Necrocultura
Depiddificazione vera liberazione
Fino a poco fa, se ci avessero detto, a reti unificate, che nelle piazze d’Italia le manifestazioni del 25 aprile – sulla carta festa della liberazione dell’Italia dal nazifascismo – vi erano state violente accuse contro un partito di destra in rapporti anche casuali con un qualsiasi gruppo neonazista straniero, non ci saremmo sorpresi.
Il 25 aprile, e poco dopo il 1° maggio, a questo servono: le sinistre e i sindacati ringhiano un po’, gli si dà un po’ di pubblicità, e via.
Fino a poco fa, tuttavia non esisteva nella percezione pubblica il fatto che c’è un Paese d’Europa i cui vertici sono probabilmente in mano a gruppi nazistoidi, con timbro a forma di croce uncinata a certificare la purezza ideologica e non solo ideologica.
Fino a poco fa, la pubblica opinione non poteva pensare nemmeno lontanamente che il partito (cioè i partiti: ci sono le propaggini feudali biodegradabili di D’Alema e Speranza, il quale vorrebbe chissà perché riconfluire) che si vuole figlio della Resistenza potesse allearsi con i nazisti. Di più, mandare loro armi. Di più: giustificare il ritorno del nazismo con pubbliche acrobazie orwelliane.
Tutto questo, invece è successo. Se pensavate che le ultime due feste della Liberazione, passate da prigionieri delle proprie cause causa lockdown, fossero l’ultimo colmo, l’ultimo segno del mondo invertito, l’ultima evidenza della presa per il sedere a cui siamo sottoposti, vi sbagliavate.
Voilà. Ecco il 25 aprile ucrainista, o meglio, ucronazista. Eccoti i giornali italioti, oramai interamente allineati con l’establishment e cioè con il suo partito – il PD – che ti parlano dei nazisti dell’Azov come della «nuova resistenza».
Partigiani runici. La Resistenza con la svastica, e il Sonnenrad di Himmler. È semplicemente incredibile, ma è il mondo in cui ora state vivendo.
Putin all’inizio dell’Operazione Z aveva parlato di denazificazione. Media e politici italiani avevano ignorato la cosa, forse perché nella loro suina ignoranza non conoscevano il problema della nazificazione di Kiev. Poi, una volta informati dal padrone che dovevano smontare la cosa, hanno cominciato a dire che è impossibile che l’Ucraina è nazista, perché lo Zelen’skyj è ebreo: non sanno, i professionisti dell’informazione, che da quasi due lustri la questione nel Paese ha pure una definizione semiseria, «zhidobandera» («giudeobanderista») che nasconde la verità incontestabile: tanti battaglioni ultranazionalisti sono stati foraggiati, se non creati, da personaggi come Igor Kolomojskij – per breve tempo, dopo una scalata delle sue, a capo del Consiglio Ebraico Europeo delle Comunità Ebraiche – che è anche, guarda caso, il puparo dietro l’ascesa di Zelens’kyj.
In pratica, il PD (e gli altri partiti che si vogliono nati dalla Resistenza, come la Lega Nord) stanno nazificando l’Ucraina. Oggi tuttavia festeggiano la denazificazione dell’Italia. Non una grinza.
Ci sarebbe qui da perdersi nella tana del coniglio metastorico, metapolitico, metageopolitico. Alla fine, davvero, non conta il colore di camicia che si indossa: conta la volontà del padrone atlantico, conta la sete di sangue del demone angloide. Il quale usa chiunque come sua pedina, anche a poca distanza di tempo, trattando gli esseri umani secondo un distico della poesia di Gozzano: «così come ci son formiche rosse, / così come ci son formiche nere».
Proprio come insetti, gli uomini neri sono stati mandati allo sbaraglio, e l’ordine del demone atlantico è quello di sacrificarsi, di morire, magari assieme a qualche civile, nel bunker di un’acciaieria, anche quando avrebbero la possibilità di arrendersi e, come promesso dai russi, ottenere in cambio la «conservazione della vita».
La trasformazione degli uomini in insetti è, del resto, una delle basi della Necrocultura. È incredibile notare come alcuni dei teorizzatori della riduzione della popolazione fossero entomologi. Paul Ehrlich, che con il suo libro La bomba demografica (1968) introdusse il mondo al tema della depopolazione, è un entomologo: ogni sua predizione su carestia e guerra causata dall’aumento demografico incontrollato è stata sconfessata, il personaggio sembrava dimenticato… Poi, improvvisamente, è riapparso nel vaticano Bergogliano, invitato a sante conferenze…
Ora, c’è un partito, in Italia, di radici assai solide, che oltre ad allearsi con i nazisti è il capofila di contraccezione, aborto, ecologismo antiumano. Non stiamo parlando del M5S, che a breve sarà biodegradato in forma quasi totale (qualcuno in meridione, siamo certi, lo voterà ancora, e chissà perché). Non stiamo parlando di Pannella, a cui va dato atto di essere stato sincero pioniere della questione.
Parliamo, ovviamente, del PD. L’unico vero partito italiano. Il più potente, il più completo, il più invincibile. Governano da decenni, pure quando perdono le elezioni. E anche quando c’era Berlusconi, in quella che qualche editorialista de La Repubblica debenedettiana chiamava «l’era silvica», in realtà comandava comunque la classe pidizzata, che aveva il monopolio culturale e morale, e un numero imprecisato di radici nello Stato profondo e nelle microrealtà territoriali, con relative mangiatoie di voti.
Se prendiamo per buona la lucida definizione di Rino Formica dello Stato-partito, possiamo dire che esso coincide, in larga parte, con il PD.
Il PD è un ente macchinale, è oramai la meccanica stessa dello Stato.
Fateci caso: i leader che si dà sono contradditori, improbabili, eppure la macchina va avanti.
C’era Fassino, il cui carisma è diventato poi purtroppo oggetto di scherzi online in tema di iattura.
C’era Bersani, che riuscì a perdere pure quando aveva vinto le elezioni, facendosi devastare la manovra per Prodi presidente e dando poi il partito in mano ai giovanotti, Letta e poi Renzi, che poco c’entravano con la sua corrente – ammettiamo di far fatica a ricordare queste cose, perché se pensiamo a Bersani pensiamo soprattutto al diluvio di aforismi nietzschiani regalatici negli anni, tipo «non siam mica qui a pettinare le bambole», «C’è chi preferisce un passerotto in mano che un tacchino sul tetto», «Tu vuoi un tortello a misura di bocca», e poi ancora il «vedere la mucca nel corridoio» e lo «smacchiare il giaguaro» e ancora «Ci hanno levato la briscola e siamo rimasti col due in mano» (quest’ultima è infine realistica ed autobiografica, e sa di Bettola, nel senso del suo paesello natìo, dove peraltro talvolta stravince la Lega).
C’era Renzi, che era odiato da una fetta consistente del partito, che però poi in qualche modo se l’è fatto andare bene, anche quando era chiaro che non c’entrava niente: e infatti si è fatto il suo partito, e ha tolto il disturbo amputando una quota di deputati piddini. Anche quella, una cosa perdonata, una cosa senza vere conseguenze: ora governano insieme.
C’era Zingaretti, fratello di Montalbano, questionato brevemente per i titoli di studio e le gaffe incredibili a inizio COVID: se lo se tenuti stretti, fino a quando ha voluto lui, nonostante fosse che la sua politica fosse priva di spina dorsale (e in Lega sussurrano pure che aveva un accordo con Salvini per andare a elezioni nel 2019 così da micronizzare i grillini e far sparire Renzi… chissà se è vero).
Poi arriva Letta, che era stato detronizzato dal Renzi (una sorta di minestra riscaldata, quindi) per motivi ancora indecifrabili, che si era sistemato presso un altro Paese nostro legittimo rivale con mire di conquista economica (e non solo) nei nostri confronti; stava a fare il fenomeno in questa prestigiosa università della parigineria, e piazzava sui social foto di lui con i sottoposti mentre fa balletti socialtrendy: insomma, la persona giusta per tornare alle radici popolane, operaie, resistenziali del Partito. È tornato smagrito e radicalizzato: ius soli, omotransfobia. La sintonia con la pancia del Paese è totale.
Enrico Letta che balla la dab dance per l’Europa
…non soffriamo già abbastanza? pic.twitter.com/qWFf2vjkOK— rosansia (@utenteinstabile) March 24, 2017
(En passant, ricordiamo con il nipote di Gianni Letta fu anche premier, e fu praticamente un dei pochi premier o presidenti a presenziare all’apertura delle Olimpiadi invernali di Sochi, che furono il trionfo di Putin, al punto che una settimana dopo, per fermarlo, gli combinarono Maidan)
Anche Letta imbalsamato a Sochi come unico capo di Stato …….#LettaPutin pic.twitter.com/GOD9MM85Bc
— Io sono Roberta (@roberta_fasani) April 13, 2022
Lasciate perdere i segretari. Guardate i primi ministri che hanno applaudito nei decenni in cui hanno comandato. Quasi nessuno, praticamente, era davvero del partito. Prodi appariva e scompariva, piazzato alla Commissione Europea, ripescato, ributta giù, infine tirato fuori per l’elezione presidenziale del 2013 e abbandonato. Ma tecnicamente quanto era davvero presente nel partito?
Per Monti i Dem si sono spellati le mani: poi lui ha fatto un partito per i fatti suoi, rubando un po’ di voti, poi finite nel niente insieme a Scelta (Sciolta) Civica.
Il premier Renzi era talmente PD che il partito lo ha lasciato squartandone un pezzettino.
Conte bis? Lo hanno adorato. Qualcuno lo voleva perfino al vertice PD. Non importa che fosse un UFO tirato fuori da un non ancora ben compreso cilindro fatto di grillini e qualcos’altro di un po’ più oscuro.
Draghi? Lo avete visto, il PD si sdilinquisce per «quello bravo», gli va bene pure far cadere il loro governo.
Ecco, scorrendo la galleria lo capite da voi: nessuno dei leader conta qualcosa per i piddini, e neppure nessuno dei premier che sostengono.
Non importa quanto potere abbiano: possono essere al contempo governatori di grandi regioni, premier del Paese, professori internazionali, favoriti di israeliani e repubblicani USA, banchieri centrali. Con o senza leader, con o senza esseri umani, la macchina va avanti.
Il problema, quindi, non è negli uomini del partito, che non contano nulla: né la base, né i vertici. In questo, bisogna dirlo, il PD è davvero moderno: è una macchina che procede senza l’essere umano o nonostante l’essere umano, è come un un T-800 nel finale del primo Terminator: può togliergli completamente la carne, lo va avanti lo stesso, spietato, implacabile.
Ciò è possibile perché il PD, sin da quando si chiamava PCI, ha perseguito una politica molto lungimirante, che è quella di mettere radici solide nel corpo del Paese.
Radici che sono politiche e amministrative: due regioni intere, Emilia-Romagna e Toscana, sono saldamente in mano piddina, nonostante tutt’intorno ai grandi centri urbani – cioè le grandi mangiatoie elettorali – il consenso sia crollato in modo vergognoso.
Non solo. Ci sarebbe poi la radicalizzazione nella magistratura, che fu cavallo di battaglia del Berlusconi degli anni Novanta; oggi a parlare di magistratura politicizzata c’è anche qualche giovanotto, ma tanto la cosa non fa notizia.
C’è, soprattutto, la parte di radicamento più potente: l’economia. Eccoti la grande assicurazione, eccoti la Banca Toscana, eccoti il sistema delle cooperative, una filiera titanica e resistente a tutta, perfino alla pandemia: ricordate? Chiusi in casa, passeggiata con il cane a 200 metri dalla porta massimo, tuttavia all’ipermercato andate pure ad ammucchiarvi, lì non c’è rischio alcuno.
La cosa sconvolgente è che glielo hanno consentito. Questa è stata la demenza democristiana, la stupidità di tutti i partiti della Seconda Repubblica, che hanno accettato come irreversibile questo processo, accontentandosi di quello che veniva lasciato loro. La fetta è diventata un avanzo della torta, quindi una briciola, quindi nulla.
Qualcuno fa risalire la cosa al famoso patto, risalente agli inizi della Repubblica, di cui parlava Ettore Bernabei nel libro L’uomo di fiducia. Un accordo segreto, ma non più di tanto, stipulato de visu tra Alcide De Gasperi (per la DC), Palmiro Togliatti (per il PCI) e il banchiere Raffaele Mattioli (per la massoneria): ai bianchi la politica e la magistratura (per la seconda, sappiamo come è andata a finire: lungimirantissimi); ai rossi lo spettacolo e la cultura e due regioni (indovinate quali) strafinanziate rispetto alle altre; ai massoni le banche e tutto il potere finanziario – tuttavia abbiamo visto l’élite piddina intercettata esclamare, qualche anno fa «abbiamo una banca!», quindi si sono allargati anche lì, pure in zona cappuccetti, che un po’ in verità stanno anche nel PD.
Quindi, chi pensa che il PD sia solo un partito, un qualcosa che quindi si può battere con le elezioni, non sa di cosa sta parlando. Le ultime elezioni emiliano-romagnole, a cui Renovatio 21 prestato speciale attenzione, ci hanno insegnato definitivamente che c’è molto, molto di più dietro ai voti piddini, sia che si perda, sia che si vinca.
Il PD è una macchina, dicevamo, una creatura automatica con braccia multiformi che scavano a profondità abissali.
Fermare questa macchina sembra impossibile, a meno che non si proceda in modo radicale, cioè, letteralmente, dalle radici.
Abbiamo assistito nelle decadi repubblicane alla progressiva piddificazione dell’Italia.
Ora, l’Italia piddificata ci ha portato verso il baratro più esiziale della nostra storia: la Guerra non è più fredda, la Guerra è calda, la distruzione atomica è a un passo da noi.
Notatelo: quelli che furono leader PD sono stati considerati come papabili per il segretariato NATO, ossia della realtà che, essendo stata creata dal demone angloide per questo, sta spingendo verso lo scontro totale. La stessa NATO che, non differentemente da quanto fatto durante gli anni dell’operazione Stay Behind, foraggia forze neonaziste, quelle contro le cui mostrine runiche si dovrebbe abbaiare il 25 aprile.
Ci troviamo, insomma, dinanzi ad un pericolo esistenziale per noi stessi, per il Paese, per i nostri figli, per la Civiltà.
È da ottusi non vedere il ruolo del PD, o meglio, dello Stato-partito, dello Stato-piddificato, nella situazione apocalittica in cui ci hanno cacciati.
L’unica vera liberazione da tale rischio, per l’ora presente e per il futuro, e la depiddificazione dell’Italia.
Fermate la macchina distruttrice, che procede ciecamente senza curarsi né della decenza, né della logica, né degli esseri umani.
Serve qualcuno che lo dica ad alta voce: la depiddificazione è l’unica vera liberazione di cui hanno bisogno ora l’Italia e l’umanità tutta.
Perché il Partito, tra armi ai neonazisti e salamelecchi al demone atlantico, ci ha portato non molto democraticamente verso il baratro termonuclare.
Roberto Dal Bosco
Necrocultura
Volontà politica e Stato moderno: Renovatio 21 saluta Bossi il disintegratore
È morto Umberto Bossi. Con lui se ne va qualcosa di più di un pezzo di storia italiana: sparisce assieme all’uomo anche una volontà politica rarissima, quella di riformulare lo Stato italiano dalle fondamenta – se è necessario anche distruggendolo.
Prima di «populista», l’insulto contorto e contraddittorio per chi sfidava i ranghi della burocrazia politica era «anti-politica», o ancora «anti-Stato»: espressione in teoria dispregiativa che Bossi e la Lega dei primordi si beccarono dai politici e dai giornali dell’establishment, che, immersi nella palude fatta di corruzioni e salari (e tanta mediocrità), non si possono rendere conto che questo è un complimento – e non è un caso se agli esordi Bossi si alleò con il più fine politologo studioso dello Stato, Gianfranco Miglio.
Essere anti-Stato significa avere una visione politica radicale: non si vuole «entrare» nel giuoco della politica, ma rifondarlo, cambiarlo integralmente, riprogrammare la realtà a partire dalla volontà propria e del popolo che ti dà il voto – una concezione umana, attiva dello Stato lontana anni luce da quella, comune a tutti i partiti del mondo (Lega Nord odierna compresa), per cui semplicemente i politici devono adeguarsi, integrarsi allo Stato-macchina.
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Il lettore di Renovatio 21 sa che proprio qui sta il cuore del problema della nostra Civiltà: se allo Stato bisogna conformarsi, lo Stato può fare a meno di noi, può fare a meno non solo dell’etica, ma del suo stesso popolo. Lo Stato moderno diventa quindi assassino e genocida, e, sapendo della morte dispensata nei suoi ospedali da aborti ed espianti a cuor battente, riconosciamo che questa sua funzione sterminatrice antiumana è già all’opera da tempo, in attesa di sviluppare altre forme, anche più spudorate, di strage degli esseri umani.
Ecco perché la carica del primo Bossi era unica: perché metteva in dubbio l’essenza stessa dello Stato, quantomeno su base popolare. «La Lombardia è una nazione, l’Italia è solo uno Stato (…) Tutti i milanesi sono stufi grazie al potere romano che ci ha imposto sistemi di vita che noi non vogliamo» diceva nel 1985 ad un giornalista di Repubblica. Umberto aveva compreso tanto, e cominciato ad intuire di più…
Si tratta di una comprensione che va ben al di là della rottura, ottenuta con i successi elettorali clamorosi della Lega nel 1992 e nel 1994, della Prima Repubblica e del pentapartito soggiacente: la differenza tra Stato e nazione, tra supermacchina burocratica e popolo (cioè, essenza biologica umana di un Paese) era non solo elaborata, ma pure agita politicamente, ed elettoralmente.
Se lo Stato prevarica il popolo, la conseguenza è giocoforza la perversione della società. Perché lo Stato anti-umano deve, per preservare se stesso, sradicare psicologicamente, culturalmente e financo fisicamente i propri abitanti. L’immigrazione, in apparenza il grande, sempiterno cavallo di battaglia del leghismo, è solamente uno degli strumenti per ottenere la corruzione del popolo.
Lo aveva detto apertis verbis nel discorso di apertura del Congresso della Lega Lombarda nel 1989: «se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c’è una componente di continuità nella società che convoglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale».
«In quest’ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell’omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la “società deviata”, asociale, egoista». Sì, Umberto quaranta anni fa aveva compreso l’origine della Necrocultura.
Realizzare lo Stato-pervertitore lo aveva portato necessariamente oltre, al piano planetario. In un discorso a Crema del 1999 alludeva alle dinamiche dell’ordine mondiale: «Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo. (…) Il disegno dei 20 potenti americani non passerà, anche se usano armi potenti come droga e televisione».
Poco dopo cominciò a parlare del piano per creare «lo Stato unico mondiale, un’ unica razza, un’ unica religione, un unico utero, una sola lingua e magari una sola taglia per i vestiti». Nel 2000 si scagliò contro «i comunisti e i massoni che hanno in mano l’Europa, insieme alla lobby dei gay, hanno teso una trappola […] Hanno cercato di far passare in Europa l’assegnazione dei bambini alle coppie omosessuali (…) Se passano le famiglie omosessuali che non fanno figli, è necessaria l’immigrazione e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. (…) Se invece ritorna la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia».
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È ricca di significato, oggi che il PD è incontrovertibilmente divenuto quello che Augusto Del Noce chiamava «Partito Radicale di massa», l’idea di Bossi, proferita sempre al volgere del millennio, tra PCI e decadenza civile: «Io vedo una relazione tra il paese che aveva il più forte partito comunista dell’Occidente e il basso coefficiente di fertilità che oggi ci relega nell’abisso. Dai oggi e dai domani, un’ideologia come quella comunista che aveva come obiettivo primario quello di scardinare la società occidentale, ha cominciato a sferrare colpi contro la famiglia».
Viviamo, diceva Bossi in un’era in cui «gli uomini abbandonano la famiglia, le coppie divorziano per motivi egoistici e superficiali, gli interessi dei figli diventano incompatibili con quelli dei genitori». Sappiamo che, divorziato, a travolgerlo anni dopo sarebbero stati proprio scandali sui figli.
Appunto, sappiamo che questa carica, questa lucidità politica e metapolitica, si stinsero. Bossi si romanizzò. Con lui la Lega, e tutti gli altri: da qualche parte Andreotti aveva predetto che i barbari calati dal Nord sarebbero, ad un certo punto, stati digeriti dal Palazzo.
Non è la cosa peggiore, non è la cosa che davvero rimpiangiamo: abbiamo nostalgia, e bisogno, di quella volontà politica radicale, quella’idea di poter riscrivere da capo lo Stato, rifiutandone i meccanismi e le origini massoniche, di poter avere uno Stato a misura del suo popolo, che ne possa garantire la libertà, la prosperità, la vita.
Nessuno oggi ha una simile idea: qualsiasi potere vuole procedere con l’integrazione, allo status quo, Stato vigente, al super-Stato europeo, al super-Stato NATO, al super-Stato globale, e a tutte le sue burocrazie.
Non ne possiamo più di politici integratori . Noi vogliamo qualcuno in grado di parlare di disintegrazione. Vogliamo tribuni disintegratori.
Bossi ne è stato capace, per un po’. Questa era la sua cifra unica, virile come nient’altro. Questo è il Bossi che, tra il diluvio di coccodrilli inutili, salutiamo ora.
Onore ad Umberto il disintegratore. E pace all’anima sua.
Roberto Dal Bosco
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Immagine © European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni; modificata
Contraccezione
Morto l’attivista antinatalista Paul Ehrlich, autore della bufala sulla «bomba demografica»
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Necrocultura
Una città senza tifo è una città morta
La squadra della mia città, dopo anni e anni di incomprensibile viaggio nei gironi infernali della Serie C, ieri sera è tornata finalmente in Serie B.
Chiariamoci: non che sia un ottenimento paradisiaco, perché la Serie B è pur sempre un purgatorio – per alcuni anzi è già la bocca dell’inferno dell’irrilevanza calcistica, e quindi nazionale. Quella che era la terza provincia più industrializzata d’Italia può non avere una squadra in Serie A?
Richiariamoci: chi scrive non ama pazzamente il calcio, anzi ne detesta, oltre che le doti di programmatica narcosi di massa – il calcio come psy-op per rabbonire la popolazione, chiedete alla famiglia Agnelli e alla loro squadretta – anche il carattere di narcosi individuale. Si tratta di uno sport noiosissimo, dove quasi si passano la palla, la passano indietro, la lanciano a campanile, la lanciano nel mucchio, insomma una barba assoluta, al punto che si finisce per pregare di vedere almeno un tiro in porta in tutta la partita.
Una proposta di legge per impedire legalmente lo zero a zero (o i pareggi in generale) nessuno l’ha ancora avanzata, e lo faremo noi quando Renovatio 21 sarà in Parlamento, e per soprammercato garantiamo che accluderemo senz’altro l’abolizione del fuori gioco, un’altra follia che castra il giuoco accrescendo al contempo i testicoli degli spettatori (la partita di pallone diventa una palla, anzi due palle), e che nessuno degli eunuchi calciofili ha mai osato voler levarsi di torno (levarsi di torno, riferimenti scrotali ne abbiamo fatti troppi).
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Insomma, arriva iersera questa partita di calcio attesa da sempre. Il Vicenza ha, dicono i commentatori RAI, «ammazzato il campionato» di C1. Sta 21 punti dinanzi alla seconda (il Brescia, caduto anche quello dal cielo, finito sottoterra come noi), una cavalcata irresistibile, con uno streak di risultati utili consecutivi di 26 partite (20 vittorie, 6 pareggi): dopo anni di sofferenza (con la promozione sfumata l’anno passato ai playoff), finalmente uno squadrone imbattibile.
E la città dovrebbe esserne fiera: si tratta pur sempre della città erede dei tempi del «Lanerossi» – lo sponsor storico, praticamente oggi inesistente, che in realtà già indica un discorso di archeologia industriale, o meglio di deindustrializzazione del territorio –, la città che rischiò di vincere lo scudetto nel 1978 (lo vinse all’ultimo la Juve, e ci sono certe voci), la città dove Paolo Rossi è venerato come un santo (con graffiti stencil che compaiono dappertutto), la città del «Real Vicenza», una squadra che in A ci stava talmente bene che i suoi tifosi si contavano persino a Padova e Bassano (pazzesco), la città che vide la sua squadra vincere la coppa Italia contro il Napoli nel 1997 (io c’ero), per poi arrivare in semifinale in Coppa delle Coppe ed essere eliminata, con una certa difficoltà, dal Chelsea di Vialli (1998).
Insomma tanta roba: la storia di questo posto passa di certo anche per la sua squadra, il suo stadio, il suo tifo. E ieri sera, vista la data storica, al primogenito è stato concesso di vedere il primo tempo della partita in TV, cosa che lo ha mandato a letto alle 9 e qualcosa, un orario che per lui proporzionalmente corrisponde a quello che è per noi adulti un momento molto dopo la mezzanotte.
Per cui stamattina, portando i bambini a scuola, mi sono detto: facciamo questo gioco, vince chi conta più bandiere del Vicenza esposte nelle case. Ho ricordi, sia d’infanzia che di giovinezza adulta, di quando c’era il passaggio ad una serie maggiore, o una grande vittoria: la città in festa, la gente con le bandiere a bordo strada, macchine che strombazzano il clacson, e poi ogni balcone, ogni finestra, ogni cancello con issata la bandiera biancorossa.
La grande vittoria arriva telefonata: i calcoli per cui si passa in B con sei giornate di anticipo sono stati annunciati da tutti i media locali, e non so se in certi bar si è parlato d’altro. Tutti devono aver trovato il tempio per l’addobbo pro-calcistico, pensavo. Del resto, fuori da casa nostra e da quella del nonno il bandierone c’è.
È stato un disastro: il gioco è stato annullato per mancanza totale di sostanze. In pratica, abbiamo visto qualcosa 2 (due) bandiere esposte lungo i 15-20 minuti di percorso.
«Papà, perché nessuno ha la bandiera fuori?» chiede un figlio, che ambisce a vincere il giochino famigliare infrautomobilistico.
«Eh… questo che stiamo passando è un quartiere di immigrati… forse» tenta di rispondere il padre, preso alla sprovvista.
Anche quando si è passato il casermone dove lo Stato ha imbucato gli afroislamici, di bandiere non se ne vedono. Nessuno alla finestra ha esposto il simbolo dell’unica squadra della città. Le due che riusciamo a contare sono bandiere vecchissime, risalenti di certo ai tempi in cui la festa era sentita ed automatica – lo si vede dalla grafica antica e un po’ ingenua con il gatto, animale che è nel cuore dei vicentini e non solo nel cuore.
In pratica solo qualche vecchietto si è ricordato dell’onore della città. L’amarezza mi sale e diventa fastidio, rabbia.
I bambini smontano dall’auto frastornati. Il padre è preso invece da riflessioni abissali sullo stato psisociale della nostra società, sul come la Necrocultura con le sue devastazioni anche qui, sul fatto che un programma di eutanasia delle masse è più che mai attivo e vincente.
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Da non tifoso, dico che una città senza tifo è una città morta. È davvero inutile nasconderselo: il senso di coesione di una città si proietta nella sua squadra di calcio, che sublima la violenza latente della collettività che un tempo sfociava in guerre interregionali. Parlare – in lingua veneta – di Verona e Padova con un supporter della curva mi è sembrato, varie volte nella mia vita, come entrare in una macchina nel tempo: un soldatino dei tempi dei Comuni, ai tempi in cui queste città si scannavano, mi avrebbe detto le stesse parole.
Perché nel discorso del tifoso puro, che ripetiamo è in vernacolo arcaico, la città e la squadra sono un’unica cosa. «A mì, fusse par mì, farìa łe trincee sull’A4, e con Padova e Verona sarìa soło guera» ricordo mi disse un trentennio fa un ultras avvinazzato, e sappiamo che in vino veritas. La minaccia di guerra civile era in realtà solo un retaggio onesto di un’era medievale – i massacri scaligeri di Cangrande della Scala, le «guerre dell’acqua» per il fiume Bacchiglione tra Vicenza e Padova, etc. etc. – che il nostro pelato e tatuato comme il faut canalizzava in maniera inconsapevole quanto perfetta.
Il tifo è l’inconscio, e la libido, è l’energia orgonica pienamente visibile di una città: lasciatemi usare orride terminologie psicanalitiche per far capire il lettore. Se una città vive, se una città ha ancora in sé la forza della vita, deve per forza avere un fanatismo calcistico organizzato attorno alla sua squadra, anche se è finita agli inferi.
E quindi, quello che ho testimoniato, scandalizzando i miei figli, è un’ulteriore prova della fine della nostra società, dello sradicamento delle genti del territorio, dell’era nuova di divisione e compressione – cioè di morte – che stiamo vivendo nell’ora presente.
Nemmeno nel momento più leggero, in cui si può anche solo simulare la felicità immettendola nella sfera collettiva, il cittadino sincero democratico tira fuori qualcosa. Maddeché: chiuso in casa, con il suo Netflix, Facebook, i videogiochi, il cane, lo stipendio fisso – o meglio, la pensione… Nessun orizzonte al di fuori del tinello. Nessuna voglia di estroiettare qualsiasi sentimento. Niente partecipazione, nessun bisogno identitario, niente di niente. Stipsi vitale. Rigor mortis civile.
Le città hanno perso l’orgoglio, perché chi le vive non ama più la città, e nemmeno se stesso. La Cultura della Morte uccide, oltre che la vita, anche la gioja. È il grande processo di demoralizzazione in atto da tanto tempo: una società atomizzata, dove la coesione non è più possibile nemmeno per lo sport e i suoi simboli, è una società sradicata e quindi resa plasmabile dal potere come si desidera.
Ciò significa: l’uomo senza colori e senza gioja lo puoi comandare, lo puoi sfruttare, lo puoi spostare – e, con un po’ di attenzione, lo puoi anche uccidere. Abbiamo visto, su questo sito, come il linguaggio con cui il governo Meloni parla della dismissione dei servizi nelle aree periferiche del Paese è esattamente quello dell’eutanasia.
Ho scritto, qualche mese fa, del fatto che le nostre città sono oramai ridisegnate urbanisticamente dall’immigrazione. Ciò è vero anche ad un livello più intimo: le masse immigrate, assieme agli altri strumenti di sradicamento e cancellazione dei legami tradizionali, hanno prodotto cambiamenti tettonici anche nella psiche degli autoctoni: del resto, se la mia città viene lasciata invadere da afroasiatici qualunque, cosa può avere da tanto particolare? Posso essere fiero di vivere dove case ed appartamenti vengono assaltati ogni giorno? Posso essere orgoglioso dei miei luoghi, se essi sono stati in questi anni solo oggetto di degrado?
Ciascuno ripiega in se stesso. L’anarco-tirannia questo fa: il criminale straniero è lasciato libero ed impunito, il cittadino autoctono, molestato dai banditi e dallo Stato vessatore (fisco, greenpass, etc.), giocoforza si richiude nel suo baccello, si introietta sempre più nel loculo domestico, diviene condominialmente autistico. Così che il potere costituito fra le scatole si toglie questa noia del popolo e delle sue esigenze: l’illusione della democrazia è giunta alla sua fine, lo sappiamo, e stanno facendo tanti sforzi per dircelo in faccia.
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E così, mi ritrovo, e non è la prima volta in questi anni, a dover sperare negli ultras come simbolo della vita e della volontà. Conosco i limiti di quello che sto dicendo, e sto pensando decisamente al disastro satanico che, utilizzando proprio gli ultras, è stato fatto con l’ingegneria sociale dell’Ucraina e della sua guerra.
Tuttavia, non posso non soffrire dinanzi allo scempio di una città che non sa più gioire, e quindi non sa più vivere. Guardo i palazzi incolori e ci vedo Pompei dopo il Vesuvio, Phnom Penh con Pol Pot, una città fantasma del Far West, una rovina assortita che attende solo un crollo ulteriore. Una città in cui hanno buttato una sorta di bomba al neutrone, quella che fa il massimo danno biologico, eliminando in toto la vita, ma tenendo in piedi i palazzi.
Abbiamo permesso alla Necrocultura di insinuarsi anche qui, e disgregarci perfino nel calcio. Sarebbe l’ora di invertire il processo.
Credo sia ancora possibile, ma non per molto tempo ancora.
Chi legge queste parole, chi ha capito quello che sto dicendo, è già sulla buona strada. La battaglia per lo Spirito e per la materia umana di questo Paese. Possiamo farla insieme: la coesione è esattamente quello che ci vogliono togliere del tutto
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Pottercomuneo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
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