Predazione degli organi
Il nuovo protocollo per la morte dei donatori di organi rende nervosi medici e bioeticisti
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge. Nota bene: Renovatio 21 si oppone categoricamente ad ogni forma di trapianto perché ritiene la pratica un atto omicida, in quanto l’espianto – cioè, la predazione degli organi – può avvenire solo a cuor battente, per cui l’individuo è ancora vivo. Per consentire questi orrendi squartamenti commessi negli ospedali su scala industriale anche nel momento in cui leggete queste righe, hanno creato una convenzione, quella della morte cerebrale, che cambia nel tempo e pure da Paese a Paese – con ovviamente fior di esempi, nemmeno rarissimi, di persone che dalla morte dichiarata tornano indietro. Del resto, per l’espianto degli organi non inietterebbero curaro o altre sostanze al «morto» se lo ritenessero tale, perché i morti, a casa nostra, non reagiscono al dolore. Ora, questo articolo mostra con chiarezza che i nodi stanno venendo al pettine, e la Finestra di Overton sulla predazione degli organi si sta spostando verso la sua vera natura: uccidere per portare via parti del corpo. Purtroppo, anche su questo argomento è difficile far aprire gli occhi alle persone. Ma, crudeltà dopo crudeltà, qualcuno potrebbe a questo punto perfino svegliarsi.
Un nuovo protocollo per determinare la morte per chirurgia di trapianto ha creato polemiche tra chirurghi e bioeticisti.
Un articolo su MedPage Today intitolato «È etico staccare la spina a pazienti che non sono cerebralmente morti, quindi riavviare i loro cuori?» mette in evidenza le loro preoccupazioni.
Il nuovo protocollo prende il nome di perfusione regionale normotermica con donazione controllata dopo morte circolatoria (NRP-cDCD). Funziona così, secondo MedPage Today:
«Si ottiene il consenso per recuperare gli organi del paziente. Il supporto vitale viene ritirato e, se tutto va secondo i piani, il cuore del paziente si ferma».
«Un processo di morte fino a trenta minuti di fase agonale può essere tollerato», hanno spiegato i cardiochirurghi della Vanderbilt University in un articolo pubblicato all’inizio di quest’anno.
Poi c’è un periodo di «stand-off» di alcuni minuti per vedere se il paziente si riprende. In caso contrario, il paziente viene dichiarato morto e l’équipe chirurgica si mette al lavoro.
«I vasi dell’arco del donatore vengono bloccati per escludere la perfusione cerebrale e il donatore viene incannulato» prima di essere collegato a una macchina di bypass, spiega il rapporto Vanderbilt.
«Il periodo tipico dall’incisione alla creazione del flusso extracorporeo va dai tre ai cinque minuti. La perfusione viene continuata per quarantacinque minuti, dopodiché gli organi vengono prelevati nel solito modo».
In breve, il paziente viene dichiarato morto secondo criteri cardiaci, quindi viene fatto morire di cervello e quindi viene resuscitato.
L’ovvia questione etica è questa: se il paziente può essere rianimato, come potrebbe essere morto?
Matthew DeCamp, bioeticista dell’Università del Colorado e consulente dell’American College of Physicians, si oppone a NRP-cDCD.
«Stai invertendo le condizioni in cui viene dichiarata la morte e adottando misure attive per garantire la progressione verso la morte cerebrale», ha detto a MedPage Today. «La persona viene dichiarata morta e le azioni successive invalidano tale dichiarazione».
«La regola del donatore morto è eticamente fondamentale per il trapianto di organi. È l’idea che la medicina si prenda cura del migliore interesse dei pazienti – non fare del male – e non possano essere presi atti che potrebbero causare la morte», sostiene DeCamp.
«Rianimare il paziente e invertire quelle condizioni si impegna con l’etica della regola del donatore morto».
Un altro medico di spicco, Wes Ely, medico di terapia intensiva e pneumologo dei trapianti presso la Vanderbilt University, ha dichiarato a MedPage Today:
«Siamo così affamati di organi in questo momento che stiamo spingendo tutti i limiti. Voglio solo che siamo super prudenti. Dobbiamo premere il pulsante di pausa su questo e avere altre conversazioni in modo da poter impostare i confini e rimanere sulla corsia di destra. La dignità dell’essere umano che dona gli organi non dovrebbe mai essere sacrificata».
Nonostante queste critiche, la popolarità di NRP-cDCD sta crescendo. I suoi sostenitori sostengono che è «sicuro e necessario proteggere gli organi donati e aumentarne l’offerta».
Arthur Caplan, che è probabilmente il bioeticista più citato negli Stati Uniti, e colleghi, hanno risposto alle critiche dell’American College of Physicians sull’American Journal of Transplantation.
Scrivono che la NRP-cDCD «è ben consolidata in molti Paesi, può aumentare la fiducia nella pratica medica e nella donazione di organi e aumenterà la disponibilità di organi ottimali per trapianti salvavita».
Michael Cook
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Predazione degli organi
I medici cominciano a sostenere la tesi a favore della «morte tramite donazione di organi»
Renovatio 21 pubblica la traduzione di un articolo della dottoressa Heidi Kleissig apparso su LifeSite.
Un articolo del New England Journal of Medicine dell’8 luglio propone l’uccisione diretta di persone tramite la donazione di organi.
Nell’articolo «Contestualizzare la regola del donatore deceduto nell’era dell’eutanasia volontaria», il dottor Robert Truog e i suoi colleghi affermano che, avendo già ridefinito la morte per il nostro attuale sistema di prelievo di organi, consentire esplicitamente la morte tramite donazione è semplicemente il passo successivo logico.
L’argomentazione degli autori verte sulla «Regola del donatore deceduto» (Dead Donor Rule, DDR), uno standard etico che stabilisce che i pazienti devono essere deceduti prima del prelievo degli organi e che i medici non devono causare la morte durante l’espianto. Questa regola ha lo scopo di preservare la fiducia del pubblico nel nostro sistema di donazione di organi.
Tuttavia, secondo Truog e colleghi, la regola del donatore deceduto è già diventata flessibile:
«Sebbene la DDR sia considerata il “perno etico” dei trapianti, essa ha funzionato meno come un assoluto morale e più come un’ancora morale, la cui applicazione richiede continua interpretazione e adattamento».
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Gli autori citano l’esempio della «morte cerebrale », affermando che la morte cerebrale non è una vera e propria morte biologica, ma serve da esempio di come possiamo modificare la definizione di morte per adattarla alle nostre esigenze:
«Nonostante le incertezze filosofiche e biologiche, la morte cerebrale è stata recepita nella legislazione e nella pratica medica con l’emanazione, nel 1981, dell’Uniform Determination of Death Act, che definiva la morte come la cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali. Tuttavia, l’esperienza clinica accumulata ha messo in luce delle incongruenze in questo concetto integrato di morte cerebrale».
«Il dottor Allan Shewmon ha riportato numerosi casi di sopravvivenza biologica prolungata dopo la dichiarazione di morte cerebrale. Questi pazienti erano in grado di crescere, assimilare nutrienti ed eliminare le scorie, guarire da infezioni e ferite, persino portare avanti una gravidanza. In mezzo a queste incertezze, la donazione di organi è continuata, rivelando un cambiamento concettuale più profondo».
«Il DDR ha spostato la determinazione della morte da criteri strettamente biologici verso l’adesione a criteri diagnostici enumerati e approvati da un’autorità definitoria. Il requisito della morte e la fiducia nel sistema di donazione di organi non venivano violati se il nuovo concetto di morte veniva accettato negli standard sociali e legali. Tale contestualizzazione ha reso il DDR una garanzia morale flessibile, che sosteneva l’impegno a non prelevare organi da persone viventi anche se il significato stesso di “morte” veniva rivisto».
Quando vi siete iscritti al registro dei donatori di organi, vi hanno detto che il significato stesso di morte era stato rivisto? La maggior parte delle persone che si registrano come donatori di organi crede di essere fredda, grigia e rigida al momento della donazione, ma non è mai così. Gli organi diventano molto rapidamente inadatti al trapianto in assenza di circolazione: i cadaveri non possono donare organi vitali. Pertanto, le persone in coma profondo (con battito cardiaco) sono state ridefinite come «cerebralmente morte», il che significa che le autorità competenti le hanno considerate «sufficientemente morte» da poter diventare donatori di organi.
L’ articolo del New England Journal of Medicine discute anche del fatto che i donatori di organi DCD (Donation after Circulatory Death, donazione dopo morte circolatoria) in realtà non soddisfano i criteri legali statunitensi per la morte, che richiedono una perdita irreversibile della funzione circolatoria e respiratoria:
«Il dibattito persiste sulla reale conformità delle pratiche di DCD (donazione dopo arresto cardiaco) al principio di DDR, soprattutto perché la permanenza non è necessariamente sinonimo di irreversibilità. Nella DCD, la morte non sopraggiunge perché la rianimazione è impossibile, ma perché viene intenzionalmente ritardata, in accordo con i valori del paziente, ponendolo su una traiettoria verso la morte, considerata “irreversibile” perché non può essere invertita. Questo passaggio da una concezione biologica a una procedurale della morte ha nuovamente contestualizzato il principio di DDR, allineandolo a una comprensione sociale ed etica generale piuttosto che a una finalità empirica.… Ancora una volta, il principio di DDR persiste non come un confine immutabile, ma come un quadro morale la cui forza etica è mantenuta dalla contestualizzazione».
Quando vi siete registrati come donatori di organi, vi è stato comunicato questo passaggio da una concezione biologica a una procedurale della morte? Che la vostra morte non avrebbe effettivamente soddisfatto i requisiti legali della Legge uniforme sulla determinazione della morte, ma che sareste stati considerati «sufficientemente morti» per diventare donatori di organi tramite «contestualizzazione»?
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Gli autori dell’articolo affermano inoltre che, tanto, tutti i donatori di organi finiscono per morire, quindi il momento preciso del decesso non ha molta importanza.
«Nel caso di morte per donazione di organi, l’autorizzazione, l’esperienza e l’esito per il paziente non sono alterati dal fatto che il decesso avvenga pochi istanti prima o durante il prelievo degli organi. L’attenzione etica dovrebbe quindi spostarsi dall’individuazione di un momento preciso di morte biologica al rispetto delle decisioni autonome dei pazienti, garantendo solide tutele contro la coercizione e lo sfruttamento e promuovendo un processo trasparente e pubblicamente responsabile».
Trasparenza? Attualmente, i donatori di organi non ricevono alcuna trasparenza su come verrà determinata la loro morte prima della donazione. A nessun donatore di organi vengono mai fornite le informazioni che una persona ragionevole vorrebbe conoscere per dare un consenso pienamente informato. Pensiamo davvero che il processo sarà trasparente e pubblicamente responsabile in futuro?
Il dottor Truog e i suoi colleghi affermano che il modo in cui stiamo già ridefinendo la morte ai fini della donazione di organi giustifica la loro idea di andare avanti e consentire l’uccisione diretta tramite il prelievo di organi: «sebbene la morte per donazione di organi possa essere vista come una deviazione dalla DDR… noi la interpretiamo come coerente con un modello storico di ricontestualizzazione».
Quindi, poiché storicamente siamo riusciti a ridefinire le persone viventi come sufficientemente morte da poter diventare donatori di organi, a quanto pare ora possiamo apertamente invocare l’eutanasia tramite il prelievo di organi. Questo processo è anche noto come la china scivolosa.
Anziché continuare a giustificare queste definizioni di morte in continua espansione in nome della donazione di organi, dobbiamo tornare a riconoscere la morte come una realtà biologica. E dobbiamo trovare nuove soluzioni etiche per le persone con insufficienza d’organo che non implichino l’uccisione.
Heidi Klessig
Heidi Klessig, medico, è un’anestesista e specialista in terapia del dolore in pensione che scrive e tiene conferenze sull’etica del prelievo e del trapianto di organi. È autrice di The Brain Death Fallacy e i suoi lavori sono reperibili sul sito respectforhumanlife.com .
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Predazione degli organi
Ecco la campagna ministeriale per la predazione degli organi
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Predazione degli organi
Un cuore «bruciato», due vite spezzate dalla predazione degli organi
La vicenda del piccolo Domenico, il bambino napoletano di due anni e mezzo morto dopo il trapianto di cuore effettuato all’ospedale Monaldi di Napoli, è stata raccontata dai media come una tragica fatalità: un errore umano, un organo conservato male, un’indagine giudiziaria per accertare le responsabilità. Si parla di ghiaccio secco, di procedure, di protocolli violati, di sei indagati e di una commissione ministeriale. Il racconto pubblico si ferma qui.
Ma la storia, se analizzata fino in fondo, pone un quesito fondamentale: che cosa rende possibile un trapianto?
Il cuore che doveva salvare Domenico batteva prima di essere espiantato. Non proveniva da un cadavere nel senso comune del termine, ma da un corpo mantenuto in circolazione, caldo, perfuso, capace di preservare organi perfettamente funzionanti. È qui che entra in gioco il criterio della morte cerebrale: la definizione giuridica e medica introdotta verso la fine degli anni sessanta che consente di considerare morto un organismo che continua a manifestare funzioni vitali.
Senza questa ridefinizione della morte, il sistema dei trapianti di organi vitali semplicemente non potrebbe esistere.
La retorica pubblica insiste sul fatto che i trapianti «salvano vite». Ma questa rappresentazione mostra soltanto la metà della realtà. L’altra metà è costituita dalla trasformazione del corpo umano in una riserva di organi disponibili.
Nel linguaggio tecnico, il cuore diventa un organo da prelevare, conservare, trasportare e impiantare. Un errore di temperatura, una conservazione sbagliata, e quell’organo perde la sua utilità. È esattamente ciò che sarebbe accaduto nel caso di Domenico: il cuore sarebbe stato trasportato in un contenitore con ghiaccio secco, una procedura non prevista, che avrebbe danneggiato irreversibilmente il tessuto cardiaco.
Il punto, però, non è l’errore. Quasi nessuno si interroga sulla premessa culturale che rende possibile tutto questo, ossia l’idea che l’essere umano possa essere ridotto a un insieme di parti sostituibili. Il corpo umano non appare più come l’unità indivisibile di una persona, ma come un sistema modulare di componenti intercambiabili.
La storia di Domenico rivela, in modo drammatico, anche un altro aspetto della narrazione dominante: l’idea che il trapianto rappresenti sempre e comunque una rinascita. In realtà, il trapianto è una procedura estremamente complessa, segnata da rischi enormi, complicazioni frequenti e risultati spesso incerti. Non è la fine della malattia, ma l’inizio di un percorso fragile e medicalizzato. In questo caso, la promessa della medicina non si è realizzata: il cuore che doveva salvare il piccolo bambino è diventato parte di una tragedia ancora più grande.
La morte di Domenico commuove, addolora e indigna. Ma dovrebbe anche spingerci a interrogarci su ciò che normalmente resta invisibile: il sacrificio silenzioso che precede ogni intervento; un sacrificio reso accettabile attraverso un linguaggio rassicurante, una ridefinizione giuridica, una costruzione culturale.
Dietro ogni trapianto c’è una decisione radicale su cosa sia un essere umano, quando possa essere dichiarato morto e fino a che punto il suo corpo possa essere utilizzato. Finché queste premesse resteranno fuori dal dibattito pubblico, continueremo a raccontare storie edificanti e incomplete, storie che commuovono. Ma si tratterà sempre e comunque di storie dimezzate.
E una storia dimezzata, per quanto emozionante, non è mai la verità intera.
Alfredo De Matteo
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