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Costantinopoli, prima volta in 500 anni senza nuovi iscritti alla scuola simbolo greco-ortodossa

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Per l’anno 2025/26 si era presentato un solo nuovo alunno, dirottato in un altro istituto cristiano. Il numero di studenti alla Greek High School nel quartiere del Phanar sceso da 730 a 30 in poco meno di 150 anni. L’appello del preside Dimitri Zotos: «chiedo a tutti di dare una mano» per il futuro dell’istituzione e dell’istruzione cristiana in Turchia.

 

La storica scuola greca di Istanbul, simbolo della presenza secolare della comunità nel cuore economico e commerciale della Turchia, non ha registrato nuove iscrizioni di per l’anno scolastico 2025/26 da poco iniziato, potendo contare solo sulla presenza di poche decine di studenti. La Greek High School del quartiere del Phanar (Fener Rum Lisesi), istituzione presente da 571 anni nel Paese, ha infatti annunciato in questi giorni in via ufficiale che non accoglierà nuovi alunni per quest’anno accademico ed è a rischio il futuro stesso.

 

Ufficialmente conosciuta oggi come Private Phanar Greek Middle and High School, l’istituzione si trova nel quartiere del Phanar di Istanbul, affacciato sul Corno d’Oro. Tra i greci e le comunità greco-ortodosse è conosciuta come la «Grande Scuola della Nazione» [Megáli tou Génous Scholí, in greco] ed è stata fondata nel 1454 nel novero di un accordo tra il patriarca Gennadios e il sultano ottomano Mehmed II. Durante il periodo ottomano, essa formava numerosi funzionari di alto rango, capi interpreti, patriarchi e clero.

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Sino ad oggi l’istituzione – conosciuta anche col nome turco di «Özel Fener Rum Lisesi», che riflette l’eredità romano-orientale – ha proposto un’istruzione completa sia in lingua turca, che in greco. In particolare, l’edificio situato in via Sancaklar Yokuşu si trova su un terreno che un tempo apparteneva a Dimitri Kantemir, un principe moldavo e alunno della scuola stesso. È stato progettato dall’architetto Konstantinos Dimadis e, grazie anche alla sua grandezza architettonica e alla vicinanza al Patriarcato Ecumenico, è considerato uno dei punti di riferimento più importanti di Istanbul, oltre a essere indicato occasionalmente come «il quinto castello più grande d’Europa».

 

Fra le realtà più importanti e storiche legate al patriarcato, sta anch’essa subendo le conseguenze di una popolazione cristiana in continua diminuzione in Medio oriente, dalla Turchia alla Siria, fino all’Iraq e alla Terra Santa. Un calo che riguarda anche la popolazione greca di Istanbul e che impatta non solo sull’istituto collegato al Fanar (pur essendo fra i più colpiti), ma che coinvolge tutte le scuole della minoranza greca.

 

Interpellato dal quotidiano Agos, il preside Dimitri Zotos ha dichiarato che attualmente vi sono circa 300 studenti iscritti alle scuole della minoranza greca in tutta la Turchia, di cui solo 30 frequentano il liceo Fener. «Ad essere onesti, durante il periodo di iscrizione – ha spiegato – si è presentato uno studente, ma abbiamo convinto la famiglia a scegliere un’altra scuola greca, perché semplicemente non è fattibile tenere aperta una classe con un solo alunno». «Non è salutare né dal punto di vista psicologico, né pedagogico, né educativo. La famiglia – aggiunge – ha capito e ha accettato. Se nei prossimi anni arriveranno altri studenti, le nostre porte saranno sempre aperte».

 

«È ovvio – avverte il massimo dirigente dell’istituto – che stiamo affrontando serie sfide demografiche. Sarebbe un errore affermare il contrario». Ciononostante, prosegue – «è triste e fa riflettere che il numero di studenti in questo edificio sia sceso da 730 a 30 in 140 anni. Si tratta di sfide che sfuggono al nostro controllo e per le quali occorre trovare delle soluzioni». «Vogliamo che queste istituzioni sopravvivano. Sono preziose non solo per la nostra comunità, ma anche per la società in cui viviamo. Ecco perché – conclude Dimitri Zotos – chiedo a tutti di dare una mano».

 

Durante un incontro nel novembre 2023 tra i rappresentanti delle scuole delle minoranze e il ministro turco dell’Istruzione Yusuf Tekin, il preside ha sollevato la questione alle massime autorità del Paese, pur senza ricevere riscontri adeguati nel tempo. Nell’occasione Zotos ha affermato che l’abolizione della politica degli studenti ospiti, che in precedenza aveva contribuito ad aumentare le iscrizioni alle scuole greche, ha determinato al calo del numero di allievi negli ultimi anni.

 

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Immagine di Nuriyasargursoy via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Concistoro: i cardinali relegano la liturgia in secondo piano

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Il primo concistoro straordinario del pontificato di Leone XIV, tenutosi il 7 e l’8 gennaio 2026 in Vaticano, ha riunito quasi 170 cardinali nell’Aula del Sinodo. Ufficialmente dedicato a definire i principali orientamenti della Chiesa per i prossimi anni, questo evento ha innanzitutto confermato il sostegno pressoché unanime del Sacro Collegio all’approccio missionario e sinodale, tralasciando – ancora una volta – la questione liturgica, che è tuttavia essenziale nell’attuale crisi della Chiesa.   Un senso di déjà vu è inevitabile per l’osservatore attento. La metodologia adottata segue le formule ormai consolidate dei sinodi recenti: tavole rotonde, gruppi linguistici, interventi a tempo. Più che il contenuto delle discussioni, è il «processo» a prevalere. Il papa, assente dalle discussioni in piccoli gruppi ma attento alle sintesi finali, ha voluto sottolineare che il cammino intrapreso insieme era più importante delle conclusioni formali. Questa affermazione è diventata un leitmotiv del discorso sinodale contemporaneo.   Per aprire i lavori, il cardinale domenicano Timothy Radcliffe – difficilmente sospettato di tradizionalismo – è stato incaricato di pronunciare una meditazione inaugurale destinata a guidare i dibattiti. Invitando i «principi della Chiesa» ad affrontare coraggiosamente le «tempeste» del mondo moderno, dalle crisi umanitarie agli scandali sugli abusi, il prelato ha accuratamente evitato di affrontare altre tempeste che tuttavia scuotono la Chiesa da diversi decenni.  

Il crogiolo delle priorità

Il cuore del concistoro poggiava su un voto cruciale. Quattro temi erano stati proposti dal Papa: l’evangelizzazione, la riforma della Curia, la sinodalità e la liturgia. A causa di presunti «limiti di tempo», ai cardinali è stato chiesto di sceglierne solo due, a maggioranza.   Il risultato è rivelatore. La sinodalità e la missione sono state approvate a stragrande maggioranza, relegando la liturgia – così come la riforma della Curia – a un ruolo secondario. Questa decisione è estremamente significativa. Infatti, mentre i mezzi dell’azione missionaria possono essere dibattuti, è a dir poco preoccupante vedere la preghiera pubblica della Chiesa, la lex orandi intimamente legata alla lex credendi, considerata una priorità secondaria.

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Un silenzio significativo

Questo silenzio sulla liturgia non è passato inosservato. Ancor prima dell’apertura del concistoro, diversi organi di stampa, tra cui l’agenzia di stampa Zenit e la stampa italiana, hanno indicato che un considerevole gruppo di cardinali desiderava specificamente porre questo tema al centro delle discussioni. Per loro, l’attuale crisi liturgica è inseparabile dalla crisi di fede. Avevano auspicato una seria riflessione sulle tensioni causate dalle restrizioni imposte da Traditionis Custodes, nonché un gesto di pacificazione nei confronti dei fedeli legati alla liturgia tradizionale.   Non è successo nulla del genere. Il «respiro» della Chiesa – la sua preghiera – sembra essere stato sacrificato sull’altare della sinodalità. Il portavoce vaticano, Matteo Bruni, ha tentato di minimizzare la portata di questa esclusione, affermando che nessun argomento era stato definitivamente escluso e che il papa era stato «informato dell’urgenza percepita» di alcune questioni. Da chi? Secondo quali criteri? La formulazione rimane volutamente vaga. È stato anche specificato che gli argomenti non selezionati potevano essere «affrontati nell’ambito dei temi scelti», un modo elegante, direbbero alcuni, per diluire i problemi anziché affrontarli.   Una strategia di elusione? Per alcuni osservatori, questa decisione deriva da un calcolo tattico. Eletto meno di un anno fa, Leone XIV starebbe cercando di evitare uno scontro diretto su una questione liturgica diventata altamente controversa, dove due visioni inconciliabili della Chiesa si scontrano frontalmente. Mettendo l’accento sulla missione e sulla sinodalità, egli cerca di costruire unità d’azione prima di riaprire questioni più delicate.   Ma questa strategia comporta un rischio importante: quello di rinviare indefinitamente la cura di una ferita aperta. La liturgia non è un argomento qualsiasi; è il cuore pulsante della vita della Chiesa. Finché la questione liturgica rimarrà irrisolta, qualsiasi tentativo di «pace ecclesiale duratura» rimarrà illusorio.   Questo concistoro avrà quindi lasciato irrisolte questioni fondamentali. La riforma amministrativa della Curia e, soprattutto, il ripristino di una liturgia fedele alla tradizione bimillenaria della Chiesa sono questioni che il pontificato di Leone XIV dovrà affrontare prima o poi se vorrà davvero garantire l’unità e la vitalità della Chiesa cattolica.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Il cardinale Müller: il «cristianesimo culturale» crea idoli. Poi attacca Thiel e Harari

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Il cardinale Gerhard Müller ha affermato che la Chiesa cattolica è «l’unica autorità morale credibile», contrapponendola alla pura volontà di potenza dei tecnocrati. Lo riporta LifeSite.

 

In un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt, il cardinale Müller ha affermato: «nel mondo odierno, se si guarda al mondo nel suo insieme, il papa e la sua Chiesa sono le uniche autorità morali credibili: i principi morali vengono proclamati per se stessi e non sono contaminati dal potere e dall’influenza».

 

Il porporato germanico contrapposto il ruolo della Chiesa nel proclamare la verità a quello dei tecnocrati assetati di potere, menzionando specificamente il magnate della tecnologia Peter Thiel e lo scrittore ateo Yuval Noah Harari, entrambi omosessuali.

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«La nuova teoria di classe presuppone che i ricchi e i potenti abbiano un diritto alla vita maggiore rispetto alla stragrande maggioranza delle ‘persone inutili’, come le chiama Yuval Noah Harari», ha affermato il cardinale. «Dovrebbero semplicemente essere tenuti a tacere con droghe e programmi di intrattenimento».

 

«Credo che ci troviamo di fronte a una sfida importante perché molti di coloro che stanno realizzando grandi cose nella tecnologia stanno sviluppando idee disumane e dimostrando di essere filosoficamente disinformati. La tecnologia deve sempre essere al servizio delle persone, non il contrario».

 

«Queste persone credono che il progresso tecnologico porti al progresso morale. Tuttavia, il progresso morale dipende sempre dall’individuo e non può essere controllato collettivamente», ha affermato il prelato. «La tecnologia può aiutare, ma è legata all’etica. Posso usare un coltello per tagliare una mela o per uccidere un’altra persona. Qualsiasi mezzo tecnico può essere usato in modo improprio».

 

«In un mondo dominato da tecnocrati che si considerano i pochi eletti, chi definisce cosa è bene e cosa è male?», ha chiesto il cardinale tedesco. «Certamente non persone come Peter Thiel. E Trump può avere buone intenzioni, ma non è uno che riflette a fondo sulle cose».

 

Il cardinale Müller ha criticato anche lo Stato laico moderno, che si dichiara neutrale ma in realtà impone la sua moderna pseudo-religione sotto le mentite spoglie della «scienza».

 

«Uno Stato che si dichiara neutrale dal punto di vista religioso non ha né la legittimità né la competenza per interferire in questioni etiche e religiose», ha affermato. «Tuttavia, la politica trasgredisce questo principio e definisce la propria visione del mondo come scienza».

 

«Anche la teoria razziale si proclamava scientifica, così come l’eugenetica scientifica. Queste erano tutte pseudoscienze, così come l’ideologia LGBTQ».

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«Quest’ultima non ha nulla a che fare con la scienza perché contraddice il fatto biologico che gli esseri umani sono maschi o femmine, anche se possono esserci individui con disturbi dello sviluppo», ha affermato il cardinale. «Non si può semplicemente inventare qualcosa. Non esiste il genere sociale».

 

Il cardinale Müller ha avvertito che avere solo un «cristianesimo culturale» non è sufficiente e renderà impossibile alle nazioni cristiane difendersi dalle ideologie malvagie.

 

«Ciò significa che non si può resistere a nulla, non si può affrontare alcuna sfida, come l’arrivo di un’altra religione completamente diversa dalla nostra”, ha affermato. «Lo abbiamo visto nel nazionalsocialismo e nel comunismo”.

 

«Dostoevskij diceva: Se Dio non esiste, allora tutto è permesso. Senza Dio non c’è moralità. Un cristianesimo puramente culturale non fa che creare idoli».

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Concilio Vaticano II, mons. Viganò contro papa Leone

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha affidato a X un commento sulle recenti parole del papa riguardo il Concilio Vaticano II.   «Chi si aspettava un qualche esame di coscienza da parte di Leone dopo sessant’anni di immani disastri, è servito: Prevost ci invita a riscoprire l’indole profetica del Concilio Vaticano II – «aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa» – e ad attuarne con maggiore convinzione le riforme».   «Dinanzi alla rovina e alle macerie di sessant’anni di “primavera conciliare”, ammetterne il fallimento richiederebbe un minimo di buona fede purtroppo assente nei fautori della rivoluzione conciliare, i quali usarono come grimaldello un “concilio” per introdurre i principi rivoluzionari nella Chiesa Cattolica, provocando così la sua demolizione dall’interno» scrive il monsignore.  

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«Da Roncalli in poi, la presa di distanza della chiesa conciliare rispetto alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana è proseguita inesorabile, giungendo con Bergoglio a teorizzare la “sinodalità” come ultimo sfregio rivoluzionario al papato voluto da Nostro Signore» dice il prelato lombardo.   «Non stupisce che Leone, ultimo esponente della chiesa conciliare e sinodale, dichiari di voler “andare incontro all’umanità” proprio applicando l’unico “concilio” che invece di chiamare le pecore disperse nell’unico Ovile sotto l’unico Pastore come hanno fatto tutti i Sacrosanti Concili Ecumenici, ha invece aperto l’ovile, ne ha disperse le pecore e vi ha fatto entrare lupi e mercenari».   Non si tratta della prima condanna che monsignor Viganò emette contro il Concilio e i suoi seguaci di tutti i livelli.   «Chi aderisce consapevolmente a questo “concilio” si rende responsabile della demolizione della Chiesa Cattolica e ratifica con la propria complicità il golpe conciliare e sinodale» aveva tuonato l’arcivescovo pochi mesi fa.
Ancora quattro anni fa l’arcivescovo disse che «tutto ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso, ha svuotato chiese, seminari e conventi, ha distrutto le vocazioni ecclesiastiche e religiose, ha prosciugato ogni slancio spirituale, culturale e civile dei Cattolici, ha umiliato la Chiesa di Cristo e l’ha confinata ai margini della società, rendendola patetica nel suo tentativo maldestro di piacere al mondo».

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Come riportato da Renovatio 21, in un’omelia del novembre 2024 Viganò dichiarò che i papi e i vescovi del Concilio Vaticano II «usarono il loro «concilio» non per combattere i nuovi errori, ma per introdurli nel sacro recinto; non per restaurare la sacra Liturgia, ma per demolirla; non per raccogliere il gregge cattolico intorno ai Pastori, ma per disperderlo e abbandonarlo ai lupi».   In un testo precedente fa Sua Eccellenza aveva scritto dell’«unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II, la sua ecclesiologia, la sua morale, la sua liturgia, i suoi santi e martiri e soprattutto i suoi scomunicati e i suoi eretici, ossia i «tradizionalisti radicali» non addomesticabili alle nuove istanze sinodali».   La catastrofe non solo religiosa causata dal Concilio è stata spiegata in un’intervista ad una testata francese dello scorso anno: «La chiesa del Vaticano II, che ci tiene tanto a definirsi così in antitesi alla “chiesa preconciliare”, ha posto le basi teologiche alla dissoluzione della società. Tutti gli errori dottrinali del Concilio si sono tradotti in errori filosofici, politici e sociali dagli esiti disastrosi per le Nazioni cattoliche».

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