante Angèle. Di qui, forse, il fatto che pure il presidente francese Emmanuel Macron ha voluto rendere omaggio all’artista, definendolo pubblicamente come «una fonte di orgoglio francese per sempre».     Il suo stile consisteva nella sapiente mistura di suoni e temi musicali del decennio degli Ottanta miscelato con le sonorità più recenti del genere detto electro.  

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Oltre ai numerosi EP e singoli, ha segnato il genere synthwave con gli album in studio OutRun (2013), dal titolo dell’indimenticabile antico gioco coin-op SEGA, e Reborn (2022). Alcuni suoi brani sono stati inseriti nel popolare videogiuoco Grand Theft Auto IV e in Hitman: Absolution. Un’altra canzone trovò il successo perché utilizzata da una pubblicità della BMW i8.   Il synthwave (noto anche come retrowave o outrun) è un genere di musica elettronica nato a metà degli anni 2000 che celebra ed emula le colonne sonore, la cultura pop e le atmosfere dei film e dei videogiochi degli anni Ottanta. Non si tratta di musica prodotta in quel decennio, ma di una reinterpretazione moderna basata su una forte nostalgia idealizzata per quell’era.   Il suono è dominato da tastiere vintage, drum machine (come la mitica Roland TR-808) ed effetti a emulazione analogica, mentre ritmi di basso incalzanti e continui (chiamati spesso arpeggiati) trasmettono una sensazione di movimento o di guida notturna. Nonostante i suoni siano vintage, la compressione, i bassi e la pulizia del mixaggio sfruttano gli standard tecnologici odierni.   La musica synthwave ha generato intorno a sé tutta un’estetica molto specifica, un immaginario visivo specifico, spesso chiamato appunto Outrun (dal videogioco di guida che tutti hanno veduto nelle sale giochi di quaranta anni fa), uno stile visivo rétro-futurista: paesaggi digitali avvolti da sfumature di viola, rosa neon, blu elettrico e nero, tramonti tropicali e griglie geometriche in prospettiva – grandi soli al crepuscolo strizzati da linee nere, griglie vettoriali tridimensionali (dette neon grid), palme stilizzate e vetture sportive dell’epoca come la DeLorean DMC-12 o la Testarossa.  

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La cultura visiva Outrun Ispirato al cinema sci-fi cyberpunk (come Blade Runner), ai polizieschi d’azione ambientati a Miami e all’archeologia informatica dei primi PC e delle cassette VHS.   Il genere è esploso a livello globale all’inizio degli anni 2010. Tra i pionieri e i pilastri spiccano appunto il Kavinsky (, The Midnight, Timecop1983, GUNSHIP e College. Negli anni successivi, influenze synthwave sono sbarcate nel pop mainstream grazie ad artisti come The Weeknd (con la hit Blinding Lights).   Il documentario spagnuolo La rebelión de los sintes, conosciuto internazionalmente come The Rise of the Synths (2019) sostiene, tramite testimonianze prese internazionalmente, che l’humus di generazione del syntwave sia stato da qualche parte in Francia a metà fine anni 2000.

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Il synthwave, di cui esistono infinite compilazioni sullo YouTubo, si è ramificato il ulteriori sottogeneri: evvi il dreamwave (più melodico, malinconico, lento e rilassante, focalizzato su atmosfere sognanti e nostalgiche, come ad esempio nel caso di Lazerhawk); havvi il darksynth (sonorità molto più pesanti, aggressive e distorte che uniscono il synthwave a elementi di musica metal, industrial e techno, come per esempio i casi  Perturbator e Carpenter Brut); c’è poi il caso dello sci-fi synthwave (tracce fortemente cinematografiche che sembrano scritte per pellicole fantascientifiche di quegli anni).     Il futuro della synthwave si sta muovendo lungo due binari paralleli: da un lato l’uscita dalla nicchia underground per fondersi con il pop e la musica cinematografica di massa, dall’altro una radicale evoluzione tecnica guidata dai produttori di seconda generazione. Sebbene i puristi della prima ora – membri della cosiddetta synthfam, la primigenia comunità mondiale del genere – considerino superata l’età dell’oro nostalgica degli albori (producendo il fenomeno abissale della «nostalgia della nostalgia»), il genere sta dimostrando una forte maturazione artistica e strutturale.   Il successo planetario di brani come Blinding Lights di The Weeknd ha sdoganato le sonorità degli anni Ottanta a livello globale. La synthwave non è più un genere isolato, ma una vera e propria tavolozza di suoni utilizzata dai grandi produttori pop, R&B e trap. Si assiste a una collaborazione sempre più frequente tra i produttori elettronici storici e cantautori o turnisti professionisti in studio, trasformando le vecchie tracce prevalentemente strumentali in canzoni pop strutturate e radiofoniche.   Il sound design attuale si sta distaccando dalla rigida emulazione dell’hardware vintage puro: i produttori attuali preferiscono l’uso di sintetizzatori moderni che uniscono la precisione della sintesi digitale flessibile alla «magia» dei filtri analogici, espandendo la complessità dei suoni oltre i limiti degli anni Ottanta. È inevitabile che anche qui si stia inserendo prepotentemente l’IA, con i quali già molti producono interi trailer, parodistici o meno, di film dal sapore anni Ottanta, colonna sonora di sintetizzatori inclusa.     Il domani di questo genere si regge sulle fondamenta della sua stessa comunità globale, la synthfam. Attraverso piattaforme come Discord, Bandcamp e i canali indipendenti, gli appassionati finanziano direttamente gli artisti scavalcando le grandi etichette discografiche.

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 Immagine di Kmeron via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0  
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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica

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Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.

 

Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.

 

Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.

 

Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…

 

Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?

 

Andate a vedere.

 

Shalom.

 

Prof. Luca Marini

 

Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna

 

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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

 

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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?

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Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.   Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.   In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?   Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.   Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.   Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.   San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla

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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).   Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).   Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.   Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra i spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini   Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.   Menzione speciale per quel «cadde tra spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.   Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.   Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.   Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.   E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!

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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.   Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.   E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.   Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.   La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).   L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.   Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.   Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.   E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.   Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.   E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.   Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.

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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.   Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.   Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).   Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.   Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».   È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.   Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)   Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.

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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?   La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.   Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.   Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.   Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.   Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?   Roberto Dal Bosco  

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