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Conversione e terrorismo. La jihad come frutto del Concilio Vaticano II

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È il caso di riportare alla memoria, in questi giorni di polemiche fiammeggianti, il caso di quella che i giornali italiani chiamavano Lady Jihad. Perché la chiamassero così non lo ho mai capito, perché nonostante l’universo di sangue in cui si era infilata mi sembrava sempre, in tutto e per tutto, una ragazzina.

 

Forse la vicenda non l’avete dimenticata: la definirono «la prima Foreign Fighter italiana». Emigrò nello Stato Islamico per combattere con le truppe ISIS. La sua storia famigliare, dove tutti si erano convertiti all’Islam radicale, era impressionante. I genitori, che lei aveva convertito, sono morti entrambi qui in Italia, il viaggio verso il Levante gli fu impedito dai nostri servizi di sicurezza. La sorella è ancora in carcere. Lei, dicono, potrebbe essere morta nel 2017. Quello che è certo è che di Maria Giulia – Fatima – si sono perse le tracce.

 

Era giovane. Era una convertita all’Islam – quello radicale, quello wahabita

Era giovane. Era una convertita all’Islam – quello radicale, quello wahabita.

 

Ricordo ancora video in cui umiliava via Skype l’intervistatrice del Corriere: la giornalista sincero-democratica travolta dalla fede assoluta di questa ragazzina di provincia non può che vendicarsi scrivendo che «la follia si respira in ogni sua sillaba».

 

Al contrario, a me Maria Giulia Sergio – l’oggetto del sensazionalismo della stampa borghese che l’apostrofava come «la prima foreign fighter italiana» – sembrava lucidissima. Di più: oso dire che era impossibile non vedere come si sentisse una donna realizzata. Una vita dedicata integralmente per seguire il suo Dio e suo uomo – la sua famiglia –  nella piena libertà del proprio cuore: anche se questo può costare la morte violenta, o la galera, o la vergogna. Non importa. 

 

Maria Giulia – che ora vorrebbe la chiamassero Fatima Az Zahra – parlava in tranquillità anche quando sapeva di essere intercettata.

 

Senza dover nascondere nulla, Maria Giulia si esprime e agisce secondo il suo animo perfino dopo che hanno arrestato – l’accusa non mi è chiara – tutta la sua famiglia in Italia: padre, madre, sorella, zia del marito, parentado vario. Tutti in carcere preventivo, per la gioia dello Stato democratico. 

 

 

No. La storia di Maria Giulia è diversa. A suo modo, è perfetta: è pura

Una donna realizzata

Siamo davanti ad un esemplare unico e perfettamente riuscito, pure su una scala di comparazione globale. Le varie Jihad Jane sparse per il mondo non sono degne di allacciarle i calzari, qualora calzati sotto il niqab.

 

Nulla vale, in paragone, l’infermiera fermata all’aeroporto di Denver mentre espatriava per unirsi ai barbuti dell’ISIS. Niente valgono le sciaquette austriache che sono andate in Siria e poi hanno piagnucolato per tornare. Ritengo che la sua fibra sia perfino superiore a quella della «Vedova Bianca», ossia Samatha Lewthwaite, stragista in hijab legata ai massacri londinesi e africani, data per morta varie volte e riemersa. 

 

No. La storia di Maria Giulia è diversa. A suo modo, è perfetta: è pura.

 

C’è il bene e c’è il male. C’è Allah e chi vi si oppone. C’è  il dar-al-Islam, «il luogo dell’Islam»  e c’è dar-al-harb, «la dimora della guerra», la casa degli infedeli da combattere

Ad ascoltare tutte le intercettazioni non ci si convince di trovarsi di fronte ad una conversazione particolarmente intelligente. 

 

Lei segue un piano semplice. Glielo fornisce, incredibile dictu, ciò che proprio a questo dovrebbe essere preposto: la religione. Segue dei precetti, una visione di insieme che non conosce complessità o profondità di sorta.

 

C’è il bene e c’è il male. C’è Allah e chi vi si oppone. C’è  il dar-al-Islam, «il luogo dell’Islam»  – come dice nell’intervista al giornale democratico – e c’è dar-al-harb, «la dimora della guerra», la casa degli infedeli da combattere.

 

Lei, semplicemente, ha fatto hijira, è migrata verso la terra dell’Islam. Cosa perfettamente logica: i genitori arrestati si apprestavano a fare lo stesso, tanto da chiederle al computer se era il caso di comperare delle valigie trolley e portare in Siria anche Adriano, il gatto di casa. «No mamma, non si può, ascoltami mamma, il viaggio è troppo lungo, in aereo, in macchina…». «Hai ragione, già quando l’abbiamo portato a Napoli miagolava sempre». «Anche questa è una prova grande cui ci sottoponiamo. Adriano starà bene, inshallah».

«Un uomo sposato è andato con un altra donna, Said [il marito, ndr] come mujaheddin, come soldato per Allah, va con altri fratelli per lapidarlo» racconta ridendo alla sorella Marianna

 

È inquietante quando promette a Mamma e Papà che in Siria avranno finalmente una casa con l’orto, anzi possono avere tutta la terra che vogliono, «perché la Siria è vuota». 

 

«Un uomo sposato è andato con un altra donna, Said [il marito, ndr] come mujaheddin, come soldato per Allah, va con altri fratelli per lapidarlo» racconta ridendo alla sorella Marianna. Credo che nessuna femminista possa godere di una simile fantasia realizzata: il maschio traditore che viene giustiziato. Per Maria Giulia è la realtà.

 

I video di lei che si addestra con gli AK-47 pare che non circolino perché il marito, l’albanese jihadista Aldo detto Said, glielo ha proibito.

«Noi quando decapitiamo qualcuno, dico noi perché anche io faccio parte dello Stato Islamico, quando facciamo un’azione del genere, stiamo obbedendo alla sharia»

 

«Noi quando decapitiamo qualcuno, dico noi perché anche io faccio parte dello Stato Islamico, quando facciamo un’azione del genere, stiamo obbedendo alla sharia». Perché vergognarsi di seguire la legge divina?

 

In fondo, questa è una storia-paradigma. Frequentava la moschea di Segrate – non quella controversa di Viale Jenner – dove rilasciava interviste alle giornaliste in cerca del solito pezzo su «donne e Islam». Si dichiarava moderata. Usava la parola preferita dai democristiani e dai massoni, «dialogo». Andava alle lezioni in Statale con il velo, ma era amica di tutti. Andò a Canale 5 per dimostrare in diretta alla Santanché che essere donna e musulmana può essere bello e pacifico.

 

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Non credo che fosse così cambiata da quando dalla Siria parla vis Skype di mutilazioni, decapitazioni e sterminio degli infedeli. Non pareva diversa da quel 27% di giovani francesi (età 18-24) che simpatizza per l’ISIS, né da quel 81% di fan del Califfo rilevato tra il pubblico muslmano di Al Jazeera.

 

 

Una suora stupenda

«Non siamo musulmani italiani! Siamo musulmani del Jihad»

La Maria Giulia, che divorziò dal primo marito magrebino perché troppo islamicamente tiepido, e ciò risalta in maniera stupenda.  «Non siamo musulmani italiani! Siamo musulmani del Jihad» urla ai genitori.

 

La fede universale più forte di qualsiasi confine. Sì, devo ammettere che questa devozione può suscitare ammirazione. O forse, non è ammirazione quella si prova, perché tutto questo ha un sapore tanto amaro. 

 

Che disastro. Che spreco. 

 

Sappiamo tutti dove una sessantina di anni fa sarebbe finita una come Maria Giulia. Un convento, magari una bella clausura. Ho pochi dubbi su questo. 

 

Quale meravigliosa madre superiore, severa e determinata quanto serve, sarebbe stata Maria Giulia!

Chi possedeva tale zelo, quando vi era l’opzione, sceglieva quella strada.  Quale meravigliosa madre superiore, severa e determinata quanto serve, sarebbe stata Maria Giulia!

 

Una religiosa in grado di spingere tutta la famiglia dentro la religione, come succedeva una volta a chi aveva un prete o una suora tra i famigli: Maria Giulia aveva convertito tutti quanti, padre e madre e chissà chi altri, perché è sul suo slancio mistico che si appoggia chi le sta vicino, le pecore seguono il pastore e pure il suo cane. 

 

Così – una monaca capace di eseguire  in indefessamente quello che la sua religione l’ha programmata: custodire il convento, educare i bambini, sfamare i poveri, assistere i malati. Se è il caso, abbracciare il fucile, come quella suor Eupraxia, unica abitante di quel convento a Drenica, in Kosovo, dove né albanesi né serbi né giornalisti sono mai riusciti a penetrare, ché quella – programmata allo zelo – sparava appena ti avvicinavi al campanello. 

Una monaca capace di eseguire  in indefessamente quello che la sua religione l’ha programmata: custodire il convento, educare i bambini, sfamare i poveri, assistere i malati

 

 

Il  prodotto del Concilio

Sappiamo cosa ha fatto sì che a suor Maria Giulia si sostituisse un’assassina islamista: si chiama Concilio Vaticano II. Quella che ritengo sia la più grande catastrofe della storia umana.  Lo stand-down dello spirito cattolico, la perversione della dottrina, la distruzione dell’ultimo argine rimasto alle tenebre del relativismo,cioè  alle tenebre tout court

 

Il suicidio della Chiesa Cattolica ha fatto sì che persone come Maria Giulia cercassero altrove quel senso profondo che brama il cuore. 

 

Il suicidio della Chiesa Cattolica ha fatto sì che persone come Maria Giulia cercassero altrove quel senso profondo che brama il cuore

Possiamo, quindi, anche dirlo: la jihad è un frutto del Concilio. 

 

Lo abbiamo scritto varie volte: l’islamo-nichilismo dell’ISIS, con la sua narrazione fatta di tweet e progetti millenari, finirà giocoforza per filtrare nella mente della gioventù europea, innaturalmente sedata dall’onanismo, dalle droghe, dalla omosessualizzazione forzata, dai giochi elettronici, e – nel peggiore dei casi – dalla falsa religione conciliare, dove Dio è un amico, la messa è un concerto di chitarre, l’Eucarestia un pezzo di pane, l’Inferno è vuoto.

 

Maria Giulia, infatti, era cattolica. «Molto cattolica» disse in una intervista anni fa, quando faceva la ragazza immagine per le italiane convertite. Erano «ferventi cattolici», riportano le cronache, anche i genitori. Il padre Sergio Sergio, cassaintegrato, si era mosso da Torre del Greco dieci anni fa solo dopo aver avuto da una conoscente la garanzia che a Inzago avrebbe risolto le sue difficoltà economiche, con il pieno supporto di Caritas e parrocchia, dove i Sergio erano assidui. 

Possiamo, quindi, anche dirlo: la jihad è un frutto del Concilio Vaticano II

 

Immaginiamo cosi vi abbiano trovato. Il Cattolicesimo del Concilio, perfino nella sua forma ultimativa, quella di ONG pietosa, quella del Papa amico dei poveri: i preti hanno dato loro il pane, ma evidentemente i Sergio erano in cerca di qualcosa d’altro. Cercavano lo spirito – chiaro quindi che la Chiesa moderna non li abbia saputi accontentare.

 

Tanto più che è la Chiesa stessa a indicare le vie di uscita. 

 

L’islamo-nichilismo dell’ISIS, con la sua narrazione fatta di tweet e progetti millenari, finirà giocoforza per filtrare nella mente della gioventù europea, innaturalmente sedata dall’onanismo, dalle droghe, dalla omosessualizzazione forzata, dai giochi elettronici, e – nel peggiore dei casi – dalla falsa religione conciliare, dove Dio è un amico, la messa è un concerto di chitarre, l’Eucarestia un pezzo di pane, l’Inferno è vuoto

«La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione».

 

«Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno. Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà». 

 

Sono le parole della dichiarazione Nostra Ætate (28 ottobre 1965), il documento del Concilio che rappresenta l’inizio del processo di decadenza patente del Papato. Gli ebrei, non più deicidi, divengono per decreto «amici» dei cattolici. I musulmani sono da comprendere e stimare. 

 

La chiesa moderna è divenuta insomma come l’inferno della sua nuova teologia: vuota.

 

La chiesa moderna è divenuta insomma come l’inferno della sua nuova teologia: vuota

Era la profonda verità già nota a Federico II: in fondo, pensava l’imperatore, i maomettani sono facili da governare.

 

È il caso sunnita che abbiamo sotto gli occhi. Nessun Papa, nessuna gerarchia, nessuna legge naturale, nessuna inclinazione allo sviluppo, corpi proni alla frusta. Dovete guardare all’Arabia Saudita: uno Stato ricco al centro dell’Islam, tenuto sotto scacco da una famiglia che affama, umilia, ammazza il suo popolo mentre dilapida trilioni in oscene gozzoviglie.

 

 

Fitna

In questo stallo, come è possibile vincere? Senza che abbiano una vera religione ai nostri figli, come possiamo anche solo pensare di reagire di fronte all’avanzata di Maometto? Quale motivo, quale valore può avere nel cuore chi sarà preposto a difenderci?

Prima di ucciderci i figli perché cafri, l’Islam potrà sedurli riempiendone il vuoto creato dentro di loro dalla non-chiesa conciliare

 

Prima di ucciderci i figli perché cafri, l’Islam potrà sedurli riempiendone il vuoto creato dentro di loro dalla non-chiesa conciliare. 

 

Su una cosa ulteriore sono d’accordo con Maria Giulia.  «E’ finito il tempo che il musulmano sta nella terra della miscredenza, quello era il tempo dell’ignoranza» tuona ai famigliari. È per colpa degli islamici moderati che l’Islam si trova in questa situazione imperfetta. I tiepidi vanno abbattuti.

 

Sì: se vogliamo guarire la terra desolata della Chiesa di Cristo, dobbiamo innanzitutto liberarci di coloro che l’hanno avvelenata. Traditori, modernisti, democristiani.

 

Essi sono la causa della catastrofe. Essi sono i veri padri della jihad, che in un mondo pienamente cristiano – quello che ci ha domandato Nostro Signore – nemmeno avrebbe potuto partire. 

 

Sono i cattolici del Concilio i creatori del vuoto che ha convertito la famiglia di Maria Giulia. Essi sono la causa della catastrofe. Essi sono i veri padri della jihad

Sono i cattolici del Concilio i creatori del vuoto che ha convertito la famiglia di Maria Giulia. 

 

È lo stesso vuoto che inghiottirà tutto l’Occidente, e loro stessi. Sappiamo infatti che il loro è un desiderio di morte, un imperativo suicida che la forza oscura ha inserito nel loro sistema operativo.

 

C’è un termine nell’Islam, fitna. È jihad, «sforzo», ma rivolta ad intra, dentro la stessa comunità dei fedeli.

 

I credenti dell’Unica Vera Religione sono chiamati ora alla fitna.

 

Solo una volta che questa sarà terminata, potremo darci alla nostra «jihad» del Logos, e portarla in tutto il mondo, come da comando di Dio, convertendo il profondo del cuore umano, e difendendo la nostra Fede, la nostra terra, le nostre donne.

 

Suore, madri superiore: non terroriste jihadiste.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione

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La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.

 

Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.

 

Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.

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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.

 

La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.

 

Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.

 

A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).

 

Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.

 

Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.

 

Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.

 

Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.

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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.

 

La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.

 

A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.

 

Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.

 

Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.

 

Taro Negishi

Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.   Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.   Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.   Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?   E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.   Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!   Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)   Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»   Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.   E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.   Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?   Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.   E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.   A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».   Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.   «Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».   Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.   Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.   Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.   Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.   Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.   E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.   Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News
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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.

 

Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».

 

È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.

 

Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.

 

A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.

 

Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.

 

Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.

 

Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.

 

Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.

 

Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.

 

E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.

 

Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.

 

La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.

 

Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.

 

Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.

 

La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.

 

Elisabetta Frezza

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