Arte
Fedezzo ci ha ragione!
Così, come se il biennio non ci avesse stupito abbastanza, ci è toccata l’altra sera anche questa realizzazione indicibile: Fedez, che chiamiamo Fedezzo perché anche perfino il suo nome d’arte ci ripugna, ha incredibilmente detto una cosa giusta.
Lo ha fatto attaccando, giustamente, i «cattolici» caduti che partecipano alla campagna di distrazione di massa chiamata ddl Zan.
Fedezzo ha incredibilmente detto una cosa giusta attaccando, giustamente, i «cattolici» caduti che partecipano alla campagna di distrazione di massa chiamata ddl Zan.
Ma andiamo con ordine. Abbisogniamo di fare una piccola introduzione, anzi un disclaimer vero e proprio: per ciò che rappresenta il Fedezzo proviamo profondo disgusto e riprovazione. E non stiamo parlando di questioni ideologiche, anche perché il ragazzino di idee politiche proprio non pare averne (con probabilità proprio per questo è subito acclamato da Conte e dai grillisti). No, parliamo di dettagli più tecnici, umani.
Non sopportiamo il suo volto bullonato, i tatuaggi che deturpano l’anatomia umana (non si capisce mai bene dove abbia il collo, ad esempio), gli accenti che hanno certi bulli para-meridionali della periferia milanese. Perfino la dentatura e lo sguardo ci fastidiano, anzi è proprio tutto che non capiamo: il ragazzo non possiede in nessun modo l’avvenenza apollinea che un tempo dovevano avere i cantanti, né, con estrema probabilità, il talento di un virtuoso di uno strumento. Né bello, né bravo. È furbo? Se leggete sotto, capirete che non ci sembra neanche quello.
No, è solo uno di passaggio, che ha avuto la fortuna di sposare una tizia dotata di oggettiva beltà e innegabile valore imprenditoriale – anche se potete immaginarvi cosa possiamo pensare di una ragazza che a pochi giorni dalla nascita del primogenito mostra in un post una bella foto di latte artificiale (la cui promozione, in Italia, è vietata dalla legge).
Non sopportiamo il suo volto bullonato, i tatuaggi che deturpano l’anatomia umana (non si capisce mai bene dove abbia il collo, ad esempio), gli accenti che hanno certi bulli para-meridionali della periferia milanese
Della musica del Fedezzo non possiamo dire nulla, perché, sul serio, siamo riusciti a preservarci: nemmeno una nota, una sola, è stata da noi udita, perché crediamo di aver capito che faccia rap, cioè la musica dei criminale afroamericani, e copiare in Lombardia o in Lazio il folclore dei narcotrafficanti neri di Baltimora ci è sempre sembrato, nei decenni, il grado zero della creatività umana, qualcosa che andrebbe perseguito dalla legge.
Invece, rap, hi hop, trap e via spacciando sono generi orrendi che, come ha detto qualcuno, mettono in pericolo la stessa Civiltà: se il ragazzo nero vuole essere come Tupac o Jay-Z e non come Condoleeza Rice, non può che produrre un imbarbarimento della sua società, con effetti devastanti in termini di omicidi e crimini vari.
Il crollo dei valori morali di un popolo, quello afroamericano, è partito dall’esempio sbagliato dei suoi cantori dei ghetti. Figuriamoci i loro emuli dell’hinterland maranza, che razza di moralità possono portare alla Nazione.
Un esempio lo abbiamo visto ieri, prima della trasmissione, quando il ragazzino si è filmato mentre metteva in difficoltà i lavoratori RAI in una chiamata in cui annunciava che avrebbe attaccato la Lega Nord.
In pratica, poco prima del concerto per la festa del lavoro, il ricco e famoso, spingeva sulla graticola una serie di lavoratori della TV pubblica
In pratica, poco prima del concerto per la festa del lavoro, il ricco e famoso, spingeva sulla graticola una serie di lavoratori della TV pubblica (dirigenti o loro assistenti che fossero).
Li insultava, li mazzerava, li spingeva al silenzio. Il tutto con argomenti di stupidità belluina – sono un’artista e dico quello che voglio – l’idea infantile di qualcuno che non ha idea di cosa sia la responsabilità un editore nazionale: e gli scandali, e le querele, e la mossa falsa che ti fa l’ospite pazzo che ti distrugge l’azienda e la carriere per sempre… lui, il Fedezzo, cosa ne sa? Nulla, pure nato nella Milano dei terruncielli (quei personaggi portati avanti nei primi Ottanta da Abatantuono al cinema e nei tanti teatri di cabaret: arte sublime che sta ad anni luce dalle musichette automatiche del Ferragno), egli ha dimenticato cosa è la vita fuori dal proprio privilegio.
E giù, a urlare al telefono, a favore di videoclip da dare in pasto ai social, frasi deliranti contro i malcapitati: chiede loro se hanno verificato se quanto intende dire è falso (!?) e sostiene che non essendoci bestemmie (perché dovrebbero esserci?!?) non dovrebbero in alcun modo doverlo censurare. Dice che si vergogna per loro: ma siccome poi lo fa lo stesso, non capiamo perché debba arrabbiarsi, se non per indicare al ludibrio nazionale chi sta dall’altra parte del telefono e la RAI tutta (cioè, il piatto dove sta mangiando).
Sentire questo personaggio berciare a vuoto di «diritti civili» nel momento che tutti i nostri diritti costituzionali sono finiti giù per lo scarico, ci pone in uno stato di disperazione
Sentire questo personaggio berciare a vuoto di «diritti civili» nel momento che tutti i nostri diritti costituzionali sono finiti giù per lo scarico, ci pone in uno stato di disperazione. Davvero, la bassezza del ragionamento, la pochezza dell’esperienza professionale e della vita in generale, la cieca volontà di delazione (che sappiamo essere divenuta una virtù) ci lasciano basiti: anche perché tutta la politica penta-piddina e i loro scribi e influencer, da Mentana a Conte, hanno preso le difesa del divo che urla contro i lavoratori RAI.
Nessuno che si sia interrogato sul fatto che il video di maltrattamenti (stile reality alla Master chef, ci viene da dire) potrebbe essere stato solo una trovata per il semplice motivo che se vuoi davvero lanciarti in una cosa scandalosa al concerto sindacale del 1° maggio lo fai e basta. Ci sono esempi continui, come quello che ricorse alla blasfemia contro la Santa Eucarestia sostituendola con un preservativo (invece che di lavoro, da anni al mega-rave sindacale si parla di peni).
E poi c’è il modello supremo: Elio e le Storie Tese che nel 1991 improvvisano un pezzo lunghissimo che attacca l’intero arco della corruzione italiana facendo nomi e cognomi, compreso quello dei direttore della RAI Enrico Manca.
Lo ricordate? Il povero Vincenzo Mollica rimase lì con il cerino in mano.
Lo scandalo doveva essere, letteralmente, telefonato. Ci sono cascati tutti. Pazienza, a noi del resto di quel che accade in TV non importa davvero nulla: chi guarda Fedezzo crede ai TG e indossa la mascherina mentre guida in auto da solo. Non è il nostro pubblico, e ogni giorno che passa lo reputiamo sempre meno redimibile
Esattamente 30 anni fa, ieri, #1maggio1991, Elio e le Storie Tese, censurati sul palco del #concertoprimomaggio col famoso Ti Amo Ciarrapico.#concertone #Fedez #DDLZan pic.twitter.com/o5aePBFWAl
— Titti Troccoli (@tixxxtweety) May 2, 2021
No, lo scandalo doveva essere, letteralmente, telefonato. Ci sono cascati tutti. Pazienza, a noi del resto di quel che accade in TV non importa davvero nulla: chi guarda Fedezzo crede ai TG e indossa la mascherina mentre guida in auto da solo. Non è il nostro pubblico, e ogni giorno che passa lo reputiamo sempre meno redimibile.
Poi però è arrivata la parte di cui volevamo scrivervi: quella in cui il ragazzino ne ha davvero detta una giusta, anzi giustissima.
Sorvoliamo sui retroscena: ad esempio, la storia per cui il tizio sta lanciando una linea di smalto per trans (ma perché dovrebbero volere uno smalto diverso da quello delle donne? Non è che questo non abbia capito davvero una mazza del transessualismo? Mah)
Sorvoliamo sui retroscena: ad esempio, la storia per cui il tizio sta lanciando una linea di smalto per trans (ma perché dovrebbero volere uno smalto diverso da quello delle donne? Non è che questo non abbia capito davvero una mazza del transessualismo? Mah).
Sorvoliamo sulla presa di coscienza, che non sappiamo come le menti (?) progressiste abbiano esorcizzato da sé, che invece che parlare di lavoro si parli di omosessuali, e pure l’idea – che non capiamo come tollerabile per gli LGBT – che a difendere la categoria sia un etero che forse sotto i tatuaggi e bianco e viene pure da un mondo musicale, quello della musica dei neri americani, che in passato si è distinto per gravi e conclamate forme di omofobia.
Lo stesso problema di coscienza lo devono aver sentito i gay che a Milano guidano la moda. Sl contrario di quanto si possa pensare, essi, per lo meno quelli al comando e quelli sotto che vogliono prenderne il posto, sono veri tradizionalisti: l’arrivo della Ferragna, e la disruption che ha portato nella filiera (media, fotografi, sfilate, etc.) non sappiamo quanto sia loro piaciuta, e non sappiamo se piaccia il non raffinatissimo marito periferico, ora autoproclamatosi paladino dei loro diritti.
Sorvoliamo sui dettagli, per esempio i contenuti. Come abbiamo detto anche sopra, non è che possiamo pretendere che questo offra opere e pensieri di qualche spessore. Lui ha con probabilità degli «autori», una che gli dava mano sui social fu doxata dai giornali e da Dagospia.
Neanche loro sono esattamente sul pezzo: l’idea di fare Fedezzo vs. Salvini, nel momento il film del momento è Godzilla v. Kong, non era malaccio e stava funzionando (anche se l’ha già usata Saviano, e non è andata benissimo): loro però, invece che preparare un dossierino sul Capitano (i materiali glieli avrebbero portati volentieri anche certi partiti) tirano fuori le parole di un candidato ad un consiglio comunale in Emilia. Dire «pretestuoso» è davvero un eufemismo.
Occasione sprecata. Va così, non potete farci niente.
«L’antibortista, però, non si è accorto che il Vaticano ha investito più di 20 milioni di euro in un’azienda farmaceutica che produce la pillola del giorno dopo. Quindi, cari anti-abortisti, caro Pillon, avete perso troppo tempo a cercare il nemico fuori e non vi siete accorti che il nemico ce l’avevate in casa. Che brutta storia»
Poi il colpo di scena per il piccolo mondo catto-antico. Il «musicista» cita a sorpresa un personaggio minoritario del circuito pro-life – forse gli autori si sono convinti che l’opposizione al dl Zan sia tutta lì, tra questo e Pillon, onorevole leghista sorridente bersaglio del mondo gay (un altro onorevole che con le sue manovre, a nostro giudizio, ha fatto più danno che altro).
Tuttavia, nonostante la bassezza di contenuto visibile anche qui, è a questo punto che il Fedezzo inanella una verità sacrosanta:
«L’antibortista, però, non si è accorto che il Vaticano ha investito più di 20 milioni di euro in un’azienda farmaceutica che produce la pillola del giorno dopo. Quindi, cari anti-abortisti, caro Pillon, avete perso troppo tempo a cercare il nemico fuori e non vi siete accorti che il nemico ce l’avevate in casa. Che brutta storia».
Mamma mia quanta verità tutta in un colpo.
Renovatio 21 lo aveva scritto qualche giorno fa. Report lo aveva rivelato ad inizio settimana: sì, il Vaticano finanziava farmaceutiche che producono pillole della morte, farmaci che i documenti stessi della Chiesa ritengono non contraccettivi ma abortivi – quindi non solo intrinsecamente sbagliati ma anche assassini stragisti.
Signore e signori cattolici e pro-life, è proprio così: il nemico ce lo avete in casa.
Abbiamo aggiunto: la Conferenza Episcopale tedesca possedeva il 100% di un editore di libri erotici. E altri fondi del Vaticano hanno finanziato il film biografico sulle prodezze dell’omosessuale affitta-uteri Elton John, oltre che le aziende di quell’esempio di virtù cattolica che è l’ebreo Lapo Elkhan.
Ecco, a saperlo, avremo portato noi al Fedezzo, anzi ai suoi sperduti «autori», tutto questo materiale, e anche oltre.
Perché, signore e signori cattolici e pro-life, è proprio così: il nemico ce lo avete in casa.
Il nemico vaticano, che dite di voler servire, in realtà da anni serve il dio dei massacri e della perversione
Il nemico vaticano, che dite di voler servire, in realtà da anni serve il dio dei massacri e della perversione – perché, oltre agli scandali finanziari e farmaceutici, ci sono quelli sessuali che sono pronti ad eruttare in ogni momento, magari coinvolgendo anche il vertice, come il caso rivoltante della Casita de Dios, accaduto nell’Argentina di Bergoglio.
Il nemico vaticano vi sta usando, cari pro-life, anche in questa partitella con il mondo moderno: vuole l’accordo, il compromesso, e bisogna che il dissenso cattolici ingenui o genuini (quello che dopo una vita a seguire il catechismo non può credere che una cosa del genere possa succedere) venga messo dentro un recinto allettante, di modo che il manovratore possa stipulare i suoi accordi senza la pressione di questo orpello inutile che è il popolo – quello strano ente per il quale il fondatore della Chiesa sacrificò la sua vita umana.
Se non lo avete capito: CEI e Sacro Palazzo vogliono solo arrivare ad emendamento, quello per il quale sarà concesso di leggere ancora San Paolo in chiesa, magari in versione edulcorata, magari omettendo il Deuteronomio e anche la Genesi (c’è quella cosa di Sodoma…). Un compromesso, e poi via, si riparte.
Il nemico vaticano vi sta usando, cari pro-life, anche in questa partitella con il mondo moderno: vuole l’accordo, il compromesso
La faccenda è persino più triste di così: non solo, a differenza del Fedezzo, non vi rendete conto che la gerarchia vi ha già venduti, ma siete così sciocchi da non vedere che, as usual, quella dei diritti omosessuali è solo una mascherata, un diversivo, un’arma di distrazione di massa: vi tengono inchiodati a battervi il petto in questa cosa stupida che si chiama identità («io sono cattolico!» «io sono di destra!» «io sono per la famiglia!») mentre, sotto il naso, stanno ricombinando il DNA delle vostre cellule.
Sbraitate contro Fedezzo per la «libertà di parola», la «libertà di educazione», quando da sotto gli occhi vi hanno tolto la libertà di lavorare, muovervi, associarvi, parlare, mangiare, perfino respirare.
Sbraitate contro Fedezzo per la «libertà di parola», la «libertà di educazione», quando da sotto gli occhi vi hanno tolto la libertà di lavorare, muovervi, associarvi, parlare, mangiare, perfino respirare
Parlate di «libertà di espressione» quando vi hanno tolto la libertà perfino dentro al nucleo delle vostre cellule, dove per legge ora sarà iniettato mRNA alieno.
Il saggio indica la Luna, l’idiota guarda il dito, dice il proverbio cinese. Ebbene, state tutti guardando il dito, e lo capiamo pure perché ci hanno messo a puntarlo dei neon identitari irresistibili, cartelloni con personaggi improbabili, perfino il concertazzo sindacale dei lavoratori divenuto trans-comizio tamarrissimo.
E continuate pure a rimirarlo, questo dito. Mica vi vogliamo impedire l’intrattenimento, per povero che sia.
Parlate di «libertà di espressione» quando vi hanno tolto la libertà perfino dentro al nucleo delle vostre cellule, dove per legge ora sarà iniettato mRNA alieno
Solo poi non lamentatevi se riesce a prendervi per il culo perfino uno come il Fedezzo.
«Avete perso troppo tempo a cercare il nemico fuori e non vi siete accorti che il nemico ce l’avevate in casa. Che brutta storia». Tutto vero.
Il Fedezzo ci ha ragione!
Immagine di Greta via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
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La colonna sonora di Fantozzi, e oltre. Intervista con il compositore Vince Tempera
Domenica 14 giugno a Fiumicino è stata celebrata la riedizione in vinile delle colonne sonore di due film che hanno segnato indelebilmente il nostro cinema popolare: Il secondo tragico Fantozzi di Luciano Salce e Febbre da cavallo di Steno. Entrambe le pellicole compiono cinquant’anni e le loro indimenticabili musiche portano la firma del trio Franco Bixio, Fabio Frizzi e Vince Tempera. Da piccolo ho sempre pensato che il trio Bixio-Frizzi-Tempera fosse un’entità unica: un sodalizio capace di lavorare in totale sinergia e armonia, confezionando capolavori musical-cinematografici ormai consegnati alla storia.
L’incontro di Fiumicino, organizzato da Francesco Pozone e moderato dal critico cinematografico Fabio Melelli, è stata l’occasione per riscoprire questi lavori. Noi di Renovatio21 eravamo presenti e per comprendere appieno l’impatto di questa operazione nostalgica ed editoriale, è necessario ricordare cosa abbiano rappresentato questi due film per la cultura italiana. Il secondo tragico Fantozzi (1976) e Febbre da cavallo (1976) non sono infatti semplici commedie disimpegnate, ma due radiografie della società del tempo in chiave tragicomica.
Se il primo film introduce e presenta la maschera del ragioniere più vessato d’Italia, Il secondo tragico Fantozzi ne incrementa la tragedia esistenziale. Salce e Villaggio mettono in scena il fallimento della coscienza di classe dell’impiegato italiano, schiacciato tra l’aspirazione piccolo-borghese e una sottomissione totale verso il potere e che scarica le proprie frustrazioni nel suo nucleo familiare comportandosi come un tirannosauro nei confronti della moglie e della figlia all’interno delle mura domestiche.
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Il film descrive un microcosmo iper-gerarchico in cui la violenza psicologica è istituzionalizzata. Episodi rimasti nella memoria collettiva – il set cinematografico amatoriale della Corazzata Potëmkin o l’aristocratica cena di gala della Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare – superano la semplice gag comica fine a se stessa per farsi satira cruda verso quell’intellighenzia da salotto che gode di immunità di giudizio e di indefessa lussuria appoggiata e costruita sulle spalle dei fedeli sottoposti.
Fantozzi è l’antieroe totale: non si ribella per cambiare il sistema, ma solo per l’illusione di poterne far parte, diventando così il perfetto ingranaggio di una macchina sociale che lo opprime quotidianamente. Per inciso, quella maschera anni Settanta calza in maniera perfetta con l’istupidimento e l’indebolimento contemporaneo della nostra ex classe media, ma questa è un’altra storia che meriterebbe un approfondimento a parte.
Sul piano sonoro, le musiche di questo secondo capitolo sono più varie rispetto al primo film e si adattano a ogni situazione: dal valzer dell’acqua gassata alle sequenze di disco music, fino al night club, dove si contano addirittura tre temi diversi. Nel primo film merita citare il momento in cui Fantozzi, per far credere alla moglie Pina di avere un’amante – anziché confessarle che sta prendendo segretamente lezioni di biliardo – canta Parlami d’amore Mariù, un brano scritto proprio dal padre di Franco Bixio, il celebre Cesare Andrea Bixio, discendente del celebre generale risorgimentale Nino Bixio, caro alla toponomastica delle città italiane odierne.
All’epoca, in concomitanza con la prima pellicola, uscì il 45 giri con La ballata di Fantozzi – l’unica canzone mai cantata da Villaggio. Nel corso degli anni le musiche di entrambi i successi di Salce sono state pubblicate prima su CD e oggi, finalmente, in formato 33 giri. Si tratta di un recupero straordinario se pensiamo che, all’epoca, i dischi delle colonne sonore venivano stampati solo se vi erano temi lunghi e commercialmente forti; nel caso dei due Fantozzi, invece, si parla quasi esclusivamente di tracce brevi sotto i due minuti di durata.
Febbre da cavallo tratteggia il vizio cronico del perdigiorno, dell’azzeccagarbugli all’interno del microcosmo delle scommesse dei cavalli; quel mondo ruota attorno agli ippodromi e si trascina fin dentro la città pervadendo le vite dei protagonisti e finalizzandole al solo unico obiettivo che è scommettere. L’illusione della lauta vincita è un miraggio sempre più distante e la storia si snoda tra gag, aneddoti e scene grottesche di stampo romanesco in una Roma sottoproletaria che spera, un giorno o forse mai, di scalare un gradino della scala sociale, ma senza pensare di lavorare o tantomeno di faticare.
Mandrake, Pomata e i loro sodali campano di espedienti e sogni di gloria, tentano di sbarcare il lunario con espedienti di ogni tipo, che la mimica e l’abilità recitativa di Gigi Proietti e Enrico Montesano – attorniati da una serie di caratteristi di prim’ordine – rendono la pellicola un must intramontabile transgenerazionale.
La dipendenza dal gioco d’azzardo non viene moralizzata dal regista, bensì analizzata come linea di resistenza disperata in contrapposizione della routine del lavoro. Il gioco è la ragion d’essere e di esistere di un manipolo di emarginati sociali che sperano che il «sogno dell’azzardo» non finisca mai. La genialità della pellicola sta nel trasformare le truffe e la sfortuna cronica in una liturgia dell’ingegno, dove il dramma e i problemi economici vengono costantemente esorcizzati dall’arte dell’arrangiarsi. Per tornare alla musica, il tema portante del film è un caposaldo delle soundtrack della commedia italiana di quel decennio.
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Le musiche di queste pellicole – incastonate nell’immaginario collettivo – sono state ideate da quel trio che ha saputo affermarsi in quegli anni tra i maggiori autori di colonne sonore in Italia. In circa cinque anni, il gruppo Bixio-Frizzi-Tempera ha creato ben settanta colonne sonore mantenendo standard qualitativi altissimi, sia che si trattasse di capolavori, sia che accompagnassero film popolari, commerciali o considerati di «seconda fascia».
Va sottolineato che questo terzetto ha prodotto le proprie opere in un periodo storico denso e prolifico, dominato da giganti del calibro di Ennio Morricone, Stelvio Cipriani, Piero Piccioni, Armando Trovajoli e Riz Ortolani. Nonostante la concorrenza, si sono ricavati il loro spazio grazie al talento e a una grande spinta innovativa, introducendo strumenti che i grandi compositori classici non erano soliti usare (non è un caso che il tema di Sette note in nero sia stato successivamente ripreso da Quentin Tarantino in Kill Bill).
Durante l’incontro a Fiumicino, i protagonisti hanno voluto ricordare i tempi di quella rivoluzione sonora e noi ve ne riproponiamo i momenti salienti. «Non potevi chiedere a Rustichelli di usare un sintetizzatore, perché non sapeva nemmeno cosa fosse. Noi invece lo usavamo» ha detto Vince Tempera. «Osservando i musicisti che lavoravano in RCA, vedemmo che realizzavano gli arrangiamenti con strumenti all’epoca insoliti; noi tre avevamo in testa quei suoni e quelli abbiamo tirato fuori. Gli altri proponevano la bossanova, lo swing, il jazz da night club… Noi usavamo la batteria, che per quel tipo di musiche, negli anni Cinquanta e Sessanta, era utilizzata pochissimo».
Sempre Tempera ha poi raccontato l’approccio per evidenziare le performance grottesche dello sfortunato ragioniere: «Quando alla Rizzoli Film ci fecero vedere i vari episodi del film, ho subito pensato che questo avesse bisogno di una musica come quelle dei cartoni animati di Tom & Jerry, ovvero specifica per ogni scena. Quando c’è la sequenza dello sci acquatico si sente una melodia dolce con dei violini di sottofondo… La nostra idea era proprio quella di adattare un tema a ogni momento della pellicola. Quando ci sono le apparizioni mistiche, c’è una musica sacra. Era un film che aveva bisogno di tanti piccoli temi della durata massima di un minuto che, accoppiati all’immagine di Fantozzi, facessero ridere la gente. Stesso discorso per la scena della scalinata de La corazzata Potëmkin: ha questa base di solo pianoforte ed è talmente comica che quel piano in sottofondo non risulta serio, anche se ha un suono austero».
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Il lavoro in studio significava coesistere con la colta personalità del protagonista. Paolo Villaggio era un artista a tutto tondo e, come ricorda il maestro Fabio Frizzi, diceva la sua anche sulle musiche: «Paolo era una persona dalla cultura notevole. Quando ci conoscemmo aveva un atteggiamento che a me piaceva molto, perché era innanzitutto un uomo educato. Si stava bene insieme a lui. Questo vale anche per il primo Fantozzi, che era firmato esclusivamente da me, anche se loro avevano già messo lo zampino all’interno; dal secondo capitolo in poi è nato il nostro incredibile trio. Il primo incontro per il primo film con Paolo avvenne a casa sua a Roma, in via Pezzana. Io ero intimorito, perché questo signore lo vedevo solo in televisione. Fu carinissimo e mi trovai subito a mio agio».
«Quando Villaggio venne a cantare, prestando la voce ad alcune mie musiche, era consapevole di non essere un cantante ma sapeva di doverlo fare, anche perché c’erano Piero Benvenuti e Piero De Bernardi che incalzavano e volevano assolutamente che cantasse. Doveva coniugare l’essere attore e il gorgheggiare le frasi in maniera intonata. Un lavoro molto difficile che ci occupò un giorno intero» ricorda Frizzi, storico collaboratore del regista di culto Lucio Fulci e fratello dello scomparso presentatore televisivo Fabrizio Frizzi.
«All’inizio Paolo sentì questa cosa come distante da sé, ma quando ha indossato la maschera del cantante gli è venuto benissimo. Una delle prime frasi recitate è: “hanno messo la parete a vetri”. Se volete notare una finezza, quella frase rischiava di non capirsi; lui decise quindi di timbrarla e, se ascoltate il brano, si sente molto bene questa sua inflessione. Questo piccolo dettaglio dimostra la sua serietà e il suo esserci dentro in pieno alla situazione».
A chiudere il cerchio dei ricordi della conferenza è Franco Bixio, che ha rievocato gli esordi e il delicato equilibrio tra arte e produzione:
«Al tempo ero solo autore e mi divertivo molto di più. Poi mi sono trovato nel doppio ruolo di autore ed editore, e ho iniziato a costruire la mia parte artistica insieme a loro e, contemporaneamente, a fare esperienza sul campo come editore. Con mio fratello si studiavano le strategie economiche e, quando andavo in studio con Fabio e Vince, dicevo sempre che dovevamo spendere poco. Non succedeva mai! Spendevamo il doppio perché io stesso ero partecipe di questo sforamento di budget [ride]».
Ci piaceva fare le cose fatte bene e soprattutto ci divertivamo; si passavano le ore sforando gli orari delle sessioni pur di trovare qualche spunto particolare che desse una connotazione precisa alla musica di ogni film. Si scrivevano i temi, ma molto spesso in studio l’idea nasceva da me, da Fabio o da Vince – raramente a tutti e tre contemporaneamente [ride] – e questo è servito proprio per avere il riscontro che registriamo oggi. Abbiamo scritto colonne sonore per film che oggi vengono definiti dei cult e, di conseguenza, anche il nostro trio è diventato un punto di riferimento. Non lo facemmo certo per calcolo, ma semplicemente perché amavamo fare musica e stare insieme come tre amici dalle estrazioni musicali differenti».
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A margine della presentazione il Maestro Vince Tempera ci ha concesso una breve intervista a Renovatio 21
Lei ha collaborato tanti anni con Francesco Guccini.
Nei live con Guccini sono subentrato negli anni Ottanta. Prima c’era solo Flaco Biondini, e Deborah Kooperman in certi momenti. Io sto a Milano e ho conosciuto Francesco tramite i Nomadi, perché lui aveva scritto delle canzoni nel loro album I Nomadi del 1968, quali Ophelia e Giorno d’estate, e a me toccava il compito di arrangiare questi brani. Al tempo Francesco era ancora senza barba. Da lì è nata un’amicizia e una conoscenza, e siamo andati avanti per oltre cinquant’anni assieme.
Ha toccato diverse situazioni musicali, tra cui il mondo delle sigle dei cartoni animati. Come arriva a scrivere sigle che poi sono entrate nell’immaginario collettivo, imponendosi come dei veri e propri successi senza tempo?
Abbiamo sempre lavorato, io e Luigi Albertelli, pensando ai bambini come a degli adulti. Ovviamente facevamo canzoni semplici da ricordare, ma non da suonare. I bambini ci hanno seguito. Loro vogliono essere già grandi e vogliono le loro canzoni, non quelle dello Zecchino d’Oro. Forse ai bimbi di tre anni piacciono; quando sono ancora schiavi dei genitori sopportano lo Zecchino d’Oro, poi basta.
Gli arrangiamenti delle sue sigle sono ben strutturati. Penso a Atlas Ufo Robot, Goldrake, Capitan Harlock, Daitarn III, Anna dai capelli rossi, L’Ape Maia, Dolce Remi, Tekkaman, Marco, Astro Robot, La principessa Sapphire, Capitan Futuro, Hello Spank!… brani che hanno una loro struttura e un loro corpo musicale ben definito e accattivante.
Molte rock band, anche tedesche e austriache, hanno preso le nostre canzoni facendone delle versioni con arrangiamenti ancora più rock di quello che noi pensavamo.
Quanto tempo impiegavate per creare e confezionare un brano per una sigla di un cartone animato?
Un paio di giorni. Al mattino si facevano le basi, al pomeriggio le sovraproduzioni e il secondo giorno mixavi il tutto. Al pomeriggio del secondo giorno decidevi se andava bene o meno. Molto facile.
Passando al mondo del pop, lei ha collaborato all’album d’esordio di Gianluca Grignani, Destinazione paradiso, uscito nel 1995. Un album che ha segnato la storia della musica italiana e ha dato immediata popolarità al cantautore milanese.
Ho suonato le tastiere, l’ho arrangiato e prodotto.
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Un disco che ha lanciato Gianluca Grignani come autentica pop star con un respiro internazionale, visto anche il successo ottenuto nei paesi latini. Che ricordi ha di quella produzione?
Abbiamo venduto due milioni e duecento mila copie. Grignani ha rinnegato un po’ il lavoro che si era fatto, perché aveva venduto troppo. Lui voleva essere un rocker maledetto tipo Kurt Cobain, ma non è Kurt Cobain.
Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario de Il secondo tragico Fantozzi dove lei, assieme a Franco Bixio e Fabio Frizzi, ha scritto le musiche.
Paolo Villaggio lo conoscevo da cinque o sei anni perché lui lavorava al Derby di Milano e Fantozzi, vedendo il girato, sembrava un cartone animato. Se tu pensi a Willy il Coyote e personaggi simili, ci metti su una determinata musica e quello era. In più abbiamo fatto cantare – cantare per modo di dire – Paolo. O meglio, ci ha recitato sopra.
Dove avete registrato quelle musiche?
In parte a Milano e in parte qui a Roma.
Fu un lavoro corale, di concerto con il regista Luciano Salce, gli sceneggiatori e Paolo Villaggio, oppure avete agito secondo un vostro senso artistico?
In realtà c’era poco da dire. Le scene erano quelle, le vedi. Però Villaggio e soprattutto Salce volevano questo gruppo di lavoro e che si lavorasse tutti assieme. Come era al Derby di Milano.
Un altro film di cui ricorre l’anniversario è Febbre da cavallo, sempre del 1976, per la regia di Steno. Anche qua voi firmate la colonna sonora.
La percussione del tema di Febbre da cavallo è nata nello studio del Capolinea a Milano durante una pausa. Un corista faceva l’imbecille mentre stavamo prendendo il caffè; era dall’altra parte del vetro della regia e simpaticamente si mise a battersi il petto con le mani, creando inconsapevolmente un groove ritmico. «Fermo! È questo il suono che stavamo cercando!». Registrammo lui che si batteva sul petto e quella è la famosa cavalcata di Febbre da cavallo.
Da una pura casualità è diventato un brano iconico.
Esatto!
Francesco Rondolini
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Renovatio 21 augura a Mel Brooks altri 100 anni
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Sorrentino, Mattarella, eutanasia, Pulcinella
Qualche settimana fa il celebre regista Paolo Sorrentino ha fatto discutere con una dichiarazione sconcertante. Il presidente della nostra amata Repubblica riceveva i rappresentanti del mondo dello spettacolo. Una certa enfasi è stata data all’occasione, quasi a sfiorare l’avvenimento, che in realtà si ripete tutti gli anni. Fra le prerogative del presidente della Repubblica c’è anche quella di intrattenersi semel in anno con le categorie più popolari, come gli sportivi e appunto cantanti attori registi, ricevendo ossequio e porgendo belle parole di sostegno e conforto.
Da qualche tempo il presidente è molto presente: va in tram, dove raccoglie orsacchiotti, fa selfie con influencer truccatissime o con rapper affetti da sigmatismo. Si porge come un buon nonno, il nonno degli italiani, quasi a suggerire che all’età avanzata sia connaturata la bontà e la saggezza. E con ciò lancia un assist anche in favore della terza età.
Come che sia, alla cerimonia non poteva mancare il Paolo Sorrentino, il premio Oscar osannato per aver mostrato, sessant’anni dopo La dolce vita, che il Bel Paese è una latrina e Roma è la sua cloaca: cosa che dal XVI secolo piace sempre ai protestanti, maxime agli anglosassoni. Paolo Sorrentino, che da sempre irride la religione cattolica, il papa, i santi, la fede, l’Italia. Paolo Sorrentino, che sputa nel piatto ma con eleganza, apparecchiando inquadrature impeccabili per accompagnare l’ovvio che piace.
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L’opera dell’artista napoletano, ci pare, incarna un poco lo spirito di Pulcinella, che ride fingendo di piangere, lancia frizzi, si piega all’andazzo sia pure con una qualche sprezzatura e tira alla pagnotta. Un Pulcinella moderno, raffinato; un Pulcinella con gli scopettoni.
E così, prendendo la parola nel consesso, il Sorrentino Paolo se ne è uscito con una denuncia, come si diceva, sconcertante e anche imbarazzante: «se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti, presidente, vivremmo gioiosi e pacifici. Ma purtroppo» ha aggiunto sospirando «ci sono anche gli altri».
Ohibò, ci venne fatto di pensare, ma che corbelleria è mai questa?
Posto che si possano con un battito di mani eliminare tutti quelli che non sono il presidente e artisti, come andrebbe dal punto vista materiale e, si perdoni la volgarità, economico? Il presidente è certamente benestante, è un buon nonno che non si accontenterebbe di dare i soldini per il gelato. Ma vogliamo credere che davvero abbia la possibilità finanziaria e perché no, la voglia di comprare e ascoltare tutti i dischi, andare a tutti gli spettacoli, comprare tutti i biglietti per vedere tutti i film, e insomma mantenere da solo l’industria discografica, teatrale e cinematografica italiana? Tra l’altro, il nonno degli italiani tiene una certa età. Non so lui – ci diceva un amico – ma mio nonno a una cert’ora voleva andarsene a dormire, altro che film, concerti e teatro.
Se ci fossero al mondo solo gli artisti e Mattarella, come camperebbero i cantanti, gli attori, i registi, e Paolo Sorrentino, quindi?
E poi, la noia. Dopo un’ora di sorrisi, esaurite le poesie da declamare e stancati i saltimbanchi, cantata in coro per l’ultima volta Io e te da soli di Mina, probabilmente il presidente e la torma di artisti finirebbero per essere un poco tediati l’uno degli altri. Al primo languorino di pancia, c’è da scommettere che qualcuno tra i meno abbienti inizierebbe a preoccuparsi, a palesare inquietudine, a guardarsi intorno in cerca degli «altri», cioè l’invisa plebe che gli dava da mangiare, bere e vestir panni.
E ancora: pacifici de che? Tutti sanno che il mondo dello spettacolo è un verminaio, dove ci si fa la forca l’un l’altro. Invidie, rancori, rivalse e vendette sono all’ordine del giorno. I sorrisi sono in genere fatti da denti che mordono, la mano che si tende al collega in favore di pubblico nasconde spesso una lametta sul palmo. Di che parliamo?
E quanto al presidente, egli è uomo di pace ma ha dimostrato di saper fare anche la guerra. Sorrentino è nato, apprendiamo, nel 1970. Nel 1999, quando Mattarella era ministro degli esteri, era già ventinovenne. Forse il successo è una seconda nascita che cancella il passato. E siccome Sorrentino è nato alla gloria nel 2013, con La grande bellezza, e Mattarella è stato eletto nel 2015, è possibile che il regista tenda a far coincidere i ricordi e la felicità con il mandato del presidente.
Va bene, concludemmo provvisoriamente: una pulcinellata. È stata solo un’innocente esagerazione per compiacere l’illustre ospite, il quale deve aver sorriso come si sorride ai poeti che la sballano grossa.
Il punto è che Sorrentino ha da poco girato un film, La grazia.
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La pellicola gira intorno all’eutanasia, e non certo per biasimarla. C’è infatti un presidente cattolico, la cui fede è però un impiccio e non fa che renderlo irresoluto per due ore e mezza. C’è un papa amico del presidente, guarda un po’, che lo conferma non nella fede ma nel dubbio. C’è una grazia – non una Grazia – da concedere. C’è una donna che ha ucciso il marito violento, e che è convinta di aver agito per il suo bene, liberandolo dalla sua ossessione. C’è un uomo che, sempre per compassione, ha soppresso la moglie malata di Alzheimer.
Sullo sfondo, c’è il dibattito parlamentare sull’eutanasia, che tira per le lunghe perché siamo un Paese riluttante, corrotto e ignorante. Per non far mancare nulla, come un’oliva nel Martini, si parla anche di corna e di omosessualità.
Il film titilla un po’ tutti i recettori pseudo-intellettuali dell’ominide contemporaneo. Dovunque vada a toccare è certo di suscitare un muggito di approvazione.
L’ispirazione per il soggetto, lo ha spiegato Sorrentino, è venuta dalla grazia accordata proprio dal presidente Mattarella nel 2019 a un uomo condannato, appunto, per aver ucciso la moglie con il morbo di Alzheimer.
Apprendiamo oggi che l’opera ha sbancato i Nastri d’argento. Oltre cento giornalisti le hanno conferito i premi per il miglior film, la migliore regia, la migliore sceneggiatura, il migliore attore protagonista, la migliore attrice protagonista, la migliore attrice non protagonista, la fotografia e il sonoro.
Tutto si tiene, nel festino della Necrocultura, tutto fa l’occhiolino a tutto. Otto festosi Nastri d’argento cadono, come stelle filanti, sulla pellicola.
Apriamo a caso Ennio Flaiano – che sceneggiò La dolce vita, quella vera – e leggiamo: «Pulcinella quando protesta ruba un piatto di maccheroni».
Avv. Renzo Magalozzi
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Immagine di Paolo Benegiamo via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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