Bioetica
Gruppi ebraici USA definiscono le restrizioni all’aborto una violazione della loro libertà religiosa
Alcuni gruppi ebraici hanno denunciato il recente rovesciamento della sentenza della Corte Suprema del 1973 Roe vs. Wade – la legge che assicurava copertura costituzionale all’aborto, assurto quindi a «diritto» federale fruibile in ogni Stato dell’Unione – come una violazione dei loro diritti di libertà religiosa.
Alcuni di questi gruppi, riporta Lifesitenews, avrebbero espresso la convinzione che il bambino non nato sia parte del corpo della madre ed è quindi considerabile come una persona umana solo una volta che fatto il suo primo respiro.
Venerdì il Women’s Rabbinic Network (WRN) ha rilasciato una dichiarazione affermando che «i testi più sacri e autorevoli dell’ebraismo non vedono un feto come un’anima finché non è nato. Piuttosto, un feto è considerato parte del corpo del genitore fino al parto».
«La Torah, la Mishnah e il Talmud, i testi più sacri e autorevoli dell’ebraismo, non vedono il feto come un’anima finché non è nato. Piuttosto, un feto è considerato parte del corpo del genitore fino al parto».
«Infatti, la parola anima – neshama – significa anche respiro, perché l’ebraismo insegna che la vita non inizia al concepimento o al battito del cuore, ma con il primo respiro. Pertanto, costringere qualcuno a portare una gravidanza che non desidera o che mette in pericolo la sua vita è una violazione della legge ebraica perché dà la priorità al feto rispetto all’adulto vivo che è incinta» scrive la Rete rabbinica delle donne WRN.
«Questo deve essere inteso come una violazione della Costituzione degli Stati Uniti che garantisce la nostra libertà di praticare la nostra religione e anche la nostra libertà dai dettami di altre religioni».
«Le persone che hanno il potere fisico di creare, nutrire e dare la vita hanno anche il potere di decidere quando e se è il momento giusto per farlo».
In risposta a queste affermazioni, il rabbino ortodosso prolife Yehuda Levin ha accusato questo movimento, affermando: «È davvero blasfemo, è doppiezza, ed è disonestà (…) E la mia unica domanda è: queste persone che dicono queste cose, che ci credano nel loro cuore o meno, stanno solo dissimulando?»
Fornendo una prospettiva più ampia, il conduttore radiofonico conservatore Dennis Prager ha cercato di rispondere brevemente alla domanda «Perché gli ebrei sono di sinistra?» durante una trasmissione del 2013 su C-SPAN.
«Quando gli ebrei lasciarono l’ebraismo rimasero religiosi, ma la religione che affermavano tendeva a essere una qualsiasi forma di sinistra piuttosto che l’ebraismo (…) Rifiutavano la religiosità tradizionale, e così accettavano una nuova religiosità laica (…) Gli ebrei prendevano una nuova religione in sostituzione di ebraismo, e questo era, lo chiami, femminismo, ambientalismo, marxismo, socialismo e, per alcuni, anche comunismo».
Affrontando un’apparente tendenza di questi numerosi gruppi ebraici a incorporare ideologie secolari nelle loro formulazioni religiose, il rabbino Levin ha dichiarato LifeSiteNews che «queste persone, queste libertà, tentano di scimmiottare ogni valore liberale, o la sua mancanza, e cercano di applicarlo ai valori ebrei, il che è totalmente segno di doppiezza. È totalmente falso».
Secondo l’ente statistico Pew Research Center, gli adulti che si identificano come ebrei costituiscono il 2,4% della popolazione adulta negli Stati Uniti e l’83% di questi ritiene che l’uccisione di bambini prenati dovrebbe essere legale in tutti o nella maggior parte dei casi – una percentuale inferiore solo rispetto a Unitari, atei e agnostici.
Reproductive freedom is a Jewish value. We’re proud to join @NCJW at The #JewishRallyForRepro today! Even if you’re not in DC, you can still join – make your voice heard in the fight for abortion access by attending virtually. Register at https://t.co/ewj20C4Kb7 pic.twitter.com/gXOYnYJzUW
— ADL (@ADL) May 17, 2022
Il 17 maggio 140 organizzazioni ebraiche, inclusa la famosa Anti-Defamation League (ADL), hanno sponsorizzato quella che hanno chiamato una «Marcia ebraica per la giustizia sull’aborto» affermando che «l’accesso all’aborto è un valore ebraico» e «vietare gli aborti è un questione della libertà religiosa».
Non è una soluzione legale nuova.
Si tratta del medesimo argomento utilizzato dal gruppo chiamato «The Satanic Temple» («Il Tempo satanico»), che ha ancora una volta spiegato che intende aggirare le conseguenti restrizioni all’aborto attraverso una «esenzione religiosa», considerando l’uccisione dei feti come parte di un credo religioso, quindi tutelato dalla Costituzione USA.
The Satanic Temple is the leading beacon of light in the battle for abortion access. With Roe v Wade overturned, a religious exemption will be the only available challenge to many restrictions to access.
Learn More⤵️https://t.co/2ZiuuGq3tg pic.twitter.com/SIjyRWdoZN— The Satanic Temple (@satanic_temple_) June 24, 2022
I fan di Lucifero si sono così definiti, con ebbrezza etimologica «il principale faro di luce nella battaglia per l’accesso all’aborto».
È proprio così: la luce, per Satana, è il sacrificio umano degli innocenti.
Immagine di Fibonacci Blue via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
Bioetica
La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».
Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.
E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.
Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.
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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.
Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.
Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.
Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi.
Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?
A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.
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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.
Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.
È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica.
Riguarda la verità.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
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Bioetica
Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale
La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.
Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?
Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile.
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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.
Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.
La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?
La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.
In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.
Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.
Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.
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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.
Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.
Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta.
Alfredo De Matteo
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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