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Nucleare

Il Niger toglie ai francesi la miniera di uranio

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Il governo militare del Niger ha annunciato l’intenzione di nazionalizzare l’uranio Somair, un’impresa locale gestita dalla società statale francese di combustibili nucleari Orano, nel mezzo di una controversia sempre più aspra tra la società mineraria e la nazione dell’Africa occidentale.

 

Le autorità hanno citato presunte azioni illegali da parte di Orano come giustificazione della loro decisione, aggiungendo che l’ultimo accordo minerario tra il Niger e il gigante minerario francese è scaduto nel dicembre 2023. La miniera di uranio di Somair, nella regione settentrionale di Arlit, è operativa dal 1971.

 

«Di fronte a questo comportamento irresponsabile, illegale e ingiusto di Orano, una società di proprietà dello Stato francese, apertamente ostile al Niger dal 26 luglio 2023, il governo del Niger ha deciso, in piena sovranità, di nazionalizzare Somair», ha riferito l’emittente nazionale RTN, citando una dichiarazione rilasciata dopo una riunione del Consiglio dei ministri nigerino tenutasi giovedì.

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«Questa nazionalizzazione consentirà una gestione più sana e sostenibile dell’azienda e, di conseguenza, un godimento ottimale della ricchezza delle risorse minerarie da parte dei nigerini», ha affermato il governo in un comunicato stampa pubblicato dall’Agenzia di stampa del Niger.

 

Le relazioni tra Niger e Francia si sono deteriorate dopo il colpo di stato militare nel paese africano del luglio 2023, che ha portato a una rottura della cooperazione in materia di difesa e all’espulsione delle truppe francesi precedentemente schierate per combattere gli insorti jihadisti nel Sahel.

 

Le autorità di transizione hanno esaminato le concessioni minerarie straniere nell’ambito di un più ampio sforzo regionale da parte dei governi, compresi gli alleati dei vicini Burkina Faso, Guinea e Mali, per incrementare le entrate del settore estrattivo.

 

Lo scorso dicembre, Orano ha affermato che il governo di Niamey aveva assunto il controllo operativo della sua miniera di uranio di Somair, di cui la società francese detiene una quota del 63,4% e lo Stato nigerino detiene la quota restante. A maggio, ha riferito che le forze di sicurezza nigerine avevano fatto irruzione negli uffici delle sue filiali locali, sequestrando attrezzature e arrestando uno dei suoi dirigenti.

 

Orano ha affermato di aver avviato «diverse procedure di arbitrato internazionale» contro il Niger.

 

 

Giovedì, tuttavia, il Niger ha accusato Orano di aver disconnesso Somair dalla rete IT globale dell’azienda il 4 dicembre, di fatto interrompendo le operazioni e revocando unilateralmente tutte le licenze senza preavviso.

 

Il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio, rappresentando circa il 5% della produzione globale, secondo la World Nuclear Association. Le esportazioni di uranio del paese costituiscono una fonte significativa di combustibile per i reattori nucleari francesi, fornendo circa il 15-17% dell’uranio utilizzato nella produzione di energia elettrica francese.

 

Come riportato d Renovatio 21, le forze di sicurezza nigerine avevano sequestrato attrezzature facendo irruzione nelle filiali di Orano lo scorso mese.

 

Come riportato da Renovatio 21, dopo il golpe di due anni fa la giunta di Niamey ha subito sospeso le vendite di uranio ai francesi, che utilizzano il minerale estratto in Niger per coprire il del fabbisogno per la produzione di energia atomica, che viene peraltro venduta anche all’Italia, che ne è dipendente per il 6%.

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Nucleare

L’Iran diffonde una guida alla sopravvivenza nucleare tra gli avvertimenti di un possibile attacco

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La televisione di Stato e le agenzie di stampa iraniane hanno iniziato a trasmettere un video di protezione civile che istruisce i cittadini su come sopravvivere a un’esplosione nucleare, uno sviluppo che arriva in un momento in cui i commentatori di America First lanciano nuovi avvertimenti secondo i quali gli Stati Uniti subiscono pressioni da Israele per intensificare la guerra contro l’Iran fino al livello nucleare. Lo riporta LifeSite   Il video, ampiamente diffuso dopo un post in lingua araba pubblicato lunedì dall’account Axios-ar, illustra le misure pratiche da adottare nell’immediato periodo successivo a un’esplosione nucleare.   Agli spettatori viene raccomandato di non guardare l’intenso bagliore dell’esplosione. A coloro che si trovano all’aperto e non possono entrare immediatamente in un edificio viene consigliato di ripararsi dietro una barriera, sdraiarsi a terra e coprirsi la testa e il viso.   Dopo il passaggio dell’onda d’urto, le persone vengono indirizzate a entrare nell’edificio più vicino, senza rimanere all’esterno a guardare o filmare e senza rifugiarsi in un veicolo. Una volta all’interno, si consiglia di spostarsi in un seminterrato o al centro della struttura, lontano da finestre e pareti esterne, di chiudere porte e finestre e di spegnere l’aria condizionata o qualsiasi altro sistema di ventilazione che immetta aria esterna.   Ulteriori istruzioni riguardano i rischi di contaminazione: rimuovere con cura gli indumenti esterni senza scuoterli e sigillarli in un sacchetto; lavarsi con acqua tiepida e sapone usando uno shampoo normale senza balsamo (oppure usare salviette umidificate sulla pelle esposta se non è possibile fare la doccia); fare affidamento su acqua in bottiglia e cibo confezionato; e prepararsi a rimanere al riparo per almeno 24 ore.   Le autorità sottolineano che i residenti non devono dare per scontata la propria sicurezza dopo tale periodo e devono seguire le indicazioni ufficiali per qualsiasi evacuazione sicura. In caso di incendio o crollo strutturale che minacci un rifugio, le persone devono spostarsi. Le linee guida raccomandano inoltre di esaminare le procedure con i familiari in anticipo.   La trasmissione coincide con affermazioni di alto profilo provenienti da voci di spicco del movimento America First, secondo le quali il presidente Donald Trump starebbe valutando l’uso di armi nucleari contro l’Iran a causa delle pressioni del governo israeliano.   Lunedì il popolare giornalista  Tucker Carlson ha avvertito, in un post molto condiviso su X, che «sotto la pressione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione Trump potrebbe essere a pochi giorni dal lanciare un attacco nucleare contro l’Iran».   L’ex conduttore di punta di Fox News ha identificato l’obiettivo come la Montagna del Piccone (nota anche come monte Kolang Kouh) nell’Iran centrale, un sito sotterraneo fortificato dove l’intelligence israeliana afferma che l’attività di arricchimento è ripresa.   «Nessuna arma convenzionale nell’arsenale americano può penetrare 90 metri di granito solido per distruggere i tunnel dove presumibilmente avviene l’arricchimento dell’uranio», ha detto Carlson. «L’unica opzione militare è un attacco nucleare. Netanyahu sta spingendo molto per un attacco nucleare. ‘Bibi chiama Trump ogni giorno per questo’, afferma un osservatore informato».   Carlson ha descritto Netanyahu come «messo alle strette e disperato» dopo i recenti risultati delle elezioni israeliane, che gli hanno impedito di formare un governo senza l’intervento diretto di Trump. Ha inoltre affermato che Netanyahu stava esercitando la massima pressione su diverse personalità, tra cui il Segretario alla Guerra Pete Hegseth e il comandante del CENTCOM Brad Cooper, entrambi contrari a una soluzione negoziata, e che altri funzionari lo stavano seguendo. Carlson ha ipotizzato che una decisione potrebbe arrivare intorno al 7 novembre.   Il colonnello in pensione dell’esercito americano Douglas Macgregor ha sollevato preoccupazioni simili. In un’analisi del 19 ottobre si è chiesto se «lo spettro di un attacco nucleare contro l’Iran» si stesse profilando all’orizzonte e ha risposto: «Purtroppo, credo che la risposta sia sì».   Il veterano di guerra pluridecorato e autore ha inoltre indicato come segnali preoccupanti la guerra in corso che sta già sconvolgendo i mercati energetici, la crescente pressione politica da parte degli americani che «antepongono Israele» e i presunti piani israelo-americani per nuovi attacchi dopo le elezioni di medio termine di oggi. Questi vari avvertimenti giungono in un contesto di segnali più ampi di instabilità, con diversi paesi che consigliano ai propri cittadini di fare scorte in previsione di emergenze non specificate, alimentando speculazioni su cosa i leader mondiali potrebbero aspettarsi nel prossimo futuro.   Come riportato da Renovatio 21, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Gran Bretagna, il Giappone e altri Paesi hanno recentemente esortato o ribadito il consiglio ai cittadini di fare scorta di cibo, acqua, medicinali e beni di prima necessità per almeno tre giorni, in previsione di emergenze che vanno da condizioni meteorologiche avverse e attacchi informatici a crisi non specificate.   Il Dipartimento della Difesa statunitense sta preparando le basi militari a operare senza infrastrutture civili per un periodo massimo di 90 giorni. Sebbene i funzionari parlino di una generale necessità di preparazione, la concomitanza di questi eventi ha alimentato le speculazioni su una possibile ripresa delle ostilità con l’Iran dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti.   Gli avvertimenti giungono in un contesto di preparativi regionali per un conflitto di vasta portata. Un articolo del Wall Street Journal pubblicato lunedì ha rivelato che gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, tra cui Emirati Arabi Uniti e Qatar, si stavano preparando a pesanti bombardamenti americani contro l’Iran e si aspettavano una forte rappresaglia iraniana contro le loro infrastrutture, con esercitazioni di sicurezza in corso presso aeroporti e strutture.   I colloqui diplomatici mediati dal Qatar non hanno portato a nessuna svolta. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran aveva posto delle condizioni ed era pronta per una diplomazia autentica, «ma se intendono ingannarci e lanciare operazioni militari, dovranno affrontare una risposta più aspra e più severa di prima».   Nel frattempo, notizie di lunedì indicano che gli Stati Uniti o Israele hanno bombardato l’isola iraniana di Qeshm, mentre i media iraniani hanno inoltre sostenuto che qualsiasi attacco di questo tipo contro gli impianti nucleari del loro paese provocherebbe una rappresaglia decisiva, potenzialmente contro infrastrutture israeliane sensibili per le armi nucleari, come le aree vicino al «centro di ricerca» nucleare di Dimona.   Poiché Dimona non è mai stata posta sotto la tutela dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, la testata sostiene che «la responsabilità di qualsiasi rilascio (di radiazioni), per questo motivo, ricadrebbe sul regime (israeliano) che ha segretamente costruito un impianto di armi non protetto nel deserto».

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Da parte sua, Carlson ha avvertito che un primo utilizzo di armi nucleari creerebbe un pericoloso precedente, potenzialmente consentendo alla Russia di usare armi nucleari contro l’Ucraina e inducendo India, Pakistan e Corea del Nord a fare altrettanto. Le conseguenze di un’esplosione del terreno potrebbero contaminare il Golfo Persico, avvelenando l’acqua per 100 milioni di persone, mentre ulteriori perdite di petroliere a Ormuzzo rischiano di accelerare una depressione globale.   «Abbiamo camminato nel sonno verso questo momento per mesi», ha lamentato Carlson. «Da febbraio, l’amministrazione ha silenziosamente riscritto la dottrina nucleare americana per rendere più facile e quindi più probabile il primo utilizzo delle cosiddette “armi nucleari da campo”. Nessuno a Washington, di entrambi i partiti, sembra preoccuparsene. Ora siamo sull’orlo del baratro».   «Dopo il primo attacco nucleare, la Terza Guerra Mondiale è inevitabile. Quella guerra sarebbe breve e definitiva», ha avvertito Carlson. «Un gruppo che finora non è stato consultato è la popolazione mondiale: le centinaia di milioni di persone che moriranno insieme ai loro figli se Netanyahu spingerà Trump a lanciare un attacco nucleare la prossima settimana. Ora è il momento che si facciano sentire».

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Nucleare

Carlson: Netanyahu spingerà Trump a nuclearizzare l’Iran tra pochi giorni

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del messaggio del giornalista americano Tucker Carlson comparsa su X ieri sera. Tucker non è quasi mai personalemnte sui social (dice di non utilizzare nemmeno l’email), e quando vi appare il suo pubblico capisce che deve dire qualcosa di fondamentale – dare un’avvertimento prima che la situazione cada nel caos: la stessa motivazione che, nel momento più caldo della guerra ucraina (cioè tra USA e Russia) lo spinse a volare a Mosca prima dal presidente russo Vladimir Putin e poi dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Carlson è noto, oltre che per l’equilibrio con cui porta avanti il suo lavoro, anche per le fonti che ha ovunque nell’amministrazione di Donald Trump, di cui era de facto uno dei primi consiglieri extrapolitici, ma la forte relazione si è interrotta a causa della guerra all’Iran, che secondo Tucker potrebbe essere stata inflitta a Trump da quello che potrebbe essere un ricatto dal parte dello Stato di Israele, il quale vede Carlson come un «pericolo» per i suoi interessi, al punta da detenerlo in aeroporto quando andò ad intervistare l’ambasciatore USA a Gerusalemme Mike Huckabee. Il giornalista ha ripetuto  varie volte di ritenere questa guerra, come pure la precedente in Iraq, una «guerra di Israele», con lo Stato Ebraico a spingere il gigante americano a spargere sangue per questioni che in nessun modo favoriscono, né riguardano, la popolazione USA. Le rivelazioni nel testo di Tucker sono sconvolgenti, come lo sono le conseguenze di una tale scelta non solo per l’economia mondiale, ma per la sorta di miliardi di uomini, che prima della carestia potrebbero patire le conseguenze incontrollate di focolai atomici che appariranno ovunque con l’inizio di una apocalittica Terza Guerra mondiale – la «superguerra» mondiale di cui Renovatio 21 ha scritto qualche settimana fa.

 

Sotto la pressione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione Trump potrebbe essere a pochi giorni dal lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. L’obiettivo sarebbe la Montagna del Piccone [Pickax mountain, ndt], nell’Iran centrale, dove l’Intelligence israeliana afferma che il governo iraniano ha riavviato il suo programma di arricchimento dell’uranio.

 

Nessuna arma convenzionale nell’arsenale americano è in grado di penetrare 90 metri di granito solido per distruggere i tunnel dove si presume avvenga l’arricchimento. L’unica opzione militare è un attacco nucleare. Netanyahu sta spingendo con forza per ottenerlo. «Bibi chiama Trump ogni giorno per questo», afferma un osservatore informato.

 

Netanyahu è messo alle strette e disperato. Dopo i risultati delle elezioni della scorsa settimana, non può formare un governo a meno che Trump non intervenga direttamente nella politica israeliana e medi un accordo con gli altri partiti che gli garantisca 61 seggi alla Knesset. Altrimenti, sarà estromesso dalla carica di primo ministro e si avvia verso l’ignominia, indagini e forse il carcere.

 

Netanyahu deve rimanere vicino a Trump. Ha bisogno di questa guerra. A tal fine, ha esercitato la massima pressione sui suoi più stretti alleati nell’amministrazione, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il comandante del CENTCOM Brad Cooper. Entrambi si oppongono a una soluzione negoziata per la guerra che hanno gestito in modo così disastroso; entrambi premono per la ripresa delle principali operazioni di combattimento.

Anche il Segretario di Stato Marco Rubio e il direttore della CIA John Ratcliffe seguono l’esempio di Netanyahu, così come i leader del Partito Democratico. In un recente incontro sull’argomento, l’ex presidente Barack Obama ha dichiarato di opporsi all’attuale accordo di pace sull’Iran in fase di elaborazione a Doha.

 

Il resto degli alleati storici degli Stati Uniti in Medio Oriente è terrorizzato dalla prospettiva di un’ulteriore guerra. Il 27 settembre, Netanyahu si è recato segretamente ad Abu Dhabi per coinvolgere gli Emirati Arabi Uniti nella sua attività di lobbying per un attacco finale all’Iran. Gli Emirati hanno rifiutato.

 

Dopo otto mesi di conflitto, le economie del Golfo sono in bilico. Lo stesso vale per i mercati globali dell’energia e dei fertilizzanti. Non si riprenderanno presto. A livello globale, si contano circa 850 superpetroliere utilizzate per trasportare il petrolio dai paesi produttori al resto del mondo. Solo nel mese di ottobre, 11 di queste sono state gravemente danneggiate a Ormuzzo.

 

A questo ritmo, una depressione globale è imminente. Un attacco nucleare accelererebbe radicalmente la distruzione. Le ricadute radioattive di un’esplosione a terra sul monte Pickax contaminerebbero il Golfo Persico, avvelenando le riserve idriche di 100 milioni di persone. E queste sono solo alcune delle conseguenze immediate per la regione. Il resto del mondo è altrettanto esposto.

 

Nessun Paese, a parte gli Stati Uniti, ha mai usato un’arma nucleare in guerra. Alcuni lo desidererebbero. Un attacco nucleare americano contro l’Iran creerebbe un nuovo precedente.

 

I russi hanno già comunicato ad almeno altri due governi che un attacco nucleare americano contro l’Iran darebbe loro il via libera per usare armi nucleari contro l’Ucraina.

 

Il Pakistan e l’India sarebbero tentati di fare lo stesso l’uno contro l’altro, così come la Corea del Nord contro Seul.

 

Dopo il primo attacco nucleare, la Terza Guerra Mondiale sarebbe inevitabile. Una guerra breve e definitiva.

 

Ci stiamo dirigendo verso questo momento da mesi, quasi inconsapevolmente. Da febbraio, l’amministrazione ha silenziosamente riscritto la dottrina nucleare americana per rendere più facile e quindi più probabile il primo utilizzo delle cosiddette «armi nucleari da campo». A Washington, in entrambi i partiti, nessuno sembra preoccuparsene.

Ora siamo sull’orlo del baratro. Secondo gli osservatori più attenti, Trump probabilmente deciderà entro il prossimo fine settimana se usare o meno le armi nucleari. Ovvero il 7 novembre, tra sei giorni. A suo merito, sta esitando. Al momento, Trump sta ascoltando il suo vicepresidente, JD Vance, e il suo inviato e amico Steve Witkoff, entrambi convinti che si possa raggiungere un accordo con l’Iran. Hanno ragione, anche se non sarà semplice.

 

Gli iraniani sono notoriamente difficili da trattare in qualsiasi circostanza, e alcuni elementi del governo si sono radicalizzati dopo l’uccisione dell’aiatollà Ali Khamenei e della sua famiglia a febbraio. Dopo decenni di isolamento, persino i leader iraniani relativamente moderati sembrano disorientati dal modo in cui vengono prese le decisioni in Occidente. (A Teheran, ad esempio, è diffusa la convinzione che il governo degli Stati Uniti controlli Israele).

 

Ma, nel complesso, le persone che hanno parlato con i responsabili politici in Iran affermano che vi è consenso sul fatto che un’ulteriore guerra sia dannosa per tutti e che valga la pena raggiungere un accordo. Un gruppo che finora non è stato consultato è la popolazione mondiale: le centinaia di milioni di persone che moriranno insieme ai loro figli se Netanyahu spingerà Trump a lanciare un attacco nucleare la prossima settimana.

 

Ora sarebbe il momento per loro di far sentire la propria voce.

 

Tucker Carlson

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Nucleare

Incendio in un impianto per la produzione di armi atomiche USA

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Un incendio è scoppiato in un importante complesso di ricerca nucleare nella Carolina del Sud, a supporto del programma statunitense di armi nucleari, ha dichiarato il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DoE), che gestisce il sito.   L’incendio è divampato mercoledì sera presso il Savannah River National Laboratory, parte del Savannah River Site (SRS) vicino ad Aiken, ed è stato successivamente spento, hanno riferito i funzionari.   «Non è stata segnalata alcuna contaminazione al di fuori dell’impianto interessato», ha dichiarato il dipartimento in un comunicato.   Sono stati attivati i protocolli di emergenza e ai dipendenti non coinvolti nelle operazioni di soccorso è stato ordinato di sospendere le attività e di rimanere al riparo sul posto a scopo precauzionale. Il sito è stato chiuso al traffico in entrata, mentre il traffico ferroviario, fluviale e aereo nelle vicinanze è stato limitato. Alle 21:45 le autorità hanno revocato lo stato di emergenza, affermando che le indagini sulle radiazioni non avevano rilevato alcuna contaminazione. Le misure di protezione sono state revocate e il sito è stato dichiarato idoneo a riprendere le normali attività giovedì.   Secondo quanto riportato dai media locali, l’incendio è divampato in una singola stanza e ha comportato una fuoriuscita di materiale radioattivo non filtrato a livello del suolo. Un dipendente sarebbe stato ricoverato in ospedale con ferite lievi.   Fondato all’inizio degli anni Cinquanta durante la Guerra Fredda, il complesso SRS inizialmente produceva plutonio e trizio per le armi nucleari statunitensi. Sebbene i suoi reattori di produzione siano stati successivamente chiusi, il complesso continua a svolgere un ruolo chiave nel mantenimento dell’arsenale nucleare americano.   L’SRS si occupa della lavorazione e del rifornimento del trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno utilizzato per aumentare la potenza esplosiva delle testate nucleari. Gestisce inoltre i materiali nucleari, tratta i rifiuti radioattivi ed effettua bonifiche ambientali.   Il governo statunitense sta inoltre sviluppando presso l’SRS un impianto per la produzione di nuclei di plutonio per testate nucleari, nell’ambito degli sforzi per modernizzare l’arsenale nucleare del Paese.   L’incidente si verifica a meno di due settimane da un incendio che ha devastato la base delle Forze Armate canadesi di Wainwright, in Alberta, causando la morte di quattro soldati e il ferimento di altri 39 durante un’esercitazione a fuoco. Secondo l’esercito canadese, i forti venti hanno provocato la rapida propagazione delle fiamme, che hanno raggiunto un’area occupata dalle truppe. La scorsa settimana le Forze Armate canadesi hanno dichiarato che 27 militari sono rimasti ricoverati in ospedale, mentre 12 sono stati dimessi. La polizia militare ha avviato un’indagine indipendente sull’incidente.

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Immagine della demolizione del 2010 al Savannah River Site
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