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Geopolitica

Il brutto spettacolo del presidente Macron in Libano

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire con traduzione di Rachele Marmetti. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Nel ruolo di Deus ex machina, il presidente Macron ha dato i voti ai dirigenti libanesi. Sicuro della propria superiorità, ha dichiarato di vergognarsi del comportamento della classe politica libanese. Ma non è altro che una brutta pièce teatrale. Sottobanco s’impegna a distruggere la Resistenza e a trasformare il Libano in un paradiso fiscale.

 

 

Reagendo all’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020, il popolo libanese e la stampa internazionale vi hanno visto un incidente imputabile alla corruzione delle autorità portuali. Noi invece, dopo l’analisi dei primi indizi, abbiamo messo immediatamente in dubbio la tesi dell’incidente e privilegiato quella dell’attentato. Il presidente Emmanuel Macron si è recato in tutta fretta in Libano per salvare il Paese. Due giorni dopo, sulla rete televisiva siriana Sama abbiamo ipotizzato che si tratti della continuazione dell’operazione di attuazione della risoluzione 1559.

Nel ruolo di Deus ex machina, il presidente Macron ha dato i voti ai dirigenti libanesi

 

 

L’ipotesi della risoluzione 1559

Di cosa si tratta? È una risoluzione franco-statunitense del 2004, redatta su istruzione del presidente USA, George W. Bush, partendo da un testo dell’allora primo ministro libanese, Rafic Hariri, scritto con l’aiuto del presidente francese, Jacques Chirac. Scopo: ottenere il riconoscimento, da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, degli obiettivi enunciati dal segretario di Stato USA, Colin Powell: − scacciare dal Libano la forza di pace siriana, frutto degli accordi di Taif (1); − mettere fine alla Resistenza libanese all’imperialismo; − impedire la rielezione del presidente libanese Émile Lahoud.

 

Ebbene, il 4 febbraio 2005 Rafic Hariri, che non era più primo ministro e si era riconciliato con lo Hezbollah, fu ucciso in un mega-attentato di cui il presidente Lahoud e il presidente siriano Bashar al-Assad furono accusati d’essere i mandanti. La forza di pace siriana si ritirò e il presidente Lahoud rinunciò alla ricandidatura.

 

Sicuro della propria superiorità, ha dichiarato di vergognarsi del comportamento della classe politica libanese

Retrospettivamente è emerso: − che l’attentato non è stato realizzato con esplosivi classici, trasportati da un camioncino bianco, come invece si finge di continuare a credere, ma per mezzo di un’arma combinazione di nanotecnologie e combustibile nucleare arricchito, che all’epoca possedevano pochissime potenze (2); − che l’inchiesta internazionale dell’ONU fu in realtà un’operazione segreta CIA-Mossad finalizzata a colpire i presidenti Lahoud e Assad, nonché lo Hezbollah. Fu smascherata quando un enorme scandalo fece emergere i falsi testimoni reclutati e pagati dagli inquirenti dell’ONU [3]; − che tutte le accuse contro i sospetti sono state abbandonate e che un organo dell’ONU, abusivamente denominato «Tribunale speciale per il Libano» perché non ne aveva i requisiti giuridici, si è rifiutato di prendere in esame alcune prove e ha condannato in contumacia due membri dello Hezbollah.

 

Sottobanco s’impegna a distruggere la Resistenza e a trasformare il Libano in un paradiso fiscale

Alla fine, nessuno osò più menzionare la fine della Resistenza libanese sancita dalla risoluzione 1559.

 

Questa Resistenza si formò nel 1982, durante l’invasione israeliana (Operazione Pace in Galilea) attorno a gruppi sciiti. Dopo aver sconfitto gli israeliani, questa rete è entrata gradualmente in politica, con il nome di Hezbollah. Quando fu istituito, era affascinato dalla rivoluzione antimperialista iraniana e s’appoggiava all’esercito siriano, come nel 2011 ha rivelato il suo segretario generale, sayyed Hassan Nasrallah.

 

Di fronte al fenomeno ibrido dello Hezbollah, gli occidentali hanno reagito in ordine sparso: gli Stati Uniti l’hanno classificato «terrorista», mentre gli europei nel 2013 hanno sottilmente distinto il versante civile, con cui discutono, dal versante militare, che pure condannano in quanto «terrorista»

Tuttavia, dopo il ritiro della forza di pace siriana del Libano, Hezbollah si volse quasi esclusivamente verso l’Iran. Ritornò a guardare verso la Siria quando si rese conto che una disfatta di Damasco a opera dei Fratelli Mussulmani avrebbe provocato non solo la distruzione della Libia, ma anche del Libano.

 

Negli anni successivi Hezbollah ha messo insieme un gigantesco arsenale e acquisito grande esperienza nell’arte del combattere, sicché oggi è il primo esercito non-statale al mondo. I successi e i mezzi di cui dispone hanno attratto molte persone che non necessariamente condividono i suoi ideali. La parziale trasformazione in partito politico gli ha fatto acquisire i medesimi difetti degli altri partiti politici libanesi, corruzione inclusa.

 

Oggi lo Hezbollah non è uno Stato dentro lo Stato libanese, ma in molte situazioni è lo Stato al posto del caos.

 

Di fronte al fenomeno ibrido dello Hezbollah, gli occidentali hanno reagito in ordine sparso: gli Stati Uniti l’hanno classificato «terrorista», mentre gli europei nel 2013 hanno sottilmente distinto il versante civile, con cui discutono, dal versante militare, che pure condannano in quanto «terrorista».

Per giustificare alle rispettive opinioni pubbliche le loro decisioni, gli Occidentali hanno messo in atto molte operazioni segrete con l’intento di attribuire allo Hezbollah sia attentati avvenuti quando ancora non esisteva (contro i contingenti militari USA e francesi in occasione della riunione generale dei servizi segreti alleati), sia attentati all’estero (in particolare in Argentina e Bulgaria)

 

Per giustificare alle rispettive opinioni pubbliche le loro decisioni, gli Occidentali hanno messo in atto molte operazioni segrete con l’intento di attribuire allo Hezbollah sia attentati avvenuti quando ancora non esisteva (contro i contingenti militari USA e francesi in occasione della riunione generale dei servizi segreti alleati), sia attentati all’estero (in particolare in Argentina e Bulgaria).

 

Portare a termine l’applicazione della risoluzione 1559 (4) oggi significa disarmare lo Hezbollah e trasformarlo in un semplice partito politico, corrotto sia dagli Occidentali che dagli altri.

 

L’intervento francese

Il presidente Macron è stato il primo capo di Stato a recarsi in Libano dopo l’esplosione al porto di Beirut, ben due volte. S’è impegnato a non lasciare da solo il Libano e ad aiutarlo a riformarsi. Ha presentato una «tabella di marcia», accettata da tutti partiti politici. Vi si prevedeva la formazione di un governo di scopo incaricato di portare a termine riforme economiche e finanziarie.

 

Tuttavia, Mustapha Adib, il primo ministro incaricato, preso atto dell’impossibilità di riuscirvi, si è dimesso. Il presidente Macron ha quindi convocato per il 27 settembre una conferenza stampa. Ha schernito l’intera classe politica e ha esplicitamente accusato lo Hezbollah e il movimento Amal, nonché implicitamente il loro alleato, il presidente Michel Aoun, di aver fatto fallire il tentativo di salvataggio del Libano.

 

Le argomentazioni del presidente Macron hanno convinto soltanto chi non conosce la storia del Libano. I nostri lettori invece sanno (5) che questo Paese non è mai stato una nazione e, di conseguenza, non ha mai potuto essere una democrazia.

 

Dai tempi della colonizzazione ottomana è diviso in diverse comunità confessionali, che coesistono senza mescolarsi tra loro

Dai tempi della colonizzazione ottomana è diviso in diverse comunità confessionali, che coesistono senza mescolarsi tra loro. È una divisione istituzionalizzata dalla Costituzione (1926), ispirata dalla Francia, potenza mandataria. In seguito, questo funzionamento è stato scolpito nel marmo a tutti i livelli dell’organizzazione statale da Stati Uniti e Arabia Saudita, con gli accordi di Taif (1989), che misero fine alla guerra civile. Da questo punto di vista, è perlomeno curioso rimproverare ai politici di aver corrotto lo Stato, quando la corruzione è conseguenza diretta e inesorabile delle istituzioni che sono state imposte dall’esterno.

 

Soprattutto è inammissibile sentire un presidente straniero dare lezioni e dichiarare di provare vergogna per i dirigenti libanesi. Tanto più che si tratta di uno straniero che rappresenta una nazione che ha una pesante responsabilità per la situazione attuale.

 

È perlomeno curioso rimproverare ai politici di aver corrotto lo Stato, quando la corruzione è conseguenza diretta e inesorabile delle istituzioni che sono state imposte dall’esterno. è inammissibile sentire un presidente straniero dare lezioni e dichiarare di provare vergogna per i dirigenti libanesi. Tanto più che si tratta di uno straniero che rappresenta una nazione che ha una pesante responsabilità per la situazione attuale

Sembra che, nei fatti, i padrini del Libano abbiano intenzione di rovesciare la classe politica corrotta che hanno messo al potere e sostituirla con un governo di tecnocrati formato nelle loro scuole migliori. Questo governo avrà l’incarico di riformare le Finanze, restaurare il paradiso fiscale dell’età dell’oro libanese, ma soprattutto di non rompere il sistema confessionale in modo che il Paese continui a dipendere dai propri padrini. In questo modo il Libano è destinato a rimanere colonizzato senza ammetterlo e a decapitare alcuni dei suoi dirigenti ogni trenta o quarant’anni.

 

Nella mente degli sponsor del presidente Macron, i torbidi che agitano l’Arabia Saudita hanno fatto fallire il progetto d’una zona franca per miliardari, Neom. Conviene perciò utilizzare di nuovo il Libano per sfuggire agli obblighi fiscali.

 

Ricordiamo del resto che quando la Francia si è dotata d’istituzioni laiche, le ha però negate alle colonie, ritenendo che la religione fosse il solo modo di pacificare i popoli sottomessi. Il Libano è il solo Paese al mondo dove un mollah sciita, poi un mufti sunnita e infine un patriarca cristiano possono imporre i propri punti di vista ai partiti politici.

 

Infatti, secondo Macron, lo Hezbollah è al tempo stesso «milizia», «organizzazione terroristica», nonché partito politico. Invece, e l’abbiamo visto, è in realtà al tempo stesso il primo esercito non -governativo che lotta contro l’imperialismo e un partito politico che rappresenta la comunità sciita. Non si è mai reso responsabile di azioni terroristiche all’estero. Invece secondo Macron lo Hezbollah ha instaurato «un clima di terrore», che blocca le altre formazioni politiche. Ora, lo Hezbollah non ha mai utilizzato il proprio gigantesco arsenale contro i propri rivali libanesi. La breve guerra del 2008 non l’ha opposto a sunniti e drusi, bensì a chi ospitava centri di spionaggio di potenze straniere (in particolare nei locali d’archivio di Futur TV).

 

Nella mente degli sponsor del presidente Macron, i torbidi che agitano l’Arabia Saudita hanno fatto fallire il progetto d’una zona franca per miliardari, Neom. Conviene perciò utilizzare di nuovo il Libano per sfuggire agli obblighi fiscali.

Nella conferenza stampa Macron ha anche fatto riferimento alla pretesa dello Hezbollah e di Amal di scegliere il ministro delle Finanze. Questa richiesta apparentemente bislacca è invece vitale per la Resistenza. Non per saccheggiare lo Stato, come alcuni lasciano intendere, ma per aggirare le sanzioni statunitensi contro la Resistenza. Quando ha colto la portata della posta in gioco, Saad Hariri, che prima si era opposto alla richiesta, l’ha appoggiata. Quindi, diversamente da quanto affermato dal presidente Macron, il fallimento della formazione del governo non è imputabile allo Hezbollah o ad altre formazioni libanesi, ma alla volontà francese di spezzare la Resistenza.

 

Il mandatario saudita Rafic Hariri finanziò copiosamente la campagna elettorale del presidente Jacques Chirac, provocando un memorabile incidente al Consiglio Costituzionale francese.

 

Allo stesso modo, il figlio di Rafic Hariri, Saad, finanziò la campagna elettorale del presidente Macron, benché su scala minore. Così, quando Macron ha annunciato che, se il Libano avesse applicato la sua «tabella di marcia», la comunità internazionale lo avrebbe finanziariamente salvato, Saad Hariri ha preteso un rientro del proprio investimento, ossia il 20% delle somme future. Dopo aver consultato il suo principale donatore, l’israeliano-statunitense Henri Kravic (6), Macron ha rifiutato e minacciato di sanzioni i tre presidenti del Libano (della Repubblica, del Parlamento e del Governo).

La Francia fa i propri calcoli a partire dalla conoscenza storica della regione, ma non ha compreso alcuni dei cambiamenti intervenuti, come attestano i fallimenti in Libia, Siria e nei negoziati Iran-USA. Si preoccupa dell’influenza della Turchia in Libano, ma sovrastima quella dell’Arabia Saudita e dell’Iran, minimizza quella della Siria e ignora quella della Russia.

 

La Francia fa i propri calcoli a partire dalla conoscenza storica della regione, ma non ha compreso alcuni dei cambiamenti intervenuti, come attestano i fallimenti in Libia, Siria e nei negoziati Iran-USA. Si preoccupa dell’influenza della Turchia in Libano, ma sovrastima quella dell’Arabia Saudita e dell’Iran, minimizza quella della Siria e ignora quella della Russia.

 

Per chi osserva con attenzione quel che accade, la Francia non è onesta nella sollecitudine verso il Libano. Così i viaggi in Libano del presidente Macron sono stati preceduti dalla diffusione di una petizione che si appellava al ristabilimento del mandato della Francia sul Libano, con l’intento di colonizzarlo di nuovo. È stato subito accertato che la petizione spontanea era in realtà un’iniziativa dei servizi segreti francesi

 

Ancora, il secondo viaggio del presidente ha coinciso con il centenario della proclamazione del Grande Libano da parte del generale Henri Gouraud, leader del Partito coloniale francese. Non è difficile capire come la Francia speri di ottenere una remunerazione della propria azione contro la Resistenza.

 

 

Per chi osserva con attenzione quel che accade, la Francia non è onesta nella sollecitudine verso il Libano
NOTE

(1) « Accord de Taëf », Réseau Voltaire, 23 octobre 1989.

(2) “Rivelazioni sull’assassinio di Rafiq Hariri”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Оdnako (Russia) , Rete Voltaire, 29 novembre 2010.

(3) « La commission Mehlis discréditée », par Talaat Ramih, Réseau Voltaire, 9 décembre 2005.

(4) « Résolution 1559 du Conseil de sécurité de l’ONU (Texte et débats) », Réseau Voltaire, 2 septembre 2004.

(5) “I libanesi prigionieri della loro Costituzione”, “Il Libano di fronte alle proprie responsabilità”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 22 ottobre 2019 & 21 luglio 2020.

(6) “Verso chi è debitore Emmanuel Macron?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 11 dicembre 2018.

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

Fonte: «Il brutto spettacolo del presidente Macron in Libano», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15  settembre 2020

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Geopolitica

Trump annuncia la «finalizzazione» dell’accordo con l’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che un accordo di pace con l’Iran è stato «in gran parte negoziato» e si sta ora finalizzando, lasciando intravedere una potenziale svolta dopo quasi tre mesi di guerra e ripetute minacce di nuovi attacchi americani.

 

Trump ha affermato di aver avuto quella che ha definito una «telefonata molto positiva» dallo Studio Ovale con leader e funzionari di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania e Bahrein riguardo all’Iran e a «tutte le questioni relative a un Memorandum d’intesa sulla PACE».

 

«È stato in gran parte negoziato un accordo, in attesa di essere finalizzato, tra gli Stati Uniti d’America, la Repubblica islamica dell’Iran e i vari altri Paesi», ha scritto Trump su Truth Social.

 

Il presidente statunitense aggiunto di aver parlato separatamente con il premier israeliano Benjamino Netanyahu e che anche quella telefonata «è andata molto bene».

 

Trump ha dichiarato che gli «aspetti e i dettagli finali» dell’accordo erano ancora in fase di discussione e sarebbero stati annunciati a breve. Ha inoltre affermato che, tra gli altri elementi dell’accordo, lo Stretto di Ormuzzo «sarà aperto».

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I media iraniani, tuttavia, hanno contestato la descrizione dell’accordo di Ormuzzo fatta da Trump. L’agenzia di stampa Fars ha affermato che la via navigabile rimarrà «sotto la gestione dell’Iran», con Teheran che manterrà il controllo su rotte, orari, procedure di passaggio e permessi.

 

Sebbene l’Iran avesse presumibilmente accettato di ripristinare il traffico navale ai livelli prebellici, l’agenzia Fars ha affermato che ciò non significava un ritorno al «libero passaggio», definendo la dichiarazione di Trump «incompleta» e «lontana dalla realtà».

 

Trump aveva ripetutamente avvertito nei giorni scorsi che gli Stati Uniti erano pronti a riprendere gli attacchi se l’Iran non avesse accettato un accordo per porre fine alla guerra, iniziata alla fine di febbraio con gli attacchi americani e israeliani contro l’Iran.

 

Le due parti si sono in gran parte astenute da scambi diretti da quando è stato stabilito un fragile cessate il fuoco all’inizio di aprile.

 

Lo Stretto ormusino, uno dei punti di strozzatura energetica più importanti al mondo, è stato un tema centrale nei negoziati. Durante il conflitto, l’Iran ha limitato il traffico attraverso lo stretto, mentre Washington ha imposto un blocco navale sui porti iraniani.

 

Teheran ha precedentemente affermato che l’obiettivo dei negoziati rimaneva la fine della guerra e che «i dettagli relativi alla questione nucleare non sono oggetto di discussione in questa fase». La Repubblica islamica ha insistito sul fatto che qualsiasi accordo debba tutelare i suoi diritti sovrani e porre fine a quella che definisce «pirateria» statunitense contro le navi iraniane.

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Geopolitica

Trump salta il matrimonio del figlio a causa dei presunti preparativi per un attacco all’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha improvvisamente annullato la sua partecipazione al matrimonio del figlio Donald Trump Jr., previsto per questo fine settimana, affermando di dover rimanere a Washington a causa di non meglio specificate «circostanze relative al governo».   L’amministrazione Trump si sta preparando per una nuova serie di attacchi contro l’Iran, ma non è stata ancora presa una decisione definitiva, ha riferito venerdì la CBS News, citando fonti a conoscenza diretta della pianificazione.   Venerdì mattina il presidente degli Stati Uniti ha riunito il suo team di alto livello per la sicurezza nazionale. Il segretario alla Guerra Pete Hegseth e il direttore della CIA John Ratcliffe hanno informato lui e il vicepresidente JD Vance sui possibili scenari in caso di fallimento dei colloqui con Teheran, secondo quanto riportato da Axios.   Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Trump «non ha escluso la possibilità» di nuovi attacchi, ma ha detto ai suoi collaboratori di voler dare più tempo al processo diplomatico.   «Ritengo importante per me rimanere a Washington, DC, alla Casa Bianca durante questo importante periodo», ha scritto in seguito Trump in un messaggio criptico su Truth Social. Giovedì ha accennato al motivo, dicendo ai giornalisti che il matrimonio «non era il momento opportuno» a causa di «una cosa chiamata Iran e altre cose».

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La Casa Bianca ha modificato il programma del fine settimana di Trump, mentre Washington attende la risposta di Teheran a quella che è stata definita la proposta finale degli Stati Uniti per porre fine alla guerra che dura da quasi tre mesi.   Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato, prima di partire per l’India, che gli Stati Uniti si aspettano di ricevere la risposta dell’Iran tramite Islamabad, che ha svolto il ruolo di intermediario. Il feldmaresciallo pakistano Asim Munir si è recato a Teheran venerdì, mentre una delegazione del Qatar è giunta a sostegno degli sforzi di mediazione.   Gli Stati Uniti e l’Iran si sono astenuti dal colpirsi a vicenda da quando è entrato in vigore un fragile cessate il fuoco all’inizio di aprile. Tuttavia, negli ultimi giorni Trump si è mostrato sempre più frustrato per lo stallo dei negoziati e, secondo la testata Axios, ha ventilato la possibilità di un’operazione militare finale «decisiva», dopo la quale potrebbe dichiarare vittoria e porre fine alla guerra.   Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (i pasdaran) ha avvertito questa settimana che un rinnovato attacco da parte degli Stati Uniti o di Israele potrebbe estendere il conflitto oltre il Medio Oriente, promettendo «colpi devastanti» in luoghi che Washington e lo Stato degli Ebrei «non possono nemmeno immaginare».   Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato venerdì che i colloqui sono in corso, ma che un accordo è ancora lontano. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha affermato che l’obiettivo principale rimane la fine della guerra e che «i dettagli relativi alla questione nucleare non sono oggetto di discussione in questa fase».   Il matrimonio tra Donald Trump Jr. e Bettina Anderson si è svolto nel weekend di maggio 2026, suddiviso tra una prima parte formale e una festa privata. La coppia ha firmato la licenza di matrimonio e celebrato le nozze civili giovedì 21 maggio 2026, mentre il ricevimento principale e i festeggiamenti veri e propri si sono tenuti sabato 23 maggio 2026.   La cerimonia civile formale si è svolta in forma privata a West Palm Beach, in Florida, presso la residenza della sorella della sposa. Per la festa e il ricevimento la coppia si è invece spostata su un’isola privata alle Bahamas, modificando i piani iniziali che prevedevano un grande evento alla Casa Bianca. Alla celebrazione ha preso parte un gruppo ristrettissimo di meno di 50 persone per garantire la massima riservatezza.   Tra i familiari erano presenti i membri più stretti, inclusi le sorelle Ivanka e Tiffany Trump, la cognata Lara Trump, Marla Maples e i cinque figli che Donald Jr. ha avuto dal suo precedente matrimonio.   La Anderson è una modella ed esponente dell’alta società (che in America chiamano socialite), posando per copertine e servizi di riviste patinate locali come Quest Magazine, Palm Beach Illustrated e Modern Luxury Palm Beach. È stata il volto ufficiale di campagne per marchi di lusso, tra cui l’azienda di alta gioielleria Hamilton Jewelers. Sfrutta il suo profilo Instagram da oltre 140.000 follower come influencer per promuovere brand di bellezza e skincare. È attiva, come tanti abbienti della sua matrice, nella filantropia.

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Donald Trump Jr. ha avuto due relazioni pubbliche di rilievo prima del legame con Bettina Anderson. Nel 2005 ha sposato Vanessa Haydon a Mar-a-Lago, un’unione durata tredici anni dalla quale sono nati cinque figli prima del divorzio ufficiale avvenuto nel 2018. La Haydon, conosciuta anche come Vanessa Trump, avrebbe avuto flirt con l’attore Leonardo di Caprio e una relazione stabileon il principe saudita Khalid bin Bandar bin Sultan Al Saud, figlio dell’allora ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Stati Uniti. La coppia conviveva e i tabloid dell’epoca parlavano di nozze imminenti, ma la storia si è interrotta improvvisamente subito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, quando il principe ha lasciato gli Stati Uniti per fare ritorno in patria. Dopo la fine del matrimonio con Donald Trump Jr., Vanessa ha intrapreso una relazione ufficiale con il leggendario campione di golf Tiger Woods.   Successivamente Don jr. si è legato all’ex conduttrice di Fox News Kimberly Guilfoyle, con la quale ha annunciato il fidanzamento ufficiale nel 2022 e che ha collaborato attivamente alle campagne elettorali della famiglia Trump. La relazione si è conclusa stabilmente verso la fine del 2024, poco prima che Donald Jr. iniziasse a frequentare la sua attuale consorte. La Guilfoyle, che si presenta come donna latina nonostante il padre, nel 2001 ha sposato l’allora supervisore (cioè, consigliere comunale) di San Francisco e futuro governatore democratico della California Gavin Newsom, unione che l’ha portata a ricoprire il ruolo di First Lady di San Francisco dal 2004 fino al divorzio consensuale avvenuto nel 2006. All’epoca la coppia, giovane e bellissima, era ritenuta una grande promessa iconica per la politica americana.   Don jr. è in queste settimane al centro di polemiche, assieme al fratello Eric, per appalti assegnati dal ministero della Guerra a società di armamenti create dai Trump, nonché per la loro attività nel mondo delle criptovalute.

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Droni

Fico: i droni ucraini potrebbero scatenare una guerra tra NATO e Russia

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Il primo ministro slovacco Robert Fico ha messo in guardia sul fatto che i sorvoli di droni ucraini sul territorio dei membri della NATO potrebbero provocare un’escalation militare incontrollabile se i leader occidentali continueranno a rifiutare un dialogo diretto con la Russia.

 

Dalla metà di marzo, i droni ucraini a lungo raggio hanno ripetutamente attraversato lo spazio aereo baltico e nordico, e diversi Stati membri della NATO hanno segnalato incidenti con droni sul proprio territorio. Mosca ha accusato i membri della NATO di permettere tacitamente all’Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo per colpire obiettivi russi, in particolare impianti energetici nella regione di Leningrado.

 

L’ultimo grave incidente si è verificato in Lettonia, dove il mancato intercettamento di due droni che hanno colpito un deposito di petrolio il 7 maggio ha provocato le dimissioni del ministro della Difesa e ha portato alla caduta del governo del primo ministro Evika Silina.

 

Nel corso di una conferenza stampa tenutasi giovedì, Fico ha suggerito che le operazioni dei droni ucraini potrebbero innescare un conflitto più ampio, pur astenendosi dall’accusare esplicitamente Kiev di aver pianificato un attacco sotto falsa bandiera.

 

«Temo moltissimo che qualche provocazione possa innescare un meccanismo poi inarrestabile», ha affermato. «Se i droni iniziassero a sorvolare le teste degli Stati membri della NATO e la maggior parte di questi droni fosse ucraina, sarebbe un problema serio».

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Fico ha avvertito che anche un incidente relativamente piccolo potrebbe degenerare rapidamente se le comunicazioni tra la Russia e i leader occidentali dovessero rimanere bloccate.

 

«Cosa faremo quando un drone del genere, da qualche parte, sarà una provocazione e non una semplice coincidenza? Un obiettivo viene colpito, poi qualcuno dice che uno Stato membro della NATO ha attaccato e ora andiamo tutti a combattere. Questa sarà una situazione terribile», ha affermato.

 

Il leader slovacco ha inoltre criticato quella che ha definito «l’infinita ipocrisia» dell’Occidente nei confronti dei contatti diplomatici con Mosca, affermando che i politici condannano pubblicamente i suoi incontri con il presidente russo Vladimir Putin, mentre in privato chiedono aggiornamenti al riguardo.

 

«Se i leader si parlassero come dovrebbero, ci sarebbe una possibilità minima che una provocazione [con i droni] possa sfociare in un conflitto di grandi proporzioni. Se tutti tacciono e nessuno vuole parlare, anche una piccola provocazione può causare un disastro», ha affermato.

 

Fico si è a lungo opposto alla posizione di Bruxelles nei confronti di Mosca, compresi gli aiuti militari a Kiev e le sanzioni contro la Russia. È stato l’unico leader dell’UE a partecipare alle commemorazioni del Giorno della Vittoria di quest’anno a Mosca, dove ha messo in guardia contro una «nuova Cortina di Ferro» e ha chiesto un rinnovato dialogo.

 

La posizione di Fico sui sorvoli dei droni ucraini contrasta nettamente con quella di alcuni partner della NATO. Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha dichiarato giovedì che i paesi della NATO dovrebbero in realtà aiutare Kiev a «indirizzare» gli attacchi dei droni «nella giusta direzione». L’ex ministro della Difesa lettone Andris Spruds ha difeso le operazioni, affermando che l’Ucraina «ha tutto il diritto di difendersi», dopo un’analoga dichiarazione del ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna.

 

All’inizio di questa settimana, il Servizio di Intelligence estera russo ha accusato la Lettonia di aver permesso all’Ucraina di utilizzare il suo territorio per attacchi con droni sul suolo russo. Riga ha negato l’accusa, sebbene Aleksey Roslikov, ex consigliere comunale di Riga, abbia dichiarato all’agenzia RIA Novosti che era «un fatto assoluto» che gli Stati baltici stessero tacitamente permettendo tale attività e stessero persino cercando di «abituare» i residenti a vivere sotto la costante minaccia dei droni, in modo che «una cantina diventi la norma per loro».

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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