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Francia, lettera aperta di ex militari: un complotto contro la Repubblica?

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire.

 

 

Negli ultimi tre anni la Francia ha attraversato due grandi crisi, cui non è stata data risposta: la messa in discussione della globalizzazione da parte dei Gilet Gialli e la denuncia da parte dei sindacati di polizia del disgregamento dello Stato. Entrambe non hanno ricevuto risposte adeguate alla sostanza dei problemi sollevati. Sebbene le ragioni di coloro che hanno suonato l’allarme siano condivise da tutti, è impossibile discuterne pubblicamente. Così la democrazia muore, non già per mancanza di confronto, ma perché si ergono tabù.

 

 

Nel 2018 la Francia è stata scossa da un vasto movimento popolare, i Gilet Gialli. Nato da una protesta contro il rialzo delle imposte sulla benzina, molto presto si è palesato come contestazione degli effetti sociologici della globalizzazione degli scambi: scomparsa delle classi medie occidentali, emarginazione in zone rurali malservite

I Gilet Gialli contro la globalizzazione

Nel 2018 la Francia è stata scossa da un vasto movimento popolare, i Gilet Gialli. Nato da una protesta contro il rialzo delle imposte sulla benzina, molto presto si è palesato come contestazione degli effetti sociologici della globalizzazione degli scambi: scomparsa delle classi medie occidentali, emarginazione in zone rurali malservite. (1)

 

Due settimane dopo l’inizio delle manifestazioni, gruppi non identificati si sono infiltrati nel movimento e l’hanno sabotato dall’interno. Così, dopo 15 giorni in cui tutti i manifestanti brandivano con fierezza la bandiera francese e cantavano la Marsigliese – cosa che da cinquant’anni non accadeva nelle manifestazioni popolari – teppisti incappucciati e vestiti di nero vandalizzavano l’Arco di Trionfo, in particolare la scultura della Marsigliese. Al processo che seguì si dimostrò come questo gruppo di provocatori non avesse alcun rapporto con i Gilet Gialli, che però furono gli unici a venire arrestati.

 

In mancanza di un leader che denunciasse l’infiltrazione, nel giro di un anno il movimento dei Gilet Gialli si smorzò progressivamente. Tuttavia, i problemi che erano all’origine permangono.

 

Due settimane dopo l’inizio delle manifestazioni, gruppi non identificati si sono infiltrati nel movimento e l’hanno sabotato dall’interno

In altri tempi i politici creavano le «commissioni Théodule» [ossia commissioni che servono a poco o a nulla, espressione creata dal generale De Gaulle, ndt], per affossare i problemi che volevano ignorare. Al tempo dei media che sfornano ininterrottamente informazione, il presidente Macron ha inventato, con il medesimo obiettivo, il «Grande dibattito nazionale»: tutti dicono la loro, ma nessuno riceve una risposta pertinente, né dall’Esecutivo né dall’Assemblea.

 

 

I poliziotti contro lo sfaldamento della nazione

Recentemente è stato suonato un secondo allarme. Il problema è l’affossamento del terzo dei diritti proclamati nella Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 – diritti che non vanno confusi con i Diritti dell’uomo intesi in senso anglosassone: la sicurezza. Vale a dire la garanzia ai cittadini di poter esercitare i diritti imprescrindibili della libertà e della proprietà.

 

In effetti si può constatare non tanto un aumento generale della delinquenza, ma una disparità geografica sempre più accentuata. Se i cittadini del VII arrondissement di Parigi non si sentono minacciati, quelli del XV arrondissement di Marsiglia temono in continuazione le aggressioni dei delinquenti.

 

Parallelamente, la polizia, che dovrebbe difenderli, ha cambiato mansioni: esita a inoltrarsi in alcuni quartieri dove viene sempre più di frequente attaccata.

Alcuni poliziotti hanno fatto un uso sproporzionato della forza, prima contro i Gilet Gialli, ora contro i contestatori della politica sanitaria. Benché si tratti di casi non molto numerosi a livello nazionale, essi dimostrano che non si tratta di un orientamento occasionale, ma deliberato, sostenuto dai vertici dello Stato

 

Molti poliziotti temono, a ragion veduta, per la loro vita: ogni anno ne muoiono una decina. Inoltre, alcuni di loro cominciano a trasformarsi in agenti di repressione dell’opposizione politica. Così, in molti casi, alcuni poliziotti hanno fatto un uso sproporzionato della forza, prima contro i Gilet Gialli, ora contro i contestatori della politica sanitaria. Benché si tratti di casi non molto numerosi a livello nazionale, essi dimostrano che non si tratta di un orientamento occasionale, ma deliberato, sostenuto dai vertici dello Stato.

 

Al momento, la mentalità dei poliziotti è ancora repubblicana: si ritengono al servizio dei cittadini e non soltanto delle autorità politiche. Ma i loro sindacati moltiplicano gli allarmi e denunciano le norme di reclutamento oggi in vigore. Vengono infatti ammessi alla scuola di polizia sia persone che hanno sofferto di problemi psichiatrici sia piccoli delinquenti.

 

 

Le elezioni presidenziali del 2022

Questo movimento, che segue quello dei Gilet Gialli, arriva proprio quando il Paese si prepara alla campagna elettorale: a maggio 2022 si eleggerà il presidente della Repubblica. Già ora, due terzi dell’elettorato è contrario alla ricandidatura del presidente Emmanuel Macron.

I sindacati dei poliziotti  moltiplicano gli allarmi e denunciano le norme di reclutamento oggi in vigore. Vengono infatti ammessi alla scuola di polizia sia persone che hanno sofferto di problemi psichiatrici sia piccoli delinquenti

 

In considerazione dei fallimenti di Nicolas Sarkozy e di François Hollande – entrambi sconfitti dopo il loro primo e unico mandato – Macron può sperare di ottenere una seconda investitura soltanto mostrandosi sensibile alle aspettative popolari. A quella dei Gilet Gialli contro la globalizzazione e a quella dei sindacati di polizia contro l’arretramento della Repubblica, ossia dell’Interesse Generale.

 

Pur non avendo alcuna intenzione di aderirvi, il presidente Macron può però tentare una manovra elettorale:

 

  • Moltiplicare artificiosamente le candidature per poi screditare i candidati che potrebbero risultare vincenti al primo turno, a eccezione di quello di propria scelta, in modo da vedersela con quest’ultimo al secondo turno.

 

Macron può sperare di ottenere una seconda investitura soltanto mostrandosi sensibile alle aspettative popolari

  • Organizzare un secondo turno contro Marine Le Pen, ma dopo averla demonizzata, in modo da costringere la maggior parte dei propri oppositori a dargli il voto, in nome di un «fronte repubblicano» contro il fascismo.

 

Una strategia che funzionò nel 2002, quando Jacques Chirac riportò l’82% dei voti contro il 17% di Jean-Marie Le Pen. Una strategia che oggi potrebbe essere azzardata, perché Marine Le Pen, a differenza del padre, non ha l’immagine di fascista, ma di repubblicana. L’Eliseo è perciò a caccia di opportunità per trasformarla in mostro.

 

 

L’appello degli ex militari

Recentemente è accaduto che alcuni ex militari abbiano scritto una Lettera aperta ai governanti, ove sottolineano l’attuale disgregazione delle istituzioni e prospettano un possibile ricorso alle forze armate, ove fosse inevitabile per risolvere il problema della sicurezza.

 

Recentemente è accaduto che alcuni ex militari abbiano scritto una Lettera aperta ai governanti, ove sottolineano l’attuale disgregazione delle istituzioni e prospettano un possibile ricorso alle forze armate, ove fosse inevitabile per risolvere il problema della sicurezza

L’appello è stato pubblicato il 13 aprile 2021 sul loro sito internet, Place d’armes. Il 21 aprile 2021 il settimanale di destra, Valeurs actuelles, l’ha ripreso, ma non nell’edizione cartacea, bensì sul sito. Marine Le Pen, che ha dichiarato di condividere da molto tempo la diagnosi degli ex militari, li ha esortati a votarla alle prossime elezioni presidenziali.

 

L’Eliseo ha colto al volo l’occasione e ha mandato tutti i propri ministri, a turno, a denunciare davanti ai media un «pugno di generali a riposo» che, secondo loro, esortano i colleghi in attività a perpetrare un colpo di Stato. Tutti hanno finto di credere che l’appello fosse datato 21 aprile, e non il 13, in modo da poterlo stigmatizzare come una manovra faziosa, a sessant’anni esatti dal golpe dei generali di Algeri contro l’indipendenza dell’Algeria. Per finire, tutti hanno denunciato la fascinazione di Marine Le Pen per «il tintinnar di sciabole».

 

Consapevole dell’opportunità di battere Macron al primo turno del 2022, il leader della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, si è rivolto al procuratore della Repubblica per denunciare i «generali faziosi». Mélenchon era infatti arrivato terzo al primo turno delle ultime elezioni presidenziali, ottenendo il 19% dei voti, contro il 21% di Marine Le Pen e il 24% di Macron.

 

 

La collocazione dei militari nel pubblico dibattito

Invitiamo i lettori a leggere il testo della Lettera aperta (2) e constatare che si tratta di molto rumore per nulla.

 

L’Eliseo ha colto al volo l’occasione e ha mandato tutti i propri ministri, a turno, a denunciare davanti ai media un «pugno di generali a riposo» che, secondo loro, esortano i colleghi in attività a perpetrare un colpo di Stato

La facoltà del governo di ricorrere all’esercito per mantenere l’ordine viene chiamata «stato di emergenza». Ma i militari non sono addestrati per questa mansione e il loro intervento potrebbe causare perdite umane che soltanto pompieri e gendarmi sono addestrati ad affrontare.

 

Lo «stato d’emergenza» è stato decretato da alcuni governi nel 2005, 2015 e 2017. Attualmente 10 mila militari possono essere precettati nell’ambito dell’Operazione Sentinella, per proteggere i cittadini dal rischio di atti terroristici. È così anche in Belgio e nel Regno Unito.

 

Inoltre, l’art. 36 della Costituzione del 1958 prevede la possibilità di trasferire in casi estremi i poteri di polizia e di ordine pubblico dal ministero dell’Interno alle forze armate. È lo «stato d’assedio», cui non si è mai ricorso durante la V Repubblica, nemmeno in occasione del colpo di Stato dei generali del 1961.

 

Governo e France Insoumise sottolineano come gli ex militari firmatari della Lettera aperta non affermino di collocarsi nel quadro costituzionale, insinuando che abbiano una volontà golpista. È un processo alle intenzioni sbagliatissimo. Nella lettera non ci sono assolutamente elementi che giustifichino l’accusa agli ex militari di avere intenti faziosi.

 

Nella lettera non ci sono assolutamente elementi che giustifichino l’accusa agli ex militari di avere intenti faziosi

Tutto questo chiasso è servito solo ad attirare l’attenzione sul testo: è stato firmato da oltre 10 mila ex militari, fra cui una trentina di generali. Tutti ora possono valutare i problemi sollevati nella lettera ed è ormai palese l’inerzia di chi ci governa, senza distinzione di partito.

 

 

Sanzioni contro chi ha lanciato l’allarme

La ministra della Difesa ha annunciato di voler sanzionare i firmatari: si vuole estendere l’infamia destinata a colpire Marine Le Pen a tutti quelli cui lei si rivolge.

 

Peccato che dei 10 mila militari firmatari soltanto 18 siano ancora in servizio. Questi ultimi rischiano di essere radiati per violazione del dovere di riserbo. Quanto ai militari a riposo, godono del pieno diritto della libertà di parola. Possono solo incorrere nel biasimo per l’allarme suscitato; sarebbe invece quantomeno sorprendente che 10 mila persone fossero sanzionate collettivamente per aver esercitato il legittimo diritto di cittadini a esprimersi liberamente.

 

I militari, che siano in servizio o a riposo, non sono più sudditi, ma cittadini come gli altri

I militari, che siano in servizio o a riposo, non sono più sudditi, ma cittadini come gli altri.

 

Dopo il golpe di Algeri il presidente Charles de Gaulle avviò una profonda riforma delle forze armate. I militari che si rifiutarono di obbedire ai generali golpisti erano infatti passibili di essere puniti per disobbedienza agli ordini. Il generale De Gaulle – che nel 1940 si rifiutò di obbedire al proprio superiore, il maresciallo Philippe Pétain, e creò la Francia Libera – introdusse una distinzione fra quel che è da ritenere «legale» e quel che invece è “legittimo”. Il Codice della Difesa fu quindi modificato: non consente ai militari di scegliere il campo, ma impone loro l’obbligo di rifiutarsi di eseguire ordini illegittimi o contrari all’onore, nonché di arrestare i superiori che li emettono.

 

Non c’è quindi nessun complotto contro la Repubblica, nessun maneggio fazioso.

 

È a giusto titolo che i firmatari della Lettera aperta hanno chiesto di «parlare da pari a pari» con il loro capo di stato-maggiore che li ha insultati. Ogni soldato, in servizio attivo o a riposo, gode di tale diritto in qualità di cittadino. Un diritto che fa da corollario all’obbligo dei militari di Obbedire e Servire

Ed è a giusto titolo che i firmatari della Lettera aperta hanno chiesto di «parlare da pari a pari» con il loro capo di stato-maggiore che li ha insultati. Ogni soldato, in servizio attivo o a riposo, gode di tale diritto in qualità di cittadino. Un diritto che fa da corollario all’obbligo dei militari di Obbedire e Servire.

 

Bollando come «faziosi» i firmatari della lettera, il guardasigilli, Éric Dupont-Moretti, si è esposto a un’azione giudiziaria penale. L’ex avvocato non stava infatti facendo un’arringa in un’aula di tribunale. È chiamato perciò a rispondere delle proprie affermazioni.

 

 

Tabù

Il fatto che alcuni dei 10 mila firmatari siano membri del partito di Marine Le Pen, il Rassemblement National – uscito dal partito storico, fondato da ex collaboratori dei nazisti e dei golpisti d’Algeri, il Front National – o a esso vicini, non autorizza a condannare né Marine Le Pen né collettivamente i militari firmatari. Nella Repubblica francese non c’è colpevolezza ereditaria né collettiva. Tutti sono cittadini francesi a pieno titolo.

Con la loro diagnosi, gli ex militari non si sono accontentati di denunciare la retorica del woke, che vorrebbe impedire l’uso del monopolio pubblico della violenza, né di denunciare l’ideologia dell’islam politico. Hanno voluto anche esprimere il timore per l’uso in chiave antirepubblicana delle forze dell’ordine contro i Gilet Gialli

 

Nessuno dei 10 mila firmatari si è macchiato di reati contro la Nazione, anzi molti hanno servito il Paese con onore.

 

Con la loro diagnosi, gli ex militari non si sono accontentati di denunciare la retorica del woke, che vorrebbe impedire l’uso del monopolio pubblico della violenza, né di denunciare l’ideologia dell’islam politico. Hanno voluto anche esprimere il timore per l’uso in chiave antirepubblicana delle forze dell’ordine contro i Gilet Gialli. La reazione sproporzionata alla loro Lettera aperta dimostra che hanno toccato un punto dolente.

 

Siamo in presenza di un rovesciamento di valori che sottopone al giudizio mediatico – e in futuro fors’anche al giudizio dei corpi militari d’appartenenza – persone, non per quanto fatto, né per le opinioni espresse, ma perché espongono una diagnosi che tutti sottoscrivono ma che pochi osano enunciare a voce alta.

 

Il discorso politico si è progressivamente allontanato dalla realtà. Ora si sta inoltrando in una zona torbida ove, come in alcune società della Polinesia, quel che non si controlla diventa tabù. «Il circolo della ragione» (3) non solo cerca da trent’anni di vietare opinioni controcorrente, ora tenta anche d’impedire che si affrontino determinati argomenti.

Il discorso politico si è progressivamente allontanato dalla realtà. Ora si sta inoltrando in una zona torbida ove, come in alcune società della Polinesia, quel che non si controlla diventa tabù

 

Dal momento che i primi tre diritti enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino sono andati perduti – la libertà, la proprietà e la sicurezza – è lecito ricorrere al quarto: «la resistenza all’oppressione» (articolo 2).

 

 

Thierry Meyssan

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Geopolitica

Ben Gvir chiede di strappare le Isole Falkland a Londra e di cederle all’Argentina

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha chiesto che le Isole Falkland (Isole Malvinas) vengano strappate al Regno Unito e cedute all’Argentina.

 

«È ora che lo Stato di Israele riconosca pubblicamente che le Isole Malvinas sono territorio argentino occupato, che gli inglesi sottraggono violentemente al popolo argentino. Gli inglesi non si accontentano della semplice occupazione del territorio; vi effettuano anche trivellazioni petrolifere, derubando il popolo argentino del denaro ricavato».

 

«Chiedo al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di riconoscere la sovranità dell’Argentina sulle Isole Malvinas e di imporre sanzioni alla Gran Bretagna finché l’occupazione persisterà».

 


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Londra controllava l’arcipelago dal 1833. Nel 1982 l’Argentina invase le Falkland, ma fu sconfitta dall’esercito britannico.

 

È chiaro che il Ben Gvirro si sta esprimendo a sostegno del suo alleato sionista, il presidente argentino Javier Milei, esortandolo ad espandere il proprio territorio. Israele stesso sta attivamente lavorando per espandere il proprio territorio attraverso conquiste, nell’ambito del progetto della Grande Israele. Non solo: voci consistenti parlano di interessi israeliani nell’acquisto di vastissimi terreni in Patagonia.

 

Va detto che il governo dell’Argentina ha avviato una denuncia penale e sanzioni contro la compagnia petrolifera israeliana Navitas Petroleum per le sue attività di esplorazione e trivellazione nella zona delle Falklandsenza l’autorizzazione di Buenos Aires. La vicenda rappresenta un delicato caso geopolitico che mette a dura prova l’asse diplomatico tra il presidente argentino Javier Milei e lo Stato d’Israele.

 

«Il governo sostiene che le società abbiano violato la legge argentina detenendo licenze di esplorazione e sfruttamento di idrocarburi rilasciate dalla Gran Bretagna nel bacino delle Falkland settentrionali. La denuncia si baserebbe sulla legislazione vigente in materia di progetti petroliferi e del gas in aree rivendicate dall’Argentina. Non è chiaro se un tribunale abbia deciso di avviare un’indagine sulla denuncia del governo», ha riferito l’agenzia Reuters martedì.

 

«La denuncia penale inasprisce una disputa di lunga data sulla sovranità tra Argentina e Gran Bretagna per le Falkland e potrebbe mettere alla prova la capacità di Buenos Aires di utilizzare il proprio sistema legale per ostacolare un importante progetto petrolifero offshore sostenuto da investitori stranieri e autorizzato da un territorio britannico autonomo».

 

Mentre Israele appoggia le nazioni che lo sostengono apertamente, come l’Argentina , si scaglia contro le nazioni e le regioni che non lo fanno.

 

La scorsa settimana il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia tutta l’Europa dal partecipare alla guerra contro l’Iran, nella quale lo Stato ebraico ha trascinato con successo gli Stati Uniti .

 

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I vertici israeliani sono stati accusati pure di aver ingegnerizzato, forse con l’ausilio di alleati all’interno della politica statunitense, l’invasione degli immigrati a Ceuta, che ha registrato messaggi aperti di soddisfazione da parte di funzionari israeliani che hanno ricordato l’ostilità di Madrid verso le politiche israeliane recenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’asse tra l’Argentina di Milei, che è circondato da rabbini interessanti e sarebbe in procinto di convertirsi al giudaismo, è divenuto chiaro durante i Mondiale, dove il tifo del governo Netanyahu per nazionale albiceleste fu sfacciato,e  poco fortunato.

 

Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione. Il tono inzialmente tiepido tuttavia sta alzandosi di temperatura.

 

Come riportato da Renovatio 21rivendicazioni delle isole da parte di Buenos Aires sono state viste pure tra i giocatori all’ultimo mondiale americano, perso malamente dagli argentini.

 

Come riportato da Renovatio 21, riguardo alle Falkland è arrivato in settimana anche l’avvertimento di Washington che avrebbe minacciato di rivedere la propria posizione sul controllo britannico delle Isole Falkland per spingere Londra a destinare somme ben più elevate alle proprie forze armate.

 

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Geopolitica

Ursula in Groenlandia attacca Trump e promette 200 milioni di euro

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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che il futuro della Groenlandia spetta al suo popolo e alla Danimarca, respingendo la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di annettere l’isola artica.   La Groenlandia è un territorio autonomo danese ricco di minerali e situato in posizione strategica vicino al Nord America. La Danimarca, che sovrintende alla politica estera e di sicurezza dell’isola, è membro sia dell’UE sia della NATO. Trump ha ripetutamente sostenuto che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e per le sue risorse minerarie, mettendo Washington in contrasto con i suoi alleati europei.   «Il futuro della Groenlandia spetta al popolo della Groenlandia e alla Danimarca deciderlo, a nessun altro», ha dichiarato von der Leyen lunedì a Nuuk, capitale dell’isola, al termine di una visita di due giorni. Ha citato l’integrità territoriale, la sovranità e l’inviolabilità dei confini come principi fondamentali del diritto internazionale.

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Il capo dell’UE ha inoltre annunciato investimenti per 200 milioni di europer quest’anno e il prossimo, nell’ambito degli sforzi di Bruxelles per rafforzare la propria presenza sull’isola. Il pacchetto copre settori quali la connettività internet, l’energia idroelettrica e le materie prime critiche.   Le ricchezze minerarie della Groenlandia sono di particolare interesse per l’UE. L’isola possiede 25 delle 34 materie prime che Bruxelles classifica come critiche, e un accesso più agevole potrebbe aiutare il blocco a ridurre la sua dipendenza dalla Cina.   Il viaggio di von der Leyen è avvenuto mentre Trump, lunedì, pubblicava una mappa che raffigurava la Groenlandia, il Canada e altre parti delle Americhe sotto la bandiera statunitense. L’immagine includeva anche l’Islanda ed era etichettata come «Stati Uniti d’America».   La spinta di Washington per il controllo della Groenlandia ha messo a dura prova le relazioni con la Danimarca e altri alleati europei. Funzionari della Casa Bianca hanno affermato all’inizio di quest’anno che l’uso della forza militare rimaneva «sempre un’opzione», paventando la possibilità di uno scontro tra i due membri della NATO. Trump ha inoltre ripetutamente messo in dubbio l’utilità dell’alleanza per gli Stati Uniti.   La visita ha coinciso anche con l’inizio di Arctic Shield, esercitazioni militari che coinvolgono 11 Paesi della NATO e circa 400 soldati in Groenlandia. Nessun militare statunitense partecipa alle esercitazioni, che si svolgono dal 7 al 18 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, la prima ministra Mette Frederiksen due mesi fa ha dichiarato all’incontro atlantico di Ankara  che la NATO aiuterebbe la Danimarca a proteggere la Groenlandia da qualsiasi attacco, incluso, in via ipotetica, da parte degli Stati Uniti.   L’idea che gli Stati Uniti acquisiscano la Groenlandia è emersa in diversi momenti della storia americana. L’isola danese, strategicamente situata nell’Atlantico settentrionale, ospita già una base militare statunitense e si ritiene che contenga preziose risorse minerarie, il cui sfruttamento potrebbe diventare economicamente redditizio in futuro.   Trump si è rifiutato di escludere l’uso della forza militare per ristabilire il controllo sulla Groenlandiapaventando la possibilità di uno scontro tra la NATO e il suo membro dominante. Il leader americano ha accusato l’organizzazione di essere inutile per gli interessi statunitensi, e il suo rifiuto di intervenire direttamente nell’attacco israelo-americano all’Iran è emerso come una delle principali fonti di risentimento.

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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump ha dichiarato che la Groenlandia serve per ragioni di difesa, esplicitamente dicendo che vi sarà installato il sistema di scudo stellare Golden Dome. La volontà di annettere l’isola polare è stata ribadita apertis verbis anche nel suo storico discorso al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio.   La Danimarca in risposta ha inviato più truppe sull’isola, mentre la Francia vi ha chiesto esercitazioni NATO. A inizio anno, tuttavia, è emerso che la piccola missione tedesca sull’isola si era ritirata.   Sei mesi fa il segretario del Tesoro USA Scott Bessent ha dichiarato che gli USA prenderanno la Groenlandia grazie alla debolezza europea. Brusselle ha parlato di una «pericolosa spirale discendente», mentre il presidente francese Macron ha promesso una risposta alle «intimidazioni» trumpiane sui dazi e Groenlandia.   In occasione della consegna dei Nobel, quando si aspettava di ricevere il premio Nobel per la pace, Trump rimproverò la Norvegia dicendo che non avendo ricevuto l’encomio allora si sarebbe concentrato nella presa della Groenlandia.   Come riportato da Renovatio 21, il presidente americano avrebbe già ordinato di concepire un piano per l’invasione. Le difese della Groenlandia, ha detto, sono «due slitte trainate da cani».   Il presidente polacco Donald Tusk ha sottolineato che le minacce USA sulla Groenlandia rendono di fatto la NATO un ente inutile.  

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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
   
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Geopolitica

L’Iran minaccia la Corea del Sud che valuta operazioni militari congiunte a Ormuzzo

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Lunedì il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha lanciato un avvertimento alla Corea del Sud, esortando il Paese a riflettere attentamente prima di unirsi alle operazioni americane nello Stretto di Ormuz.

 

La scorsa settimana l’ufficio del presidente sudcoreano ha annunciato di stare valutando l’adozione di misure militari a sostegno degli sforzi statunitensi volti a garantire la libertà di navigazione delle navi che attraversano lo Stretto di Ormuzzo.

 

Seoul dipende in modo molto significativo dal petrolio che passa attraverso lo Stretto ormusino, Il paese si rifornisce per circa il 70% del suo petrolio greggio dal Medio Oriente, con il 95% delle importazioni petrolifere che passano proprio attraverso Ormuzzo. Anche sul fronte del gas, la dipendenza è rilevante: il 20% del gas naturale liquefatto sudcoreano arriva dal Medio Oriente.

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Le importazioni nette di petrolio della Corea del Sud rappresentano il 2,7% del PIL, e il paese ha riserve strategiche limitate rispetto, ad esempio, alla Cina — il che la rende una delle economie più vulnerabili della regione a uno shock nello stretto. A maggio 2026, l’arrivo di una singola petroliera proveniente da Hormuz è stato descritto come capace di coprire tra il 35% e il 50% del consumo giornaliero di greggio della Corea del Sud — un dato che dà la misura di quanto ogni singolo carico sia strategicamente rilevante.

 

Ora l’Iran afferma che la Corea del Sud subirà «gravi conseguenze» se deciderà di inviare navi, aerei o personale militare nello Stretto ermisino.

 

In un messaggio pubblicato su X, Baghaei ha scritto: «La relazione tra l’Iran e la Repubblica di Corea ha una storia che dura da oltre 64 anni e i legami tra i due Paesi si sono costantemente sviluppati sulla base del reciproco rispetto. L’Iran attribuisce grande importanza alle sue relazioni amichevoli con la Repubblica di Corea».

 

«Tuttavia, al momento il popolo iraniano si sta difendendo dalle azioni aggressive dell’America e, nella situazione in cui sta rispondendo con fermezza ai crimini di guerra americani contro donne e bambini, qualsiasi altro Paese che mantenga una presenza militare o partecipi a operazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz non può che essere considerato come un diretto sostenitore degli autori dell’aggressione, e ciò comporterà gravi conseguenze», ha aggiunto.

 

Il portavoce iraniano ha concluso: «Nessun Paese sovrano e responsabile dovrebbe cedere alle pressioni e alle minacce dell’America e rendersi complice degli atti aggressivi e degli orribili crimini contro il grande popolo iraniano».

 

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Il presidente statunitense Donald Trump ha esercitato pressioni sulle nazioni alleate, tra cui la Corea del Sud, criticandole per il loro rifiuto di partecipare alle operazioni nello Stretto di Ormuzzo.

 

Gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud parteciperanno questa settimana alle esercitazioni militari congiunte «Freedom Edge», suscitando critiche da parte del neo-nominato ministro della Difesa nordcoreano Kim Song-gi.

 

In risposta alle esercitazioni, il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha annunciato lunedì la messa in servizio del secondo cacciatorpediniere della marina militare, affermando: «Le preoccupazioni dei nemici si acuiranno sicuramente. Dobbiamo stabilire in modo più chiaro un deterrente nucleare potente e affidabile, mettere in pratica l’impiego diversificato ed efficace dei nostri sistemi di combattimento nucleare e rafforzare ulteriormente le nostre attività militari per la difesa marittima e la deterrenza bellica».

 

L’Iran e la Corea del Nord intrattengono da decenni una partnership strategica, militare ed economica, il che significa che i due Paesi potrebbero unire le forze contro gli Stati Uniti se le tensioni dovessero continuare ad aumentare.

 

La voce circolante (o fatta circolare…) è che sia possibile che i nordcoreani stiano effettivamente collaborando alla progettazione di una testata nucleare iraniana. Si tratta di un sospetto pubblicato spesso da realtà avverse ai due Paesi. Tuttavia, è invece confermata la cooperazione missilistica tra Teherano e Pyongyango. La Corea del Nord ha intensificato la collaborazione con l’Iran per la produzione di missili balistici e per la progettazione di modelli più avanzati.

 

Ambedue i Paesi disporrebbero di missili ipersonici.

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La relazione tra i due paesi non è nuova. Con lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano e il suo ritiro dal Trattato di Non Proliferazione (TNP) nel 2003, Pyongyang era già stata accusata di fornire tecnologia nucleare all’Iran, e nel 2012 i due paesi avevano firmato un accordo di cooperazione scientifica, accademica e tecnologica.

 

Dopo la Guerra dei 12 Giorni (giugno 2025) tra Israele e Iran, la guida suprema Khamenei aveva sempre bloccato la decisione di procedere all’arricchimento al 90% e allo sviluppo di testate miniaturizzate; oggi, con Teheran che cerca di ricostruire la propria deterrenza, la Corea del Nord resta una delle poche opzioni percorribili, dato che il Pakistan (in buoni rapporti con USA e Arabia Saudita) non avrebbe interesse ad aiutare l’Iran.

 

Diversi analisti notano come la guerra contro l’Iran abbia rafforzato a Pyongyang la convinzione che l’arsenale nucleare sia l’unica vera garanzia di sopravvivenza per un regime sotto pressione — una lezione che l’Iran stesso potrebbe voler applicare, rendendo più plausibile una richiesta di assistenza nordcoreana.

 

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