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Il Pentagono minaccia il papato con la cattività di Avignone. Perché la notizia esce ora?

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Emergono i dettagli di un inedito, bizzarro incontro avvenuto lo scorso gennaio del nunzio apostolico convocato in Pentagono. La tempistica dello scoop potrebbe essere legata alla battaglia di potere tra cattolici da una parte ed ebrei e protestanti sionisti dall’altra per l’egemonia dell’amministrazione Trump, due fazioni più che mai divise oggi dalla guerra per Israele condotta daglI USA contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

 

La testata Free Press – fondata dalla lesbica sionista Bari Weiss, ora ricoperta di cariche e danari dagli ultramiliardari americano pro-Israele –ha pubblicato un articolo secondo il quale, nel gennaio 2026, si sarebbe tenuto un incontro privato tra il cardinale Christophe Pierre, allora nunzio apostolico della Santa Sede negli Stati Uniti, e Elbridge Colby, alto funzionario del Pentagono cattolico da cui, viste le precendenti posizioni, non ci si aspetterebbe nulla di questo.

 

L’incontro sarebbe stato molto teso e acceso, durante il quale Colby avrebbe esortato papa Leone a «allinearsi più chiaramente con gli Stati Uniti» e avrebbe affermato che gli Stati Uniti possono «fare quello che vogliono».

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«Gli Stati Uniti hanno la potenza militare per fare ciò che vogliono nel mondo. La Chiesa cattolica farebbe meglio a schierarsi dalla loro parte», ha detto Colby durante l’incontro, secondo quanto riportato da funzionari citati da Free Press.

 

Secondo diverse fonti citate in forma anonima nel rapporto, l’incontro di gennaio ha segnato una svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Vaticano. Funzionari romani hanno descritto l’incontro come conflittuale, definendolo una «dura lezione» impartita al cardinale al Pentagono. Le stesse fonti hanno indicato che le osservazioni sono state percepite in Vaticano come un «esplicito avvertimento» legato alla potenza militare americana.

 

L’incontro si sarebbe svolto pochi giorni dopo il discorso pronunciato da papa Leone XIV il 9 gennaio 2026, in cui criticava il crescente ricorso alla forza nelle relazioni internazionali. «Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati» aveva detto il papa. «La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».

 

«La guerra è tornata di moda e si sta diffondendo un fervore bellico. Il principio stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva alle nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente minato. La pace non è più ricercata come un dono e un bene desiderabile in sé… La pace viene perseguita attraverso le armi come condizione per affermare il proprio dominio».

 

Secondo quanto riportato da The Free Press, diversi alti funzionari della difesa statunitense, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno interpretato queste dichiarazioni come dirette alla politica estera degli Stati Uniti.

 

Ulteriori dettagli emersi durante l’incontro suggeriscono che almeno un funzionario statunitense abbia fatto riferimento al precedente storico del papato di Avignone, un periodo del XIV secolo durante il quale il papato era di fatto subordinato alla corona francese. Il riferimento includeva la menzione dell’attentato a papa Bonifacio VIII e del conseguente trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone, in Francia.

 

La Cattività avignonese (1309-1377) fu uno dei periodi più turbolenti nella storia dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il potere temprale, iniziato quando papa Clemente V, francese, nel 1309 decise di trasferire la sede papale da Roma ad Avignone, in Provenza, che allora non era territorio del Regno di Francia ma del Regno di Napoli, pure sotto forte influenza francese. La scelta fu dettata da pressioni del re di Francia Filippo IV il Bello e dal desiderio di sfuggire alle lotte tra fazioni romane e alla pericolosa instabilità dell’Italia.

 

Per quasi settant’anni, sette papi (tutti francesi) risiedettero ad Avignone, trasformandola in una splendida corte rinascimentale, ricca e centralizzata. La Chiesa rafforzò la sua burocrazia e le finanze, ma perse prestigio: molti fedeli la accusavano di essere «prigioniera» dei re francesi, lontana dalla tomba di Pietro e troppo mondana.

 

Il ritorno a Roma avvenne solo nel 1377 grazie a Gregorio XI, spinto dalle preghiere di santa Caterina da Siena. Tuttavia, un anno dopo la sua morte scoppiò il Grande Scisma d’Occidente (1378-1417), con papi rivali a Roma e Avignone. La Cattività avignonese segnò una grave crisi di autorità della Chiesa, aprendo la strada a divisioni e critiche che avrebbero influenzato il Rinascimento e la Riforma protestante.

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Secondo il consulente politico Christopher Hale, «molti in Vaticano hanno interpretato il riferimento del Pentagono a un papato ad Avignone come una minaccia di usare la forza militare contro la Santa Sede». L’avvertimento del Pentagono ha allarmato a tal punto il Vaticano che papa Leone ha annullato la sua prevista visita negli Stati Uniti entro la fine dell’anno.

 

Infatti, l’8 febbraio 2026, il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, ha dichiarato ufficialmente che «papa Leone XIV non si recherà negli Stati Uniti quest’anno», smentendo le voci di una possibile visita in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza americana.

 

Il papa ha invece programmato una visita a Lampedusa il 4 luglio, un’isola del Mediterraneo associata agli arrivi di migranti dal Nord Africa. Hale ha osservato che la scelta della data e del luogo difficilmente poteva essere casuale, dato il contrasto simbolico.

 

Il pontefice ha intensificato le sue condanne durante la Settimana Santa. Nelle sue parole culminate nella Domenica di Pasqua, ha esortato i leader mondiali ad abbandonare i conflitti armati e a respingere quello che ha definito il «desiderio di dominare gli altri». All’inizio della settimana, aveva condannato quella che ha chiamato «l’occupazione imperialista del mondo» e aveva ammonito che «Dio non accetta le preghiere di coloro che fanno la guerra».

 

È davvero difficile non interpretare le dichiarazioni di Leone come un giudizio immediato sulla seconda amministrazione di Donald Trump, che aveva bombardato gli impianti nucleari iraniani, rapito il leader venezuelano Nicolas Maduro, esercitato forti pressioni per lo scioglimento della NATO e minacciato diversi alleati degli Stati Uniti, arrivando persino a ipotizzare la possibilità che gli Stati Uniti potessero assumere il controllo del Canada e della Groenlandia.

 

Nei mesi successivi, l’amministrazione ha autorizzato anche un blocco navale di Cuba, impose sanzioni unilaterali a diversi Stati membri dell’UE e ventilò pubblicamente la possibilità di ritirare le garanzie di sicurezza a Corea del Sud e Giappone a meno che non avessero «riequilibrato» il loro allineamento strategico verso Washington.

 

In Ungheria per sostenere la campagna elettorale del premier Vittorio Orban, il vicepresidente JD Vance, convertito al cattolicesimo, ha detto di non sapere nulla dell’accaduto e di voler parlare de visu con il cardinale Pierre.

 

Va compresa anche la figura del Under Secretary of Defense for Policy (USDP). Elbridge Colby. Nipote dello storico direttore della CIA William Colby (1920-1996) sotto Nixon e Ford,  dal 2017 al 2018, durante la prima amministrazione Trump, ha ricoperto la carica di vice assistente del segretario alla Difesa per la strategia e lo sviluppo delle forze armate, svolgendo un ruolo chiave nello sviluppo della Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti del 2018, che, tra le altre cose, ha spostato l’attenzione del Dipartimento della Difesa statunitense sulla Cina.

 

Colby non è un falco neocon – è, anzi, il contrario, e si identifica come «realista», che ha chiesto apertamente la riduzione dell’aiuto militare all’Ucraina, un ripensamento del rapporto con la NATO («partnership», non dipendenza) e persino un «reset» nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Il Colby ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero «lasciare più spazio al giudizio di Israele su come gestire al meglio le sue sfide alla sicurezza», e che, sebbene gli Stati Uniti debbano essere pronti a fornire supporto materiale e politico a Israele, quest’ultimo dovrebbe comprendere che gli Stati Uniti, che «non possono permettersi di essere invischiati in un’altra guerra in Medio Oriente, assumeranno un ruolo di supporto».

 

In passato il Colby aveva persino dichiarato, con grande scandalo di senatori repubblicani come Tom Cotton, che l’acquisizione di un’arma nucleare da parte dell’Iran non costituirebbe un rischio esistenziale per gli Stati Uniti e fiancheggiando il ritiro delle forze militari statunitensi dal Golfo Persico, sostenendo che gli Stati Uniti possono contrastare l’Iran «in modo più efficace» «rafforzando le capacità militari dei propri partner nella regione». All’epoca l’Elbridge si opponeva a un’azione militare diretta contro l’Iran, pur affermando che contenere un Iran dotato di armi nucleari «è un obiettivo del tutto plausibile e pratico».

 

Colby è cattolico. Il commento su Avignone sembrerebbe essere stato proferito da un altro funzionario presente all’incontro col nunzio apostolico.

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La tempistica con cui esce questo caso è interessante, e la testata di riferimento pure. La giornalista lesbica sionista Bari Weiss, ex opinionista del New York Times (dove si distinse per gli attacchi a Tulsi Gabbard, accusata di essere un pupazzo di Bashar al-Assad), aveva fondato The Free Press nel 2021 come piattaforma indipendente di notizie e commenti, critica verso l’ortodossia «woke» dei media mainstream, attraendo quindi un certo pubblico indipendente o di destra che oramai respingeva in toto il mainstream. Il sito crebbe rapidamente grazie a un modello di abbonamenti e attirò investitori come Marc Andreessen, David Sacks, Howard Schultz e altri, raccogliendo 15 milioni di dollari nel 2024 con una valutazione di circa 100 milioni.

 

Nell’ottobre 2025, Paramount Skydance (guidata da David Ellison, figlio del miliardario sionista di Oracle Larry Ellison ) ha acquistato The Free Press per 150 milioni di dollari, una cifra che è parsa a moltissimi come enigmaticamente sproporzionata. In seguito alla bizzarra operazione, Weiss è stata nominata editor-in-chief di CBS News, canale TV comprato pure quello dagli Ellisoni, la cui vicinanza allo Stato Israele, e persino all’IDF, è cosa nota.

 

Fare uscire ora, con Trump che tentenna sulla guerra in Iran, la notizia di uno screzio tra Washington e la Santa Sede aiuta decisamente a cementare la cintura sionista di matrice ebraico-protestante attorno al presidente – cioè lo stesso apparato che ha portato all’attuale, fallimentare guerra in Persia – contro la fazione «cattolica» che era dubbiosa o risolutamente contraria alla guerra: il segretario di Stato Marco Rubio, che pure ha origini neocon, si era lasciato scappare ad inizio conflitto che gli USA vi erano stati trascinati dentro da Israele, mentre il vicepresidente JD Vance (convertito al cattolicesimo che gli iraniani volevano come negoziatori al posto degli ebrei Steve Witkoff e Jared Kushner), è emerso, si era detto nettamente contrario all’intervento.

 

Anche la base dei sostenitori pare dividersi su base confessionale, come dimostra la battaglia antisionista portata innanzi con clamore pubblico dall’ex Miss California, e amica personale di Trump, Carrie Prejean Boller, cattolica convertita espulsa dalla Commissione per la libertà religiosa per aver fustigato l’influenza israeliana su politica e religione protestante, nonché il genocidio di Gaza.

 

Lo scontro in atto è stato descritto con lucidità dallo scrittore cattolico americano E. Michael Jones: «Il cessate il fuoco ha segnato un passaggio dal controllo sionista cristiano dell’amministrazione Trump a un controllo di fatto cattolico sotto JD Vance. Anche il papa ha avuto un ruolo in questo cambiamento».

 

«L’apice dell’influenza sionista cristiana è stato raggiunto con la funzione del Venerdì Santo al Pentagono, alla quale sono stati esclusi i cattolici» continua Jones, riferendosi ad una grottesca cerimonia condotta dalla «pastora» protestante sionista Paula White, nota per i video con Netanyahu e per essere, dice la Prejean Boller, dietro alla sua espulsione dalla Commissione. Durante l’evento la White ha paragonato Trump a Gesù Cristo. Il vescovo cattolico Barron, presente, non ha proferito verbo né durante né dopo.

 

 

«Ora, le persone più mature e responsabili sono cattolici come Joe Kent, che afferma che gli Stati Uniti devono frenare Israele se vogliono che il cessate il fuoco regga» conclude Jones. Il Kent, veterano delle Forze Speciali dimessosi poche settimane fa dal suo incarico di capo dell’antiterrorismo in protesta alla guerra iraniana e alla soverchiante influenza israeliana sulla politica americana, è stato visto alla conferenza di Washington Catholics For Catholics assieme alla Prejean Boller e a Candace Owens. Notevole anche la presenza sullo stesso palco di un altro cattolico un tempo vicinissimo a Trump, il generale Michael Flynn.

 

Trump pare però aver fatto una scelta di campo, visto l’incredibile messaggio lanciato su Truth nelle ultime ore, in cui accusa i suoi sostenitori critici della guerra in Iran (e del rapporto con Israele…) Tucker Carlson, Megyn Kelly, Alex Jones e la stessa Owens di essere dei «perdenti» con «basso IQ». Trattandosi di alcuni dei maggiori podcaster al mondo (in termini assoluti di ascolto, perfino), messaggio segna una frattura decisa nella base MAGA, una ferita che non sappiamo se possa essere sanabile.

 

Un nodo immenso della Repubblica americana, forse già presente al momento della sua fondazione, sta ora venendo al pettine.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia


 

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Israele vuole usare la bomba a neutrone?

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Il giornalista israeliano Shimon Riklin ha sollevato la possibilità di utilizzare una bomba a neutroni contro l’Iran su Canale 14 durante un dibattito a cui ha partecipato anche il ministro della Sicurezza Nazionale, il ben noto sionista secolare Itamar Ben-Gvir.   Il giornalista ha chiesto perché Israele non stia usando la bomba, descrivendola come «un tipo di bomba atomica che uccide le popolazioni senza danneggiare gli edifici».   Quando la discussione si è spostata sulle notizie relative a un attacco israeliano a una base missilistica vicino allo Stretto di Ormuzzo con «armi non convenzionali», un giornalista ha affermato «non l’ho detto io», prima di notare, con un sorriso rivolto al Ben-Gvir, «riconosco il suo sorriso, ministro Ben-Gvir, sta nascondendo qualcosa».  

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Ben-Gvir non ha risposto alle domande specifiche contenute nel filmato e ha invece dichiarato: «Sono un membro del gabinetto ristretto, la responsabilità che ho è immensa». Un altro commentatore del dibattito ha insinuato che le armi non convenzionali potrebbero essere già state utilizzate, e parte dello scambio è stata accompagnata da ulteriori risate.   La bomba a neutrone, nota anche come arma a radiazione potenziata (Enhanced Radiation Weapon o ERW), è un tipo di arma nucleare tattica a bassa potenza sviluppata per massimizzare l’emissione di neutroni veloci e radiazioni ionizzanti, riducendo al minimo gli effetti di esplosione e calore. Ideata negli Stati Uniti da Samuel Cohen nel 1958 presso il Lawrence Livermore National Laboratory, sfrutta una piccola reazione termonucleare (fusione di deuterio e trizio innescata da fissione) per liberare fino al 40-80% dell’energia sotto forma di neutroni ad alta energia (circa 14 MeV).   A differenza delle bombe atomiche tradizionali, che provocano vasti danni da onda d’urto e incendi, la bomba a neutrone limita il raggio di distruzione meccanica a poche centinaia di metri (per una resa di 1 chilotone circa 600 metri), mentre i neutroni penetrano armature, edifici e terreno fino a 1-2 chilometri, causando danni letali e mutazioni al DNA e ai tessuti biologici. Gli equipaggi di carri armati possono essere neutralizzati anche a distanze dove la blindatura resiste all’esplosione, rendendola ideale come arma anti-carro sul campo di battaglia.   Gli effetti della bomba a neutrone sulla vita biologica sono devastanti e selettivi. A differenza delle bombe tradizionali, l’energia si concentra sulle radiazioni ionizzanti piuttosto che sull’onda d’urto o sul calore. Una dose di 6-8 Gy (Gray, unità di misura della dose assorbita di radiazione nel Sistema Internazionale) provoca la malattia acuta da radiazioni: nausea, vomito, emorragie e morte nel giro di giorni o settimane. Dosi superiori a 80 Gy neutralizzano istantaneamente gli equipaggi di carri armati, rendendoli incapaci di combattere pur rimanendo in vita per breve tempo.   L’effetto è particolarmente letale su esseri umani e animali perché i neutroni danneggiano gravemente le cellule in rapida divisione (midollo osseo, intestino, sistema immunitario). La bomba è stata incredibilmente definita «pulita» perché lascia poche radiazioni residue persistenti, ma uccide la vita biologica in un raggio più ampio rispetto alla distruzione meccanica.   Durante la Guerra Fredda fu pensata dalla NATO per contrastare un’eventuale invasione di carri armati sovietici in Europa senza radere al suolo città vicine. Testati negli anni Sessanta, gli ordigni non furono mai dispiegati in Europa a causa di forti opposizioni politiche e pubbliche: molti la definirono «l’arma più crudele» perché uccide gli esseri umani risparmiando in gran parte le strutture.   La produzione americana di bombe a neutroni cessò negli anni Ottanta e le testate furono ritirate negli anni Novanta. Altri Paesi come Unione Sovietica, Francia e Cina condussero test simili. Oggi rimane un simbolo controverso della corsa agli armamenti nucleari tattici.   Israele è ampiamente ritenuto possedere bombe a neutrone, anche se non lo ha mai confermato ufficialmente, come del resto l’intero suo programma nucleare. Secondo numerosi rapporti di intelligence e analisti militari, Israele avrebbe sviluppato testate a neutroni e armi nucleari tattiche di questo tipo già dagli anni Settanta e Ottanta.   Mordechai Vanunu – il tecnico nucleare israeliano che rivelò dettagli del programma nel 1986, venendo poi rapito dal Mossad a Roma – affermò che Israele produceva in serie bombe a neutrone già negli anni Ottanta. Vari studi ritengono che nell’arsenale atomico israeliano (stimato tra 90 e 400 testate) ci sia anche un numero sconosciuto di bombe a neutrone, ideali per colpire forze corazzate o truppe in aree urbane riducendo i danni da esplosione

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Scontro a fuoco vicino al consolato israeliano a Costantinopoli

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Martedì nei pressi del consolato israeliano di Costantinopoli è scoppiata una sparatoria tra la polizia e alcuni uomini armati, secondo quanto riportato dalla stampa costantinopolitana. L’edificio è chiuso da mesi e, a quanto pare, non è presidiato. Non è chiaro se fosse l’obiettivo dell’attacco.

 

Secondo quanto riportato, numerose squadre di polizia sono state inviate al consolato intorno alle 12:15 ora locale. Uno degli aggressori, armato di fucili a canna lunga, è stato ucciso e altri due sono stati catturati dopo essere rimasti feriti, come riportato dalla CNN in lingua turca. Anche due agenti di polizia sono rimasti feriti nello scontro a fuoco.

 


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L’agenzia di stampa turca Anadolu ha riferito che, poiché il consolato israeliano non è operativo, le prime indagini suggeriscono che l’attacco fosse mirato alla polizia turca, che mantiene sempre una forte presenza armata nella zona. Anche l’AFP e la Reuters hanno riferito che al momento non ci sono diplomatici israeliani di stanza a Constantinopoli o ad Ancara.

 

Il ministro degli Interni turco Mustafa Ciftci ha confermato che tutti e tre gli aggressori sono stati «neutralizzati», aggiungendo che le loro identità sono state accertate. Uno degli attentatori aveva legami con «un’organizzazione che sfrutta la religione», mentre gli altri due erano fratelli, uno dei quali con precedenti penali legati al traffico di droga.

 

È stata avviata un’indagine penale e tre investigatori sono stati incaricati di occuparsi del caso, ha dichiarato il ministro della Giustizia turco Akin Gurlek.

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Imponenti manifestazioni notturne in tutto l’Iran

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Nel fine settimana, decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutto l’Iran per esprimere il proprio sostegno alla leadership del Paese, mentre la campagna contro la Repubblica islamica entrava domenica nel suo 36° giorno.   Secondo l’agenzia di stampa Tasnim, considerata vicina ai pasdaran folle si sono radunate nei principali centri urbani, tra cui Teheran, Nazarabad, Qaemshahr e Dehdasht, rimanendo in strada fino all’alba, portando ritratti dell’aiatollà Ali Khamenei e scandendo il suo nome.   Le manifestazioni, che si protraggono ormai da oltre cinque settimane, sono continuate nonostante gli scioperi in corso che finora hanno causato 3.540 morti, tra cui 1.616 civili e almeno 244 bambini, secondo quanto riportato dall’organizzazione per i diritti umani HRANA, con sede negli Stati Uniti.   Secondo gli osservatori, le manifestazioni sono diventate sempre più una regolare espressione di sfida e unità nazionale, a dimostrazione della resilienza della Repubblica islamica nonostante un mese di intensi raid aerei statunitensi e israeliani.   Nei video trasmessi dai canali in lingua persiana, i manifestanti hanno promesso di continuare a scendere in piazza nonostante le minacce, scandendo al contempo slogan di condanna degli attacchi militari.      

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Nella capitale, la folla ha invaso il centro città, scandendo «Heydar Heydar» e denunciando «ipocriti e traditori», secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tasnim. A Nazarabad, a Ovest di Teheran, un gran numero di persone ha riempito le strade, e i media locali hanno salutato la partecipazione come una dimostrazione di forza. Nella città settentrionale di Qaemshahr, i residenti si sono riuniti per esprimere il loro sostegno alla leadership, e secondo alcune fonti le scene avvenute facevano parte di una mobilitazione pubblica prolungata.   L’aggressione non provocata da parte di Stati Uniti e Israele contro l’Iran è iniziata alla fine di febbraio. La guerra ha bloccato i flussi attraverso lo Stretto di Ormuzzo, un canale che trasporta circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio, dopo che l’Iran ha chiuso il passaggio alle «navi nemiche» e ha dichiarato che sarebbe rimasto chiuso agli Stati Uniti e a Israele, facendo schizzare il prezzo del petrolio Brent ben oltre i 100 dollari.   Lunedì Washington e Teheran hanno ricevuto una proposta, mediata dal Pakistan, per un cessate il fuoco immediato, ma l’Iran ha respinto la riapertura del canale navigabile in base a un accordo temporaneo e ha minimizzato le pressioni statunitensi, affermando che esaminerà la proposta secondo le proprie condizioni, come riportato da Reuters.   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di bombardare le infrastrutture iraniane se non si raggiungerà un accordo. «Aprite il fottuto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE», ha scritto il presidente USA domenica su Truth Social.

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