Geopolitica
Erdogan valuta ancora operazioni militari in Iraq e Siria
L’esercito turco è pronto a condurre operazioni per garantire la piena sicurezza lungo i confini del paese, ha detto il presidente Recep Tayyip Erdogan.
A gennaio, la Turchia ha effettuato una serie di attacchi aerei e operazioni di terra nel nord dell’Iraq e nel nord della Siria, prendendo di mira membri e strutture del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che Ankara considera un’organizzazione terroristica. L’escalation è seguita alla morte di nove soldati turchi negli scontri con i combattenti del PKK.
L’obiettivo del governo di Ankara è quello di assicurarsi che la Turchia sia libera «dall’ombra oscura del terrorismo», ha detto Erdogan durante un discorso ad inizio settimana.
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Per raggiungere questo obiettivo, «garantiremo completamente la sicurezza del nostro confine iracheno entro quest’estate e completeremo definitivamente i nostri affari incompiuti in Siria», ha affermato.
«Ovunque ci sia un terrorista, lo troveremo e lo elimineremo», ha detto il leader turco, aggiungendo che il Paese «non permetterà assolutamente che queste bande di assassini prezzolati, che ora sono senza fiato, con le spalle al muro e sull’orlo dell’estinzione, per rinascere e diventare di nuovo un peso per la nostra nazione».
All’inizio di questo mese, il quotidiano Hürriyet ha riferito che l’esercito turco avrebbe condotto un’offensiva di terra su larga scala nel nord dell’Iraq contro il PKK. Secondo la testata, il governo di Baghdad ha acconsentito all’operazione militare sul suo territorio.
La scorsa settimana funzionari di alto rango dei due paesi hanno tenuto un vertice sulla sicurezza a Baghdad, affermando in una dichiarazione congiunta che «il PKK rappresenta una minaccia alla sicurezza per la Turchia e l’Iraq e… che la presenza di detta organizzazione sul territorio iracheno viola la costituzione irachena».
Le forze turche sono state schierate nel nord della Siria dal 2016 nel mezzo di un conflitto nel paese con l’obiettivo dichiarato di combattere lo Stato Islamico (IS, ex ISIS) e altri gruppi terroristici.
Le autorità di Damasco hanno condannato l’incursione, effettuata da Ankara senza il loro consenso, definendola un’«aggressione» contro lo Stato siriano e una «palese violazione» della sovranità del Paese.
Erdogan, che si è unito alle richieste occidentali per un cambio di regime a Damasco durante il conflitto, ha dichiarato l’estate scorsa di essere disponibile a un incontro con il suo omologo siriano Bashar Assad con l’obiettivo di ricucire le relazioni. Tuttavia, quest’ultimo ha affermato che il ritiro delle forze turche dalla provincia siriana di Idlib non dovrebbe essere una precondizione per i colloqui.
Come riportato da Renovatio 21, Ankara già l’anno scorso ha bombardato obiettivi «terroristici» in Siria e Iraq.
La zona è ritenuta essere ad alta concentrazione di terroristi, dove sarebbero peraltro emerse già due anni fa armi occidentali mandate teoricamente in Ucraina.
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Idlib, luogo di confine con la Turchia, è conosciuta come punto caldo del terrore siriano: sarebbe, dicono, il luogo di morte del califfo Abi Bark al-Baghdadi, il noto vertice dell’ISIS nel momento di sua massima espansione.
Come riportato da Renovatio 21, anche il successore Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi sarebbe risieduto a Idlib (nella zona occupata dai Turchi e al-Qaeda) prima di essere eliminato da un raid di cui si è vantato Joe Biden.
Come riportato da Renovatio 21, nel novembre 2020, durante lo scontro tra Armenia (Paese vicino alla Russia) e Azerbaigian il ministero della Difesa armeno ha pubblicato il video di un militante siriano catturato che diceva di venire da Idlib.
Durante la primavera 2022 l’Intelligence russa ha accusato gli Stati Uniti di addestrare militanti dell’ISIS in Siria per la guerra in Ucraina. Un una presenza di terroristi siriani in Ucraina con il fine di vendicarsi dei russi era stata segnalato anche ad inizio di quell’anno.
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Immagine di NATO North Atlantic Treaty Organization via Flickr pubblicata su licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
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L’UE respinge il Canada come membro «associato»
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Geopolitica
Trump in contatto con Netanyahu: paura di altre ostilità con l’Iran
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato al telefono con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sabato mattina, per fare il punto sui preparativi per possibili attacchi contro l’Iran,. Lo riporta il Wall Street Journal, che cita fonti a conoscenza della conversazione.
Secondo il WSJ, Trump aveva precedentemente tenuto un altro incontro con alti comandanti militari alla Casa Bianca per discutere le opzioni per la ripresa di importanti operazioni di combattimento. Nelle scorse settimane, diverse testate giornalistiche hanno riportato che gli Stati Uniti potrebbero riprendere gli attacchi contro l’Iran dopo le elezioni di medio termine del 3 novembre.
Trump ha ripetutamente minacciato di bombardare l’Iran, avvertendo di «un’altra piccola Furia Epica», dal nome dell’operazione precedente, qualora Teheran non rispetterà le sue condizioni di pace. Secondo quanto riferito, funzionari statunitensi avrebbero avvertito gli alleati arabi che ospitano basi militari americane di prepararsi a un’operazione breve ma intensa.
Interrogato sabato sera durante una festa di Halloween a Mar-a-Lago, in Florida, sulla possibilità di «tornare in guerra con l’Iran» nelle prossime settimane, Trump ha risposto: «Supponiamo che lo facessi, ve lo direi? Non posso dirvelo».
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Secondo quanto riferito, il Pentagono avrebbe presentato a Trump potenziali obiettivi che vanno dagli impianti nucleari e siti militari sotterranei iraniani all’isola di Kharg, un importante snodo per l’esportazione di petrolio nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti hanno inoltre inviato ulteriori intercettori missilistici nella regione e trasferito truppe da basi vulnerabili.
Secondo un articolo del Jerusalem Post pubblicato sabato, Stati Uniti e Israele hanno già elaborato piani per una rinnovata azione militare, ma è improbabile che Trump ordini attacchi prima del voto di martedì, a meno che i servizi segreti non indichino preparativi per un attacco a sorpresa.
Una ripresa delle ostilità giungerebbe in un momento delicato per Netanyahu, il cui blocco di destra non è riuscito a ottenere la maggioranza parlamentare alle elezioni della scorsa settimana. Rimarrà in carica mentre proseguono i negoziati per la formazione di una coalizione.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato sabato che Trump non ha ancora deciso se lanciare nuovi attacchi contro l’Iran, ma preferisce una soluzione diplomatica. Le sue dichiarazioni sono giunte mentre i negoziatori iraniani incontravano i mediatori del Qatar a Doha, dopo oltre 12 ore di colloqui a Teheran venerdì. Una fonte a conoscenza dei colloqui ha riferito a Reuters che la diplomazia viene coordinata attraverso contatti regolari con Washington.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran ha esaminato una lettera del vicepresidente statunitense JD Vance volta a riaprire i negoziati, definendo l’iniziativa un «passo positivo».
Nel frattempo, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha ordinato alle forze armate di prepararsi a «una risposta immediata ed efficace, senza limitazioni geografiche» qualora il Paese venisse attaccato di nuovo, secondo quanto riportato in una dichiarazione diffusa sabato dal suo ufficio.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
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