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Ddl Scalfarotto Zan: un attacco al sistema giuridico

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Il ddl Scalfarotto Zan si avvia a realizzare un capolavoro di diabolica astuzia politica e giuridica. Dove nulla è stato affidato al caso, ma anzi, tutto dimostra la ammirevole acribia impiegata nello studio della teoria, insieme alla consumata conoscenza del meccanismo politico e dei fenomeni mediatici. Mentre anche i tempi di realizzazione sono stati studiati con precisione cronometrica.

 

Possiamo affermare, senza pericolo di smentite, che questa coppia di fatto legislativa abbia realizzato un’arma perfetta, capace di minare un intero ordinamento giuridico e scardinarne senza troppo clamore tutte le colonne portanti in vista della sua distruzione definitiva, mentre la gravità della cosa per certi versi arriva ad essere sottovalutata persino da chi si oppone con forza a questo ultimo parto abortivo della sedicente democrazia rappresentativa.

 

Possiamo affermare, senza pericolo di smentite, che questa coppia di fatto legislativa abbia realizzato un’arma perfetta, capace di minare un intero ordinamento giuridico e scardinarne senza troppo clamore tutte le colonne portanti in vista della sua distruzione definitiva

Infatti si stanno levando le ultime voci non rassegnate alla introduzione nell’ordinamento di questo monstrum giuridico che è destinato a produrre enormi sconquassi etici e sociali e una degenerazione ulteriore degli assetti culturali e dei rapporti di potere. Tuttavia ormai ci si concentra soprattutto sull’annichilimento del diritto alla libera manifestazione del pensiero garantito dalla Costituzione, e sull’attacco obliquamente portato alla famiglia e al diritto naturale che la sostiene.

 

Ma il ddl Scalfarotto Zan va combattuto con tutte le forze anche da un diverso punto di vista e per ragioni che vanno addirittura più in profondità, perché riguardano lo stravolgimento di principi basilari su cui si regge l’ordinamento giuridico, e in particolare quello penale. Un ordinamento che, pur varato in tempi di dittatura, ha un impianto garantista e nella sua intelaiatura concettuale riflette una statura culturale, propria dei giuristi che l’hanno elaborato, imparagonabile a quella che affligge l’attuale cosiddetto legislatore.

 

La legge penale, come è noto, presidia le condizioni essenziali etico sociali di coesistenza degli individui all’interno di una comunità organizzata. Dunque si prefigge di difendere questa, sanzionando i comportamenti che vanno a ledere i beni sentiti come fondamentali per una ordinata vita comunitaria e per la sua naturale sopravvivenza.

 

Il ddl Scalfarotto Zan va combattuto con tutte le forze anche da un diverso punto di vista e per ragioni che vanno addirittura più in profondità, perché riguardano lo stravolgimento di principi basilari su cui si regge l’ordinamento giuridico, e in particolare quello penale

Il reato tutela la vita, come la proprietà, l’onore come la libertà personale, la famiglia come la incolumità pubblica etc., ovvero quelli che sono considerati come «beni giuridici», cioè valori e interessi comuni meritevoli di una tutela giuridica, appunto, che risponde ad esigenze profonde della collettività.

 

D’altra parte, poiché il potere statuale di applicare la pena può trasformarsi anche in uno strumento di arbitrio tirannico, il cittadino delle società cosiddette democratiche è tutelato contro il suo abuso dal principio per cui possono essere puniti come reato soltanto i comportamenti materiali, cioè i fatti che possano essere oggettivamente accertati. Principio che pone al riparo sia dall’arbitrio del legislatore come da quello del giudice. Non per nulla tutti i regimi cosiddetti totalitari, quelli che il Novecento ha conosciuto in modo esemplare, hanno previsto la punizione anche dell’atteggiamento interiore, delle intenzioni ostili al partito, all’ideologia del regime, alla persona del comandante supremo etc.

Il cittadino delle società cosiddette democratiche è tutelato contro il suo abuso dal principio per cui possono essere puniti come reato soltanto i comportamenti materiali, cioè i fatti che possano essere oggettivamente accertato.

 

Il reato deve avere quale elemento costitutivo un «fatto», mentre gli elementi psicologici, i motivi che corredano l’azione lesiva, possono soltanto aumentarne o attenuarne la gravità e vanno a incidere solo sulla quantità della pena da infliggere in concreto.

 

Dunque un disegno di legge come quello della accoppiata in questione istituisce figure di reato che contraddicono principi giuridici fondamentali di civiltà, e a rigore, non avrebbe dovuto neppure arrivare alla discussione parlamentare, pur nel degrado che colpisce attualmente tutte le istituzioni repubblicane.

 

Ma i suoi estensori non sono sprovveduti, non sono dediti all’improvvisazione incosciente. Hanno cercato l’ariete per penetrare nella cittadella del sistema. E l’hanno trovato bell’e fatto nella legge Mancino, che un parlamento già minato ideologicamente e culturalmente aveva approvato in anni passati senza porsi il problema della sua anomalia e della sua pericolosità. Infatti quella legge ha introdotto il reato determinato da motivi razziali, trasformando appunto il «motivo» nell’elemento costitutivo del «fatto» che deve essere punito, sicché il fatto ricava la propria specifica identità proprio dal motivo che ha mosso l’autore.

Non per nulla tutti i regimi cosiddetti totalitari, quelli che il Novecento ha conosciuto in modo esemplare, hanno previsto la punizione anche dell’atteggiamento interiore, delle intenzioni ostili al partito, all’ideologia del regime, alla persona del comandante supremo etc.

 

In altre parole, è stata creata una figura autonoma di reato, caratterizzata dal motivo, accanto a quella ordinaria, cioè al reato comune, che di norma viene punito indipendentemente dai motivi che l’hanno determinato: accanto all’omicidio commesso per qualunque motivo, viene previsto l’omicidio commesso per determinati motivi qualificanti. Ed è evidente che, così, il contenuto dei motivi individua il bene giuridico violato.

 

Così, ad esempio, l’omicidio commesso per un motivo qualunque si configura diversamente rispetto a quello commesso per quel motivo «qualificato», con una conseguenza paradossale: anche la vita umana offesa, che dovrebbe rimanere l’unico valore in gioco, acquista un peso diverso a seconda dei motivi che hanno mosso chi l’ha distrutta.

 

La legge Mancino ha introdotto anche la surreale figura del reato di atti di discriminazione compiuta sempre per certi motivi qualificati.

Il reato deve avere quale elemento costitutivo un «fatto», mentre gli elementi psicologici, i motivi che corredano l’azione lesiva, possono soltanto aumentarne o attenuarne la gravità e vanno a incidere solo sulla quantità della pena da infliggere in concreto

 

E qui la distorsione giuridica diventa surreale, quasi metafisica.

 

Infatti discriminare vuol dire scegliere, esercitare la facoltà di giudizio, applicare criteri di valutazione a una qualunque scelta naturalmente libera.

 

Infatti ogni scelta operata nella vita quotidiana implica una discriminazione, che si tratti del bar sotto casa, della scuola dei propri figli, del voto politico, di uno spettacolo, di una squadra del cuore. Appartiene alle facoltà degli esseri viventi non ridotti in schiavitù, quella di scegliere tra possibilità diverse, con le conseguenze che ogni scelta comporta. Ogni diritto di libertà è esso stesso un diritto di scelta.

 

Invece il principio di non discriminazione riguarda e può riguardare soltanto la legge, come prescrive articolo dall’articolo 3 della Costituzione che, proclamando appunto l’uguaglianza di fronte alla legge, impone a questa di non riservare ai cittadini trattamenti disuguali a parità di condizioni, e pur sempre secondo un criterio di ragionevolezza.

 

Appartiene alle facoltà degli esseri viventi non ridotti in schiavitù, quella di scegliere tra possibilità diverse, con le conseguenze che ogni scelta comporta. Ogni diritto di libertà è esso stesso un diritto di scelta

Il privato invece è naturalmente libero di operare le proprie scelte lecite indipendentemente dai motivi da cui sono indotte. Confondere i due piani significa non soltanto alimentare un errore grossolano, significa mettere in piedi una truffa inaudita ai danni di chi non vede il pericolosissimo equivoco.

 

Infine sono previste come reato quelle manifestazioni di pensiero in cui si riflettono sentimenti che nessuno deve osare coltivare in se stesso. Anche se per tanto tempo si è ritenuto che solo l’occhio di Dio fosse abilitato a guardare dentro ai pensieri umani.

 

La legge Mancino nasce fra l’altro quale distorta applicazione di pregressi impegni internazionali, mal interpretati e mal digerirti. E diventa come un corpo estraneo inserito nell’ordinamento vigente. Ma sopravvive curiosamente, sia perché non viene abrogata, sia perché, non avendo mai trovato applicazione, nessun giudice ha potuto sollevare la relativa questione di legittimità costituzionale.

 

Ecco allora l’idea folgorante che ha illuminato la mente di Scalfarotto e compagni, guidati dalla lobby omosessualista ben radicata nei palazzi delle istituzioni nazionali e internazionali. L’idea di sfruttare la ancora vigente legge Mancino per innestarvi il piano di imposizione manu militari della ideologia omosessualista e genderista. È bastato estendere i motivi «omofobici» a quelli già previsti, che avevano a che fare con l’odio razziale, e creare una nuova serie di reati capaci di incidere sulla tenuta etica dell’intera società.

L’idea di sfruttare la ancora vigente legge Mancino per innestarvi il piano di imposizione manu militari della ideologia omosessualista e genderista. È bastato estendere i motivi «omofobici» a quelli già previsti, che avevano a che fare con l’odio razziale, e creare una nuova serie di reati capaci di incidere sulla tenuta etica dell’intera società

Con la differenza che, se la legge Mancino non ha mai trovato applicazione perché riguardava un problema di fatto inesistente, oggi la macchina dell’omosessualismo ha creato il problema, imponendo in via mediatica e istituzionale il modello omoerotico e genderista con la invasione inarrestabile nel terreno della educazione e della scuola, con la perversione dei criteri valutativi, con la penetrazione in ogni ganglio vitale della società.

 

Il tutto, dopo che i mezzi di comunicazione hanno creato giorno dopo giorno, attraverso una propaganda martellante, la normalizzazione di ciò che normale non è. Dopo che la manipolazione del linguaggio ha introdotto concetti fasulli, parole vuote di senso come quella di discriminazione o quella di diritto che, usate a vanvera, creano però suggestioni e inducono convinzioni senza contenuto di senso, al pari di realtà inesistenti come una presunta minoranza oppressa, ancorché gaia.

 

Ma nonostante questa ben riuscita eversione culturale, occorre ora annichilire sul nascere ogni forma di opposizione soprattutto per portare a termine il progetto di indottrinamento alla religione omosessualista e genderista nelle scuole, specie della prima infanzia, dato che dopo è più difficile deviare le tendenze naturali.

 

Ecco dunque la minaccia della pena per chi osi intralciare la marcia trionfale di un canone etico rovesciato che l’opportunismo politico, laico o chierico, senza scrupoli e senza cervello, non esita ad avallare. Ecco il ddl Scalfarotto Zan.

Occorre ora annichilire sul nascere ogni forma di opposizione soprattutto per portare a termine il progetto di indottrinamento alla religione omosessualista e genderista nelle scuole, specie della prima infanzia, dato che dopo è più difficile deviare le tendenze naturali

 

Un’operazione che, da spericolata qual era, ha guadagnato astutamente terreno secondo un piano orchestrato ad ampio raggio. Che ha battuto il passo soltanto quando motivi di tattica politica suggerivano di non dare troppo nell’occhio e ha una portata addirittura più devastante di quanto non vedano anche i suoi valorosi e accorati oppositori.

 

Come dicevamo, qui non è in gioco soltanto la libertà di manifestazione del pensiero e l’attacco aperto al valore etico della famiglia e della legge naturale che la regola.

 

Da una simile novità normativa deriva tecnicamente che l’omosessualità e la famosa libertà di genere entrano di diritto nella rosa dei «beni giuridici» tutelati dalla legge penale, con quel che ne segue sul piano interpretativo e quindi sui futuri, anzi, già presenti, orientamenti giurisprudenziali.

 

Ecco dunque la minaccia della pena per chi osi intralciare la marcia trionfale di un canone etico rovesciato che l’opportunismo politico, laico o chierico, senza scrupoli e senza cervello, non esita ad avallare

Ne deriva che non viene più punito il fatto, ma l’intenzione.

 

Che tutti dovremmo censurare pensieri parole e omissioni.

 

Che dovremmo condizionare la scelta di uomini e cose solo dopo avere cancellato dalla nostra mente ogni pregiudizio «omofobico».

 

Sicché in virtù del divieto di discriminazione, un genitore si vedrà punito per avere licenziato il maestro di musica che riservava all’allievo attenzioni troppo particolari.

 

Qui non è in gioco soltanto la libertà di manifestazione del pensiero e l’attacco aperto al valore etico della famiglia e della legge naturale che la regola

Dunque la carica distruttiva che verrà attivata riguarda l’intero sistema penalistico di cui si vanno ad erodere principi inderogabili e in cui si aprono falle destinate a prepararne il crollo totale.

 

Un sistema penale è il barometro che misura l’evoluzione di una civiltà giuridica, e di un’etica comunitaria, come può diventare la spia di ogni degenerazione del potere verso l’arbitrio.

 

In esso confluiscono correnti di pensiero, si rispecchiano contingenze storiche, si determinano le condizioni per un affinamento della sensibilità sociale o del suo ottundimento.

Un sistema penale è il barometro che misura l’evoluzione di una civiltà giuridica, e di un’etica comunitaria, come può diventare la spia di ogni degenerazione del potere verso l’arbitrio

 

Non si identifica con la morale, ma può condizionarne gli andamenti nel bene e nel male, a seconda che i valori difesi dalla legge siano quelli su cui si costruisce una società sana e vitale, o siano meri interessi di parte mossi da un pensiero distruttivo. Cesare Beccaria non è passato invano e oggi guardiamo con orrore a strumenti giudiziari che sono stati cancellati anche grazie a quel pensiero.

 

Ma la pena rimane sempre l’arma insidiosa di cui può impadronirsi il potere. Se la legge penale non assolve il compito di incoraggiare un’etica costruttiva e di garantire l’individuo dalle insidie del potere, essa si trasforma in una forza irresistibile che precipita la società verso il caos.

 

L’omosessualità e la famosa libertà di genere entrano di diritto nella rosa dei «beni giuridici» tutelati dalla legge penale

Qui la posta in gioco è lo scardinamento di un sistema giuridico e l’apertura verso l’arbitrio di forze ormai dominanti quanto deviate.

 

Intanto, contro il diritto positivo e il diritto naturale hanno puntato le proprie degenerate batterie anche gli agonici e miserabili lacerti di quella che è stata per duemila anni la Chiesa di Cristo, e che ha finito per chiamare un magniloquente esecutore fallimentare ad avviare la relativa procedura. Senza che il popolo di Dio, annichilito, sembri avere il coraggio di liberarsi di usurpatori e collaborazionisti.

 

Se la legge penale non assolve il compito di incoraggiare un’etica costruttiva e di garantire l’individuo dalle insidie del potere, essa si trasforma in una forza irresistibile che precipita la società verso il caos

Sorvoliamo sulle festività che si intendono istituire per celebrare questi nuovi valori collettivi, come sul programma di pene rieducative. La democrazia del nuovo millennio è troppo nostalgica per non essere anche commovente, oltre che commossa.

 

La pericolosità di questo astuto marchingegno legislativo forse non poteva non sfuggire agli ottusi rappresentanti di una democrazia in dissoluzione e a quella chiesa che le fa vergognosamente da spalla. Ma non deve sfuggire a chiunque senta il dovere di difendere l’oggi e il domani delle nuove inermi generazioni.

 

 

Patrizia Fermani

 

 

 

 

Articolo precedentemente apparso su Ricognizioni

 

 

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Civiltà

Investitore miliardario prevede la Guerra Civile in USA

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C’è un «rischio pericolosamente alto» che gli Stati Uniti possano scivolare nella guerra civile entro i prossimi 10 anni a causa della «quantità eccezionale di polarizzazione» attualmente osservata nel paese, afferma il miliardario Ray Dalio.

 

Non si tratta dell’opinione di uno qualsiasi.

 

Ray Dalio è a capo di un immane hedge fund, Bridgewater Associates, un fondo di investimenti che gestisce almeno 140 miliardi di dollari – ma qualcuno dice che sono più di 200. Si tratta del più grande hedge fund al mondo.

 

Dalio, oltre che finanziere, è noto per le sue analisi sociopolitiche e filosofiche. È autore di un libro, Principles, tradotto anche in italiano con il titolo I principi del successo. Il New York Times lo ritiene « una sorta di intellettuale e life coach pubblico, sostenendo un particolare stile di gestione che descrive come “trasparenza radicale”».

 

Ora è in uscita con un nuovo volume, The Changing World Order, pubblicato il 30 novembre

 

Nel suo nuovo libro, sostiene che c’è una probabilità del 30% di avere una nuova Guerra Civile americana. Indicando le sei fasi del ciclo ordine/disordine interno, che termina con la guerra civile, Dalio afferma che gli Stati Uniti sono attualmente nella quinta fase: cattive condizioni finanziarie e intenso conflitto.

 

Indicando le sei fasi del ciclo ordine/disordine interno, che termina con la guerra civile, Dalio afferma che gli Stati Uniti sono attualmente nella quinta fase: cattive condizioni finanziarie e intenso conflitto

«Ad esempio, quando vengono giudicate elezioni ravvicinate e i perdenti rispettano le decisioni, è chiaro che l’ordine viene rispettato. Quando il potere viene combattuto e conquistato, ciò segnala chiaramente il rischio significativo di un cambiamento rivoluzionario con tutto il relativo disordine»,  scrive l’ultramiliardario.

 

Dalio osserva che moltissimi cittadini, compresi i funzionari di alto rango, hanno apertamente dubitato della validità delle recenti elezioni e hanno espresso la loro volontà di combattere per le proprie convinzioni.

 

Vengono quindi citati diversi studi che mostrano il crescente divario emotivo tra i due partiti politici USA.

 

Il sondaggio più terrificante, effettuato recentemente, mostra che il 15% dei Repubblicani e il 20% dei Democratici pensavano che il paese sarebbe stato meglio se la maggioranza del partito politico avversario «morisse».

 

Secondo Dalio la Costituzione americana è «l’ordine interno più duraturo e più ammirato», il che «rende meno probabile che venga abbandonato, ma più traumatico se lo è».

Dalio osserva che moltissimi cittadini, compresi i funzionari di alto rango, hanno apertamente dubitato della validità delle recenti elezioni e hanno espresso la loro volontà di combattere per le proprie convinzioni

 

Nel libro Dalio va in cerca di metriche per stabilire la salute e la durata degli imperi, esaminando  esaminato quattro imperi: olandese, britannico, americano e cinese.

 

Secondo lui tutti hanno seguito quasi lo stesso identico percorso:

 

«L’aumento dell’istruzione porta a una maggiore innovazione e tecnologia, che porta a una maggiore quota del commercio mondiale e della forza militare, una produzione economica più forte, la costruzione del principale centro finanziario del mondo e, con un ritardo, l’istituzione della valuta come riserva valuta».

 

In una sorta di necrologio anticipato del dollaro, il nostro scrive:

 

«Potete vedere come per un lungo periodo la maggior parte di questi fattori è rimasta forte insieme e poi è diminuita in un ordine simile. La valuta di riserva comune, proprio come la lingua comune del mondo, tende a rimanere dopo che un impero ha iniziato il suo declino perché l’abitudine all’uso dura più a lungo dei punti di forza che l’hanno resa così comunemente usata».

 

Il sondaggio più terrificante, effettuato recentemente, mostra che il 15% dei Repubblicani e il 20% dei Democratici pensavano che il paese sarebbe stato meglio se la maggioranza del partito politico avversario «morisse»

L’altra preoccupazione è la fine dell’Impero americano e il re-inizio di un altro impero, quello cinese. Questa transizione, dice Dalio, potrebbe comprendere una guerra.

 

L’autore sostiene che gli americani non capiscono i cinesi e il ruolo della Cina nella storia:

 

«300 anni sembrano tantissimi anni fa per gli americani, ma per i cinesi non è affatto tanto. Mentre la prospettiva di una rivoluzione o di una guerra che capovolgerà il sistema statunitense è inimmaginabile per la maggior parte degli americani, entrambi sembrano inevitabili ai cinesi perché hanno visto queste cose accadere ancora e ancora e hanno studiato i modelli che inevitabilmente le precedono. Mentre la maggior parte degli americani si concentra su eventi particolari, specialmente quelli che stanno accadendo ora, la maggior parte dei leader cinesi vede gli eventi attuali nel contesto di modelli più ampi ed evolutivi».

 

Si tratta insomma del frusto luogo comune riguardo la lungimiranza cinese, un cliché tuttavia messo a dura prova in questo biennio pandemico in cui la gestione di ogni cosa, per la Cina, si è dimostrata, quantomeno all’apparenza, disastrosa.

 

Dalio sostiene quindi che qualsiasi tentativo da parte degli Stati Uniti di controllare o cambiare la Cina si ritorcerà contro:

 

«Data l’impressionante esperienza della Cina e quanto profondamente impregnata la cultura dietro di essa, non c’è più possibilità che i cinesi rinuncino ai loro valori e al loro sistema di quanto ce ne siano per gli americani che rinuncino ai loro. Cercare di costringere i cinesi e i loro sistemi ad essere più americani significherebbe, per loro, soggiogare le loro convinzioni più fondamentali, per la cui protezione combatterebbero fino alla morte proteggere».

L’altra preoccupazione è la fine dell’Impero americano e il re-inizio di un altro impero, quello cinese. Questa transizione, dice Dalio, potrebbe comprendere una guerra

 

Il discorso sembra piuttosto banale, ma vabbeh.

 

Con la previsione della nuova Guerra Civile americana, Dalio si potrebbe aggiungere alla lista di grandi investitori dotati di poteri precognitivi.

 

Renovatio 21 vi ha parlato di Paul Singer, potentissimo mega-speculatore noto in Italia per la sua partecipazione al padronato del Milan e di TIM, che, molto prima del momento, inviò ai suoi dipendenti una lettera in cui diceva loro di prepararsi per la pandemia.

 

 

 

 

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Immagine di Tyler Merbler via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

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Civiltà

Giorgetti parla di Blackout

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Il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti ha apertamente parlato di possibili interruzioni della corrente elettrica nei prossimi tempi.

 

«Anche nei prossimi giorni lo sforzo che dobbiamo fare è come cercare di sterilizzare nel modo più equo possibile questo tipo di impatto sulle nostre famiglie, al netto dellʼesigenza che a livello europeo si definisca un piano per evitare cose anche peggiori, e cioè la possibilità di andare in black-out, cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico».

 

Il ministro lo ha dichiarato nel corso dell’assemblea di Confartigianato, dove ha parlato apertamente «dei settori che scompariranno letteralmente dal dato economico, altri che ne beneficeranno». Si tratta della vera «transizione» a cui andiamo incontro, ossia l’olocausto di attività economiche (soprattutto quelle piccole e medie) entrato nella fase di soluzione finale grazie alla pandemia.

 

«La possibilità di andare in black-out… cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico»

Tuttavia vogliamo concentrarci sulla notizia: anche noi abbiamo finalmente l’establishment che parla improvvisamente di possibile sospensione dell’elettricità nel Paese.

 

Il black-out diventa quindi una possibilità concreta anche per l’Italia.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale.

 

A inizio stagione ha cominciato a girare in Germania (per poi divenire virale in tutta europa)uno spot realizzato dalla Bundesamt für Bevölkerungsschutz und Katastrophenhilfe (BBK – l’ufficio federale della protezione civile e dell’assistenza in caso di catastrofi, una sorta di Protezione Civile tedesca) che preparava i cittadini alla possibilità di un inverno senza riscaldamento.

Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale

 

 

A metà ottobre il ministero della Difesa dell’Austria – Paese che ci ha anticipato nel nuovo lockdown  draconiano – ha lanciato la campagna di affissioni in tutta l’Austria («Blackout – Cosa fare quando tutto è a posto?»), dove si iniziava a parlare di interruzioni di corrente su larga scala.

 

Anche in Romania da giorni si respira l’aria di blackout.

 

Il canale TV nazionale Antena 3, un canale di notizie 24 ore che trasmette anche nella vicina Serbia, ha mandato in onda programmi con grafiche che guidavano lo spettatore nel fare scorte (batterie, radio, candele, acqua, cibo in scatoletta) in vista di «pană de curent de o săptămână în Europa»: un «blackout di una settimana in Europa».

 

 

La Cina sta già da mesi sperimentando blackout che stanno mettendo in dubbio la tenuta economica e produttiva del colosso asiatico. L’amministrazione del Partito Comunista Cinese sta già trasmettendo comunicazioni di tenore emergenziale per i cittadini, invitandoli per esempio a fare scorte per l’inverno.

 

Due parole anche sull’autorevole fonte dell’allarme.

 

Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?

L’onorevole Giancarlo Giorgetti è da sempre percepito come l’uomo dell’establishment dentro alla Lega. È cugino del banchiere e grand commis di Stato Massimo Ponzellini , a sua volta figlio d’arte (il padre era membro del consiglio della Banca d’Italia e abbiente sostenitore della nascita dell’editore bolognese Il Mulino) e allievo di Romano Prodi, con cui fonda la società Nomisma e con il quale lavora all’IRI dal 1983 al 1990. Ponzellini è stato presidente della grande società di appalti Impregilo nonché, nel 2009, della Banca Popolare di Milano.

 

Nell’estate 2018, durante il governo gialloverde del Conte 1, i giornali parlarono di uno scontro tra Giorgetti e il collega deputato leghista Claudio Borghi, da sempre su posizioni anti-euro assai contrarie allo status quo.  Il tema era quello dei cosiddetti minibot.

 

«C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i minibot? Se si potessero fare, li farebbero tutti» virgolettò Repubblica. Giorgetti e Borghi smentirono screzi, si disse che i giornalisti non avevano capito il tono.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad inizio autunno alcuni analisti si sono spinti a dire che con Draghi al colle la manovra potrebbe essere quella di portare Giorgetti al ruolo di primo ministro.

 

Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?

«I veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato» scrisse La Stampa lo scorso 30 settembre.

 

Più che dei veleni nel Palazzo, l’onesto cittadino vorrebbe sapere della corrente elettrica a casa sua. Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?

 

Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?

 

A quale altra rinuncia ci stanno preparando?

A quale altra rinuncia ci stanno preparando?

 

Dopo il lockdown, il blackout: il processo verso l’azzeramento di ogni attività umana sembra inarrestabile. Niente lavoro, niente consumi, fors’anche niente sostentamento biologico.

 

La Civiltà pare essere impegnata in una regressione verso la barbarie, o ancora meglio, in una corsa verso l’entropia, verso la morte termica.

 

Questo, il nostro lettore lo sa, altro non è se non il copione della Necrocultura: annientare l’essere umano e le sue attività, la sua prosperità, la sua vita.

 

 

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Civiltà

Il Nobel Montagnier: morbo del tipo mucca pazza come nuovo effetto collaterale del vaccino?

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Il professor Luc Montagnier, premio Nobel 2008 per la scoperta del virus dell’AIDS, è tornato a parlare delle origini del COVID, alle sue varianti e agli effetti collaterali legati al vaccino.

 

«C’è una grande partecipazione americana, finanziaria e probabilmente anche tecnica, in questo business», ha spiegato  il professor Luc Montagnier in una trasmissione radiofonica dell’emittente Sud Radio, dove un anno prima aveva ipotizzato che il coronavirus fosse fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan.

 

«All’inizio abbiamo un virus cinese e poi abbiamo qualcos’altro . Abbiamo cioè nuove varianti che emergono dal virus cinese ma che sono abbastanza lontane dalla sua struttura di partenza» ha raccontato il virologo. «Il caso non è chiuso e, naturalmente, più passa il tempo, più la gente parla…»

 

«Potremmo finire per conoscere la verità, ma ci vorrà tempo» dice il Nobel.

 

«In diversi Paesi, ora possiamo fare un bilancio, se vogliamo: e il bilancio ogni volta è un picco di infezioni dopo l’inoculazione dei vaccini»

«In diversi Paesi, ora possiamo fare un bilancio, se vogliamo: e il bilancio ogni volta è un picco di infezioni dopo l’inoculazione dei vaccini».

 

C’è bisogno di una moratoria, chiede il conduttore André Bercoff. «Bisogna fermarsi, quando ci sono dei morti, anche in piccolo numero, bisogna fermarsi».

 

Per il prof. Luc Montagnier, qualsiasi morte per farmaci dovrebbe essere presa sul serio.

 

«Siamo ancora in una situazione molto grave al momento. Perché queste nuove varianti danno effetti secondari », spiega il biologo.

 

«Anche il virus di partenza dà effetti secondari, ed effetti immediati che sono sopportabili se così si può dire ma poi, provoca miocardite, effetti cardiovascolari e che uccidono. Ci sono persone che muoiono per queste miocarditi, uno degli effetti del vaccino», sottolinea il professor Luc Montagnier .

 

 

«Io penso che la nostra civiltà sia in pericolo… arrivo a dire questo»

«Medico-ricercatore per formazione, ho la mia etica», dice il professor Luc Montagnier.

 

«Qualsiasi morte per un farmaco, un vaccino, deve essere conteggiata come qualcosa di grave e quando ci sono diversi decessi, è davvero un problema».

 

«Non condivido l’idea che si dice che nel rapporto rischio-beneficio si hanno dei rischi ma il rapporto beneficio è molto migliore per gli altri», spiega il biologo al microfono della radio. «Questo non è vero perché molta sofferenza deriva da questa concezione».

 

«Credo che scoppierà una fase dove in cui dovremo trattare molte persone malate a causa del vaccino»

«C’era molta speranza sui vaccini a mRNA, che portano informazione per il virus, e che si possono quindi utilizzare come vaccini… È uno sbaglio, perché, purtroppo, non sappiamo cosa succede dentro al nostro corpo. Se fermate qualcosa, si può espandere ovunque, i macrofagi sono lì a diffondere la proteina virale con effetti imprevisti… a mio avviso è un errore molto grande… bisogna bisogna riconoscere i propri errori, può capitare, ma se non si fa niente, può succedere una catastrofe».

 

«Io penso che la nostra civiltà sia in pericolo… arrivo a dire questo».

 

L’ospite chiede come devono sentirsi le tante persone che si sono vaccinate?

 

«Credo che scoppierà una fase dove in cui dovremo trattare molte persone malate a causa del vaccino».

 

Spero che lei abbia torto, dice l’intervistatore Bercoff. «Anche io lo spero» risponde il Nobel.

 

«E ora hai l’effetto dei prioni. Sono in arrivo altri decessi, e queste persone sono morte per il morbo di Creutzfeldt-Jakob»

Oggi, secondo Montagnier «siamo nella terza fase» per il professor Luc Montagnier. «La prima fase sono gli effetti collaterali abbastanza comuni che non durano molto a lungo ma che stanno già uccidendo le persone», spiega. «Hai poi gli effetti cardiovascolari », continua il biologo.

 

«E ora hai l’effetto dei prioni», aggiunge il professore Premio Nobel, spiazzando buona parte dell’audience. «Sono in arrivo altri decessi, e queste persone sono morte per il morbo di Creutzfeldt-Jakob».

 

Il morbo Creutzfeldt-Jakob (CJD) è noto al grande pubblico perché nel 2001 la sindrome che di cui si pensa sia una variante, l’encefalopatia spongiforme bovina (BSE), diventò la base del celeberrimo caso della «mucca pazza».

 

La CJD si verifica quando le proteine ​​chiamate prioni, che si formano in modo errato, trovano la loro strada nel cervello. I prioni hanno la sfortunata capacità distruttiva di deformare anche le proteine ​​intorno a loro. Man mano che i prioni consumano gradualmente i neuroni, creano buchi spugnosi nel cervello. Questo porta a demenza, perdita della funzione corporea e infine coma e morte.

«C’è un gruppo di 7 persone indipendenti con medici differenti che avrebbero questa malattia. Il fattore comune è che sarebbero stati vaccinati con due dosi di vaccino», continua il virologo. «È alla seconda dose che comparirebbero piccoli segni e poi i segni generali della malattia»

 

«Questa malattia è molto rara, normalmente, quando è sporadica, è una su un milione », spiega.

 

«C’è un gruppo di 7 persone indipendenti con medici differenti che avrebbero questa malattia. Il fattore comune è che sarebbero stati vaccinati con due dosi di vaccino», continua il virologo. «È alla seconda dose che comparirebbero piccoli segni e poi i segni generali della malattia».

 

«Non possiamo provare che sia causato dai vaccini», spiega, «ma dobbiamo ancora guardare a questa ipotesi… Perché l’unico fattore in comune tra queste persone è l’essere stati vaccinati con lo stesso vaccino».

 

Un ascoltatore, Marc, chiama in diretta trasmissione per dire che a sua moglie è stata diagnosticata proprio la sindrome Creutzfeldt-Jacobs dopo la seconda dose del vaccino, e che ora la sua vita «è un inferno». Dichiara altresì che conosce sempre più casi come il suo, tutti scoppiati dopo la seconda dose del vaccino COVID mRNA.

 

«L’ipotesi è che l’alluminio, che è l’adiuvante principale di questi vaccini come quelli per l’influenza, forma dei complessi con le proteine dei neuroni»

Montagnier ha quindi ricordato che i prioni non sono contagiosi, ma bisogna ricordare «la storia della mucca pazza» così come quella dei «119 bambini morti della Creutzfeldt-Jacobs perché avevano ricevuto ciascuno un’iniezione di ormone della crescita preparata dal cervello, dall’ipofisi di persone anziane». Si tratta di un famoso caso in Francia che mise sotto accusa un direttore di laboratorio del prestigiosissimo Istituto Pasteur accusato di aver provocato una strage somministrando a 1698 bambini tra il 19080 e il 1988 l’ormone della crescita ottenuto dalle ghiandole di cadaveri «non regolamentati». La sostanza, si scoprì, trasmetteva la sindrome Creutzfeldt-Jacobs.

 

«L’ipotesi è che l’alluminio, che è l’adiuvante principale di questi vaccini come quelli per l’influenza, forma dei complessi con le proteine dei neuroni… quindi è possibile che l’alluminio sia presente nei vaccini attuali». Quando il conduttore ribatte che non si è sicuri di questo, Montagnier risponde che «non si è sicuri, ma anche solo delle tracce possono essere tossiche, soprattutto se se ne ha una ripetizione ogni anno».

 

Il pensiero va quindi alla terza, quarta dose. Montagnier racconta di «un  modello animale, dei montoni che sono stati studiati in Spagna per essere vaccinati contro un virus dei montoni… hanno avuto un tale cambiamento di comportamento da far pensare di essere affetti dall’equivalente della Creutzfeld-Jacobs dei montoni».

 

«Quello che mi spaventa sono i bambini… Stanno per vaccinare i bambini… Questi bambini, forse, moriranno un giorno, e anche se muoiono 10 o 20 anni più tardi, verrà uccisa una generazione… Dunque è in causa la nostra civiltà»

«Possiamo fare delle ipotesi… è stato pubblicato, ma anche censurato dall’editore… c’è un velo di menzogna da anni… quindi possiamo pensare che ci sia presso l’essere umano nel caso di ripetizione di un vaccino contenente l’alluminio la creazione di un terreno per la crescita dei prioni».

 

Come riportato da Renovatio 21, casi di misteriose malattie neurodegenerative simili al morbo di Creutzfeld-Jacobs in grado di «mangiare il cervello» sono stati riportati in Giappone l’anno scorso.

 

Montagnier ha inoltre accennato alle menzogne statistiche sugli obblighi vaccinali, come in alcuni Stati degli USA dove, dice, i vaccinati contagiati non vengono contati come casi infetti. Il Nobel ha parlato di «informazioni false che continuano ad espandersi», ringraziando il ruolo del canale radio dove invece si può dire la verità – il motto del canale Sud Radio è in effetti Parlons vrai («diciamo il vero»).

 

«Siamo all’inizio, invece che alla fine. Prudenza, prudenza… e fermiamo le vaccinazioni di massa». Per Montagnier «non è eticamente accettabile avere delle persone, dei giovani, dei bambini, che muoiono. Dobbiamo pensare che se ci fermiamo, salveremo delle vite».

 

«Bisogna prendere delle precauzioni o andremo verso la catastrofe. È ineluttabile, se non facciamo niente».

Il virologo poi ha trattato della possibilità che il vaccino presenti danni dopo anni, come una bomba a scoppio ritardato.

 

«Quello che mi spaventa sono i bambini… Stanno per vaccinare i bambini… Questi bambini, forse, moriranno un giorno, e anche se muoiono 10 o 20 anni più tardi, verrà uccisa una generazione… Dunque è in causa la nostra civiltà. Bisogna prendere delle precauzioni o andremo verso la catastrofe».

 

«È ineluttabile, se non facciamo niente».

 

 

 

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Immagine elaborazione screenshot da Dailymotion

 

 

 

 

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