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Gli Offspring allontanano il batterista non vaccinato

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Gli Offspring – band punk-rock californiana assia nota a metà degli anni Novanta– hanno allontanato il loro batterista, Pete Parada, perché non vaccinato.

 

A dare la notizia è lo stesso Parada tramite i suoi canali social:

 

Il batterista ha deciso di non sottoporsi al vaccino contro il COVID in quanto sconsigliatogli dal suo stesso medico, perché affetto da una malattia del sistema nervoso e per persone come lui «i rischi sono maggiori dei benefici»

«Siccome non sono più in grado di ottemperare a quello che sembra sempre più un obbligo imposto dall’industria musicale, è stato deciso che non è sicuro che sia in giro e vada in studio con la band»

 

Il batterista ha deciso di non sottoporsi al vaccino contro il COVID in quanto sconsigliatogli dal suo stesso medico, perché affetto da una malattia del sistema nervoso e per persone come lui «i rischi sono maggiori dei benefici». 

 

Il drummer ha inoltre affermato di aver avuto il COVID «in forma lieve» e si dice sicuro di poterlo gestire di nuovo, ma non è «certo di poter sopravvivere di nuovo alla sindrome. Ne sono affetto da quando ero bambino e ultimamente, per mia sfortuna, è peggiorata».

 

L’apartheid vaccinale è una realtà anche nel dorato mondo del rock, che a quanto sapevamo era composto da ribelli.

Al momento i canali ufficiali della band tacciono al riguardo, ma il Parada ha deciso di condividere questa situazione piuttosto spiacevole con i propri fan «per far sentire meno solo chi sta sperimentando lo stesso tormento e il medesimo senso di isolamento derivante dall’essere messo da parte».

 

Crediamo che il batterista non si aspettasse di uscire dalla band, in quanto in un’intervista rilasciata alla rivista DRUMClub del giugno di quest’anno, si era detto entusiasta per gli ultimi lavori fatti con gli Offspring e aveva espresso ottimismo per tutti i progetti futuri: «Per quanto riguarda i tour dobbiamo semplicemente aspettare e quando verrà il momento sarà davvero un grande sollievo. In quanto al nuovo album abbiamo già dei brani pronti e sono certo che non ci vorranno altri nove anni per farlo uscire!». 

 

L’apartheid vaccinale è una realtà anche nel dorato mondo del rock, che a quanto sapevamo era composto da ribelli.

 

Il rock è una delle imposture con la quale la Necrocultura ha venduto perversioni e finte libertà (il sesso, le droghe…) per istupidire e sterilizzare il mondo

E invece, il rock si è rivelato per quello che è: un’arma di distrazione di massa, l’oppio dei popoli rimasti minorenni nonostante siano tecnicamente adulti. (quanti esempi, anche in Italia…)

 

Il rock è una delle imposture con la quale la Necrocultura ha venduto perversioni e finte libertà (il sesso, le droghe…) per istupidire e sterilizzare il mondo.

 

Ora, che sono calate le maschere, lo vediamo con chiarezza.

 

 

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«Ritorno a Brideshead» di Evelyn Waugh

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Ritorno a Brideshead, pubblicato per la prima volta nel 1945 (e ripubblicato in Italia da Bompiani) è il romanzo più famoso dello scrittore inglese Evelyn Arthur Waugh, famoso per opere ironiche, disincantate, argute, come Il caro estinto, che prendono di mira la classe dirigente britannica.

 

Ritorno a Brideshead, invece, è un’opera profonda, commovente, tragica. Waugh era un fervente cattolico, uno di quei numerosi cattolici inglesi (nel suo caso convertito) che furono i protagonisti delle scene letterarie britanniche della prima metà del ‘900, da Tolkien a Chesterton, da Benson a Belloc, da Knox a Green. Una schiera d’autori che dal cardinal Wiseman si dipana idealmente fino a raggiungere gli anni del Concilio Vaticano II, che tra le altre cose riuscì a spegnere anche questa grande vena artistica.

 

Waugh morì nel 1966, facendo in tempo a vedere la conclusione del Concilio, che da lui fu accolto con numerose critiche e riserve. Conservò fino alla morte una visione teologica tridentina.

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L’opera di Waugh, definita non a caso dallo studioso Richard Griffiths il «culmine della Tradizione», è piuttosto eterogenea e solo con Ritorno a Brideshead la tematica cattolica diventa rilevante.

 

Il sottotitolo, «Memorie sacre e profane del capitano Charles Ryder», rende ragione della convivenza dell’elemento satirico e di quello religioso, ma, soprattutto, mostra la natura intima del testo dove è evitato un intreccio troppo scopertamente apologetico per virare verso una storia di raffinato gusto aristocratico che, tra le pieghe di una vita mondana e apparentemente serena, nasconde i semi del tormento sociale e spirituale.

 

Ritorno a Brideshead, come ogni classico della letteratura, generazione dopo generazione continua a parlare ai suoi lettori rivelando anche più di quanto il suo stesso autore avesse programmato. Waugh aveva deciso di accantonare per qualche tempo gli impegni editoriali più urgenti e di dedicarsi, anima e corpo, a un romanzo scritto solo per se stesso, totalmente indifferente alle logiche del mercato. È un romanzo che dietro le apparenze estetiche, la descrizione della vita dell’aristocrazia inglese del primo dopoguerra, fa i conti con il cattolicesimo inglese, un cattolicesimo del tutto peculiare.

 

La chiesa cattolica con Enrico VIII e ancor più con sua figlia Elisabetta I era stata messa fuorilegge, perseguitata fino al sangue, relegata alla clandestinità, alle catacombe, dove era rimasta per quasi tre secoli. L’alternativa era stata quella tra l’apostasia e il martirio, e per gli aristocratici rimanere cattolici significava perdere i propri beni, le proprietà, ogni ruolo sociale.

 

Coloro che non passarono alla chiesa di Stato vennero definiti «recusants», perché ricusavano la pretesa del re di essere capo della chiesa. Poi, nel 1829 vennero definitivamente abrogate le Leggi Penali che li avevano perseguitati, e i cattolici riemersero da una lunga condizione di umiliazione, di vessazione, che avevano lasciato il segno nella loro vita e nella loro visione del mondo.

 

Nel romanzo di Waugh si vede, in particolare nella figura di Lady Marchmain, questa fede sofferta e crocifissa. Accanto a questa, c’è anche la fede problematica di Lord Marchmain, il Signore di Brideshead, un convertito, ma che in breve tempo ha perso la fede cui era provvisoriamente approdato. Ma del romanzo è anche protagonista il loro figlio più piccolo, Sebastian, che all’inizio è solo un dandy eccentrico e seguace dell’estetismo.

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Il ragazzo, in realtà, è preda di diversi demoni, in particolare l’alcolismo, che lo porteranno lontano dall’Inghilterra, dalle ricchezze, e lo faranno infine approdare – al termine del suo naufragio umano – in un convento di un Paese arabo. «Ci sono sempre dei tipi strani, in un convento, gente che non è adatta alla vita di fuori, né alla regola monastica»: così viene giudicata la sua scelta, che l’ha portato, dopo anni di feste, di champagne, di auto di lusso, al monastero del deserto, senza peraltro diventare frate, vivendo al margine della comunità come converso. «I tipi come Sebastian sono molto vicini e cari al Signore», dirà invece sua sorella Julia. «Nessuno può fare il santo senza avere prima sofferto», è un’altra straordinaria sentenza di queste pagine. Sebastiano aveva vissuto con una particolare vergogna: non quella della sua vita di esteta ad Oxford, ma «la vergogna di non essere felice».

 

Il mondo di Brideshead viene osservato e descritto con gli occhi di Charles Ryder, un artista, molto lontano dal cattolicesimo tutto d’un pezzo di questi discendenti dei recusants, e stupito del loro spirito del dovere, della loro disponibilità ad accettare la sofferenza e il loro destino. Un glorioso passato destinato a sfaldarsi come i colori degli antichi stemmi araldici. Allo stesso modo anche la fede della famiglia è in costante pericolo, preda delle tentazioni del nuovo che avanza, «quest’epoca agghiacciante» come la definisce Julia.

 

Il filo rosso che unisce gli episodi di questo romanzo venne esplicitata dallo stesso autore nella prefazione dell’edizione riveduta e corretta del 1960: «il libro ruota su ciò che la teologia definisce l’atto della Grazia, vale a dire l’immeritato e unilaterale atto d’amore, attraverso il quale Dio chiama le anime a sé».

 

Persi nei tormentati legami esistenziali, i personaggi sono costantemente inseguiti dallo spettro della fiamma divina, un dolce imprevisto che come un segugio non molla mai la loro anima.

 

Paolo Gulisano

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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I fanatici del clima attaccano ancora Monet. Purtroppo non per motivi estetici

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Sabato una coppia di attivisti per il clima ha lanciato della zuppa contro un’opera d’arte del pittore impressionista francese Claude Monet.   Entrarono nel Museo delle Belle Arti nella città francese di Lione e presero di mira il dipinto di Monet del 1872 «La Primavera» (noto anche come «Il Lettore»), che raffigura una giovane donna che legge un libro in un campo.   Il dipinto era protetto da una copertura di vetro, ha detto il museo lionese su X.  

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L’attacco alla zuppa è stato portato avanti dal gruppo «Riposte Alimentaire», che sostiene l’azione contro il cambiamento climatico e l’agricoltura sostenibile. “Questa primavera sarà l’ultima che avremo se non reagiamo!” hanno cantato gli attivisti. Entrambi sono stati arrestati dalla polizia, hanno riferito i media francesi.   Il gruppo aveva eseguito un’azione vandalica simile solo due settimane fa, lanciando zuppa di zucca contro La Gioconda di Leonardo al Louvre di Parigi.   In un post su X, il sindaco di Lione Gregory Doucet ha condannato gli attivisti per aver attaccato il dipinto, ma ha aggiunto che le loro preoccupazioni sono «legittime».   Opere del Claude Monet erano state attaccate in precedenza, come a giugno dell’anno scorso presso il Museo Nazionale di Stoccolma, quando attivisti climatici appartenenti ad un gruppo chiamato gruppo Aterstall Vatmarker («Ripristinare le zone umide»: non è chiaro se ci siano doppi sensi) avevano gettato vernice rossa sopra un quadro del pittore impressionista francese, per poi incollarcisi addosso.   Renovatio 21 continua a rammaricarsi del fatto che la protesta contro Monet abbia meriti extraestetici, e non comprenda invece il fatto che il Monet sia un artista estremamente sopravvalutato.   Ciò non vale solo per il Monet. Una decina di anni fa, d’un tratto, emerse nel mondo un movimento di opinione che finalmente reagiva contro l’impressionismo e il suo status di grande arte, e in particolare contro l’altro grande capofila degli impressionisti, Pierre-Auguste Renoir (1841-1919). Da un account Instagram nel 2015 nacque un movimento chiamato «Renoir sucks at painting» («Renoir fa schifo a dipingere») che organizzò diverse manifestazioni fuori dai musei per significare tutto il disprezzo che l’opera di Renoir merita. Fuori dal Museum of Fine Arts di Boston venne inscenata una protesta con cartelli eloquenti «Dio odia Renoir», «ReNOir», «Non siamo iconoclasti, è solo che Renoir fa schifo a dipingere».   È legittimo, e costituzionale, pensare che l’opera di Renoir, di Monet e di tutti gli impressionisti faccia schifo. La cosa si può estendere all’intera arte moderna, contro cui protestare sarebbe molto giusto.   Gli ecofascisti, tuttavia, non sanno di provenire dalla medesima matrice dei quadri che imbrattano: la Necrocultura, l’idea di disprezzo dell’essere umano e delle sue forme, del creato e dell’ordine armonico voluto dal disegno Dio.   Coloro che dicono di voler difendere la natura, in realtà, vogliono sovvertire la legge naturale. SOSTIENI RENOVATIO 21
    Immagine screenshot da Twitter
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Renovatio 21 a Chioggia per la Tabarrata Nazionale 2024

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Renovatio 21 promuove ed aderisce alla Tabarrata Nazionale 2024 indetta per sabato 10 febbraio a Chioggia.

 

La Tabarrata Nazione è l’adunanza tabarrista par excellence. Si tratta del raduno più significativo in Italia, e di conseguenza del mondo, per gli appassionati del miglior soprabito esistente: il Tabarro.

 

Sapete di cosa parliamo: il Tabarro è il mantello a ruota che ha lontanissime origini ed è legato in modo indissolubile alla tradizione del nostro territorio e non solo di quello. La parola tabard, mutuata dal latino tabardus, è riscontrabile anche in lingua anglica. Testimonianze di tabarri giungono da ogni regione d’Italia, Sicilia e Puglia comprese. Fuori dall’equivoco per cui si tratterebbe di una tradizione padana o veneziana, ricordiamo l’uso del Tabarro presso i «Briganti» che insorsero contro l’Italia unita dalle orde dei Savoia.

 

L’evento, che gode del patrocinio del comune della Città di Chioggia, è organizzato dall’associazione Civiltà del Tabarro, impegnata nella diffusione della cultura del Tabarro e del suo retroterra umano, storico, culturale, spirituale.

 

 

Siamo arrivati alla settima Tabarrata Nazionale. Prima ci sono state: Parma, Casalmaggiore, Vicenza, Oleggio, Cittadella, Bassano del Grappa. C’è stato, purtroppo, uno iato dovuto al biennio pandemico… tuttavia, la Tabarrata Nazionale di Cittadella riuscì ad essere eseguita nel primo 2020 a poche settimane dal patatrac globale.

 

Il programma della Tabarrata Nazionale 2024 prevede il ritrovo dei tabarristi alle 14:30 presso Corso del Popolo, dinanzi al Comune di Chioggia.

 

Quindi, dalle 15:30 una visita all’Orologio della Torre di Sant’Andrea – l’orologio funzionante più antico del mondo, in contesa, dicono, con il Big Ben – guidata da esperti locali.

 

Segue alle ore 17:00 la conferenza «Argomenti della Civiltà del Tabarro» presso Palazzo Grassi, in Canal Vena. Interverranno: Sandro Zara, imprenditore e maestro del Tabarro; Roberto Dal Bosco, presidente dell’associazione Civiltà del Tabarro; Corrado Beldì, segretario della Civiltà del Tabarro.

Nel contesto di Palazzo Grassi, il maestro fotografo Silvano Pupella realizzerà ritratti dei tabarristi presenti.

 

A seguire, sempre nella stupenda cornice del Canal Vena, un aperitivo presso il bacaro Nino Fisolo. Più tardi, per chi ha prenotato, la grande, usuale cena tabarrista, un evento nel quale l’aggettivo «felliniano» può pure essere dimenticato del tutto perché non rende la questione.

 

La scelta della incantevole «piccola Venezia» è dovuta alla vox populi al termine della conferenza «Lineamenti di Civiltà del Tabarro» alla Tabarrata Nazionale 2023 a Bassano del Grappa un gruppo di tabarristi ha demandato a gran voce un ritrovo per l’anno successivo a Chioggia. Sono stati accontentati.

 

La partecipazione massiva dei lavoratori di Renovatio 21 alla Tabarrata potrebbe precludere, per una volta, gli usuali ritmi di upload di articoli sul sito nei prossimi due giorni. Il lettore porti pazienza, le missioni da portare avanti nella vita sono spesso più di una.

 

Attediamo chiunque voglia venire, anche qualora dotato di soprabito con le braccia: la possibilità di provare ad ammantarsi con la dolcezza, la bellezza di secoli e millenni di tradizione di certo non mancherà. E, statene sicuri, ciò non potrà che far bene all’animo e al corpo.

 

Perché, come dice il presidente della Civiltà del Tabarro Roberto Dal Bosco, «se ha le maniche non scalda il cuore».

 

Per ogni ulteriore informazione, senza esitare, contattateci.

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