Nel ruolo di Deus ex machina, il presidente Macron ha dato i voti ai dirigenti libanesi. Sicuro della propria superiorità, ha dichiarato di vergognarsi del comportamento della classe politica libanese. Ma non è altro che una brutta pièce teatrale. Sottobanco s’impegna a distruggere la Resistenza e a trasformare il Libano in un paradiso fiscale.
Geopolitica
Il brutto spettacolo del presidente Macron in Libano
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire con traduzione di Rachele Marmetti. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Reagendo all’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020, il popolo libanese e la stampa internazionale vi hanno visto un incidente imputabile alla corruzione delle autorità portuali. Noi invece, dopo l’analisi dei primi indizi, abbiamo messo immediatamente in dubbio la tesi dell’incidente e privilegiato quella dell’attentato. Il presidente Emmanuel Macron si è recato in tutta fretta in Libano per salvare il Paese. Due giorni dopo, sulla rete televisiva siriana Sama abbiamo ipotizzato che si tratti della continuazione dell’operazione di attuazione della risoluzione 1559.
Nel ruolo di Deus ex machina, il presidente Macron ha dato i voti ai dirigenti libanesi
L’ipotesi della risoluzione 1559
Di cosa si tratta? È una risoluzione franco-statunitense del 2004, redatta su istruzione del presidente USA, George W. Bush, partendo da un testo dell’allora primo ministro libanese, Rafic Hariri, scritto con l’aiuto del presidente francese, Jacques Chirac. Scopo: ottenere il riconoscimento, da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, degli obiettivi enunciati dal segretario di Stato USA, Colin Powell: − scacciare dal Libano la forza di pace siriana, frutto degli accordi di Taif (1); − mettere fine alla Resistenza libanese all’imperialismo; − impedire la rielezione del presidente libanese Émile Lahoud.
Ebbene, il 4 febbraio 2005 Rafic Hariri, che non era più primo ministro e si era riconciliato con lo Hezbollah, fu ucciso in un mega-attentato di cui il presidente Lahoud e il presidente siriano Bashar al-Assad furono accusati d’essere i mandanti. La forza di pace siriana si ritirò e il presidente Lahoud rinunciò alla ricandidatura.
Sicuro della propria superiorità, ha dichiarato di vergognarsi del comportamento della classe politica libanese
Retrospettivamente è emerso: − che l’attentato non è stato realizzato con esplosivi classici, trasportati da un camioncino bianco, come invece si finge di continuare a credere, ma per mezzo di un’arma combinazione di nanotecnologie e combustibile nucleare arricchito, che all’epoca possedevano pochissime potenze (2); − che l’inchiesta internazionale dell’ONU fu in realtà un’operazione segreta CIA-Mossad finalizzata a colpire i presidenti Lahoud e Assad, nonché lo Hezbollah. Fu smascherata quando un enorme scandalo fece emergere i falsi testimoni reclutati e pagati dagli inquirenti dell’ONU [3]; − che tutte le accuse contro i sospetti sono state abbandonate e che un organo dell’ONU, abusivamente denominato «Tribunale speciale per il Libano» perché non ne aveva i requisiti giuridici, si è rifiutato di prendere in esame alcune prove e ha condannato in contumacia due membri dello Hezbollah.
Sottobanco s’impegna a distruggere la Resistenza e a trasformare il Libano in un paradiso fiscale
Alla fine, nessuno osò più menzionare la fine della Resistenza libanese sancita dalla risoluzione 1559.
Questa Resistenza si formò nel 1982, durante l’invasione israeliana (Operazione Pace in Galilea) attorno a gruppi sciiti. Dopo aver sconfitto gli israeliani, questa rete è entrata gradualmente in politica, con il nome di Hezbollah. Quando fu istituito, era affascinato dalla rivoluzione antimperialista iraniana e s’appoggiava all’esercito siriano, come nel 2011 ha rivelato il suo segretario generale, sayyed Hassan Nasrallah.
Di fronte al fenomeno ibrido dello Hezbollah, gli occidentali hanno reagito in ordine sparso: gli Stati Uniti l’hanno classificato «terrorista», mentre gli europei nel 2013 hanno sottilmente distinto il versante civile, con cui discutono, dal versante militare, che pure condannano in quanto «terrorista»
Tuttavia, dopo il ritiro della forza di pace siriana del Libano, Hezbollah si volse quasi esclusivamente verso l’Iran. Ritornò a guardare verso la Siria quando si rese conto che una disfatta di Damasco a opera dei Fratelli Mussulmani avrebbe provocato non solo la distruzione della Libia, ma anche del Libano.
Negli anni successivi Hezbollah ha messo insieme un gigantesco arsenale e acquisito grande esperienza nell’arte del combattere, sicché oggi è il primo esercito non-statale al mondo. I successi e i mezzi di cui dispone hanno attratto molte persone che non necessariamente condividono i suoi ideali. La parziale trasformazione in partito politico gli ha fatto acquisire i medesimi difetti degli altri partiti politici libanesi, corruzione inclusa.
Oggi lo Hezbollah non è uno Stato dentro lo Stato libanese, ma in molte situazioni è lo Stato al posto del caos.
Di fronte al fenomeno ibrido dello Hezbollah, gli occidentali hanno reagito in ordine sparso: gli Stati Uniti l’hanno classificato «terrorista», mentre gli europei nel 2013 hanno sottilmente distinto il versante civile, con cui discutono, dal versante militare, che pure condannano in quanto «terrorista».
Per giustificare alle rispettive opinioni pubbliche le loro decisioni, gli Occidentali hanno messo in atto molte operazioni segrete con l’intento di attribuire allo Hezbollah sia attentati avvenuti quando ancora non esisteva (contro i contingenti militari USA e francesi in occasione della riunione generale dei servizi segreti alleati), sia attentati all’estero (in particolare in Argentina e Bulgaria)
Per giustificare alle rispettive opinioni pubbliche le loro decisioni, gli Occidentali hanno messo in atto molte operazioni segrete con l’intento di attribuire allo Hezbollah sia attentati avvenuti quando ancora non esisteva (contro i contingenti militari USA e francesi in occasione della riunione generale dei servizi segreti alleati), sia attentati all’estero (in particolare in Argentina e Bulgaria).
Portare a termine l’applicazione della risoluzione 1559 (4) oggi significa disarmare lo Hezbollah e trasformarlo in un semplice partito politico, corrotto sia dagli Occidentali che dagli altri.
L’intervento francese
Il presidente Macron è stato il primo capo di Stato a recarsi in Libano dopo l’esplosione al porto di Beirut, ben due volte. S’è impegnato a non lasciare da solo il Libano e ad aiutarlo a riformarsi. Ha presentato una «tabella di marcia», accettata da tutti partiti politici. Vi si prevedeva la formazione di un governo di scopo incaricato di portare a termine riforme economiche e finanziarie.
Tuttavia, Mustapha Adib, il primo ministro incaricato, preso atto dell’impossibilità di riuscirvi, si è dimesso. Il presidente Macron ha quindi convocato per il 27 settembre una conferenza stampa. Ha schernito l’intera classe politica e ha esplicitamente accusato lo Hezbollah e il movimento Amal, nonché implicitamente il loro alleato, il presidente Michel Aoun, di aver fatto fallire il tentativo di salvataggio del Libano.
Le argomentazioni del presidente Macron hanno convinto soltanto chi non conosce la storia del Libano. I nostri lettori invece sanno (5) che questo Paese non è mai stato una nazione e, di conseguenza, non ha mai potuto essere una democrazia.
Dai tempi della colonizzazione ottomana è diviso in diverse comunità confessionali, che coesistono senza mescolarsi tra loro
Dai tempi della colonizzazione ottomana è diviso in diverse comunità confessionali, che coesistono senza mescolarsi tra loro. È una divisione istituzionalizzata dalla Costituzione (1926), ispirata dalla Francia, potenza mandataria. In seguito, questo funzionamento è stato scolpito nel marmo a tutti i livelli dell’organizzazione statale da Stati Uniti e Arabia Saudita, con gli accordi di Taif (1989), che misero fine alla guerra civile. Da questo punto di vista, è perlomeno curioso rimproverare ai politici di aver corrotto lo Stato, quando la corruzione è conseguenza diretta e inesorabile delle istituzioni che sono state imposte dall’esterno.
Soprattutto è inammissibile sentire un presidente straniero dare lezioni e dichiarare di provare vergogna per i dirigenti libanesi. Tanto più che si tratta di uno straniero che rappresenta una nazione che ha una pesante responsabilità per la situazione attuale.
È perlomeno curioso rimproverare ai politici di aver corrotto lo Stato, quando la corruzione è conseguenza diretta e inesorabile delle istituzioni che sono state imposte dall’esterno. è inammissibile sentire un presidente straniero dare lezioni e dichiarare di provare vergogna per i dirigenti libanesi. Tanto più che si tratta di uno straniero che rappresenta una nazione che ha una pesante responsabilità per la situazione attuale
Sembra che, nei fatti, i padrini del Libano abbiano intenzione di rovesciare la classe politica corrotta che hanno messo al potere e sostituirla con un governo di tecnocrati formato nelle loro scuole migliori. Questo governo avrà l’incarico di riformare le Finanze, restaurare il paradiso fiscale dell’età dell’oro libanese, ma soprattutto di non rompere il sistema confessionale in modo che il Paese continui a dipendere dai propri padrini. In questo modo il Libano è destinato a rimanere colonizzato senza ammetterlo e a decapitare alcuni dei suoi dirigenti ogni trenta o quarant’anni.
Nella mente degli sponsor del presidente Macron, i torbidi che agitano l’Arabia Saudita hanno fatto fallire il progetto d’una zona franca per miliardari, Neom. Conviene perciò utilizzare di nuovo il Libano per sfuggire agli obblighi fiscali.
Ricordiamo del resto che quando la Francia si è dotata d’istituzioni laiche, le ha però negate alle colonie, ritenendo che la religione fosse il solo modo di pacificare i popoli sottomessi. Il Libano è il solo Paese al mondo dove un mollah sciita, poi un mufti sunnita e infine un patriarca cristiano possono imporre i propri punti di vista ai partiti politici.
Infatti, secondo Macron, lo Hezbollah è al tempo stesso «milizia», «organizzazione terroristica», nonché partito politico. Invece, e l’abbiamo visto, è in realtà al tempo stesso il primo esercito non -governativo che lotta contro l’imperialismo e un partito politico che rappresenta la comunità sciita. Non si è mai reso responsabile di azioni terroristiche all’estero. Invece secondo Macron lo Hezbollah ha instaurato «un clima di terrore», che blocca le altre formazioni politiche. Ora, lo Hezbollah non ha mai utilizzato il proprio gigantesco arsenale contro i propri rivali libanesi. La breve guerra del 2008 non l’ha opposto a sunniti e drusi, bensì a chi ospitava centri di spionaggio di potenze straniere (in particolare nei locali d’archivio di Futur TV).
Nella mente degli sponsor del presidente Macron, i torbidi che agitano l’Arabia Saudita hanno fatto fallire il progetto d’una zona franca per miliardari, Neom. Conviene perciò utilizzare di nuovo il Libano per sfuggire agli obblighi fiscali.
Nella conferenza stampa Macron ha anche fatto riferimento alla pretesa dello Hezbollah e di Amal di scegliere il ministro delle Finanze. Questa richiesta apparentemente bislacca è invece vitale per la Resistenza. Non per saccheggiare lo Stato, come alcuni lasciano intendere, ma per aggirare le sanzioni statunitensi contro la Resistenza. Quando ha colto la portata della posta in gioco, Saad Hariri, che prima si era opposto alla richiesta, l’ha appoggiata. Quindi, diversamente da quanto affermato dal presidente Macron, il fallimento della formazione del governo non è imputabile allo Hezbollah o ad altre formazioni libanesi, ma alla volontà francese di spezzare la Resistenza.
Il mandatario saudita Rafic Hariri finanziò copiosamente la campagna elettorale del presidente Jacques Chirac, provocando un memorabile incidente al Consiglio Costituzionale francese.
Allo stesso modo, il figlio di Rafic Hariri, Saad, finanziò la campagna elettorale del presidente Macron, benché su scala minore. Così, quando Macron ha annunciato che, se il Libano avesse applicato la sua «tabella di marcia», la comunità internazionale lo avrebbe finanziariamente salvato, Saad Hariri ha preteso un rientro del proprio investimento, ossia il 20% delle somme future. Dopo aver consultato il suo principale donatore, l’israeliano-statunitense Henri Kravic (6), Macron ha rifiutato e minacciato di sanzioni i tre presidenti del Libano (della Repubblica, del Parlamento e del Governo).
La Francia fa i propri calcoli a partire dalla conoscenza storica della regione, ma non ha compreso alcuni dei cambiamenti intervenuti, come attestano i fallimenti in Libia, Siria e nei negoziati Iran-USA. Si preoccupa dell’influenza della Turchia in Libano, ma sovrastima quella dell’Arabia Saudita e dell’Iran, minimizza quella della Siria e ignora quella della Russia.
La Francia fa i propri calcoli a partire dalla conoscenza storica della regione, ma non ha compreso alcuni dei cambiamenti intervenuti, come attestano i fallimenti in Libia, Siria e nei negoziati Iran-USA. Si preoccupa dell’influenza della Turchia in Libano, ma sovrastima quella dell’Arabia Saudita e dell’Iran, minimizza quella della Siria e ignora quella della Russia.
Per chi osserva con attenzione quel che accade, la Francia non è onesta nella sollecitudine verso il Libano. Così i viaggi in Libano del presidente Macron sono stati preceduti dalla diffusione di una petizione che si appellava al ristabilimento del mandato della Francia sul Libano, con l’intento di colonizzarlo di nuovo. È stato subito accertato che la petizione spontanea era in realtà un’iniziativa dei servizi segreti francesi
Ancora, il secondo viaggio del presidente ha coinciso con il centenario della proclamazione del Grande Libano da parte del generale Henri Gouraud, leader del Partito coloniale francese. Non è difficile capire come la Francia speri di ottenere una remunerazione della propria azione contro la Resistenza.
Per chi osserva con attenzione quel che accade, la Francia non è onesta nella sollecitudine verso il Libano
(1) « Accord de Taëf », Réseau Voltaire, 23 octobre 1989.
(2) “Rivelazioni sull’assassinio di Rafiq Hariri”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Оdnako (Russia) , Rete Voltaire, 29 novembre 2010.
(3) « La commission Mehlis discréditée », par Talaat Ramih, Réseau Voltaire, 9 décembre 2005.
(4) « Résolution 1559 du Conseil de sécurité de l’ONU (Texte et débats) », Réseau Voltaire, 2 septembre 2004.
(5) “I libanesi prigionieri della loro Costituzione”, “Il Libano di fronte alle proprie responsabilità”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 22 ottobre 2019 & 21 luglio 2020.
(6) “Verso chi è debitore Emmanuel Macron?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 11 dicembre 2018.
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Il brutto spettacolo del presidente Macron in Libano», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 settembre 2020
Geopolitica
La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina: parla il professor Mearsheimer
La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina, e nessuna quantità di armamenti occidentali – compresi i sistemi di difesa aerea Patriot richiesti da Kiev – potrà cambiare questa realtà, ha affermato lo studioso di relazioni internazionali John Mearsheimer.
L’Ucraina è «altamente vulnerabile» agli attacchi russi, che potrebbero paralizzare la sua economia e trasformarla in uno stato «disfunzionale», ha dichiarato giovedì il professore dell’Università di Chicago al podcast «Deep Dive» di Daniel Davis.
Nel corso del conflitto, giunto ormai al quinto anno, Kiev ha fatto molto affidamento sugli aiuti militari occidentali. Vladimir Zelensky ha ripetutamente sollecitato gli alleati a fornire più armamenti, in particolare i sistemi Patriot, attribuendo i ritardi nelle consegne alle battute d’arresto subite dall’Ucraina sul campo di battaglia.
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Secondo Mearsheimer, la convinzione che un maggior numero di Patriot o di altre armi occidentali possa invertire il corso del conflitto è un’illusione.
«I russi sono praticamente liberi di attaccare qualsiasi obiettivo in Ucraina e non devono preoccuparsi minimamente che un missile Patriot o qualsiasi altro tipo di missile possa abbattere i missili o i droni in arrivo», ha affermato.
Considerato il «notevole vantaggio in termini di potenza aerea» della Russia e la carenza di manodopera che affligge l’Ucraina, «i russi vinceranno questa guerra» e «l’Ucraina emergerà come uno stato residuo disfunzionale», ha sostenuto.
Mearsheimer ha indicato i recenti attacchi russi contro il porto ucraino di Odessa come prova della strategia di Mosca. «A mio parere, i russi hanno di fatto tagliato fuori Odessa come porto di uscita per l’Ucraina», ha affermato.
All’inizio di questa settimana, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito depositi di carburante e infrastrutture portuali a Odessa, Nikolaev, Izmail e Chernomorsk, utilizzate per ricevere e immagazzinare materiale militare, affermando che quasi 30 navi al servizio dell’esercito ucraino sono state colpite.
Giovedì, l’emittente ucraina Strana ha riferito che il traffico marittimo si era di fatto bloccato, con nessuna nave entrata nei porti ucraini del Mar Nero il giorno precedente. Secondo Strana, gli attacchi russi sarebbero stati una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro i porti russi sul Mar Nero.
Gli attacchi hanno reso le spedizioni verso l’Ucraina sempre più rischiose, ha aggiunto Strana, sottolineando che il colosso delle spedizioni Maersk ha recentemente sospeso le operazioni nel porto di Chernomorsk.
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Mearsheimer sostenne inoltre che il conflitto tra Stati Uniti e Iran avrebbe ulteriormente ridotto il sostegno militare e finanziario europeo a Kiev.
«Credo che gli eventi in Iran e l’andamento della guerra tra Ucraina e Russia stiano creando una situazione in cui il futuro dell’Ucraina appare estremamente fosco», ha affermato il politologo chicagoano.
Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva sostenuto in un’intervista che i governi occidentali continuano a perseguire politiche mirate a indebolire la Russia fino a privarla definitivamente del suo status di grande potenza.
Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva preconizzato ancora nel 2015 lo sfascio dell’Ucraina, accusando, già all’ora, l’Occidente di portare Kiev verso la sua distruzione invece che verso un’era florida che sarebbe seguita alla neutralità dichiarata dagli ucraini.
Il politologo appartiene alla schiera delle grandi figure politiche americane che hanno rifiutato la NATO, talvolta prima ancora che nascesse. Uno è George Frost Kennan (1904-2005), ex ambasciatore USA in URSS, lucido, geniale mente capofila della scuola «realista» delle Relazioni Estere (quella oggi portata avanti accademicamente proprio da Mearsheimer) e funzionario di governo considerato «il padre della guerra fredda».
Mearsheimer è noto altresì per il controverso libro La Israel lobby e la politica estera americana, tradotto in Italia da Mondadori. Il libro contiene una disamina dell’influenza di Tel Aviv sulla politica americana, e identifica vari gruppi di pressione tra cui i Cristiani sionisti e soprattutto i neocon.
Il cattedratico statunitense ha anche recentemente toccato la questione israeliana dichiarando che le intenzioni dello Stato Ebraico sarebbero quelle di allargare il più possibile il conflitto nell’area di modo da poter svuotare i territori dai palestinesi: «più grande è la guerra, maggiore è la possibilità di pulizia etnica».
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Geopolitica
Sauditi e alleati bombardano il porto Houthi
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Geopolitica
Trump minaccia di sequestrare i beni iraniani
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di sequestrare i beni iraniani congelati per coprire «ogni tipo di danno» a navi e merci danneggiate a causa del conflitto in Medio Oriente. L’Iran ha reagito con forza, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avvertito che tale mossa crea un «precedente incendiario» che potrebbe avere ripercussioni a livello globale.
Giovedì Trump ha usato il social network Truth Social per avvertire che «da questo momento in poi, qualsiasi danno arrecato a navi, merci o qualsiasi altra cosa ad essi correlata, sarà risarcito con denaro iraniano in possesso e sotto il controllo degli Stati Uniti».
Il presidente americano ha aggiunto che «questi danni potrebbero essere molto ingenti», definendola «la cosa giusta ed equa da fare».
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Le dichiarazioni sono giunte poche ore dopo che i ribelli Houthi dello Yemen, un gruppo con forti legami con l’Iran, hanno rivendicato l’attacco a due petroliere saudite nel Mar Rosso. Gli Stati Uniti hanno anche accusato l’Iran di aver preso di mira navi nello Stretto di Hormuz, mentre Teheran ha insistito sul fatto che tutte le navi di passaggio debbano rispettare le normative imposte.
In un precedente post, Trump aveva avvertito Teheran che avrebbe subito «gravi punizioni militari» per gli attacchi degli Houthi, definendo il gruppo yemenita un «surrogato e/o un agente dell’Iran». Aveva affermato che l’America aveva agito «con grande fermezza» contro gli Houthi un anno prima e aveva espresso delusione per il fatto che il gruppo stesse «ricominciando le ostilità» dopo aver agito «professionalmente» durante il conflitto con l’Iran.
L’Araghchi ha respinto l’ultimatum di Trump, definendolo una pericolosa deviazione dalle norme internazionali. «Confiscare i beni di un’altra nazione per pagare future rivendicazioni non correlate è un precedente incendiario», ha scritto su X, aggiungendo che «una volta che i governi normalizzano la confisca, i beni di nessuno sono al sicuro» e che «il caos che ne consegue non sarà né piacevole né pacifico».
Trump non ha specificato quali fondi congelati sarebbero stati sbloccati né in base a quale autorità legale. Gli Stati Uniti detengono circa 2 miliardi di dollari in beni iraniani congelati, con altri miliardi sospesi in paesi come Iraq, Qatar, Giappone e Lussemburgo. Il destino di alcuni di questi fondi, congelati principalmente dagli Stati Uniti, è stato discusso durante i colloqui tra Washington e Teheran, interrotti all’inizio di questo mese.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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