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I servizi russi: i Paesi NATO complottano per introdurre illegalmente armi nucleari in Ucraina
La Francia e la Gran Bretagna starebbero complottando per dotare segretamente l’Ucraina di un’arma nucleare, ha dichiarato martedì il Servizio di Intelligence estero russo (SVR). Lo riporta la stampa russa.
Secondo l’agenzia, funzionari britannici e francesi starebbero prendendo in considerazione il «trasferimento segreto di componenti, attrezzature e tecnologie di fabbricazione europea all’Ucraina» e starebbero preparando le basi per una campagna informativa volta a far apparire qualsiasi capacità nucleare risultante come sviluppata a livello nazionale.
L’SVR ha affermato che un’altra opzione in fase di valutazione consiste nel fornire all’Ucraina una testata francese TN-75, impiegata nei missili balistici lanciati da sottomarini del Paese, aggiungendo che l’Ucraina potrebbe anche essere incoraggiata a realizzare una «bomba sporca», un ordigno esplosivo convenzionale caricato con materiali radioattivi e concepito per provocare una contaminazione prolungata di un territorio.
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«Kiev potrebbe aspirare a condizioni più vantaggiose per la cessazione delle ostilità se fosse in possesso di una bomba nucleare o almeno di una cosiddetta bomba “sporca”», ha affermato l’SVR in una nota. Ha precisato inoltre che la Germania, membro della NATO, «si è prudentemente rifiutata di prendere parte a questa pericolosa impresa».
Come riportato da Renovatio 21, Mosca ha più volte durante il conflitto paventato l’utilizzo di questo tipo di ordigni da parte degli ucraini, magari pure per realizzare un attentato false flag.
I funzionari di Londra e Parigi sembrerebbero aver perso il «contatto con la realtà», ha dichiarato l’agenzia, avvertendo che la responsabilità di un’operazione così sconsiderata ricadrebbe interamente su di loro.
La Duma di Stato (il Parlamento russo) intende approvare una risoluzione formale che inviti i legislatori di Gran Bretagna e Francia a indagare sulle accuse formulate dall’SVR, ha dichiarato il presidente Vjacheslav Volodin. Il portavoce del Cremlino Dmitrj Peskov ha definito l’avvertimento «potenzialmente molto pericoloso», poiché il presunto complotto costituirebbe una minaccia al regime di non proliferazione nucleare.
L’Ucraina ha a lungo sostenuto di aver rinunciato al proprio arsenale nucleare in cambio di garanzie di sicurezza che in seguito si sono rivelate inutili. Sebbene una parte significativa delle forze nucleari sovietiche fosse dislocata in Ucraina, Kiev non ha mai esercitato il controllo sui missili.
Il Memorandum di Budapest del 1994 forniva garanzie – ma non giuridicamente vincolanti – a Ucraina, Bielorussia e Kazakistan che la loro integrità territoriale sarebbe stata rispettata dopo il trasferimento di armi nucleari sovietiche alla Russia. Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha suggerito che Kiev potrebbe riconsiderare il suo status di non-nucleare alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2022, poco prima dell’escalation del conflitto con la Russia.
Mosca sostiene che dopo il colpo di stato del 2014 a Kiev, sostenuto dall’Occidente, le nuove autorità ucraine hanno violato l’impegno di neutralità che è alla base della sua indipendenza post-sovietica, facendo dell’adesione alla NATO un obiettivo chiave della politica estera.
Due anni fa la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca Maria Zakharova aveva definito lo Zelens’kyj come un «maniaco» che chiede armi nucleari alla NATO.
Come riportato da Renovatio 21, il quotidiano londinese Times aveva parlato di «opzione nucleare ucraina». Settimane prima il tabloid tedesco Bild aveva riportato le parole di un anonimo funzionario ucraino che sosteneva che Kiev ha la capacità di costruire un’arma nucleare «in poche settimane».
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La leadership di Kiev ha sostenuto a lungo che gli Stati Uniti e i suoi alleati avevano l’obbligo di proteggere l’Ucraina a causa del Memorandum di Budapest del 1994, in cui Stati Uniti, Regno Unito e Russia avevano dato garanzie di sicurezza in cambio della rimozione delle testate nucleari sovietiche dal territorio ucraino.
Come ricordato da Renovatio 21, c’è da dire che la fornitura di atomiche a Kiev è stata messa sul piatto varie volte da personaggi come l’europarlamentare ucraino Radoslav Sikorski, membro del gruppo Bilderberg sposato alla neocon americana Anne Applebaum.
Si tende a dimenticare che lo stesso Zelens’kyj parlò di riarmo atomico di Kiev alla Conferenza di Sicurezza di Monaco, pochi giorni prima dell’intervento russo. In seguito, Zelens’kyj e i suoi hanno più volte parlato di attacchi preventivi ai siti di lancio russi e di «controllo globale» delle scorte atomiche di Mosca.
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Storia del SOE, l’armata segreta di Churchill
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L’Italia come «terra bruciata»: dalla guerra di Angleton e Borghese a Gladio
L’operazione Sunrise avrebbe dovuto consistere nel concludere una pace separata tra Stati Uniti e Germania in modo da poter traslocare le truppe naziste operative in Italia verso il fronte orientale.
Allen Dulles, secondo in capo all’OSS, (1893-1969) si spese personalmente per portare a termine il progetto utilizzando i suoi contatti, in particolar modo, con il generale delle SS Karl Wolff (1900-1984). Nel momento in cui Iosif Stalin (1878-1953) si rese conto della manovra sotterranea portata avanti dai suoi alleati bloccò tutto accusando Roosevelt di tradimento.
L’operazione non diede seguito immediato anche per via della richiesta inamovibile di resa incondizionata, contribuì però ad accendere le luci sull’uscita d’emergenza posta sopra la porta tagliafuoco del conflitto mondiale. Prima che fosse istituito il sistema di fuga dell’Europa dei nazisti (le famose ratlines) però, tra i britannici e gli statunitensi, incalzava una visione in cui i tedeschi si sarebbero ritirati in una difesa ad oltranza tra le valli alpine austriache, un’occasione per spingere in una possibile estenuante palude militare i sovietici, allora alleati ma futuri avversari nella Guerra Fredda. Tutto questo sarebbe scaturito dopo aver distrutto le industrie, le infrastrutture e i porti del Nord Italia, strategia chiamata scorched earth o «terra bruciata».
I vertici militari alleati non volendo permettere che questa previsione si potesse realizzare, posero le basi per una contro azione che venne denominata piano Ivy. Fare dell’Italia «terra bruciata» avrebbe significato aprire a una deflagrante diffusione del comunismo in una nazione già ad elevatissimo rischio dal punto di vista alleato. Per portare a termine il piano si convenne di riorganizzare la rete di controspionaggio italiana dando l’incarico di gestire il ramo italiano dell’X-2 (il controspionaggio dell’OSS) dell’ufficio di via Sicilia a Roma al giovanissimo ma promettente James Jesus Angleton (1917-1987).
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Il padre di Angleton, Hugh, prima della guerra era stato presidente della Camera di Commercio Americana in Italia e proprietario della filiale di Milano della National Cash Register Company. James Hugh Angleton (1889-1973), visse con il figlio in Italia per alcuni anni prima della guerra ed ebbe modo di sviluppare vaste conoscenze ai più alti livelli della società italiana. Angleton senior, lui stesso membro dell’OSS durante la guerra, dichiaratamente favorevole ai governi autoritari di Hitler e Mussolini, trasmise la sua visione politica al figlio e sicuramente molti dei suoi contatti. Il giovane James Jesus, quando si trasferì nell’ufficio del controspionaggio americano a Roma, conosceva già bene l’Italia e concorse senza dubbio a plasmarne la futura architettura.
Una delle sue operazioni più importanti fu quella denominata Salty, nome in codice per il capitano di fregata Carlo Resio che divenne il suo contatto privilegiato con la sezione dei servizi segreti della Regia Marina italiana. Infatti, immediatamente dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i servizi italiani si riorganizzarono con i superstiti nel servizio informazioni clandestino (SIC) diretto dall’ammiraglio Francesco Maugeri (1898-1978), con Resio che fungeva da Capo di Stato Maggiore.
L’agente americano aveva tra i suoi contatti anche Valerio Junio Borghese (1906-1974), comandante in capo della Decima Flottiglia MAS e membro di una famiglia della cosiddetta nobiltà nera, quella rimasta fedele alla chiesa in seguito al Risorgimento. In seguito all’armistizio, Borghese e i suoi uomini mantennero una posizione il più possibile autonoma nell’intricato panorama che si veniva delineando e riuscirono a guadagnarsi uno spazio di manovra con l’accordo firmato nel settembre ‘43 con la Kriegsmarine.
L’attuazione del piano Ivy divenne l’apice della collaborazione tra la X-2 di Angleton e il SIS di Resio. Grazie alle risorse del SIS riuscirono a penetrare l’organizzazione di Borghese nel nord Italia tracciandone la rete messa in piedi. Parallelamente vennero estesi i contatti con più organizzazioni partigiane possibili e con la Pubblica Sicurezza a Roma.
Il capitano Antonio Marceglia, agente per la SIS, ricorda nella relazione stilata in seguito alla sua missione nell’Italia occupata nelle ultime settimane di guerra come la priorità fosse quella di convincere Borghese a salvaguardare la Venezia-Giulia dall’avanzata degli slavi di Tito. Il lungo e pericoloso viaggio del tenente per raggiungere Borghese però si risolse in un nulla di fatto. La volontà di non aizzare i tedeschi con azioni fuori dal normale perimetro e la ricerca di un modo per sopravvivere ai partigiani con l’avvicinarsi della fine della guerra portarono il principe a percorrere giocoforza la strada verso Angleton.
Lo stesso Angleton racconta in una rara intervista concessa a Epoca nel 1976. Dopo gli avanzamenti nella negoziazione separata della resa tra Dulles e i rappresentanti delle forze armate tedesche in Italia Wolff e Eugen Dollmann (1900-1985), grazie anche alla cooperazione del barone Parrilli, arrivò il momento per Angleton di svolgere il suo compito. L’americano e Resio si recarono segretamente a Milano in una villa fatta preparare per l’occasione. Non appena Borghese arrivò venne nascosto in soffitta. Sempre secondo l’intervista, al piano di sotto contemporaneamente si teneva una cena con un collega inglese appena tornato dalle discussioni sull’armistizio con il generale delle forze armate tedesche in Italia Heinrich von Vietinghoff (1887-1952).
Dopo aver appreso che il piano degli alleati fosse quello di lasciare Borghese nelle mani dei partigiani e quindi inviarlo a morte certa per fucilazione, Angleton decise di portarlo con se. Il giorno successivo vestito con un uniforme americana, attraversarono l’Italia con la loro jeep e lo consegnarono al capo di stato maggiore della Marina Raffaele De Courten (1888-1978) perché sostenesse il processo. Dopodichè Angleton dichiara nell’intervista di non averlo mai più incontrato.
Altre fonti invece raccontano di come gli accordi per l’estensione del loro impegno non più a difesa delle infrastrutture italiane ma contro i Sovietici continuarono anche oltre la fine del conflitto. Molti della Decima vennero inquadrati nelle fila dell’organizzazione Stay Behind e concorsero a formare una parte fondamentale dell’operazione Gladio, non solo in Italia. Questo esercito nascosto manipolò le sorti politiche italiane per decenni grazie alla sua forza economica e copertura politica.
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Come ci racconta Paul L. Williams in Operation Gladio, Allen Dulles, nonostante alcuni dettagli come l’obiettivo dei mille anni del Reich e l’idea di übermenschen e untermenschen, rimaneva un sostenitore del nazismo, almeno in termini oppositivi al nolscevismo. In fin dei conti, dalla sua visuale, i nazisti erano cristiani, avevano un senso hegeliano della storia, condividevano uno stesso retaggio storico e soprattutto basavano l’economia sulla proprietà privata. Dall’altra parte vedeva i sovietici vedeva come dei senza Dio, con la missione di sovvertire il mondo e di far collassare il capitalismo, con l’obiettivo finale di raggiungere uno Stato senza Stato, basato sulla proprietà comune.
Con la conferenza di Yalta i peggiori incubi di Dulles cominciarono a prendere forma delineando una futura guerra con l’Unione Sovietica. Appena terminata la conferenza, Dulles portò Reinhard Gehlen (1902-1979), ex capo dell’Intelligence nazista e futuro responsabile di quella tedesca dell’Ovest, BND, a Fort Hunt per cominciare a pianificare l’immediato dopo guerra.
Proprio come per Borghese e i soldati della Decima MAS, Gehlen e i suoi uomini, soprannominati i werewolf (i «lupi mannaro»), sarebbero stati convertiti in gladiatori, i primi componenti della strategia Stay behind, gestita dalla NATO, di controllo e difesa dei confini europei.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata
Cina
Gli Stati Uniti aumentano le rivendicazioni nucleari contro la Cina
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