Spirito
Cinque vescovi contro i vaccini prodotti con feti abortiti
Dopo alcune imbarazzanti e semplicistiche prese di posizione da parte del mondo cattolico sul tema dell’utilizzo di vaccini prodotti con linee cellulari di feto abortito, con particolare riferimento all’attualità del vaccino anti-COVID un cardinale e quattro vescovi fra cui Mons. Athanasius Schneider tuonano contro l’utilizzo di questi farmaci, dichiarando fermamente che un cattolico non può in alcun modo partecipare, nemmeno in maniera indiretta e remota, al grande crimine contro Dio e contro l’umanità: il Male assoluto dell’aborto.
Renovatio 21 offre ai lettori la traduzione di questo importantissimo documento, che consigliamo di leggere fino alla fine. Un vero argine contro la deriva superficiale e a tratti liberale assunta da tanti ambienti in teoria intransigenti, che sono puristi nella liturgia ma incredibilmente permissivi verso ciò che in questo documento è giustamente definito come «cannibalismo bio-medico».
Il documento è precedentemente apparso sulla rivista americana Crisis.
La ricerca biomedica che sfrutta i nascituri innocenti e usa i loro corpi come «materia prima» ai fini dei vaccini sembra più simile al cannibalismo che alla medicina.
Nelle ultime settimane, agenzie di stampa e varie fonti di informazione hanno riferito che, in risposta all’emergenza COVID-19, alcuni Paesi hanno prodotto vaccini utilizzando linee cellulari di feti umani abortiti.
In altri paesi, tali vaccini sono in fase di pianificazione. Un coro crescente di ecclesiastici (conferenze episcopali, singoli vescovi e sacerdoti) ha affermato che, nel caso in cui non fosse disponibile alcun vaccino alternativo che utilizzi componenti eticamente leciti, sarebbe moralmente consentito per i cattolici ricevere vaccini prodotti con linee cellulari di bambini abortiti.
Nel caso dei vaccini ottenuti da linee cellulari di feti umani abortiti, vediamo una chiara contraddizione tra la dottrina cattolica di rifiutare categoricamente, e senza ombra di dubbio, l’aborto in tutti i casi come un grave male morale che grida vendetta al cielo e la pratica di considerare i vaccini derivati da linee cellulari fetali abortite moralmente accettabili
I sostenitori di questa posizione invocano due documenti della Santa Sede: il primo, della Pontificia Accademia per la Vita, si intitola «Riflessioni morali sui vaccini preparati da cellule derivate da feti umani abortiti» ed è stato pubblicato il 9 giugno del 2005; la seconda, un’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede, si intitola «Dignitas Personae, su alcune questioni bioetiche», ed è stata pubblicata l’8 settembre del 2008. Entrambi questi documenti consentono l’uso di tali vaccini in casi eccezionali e per un tempo limitato, sulla base di quella che nella teologia morale viene chiamata cooperazione al male materiale, remota e passiva.
I suddetti documenti affermano che i cattolici che utilizzano tali vaccini hanno «il dovere di rendere noto il loro disaccordo e di chiedere che il loro sistema sanitario renda disponibili altri tipi di vaccini».
Nel caso dei vaccini ottenuti da linee cellulari di feti umani abortiti, vediamo una chiara contraddizione tra la dottrina cattolica di rifiutare categoricamente, e senza ombra di dubbio, l’aborto in tutti i casi come un grave male morale che grida vendetta al cielo (vedi Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2268, n. 2270), e la pratica di considerare i vaccini derivati da linee cellulari fetali abortite moralmente accettabili in casi eccezionali di «urgente bisogno» – per motivi di remota, passiva, cooperazione al male materiale. Sostenere che tali vaccini possono essere moralmente leciti se non ci sono alternative è di per sé contraddittorio e non può essere accettabile per i cattolici.
Sostenere che tali vaccini possono essere moralmente leciti se non ci sono alternative è di per sé contraddittorio e non può essere accettabile per i cattolici
Si devono ricordare le seguenti parole di Papa Giovanni Paolo II sulla dignità della vita umana non nata:
«L’inviolabilità della persona, riflesso dell’assoluta inviolabilità di Dio, trova la sua prima e fondamentale espressione nell’inviolabilità della vita umana. Soprattutto, la protesta comune, che giustamente si fa a favore dei diritti umani – ad esempio, il diritto alla salute, alla casa, al lavoro, alla famiglia, alla cultura – è falsa e illusoria se il diritto alla vita, il più basilare diritto fondamentale e condizione per tutti gli altri diritti personali, non è difeso con la massima determinazione» (Christifideles Laici, 38).
L’uso di vaccini prodotti da cellule di bambini non nati e assassinati contraddice una «massima determinazione» a difendere la vita non ancora nata.
Giovanni Paolo II: « la protesta comune, che giustamente si fa a favore dei diritti umani – ad esempio, il diritto alla salute, alla casa, al lavoro, alla famiglia, alla cultura – è falsa e illusoria se il diritto alla vita, il più basilare diritto fondamentale e condizione per tutti gli altri diritti personali, non è difeso con la massima determinazione»»
Il principio teologico della cooperazione materiale è certamente valido e può essere applicato a tutta una serie di casi (ad esempio nel pagamento delle tasse, nell’uso di prodotti ricavati dal lavoro in schiavitù, e così via). Tuttavia, questo principio difficilmente può essere applicato al caso dei vaccini ottenuti da linee cellulari fetali, perché coloro che consapevolmente e volontariamente ricevono tali vaccini entrano in una sorta di concatenazione, seppur molto remota, con il processo dell’industria dell’aborto.
Il crimine di aborto è così mostruoso che qualsiasi tipo di concatenazione con questo crimine, anche se molto remoto, è immorale e non può essere accettato in nessuna circostanza da un cattolico una volta che ne sia pienamente consapevole.
Chi usa questi vaccini deve rendersi conto che il suo corpo sta beneficiando dei «frutti» (sebbene passi attraverso una serie di processi chimici) di uno dei più grandi crimini dell’umanità. Qualsiasi legame con il processo di aborto, anche il più remoto e implicito, getterà un’ombra sul dovere della Chiesa di rendere ferma testimonianza della verità che l’aborto deve essere completamente rifiutato. I fini non possono mai giustificare i mezzi.
L’uso di vaccini prodotti da cellule di bambini non nati e assassinati contraddice una «massima determinazione» a difendere la vita non ancora nata
Stiamo vivendo uno dei peggiori genocidi conosciuti dall’uomo. Milioni e milioni di bambini in tutto il mondo sono stati massacrati nel grembo della madre e giorno dopo giorno questo genocidio nascosto continua attraverso l’industria dell’aborto, la ricerca biomedica e la tecnologia fetale, e la spinta dei governi e degli organismi internazionali a promuovere tali vaccini come uno degli obiettivi primari.
Adesso non è il momento per i cattolici di cedere; farlo sarebbe gravemente irresponsabile.
L’accettazione di questi vaccini da parte dei cattolici, sulla base del fatto che implicano solo una «cooperazione remota, passiva e materiale» con il male, giocherebbe nelle mani dei nemici della Chiesa e la indebolirebbe come ultima roccaforte contro il male assoluto dell’aborto.
Coloro che consapevolmente e volontariamente ricevono tali vaccini entrano in una sorta di concatenazione, seppur molto remota, con il processo dell’industria dell’aborto
Cos’altro può essere un vaccino derivato da linee cellulari fetali se non una violazione dell’Ordine di Creazione dato da Dio?
Poiché si basa su una grave violazione di questo Ordine attraverso l’omicidio di un bambino non ancora nato. Se a questo bambino non fosse stato negato il diritto alla vita, se le sue cellule (che sono state ulteriormente coltivate più volte in laboratorio) non fossero state rese disponibili per la produzione di un vaccino, non potrebbero essere commercializzate.
Il crimine di aborto è così mostruoso che qualsiasi tipo di concatenazione con questo crimine, anche se molto remoto, è immorale e non può essere accettato in nessuna circostanza da un cattolico una volta che ne sia pienamente consapevole
Abbiamo quindi qui una doppia violazione del sacro Ordine di Dio: da un lato, attraverso l’aborto stesso, e dall’altro, attraverso l’atroce attività del traffico e della commercializzazione dei resti di bambini abortiti. Tuttavia, questo doppio disprezzo per l’Ordine divino della Creazione non può mai essere giustificato, nemmeno per il motivo di preservare la salute di una persona o di una società attraverso tali vaccini.
La nostra società ha creato una religione sostitutiva: la salute è diventata il bene supremo, un dio sostituto a cui si devono offrire sacrifici – in questo caso, attraverso un vaccino basato sulla morte di un’altra vita umana.
Nell’esaminare le questioni etiche che circondano i vaccini, dobbiamo chiederci: come e perché tutto questo è diventato possibile? Non c’era davvero alternativa? Perché la tecnologia basata sull’omicidio è emersa in medicina, il cui scopo è invece portare vita e salute?
Chi usa questi vaccini deve rendersi conto che il suo corpo sta beneficiando dei «frutti» di uno dei più grandi crimini dell’umanità
La ricerca biomedica che sfrutta i nascituri innocenti e usa i loro corpi come «materia prima» ai fini dei vaccini sembra più simile al cannibalismo che alla medicina.
Dobbiamo anche considerare che, per alcuni nell’industria biomedica, le linee cellulari dei bambini non ancora nati sono un «prodotto», l’abortista e il produttore del vaccino sono il «fornitore» e i destinatari del vaccino sono i «consumatori».
Stiamo vivendo uno dei peggiori genocidi conosciuti dall’uomo. Milioni e milioni di bambini in tutto il mondo sono stati massacrati nel grembo della madre e giorno dopo giorno questo genocidio nascosto continua attraverso l’industria dell’aborto, la ricerca biomedica e la tecnologia fetale, e la spinta dei governi e degli organismi internazionali a promuovere tali vaccini come uno degli obiettivi primari.
La tecnologia basata sull’omicidio è radicata nella disperazione e finisce nella disperazione. Dobbiamo resistere al mito secondo il quale «non ci sono alternative». Al contrario, dobbiamo procedere con la speranza e la convinzione che le alternative esistono e che l’ingegno umano, con l’aiuto di Dio, le possa scoprire. Questo è l’unico modo per passare dall’oscurità alla luce e dalla morte alla vita.
Il Signore ha detto che alla fine dei tempi anche gli eletti saranno sedotti (cfr Mc 13:22). Oggi, l’intera Chiesa e tutti i fedeli cattolici devono cercare urgentemente di essere rafforzati nella dottrina e nella pratica della fede.
Nell’affrontare il male dell’aborto, i cattolici devono più che mai «astenersi da ogni apparenza di male» (1 Tessalonicesi 5:22).
La salute fisica non è un valore assoluto. L’obbedienza alla legge di Dio e la salvezza eterna delle anime devono avere il primato.
I vaccini derivati dalle cellule di bambini non nati crudelmente assassinati hanno un carattere chiaramente apocalittico e possono presagire il marchio della bestia (vedere Apocalisse 13:16).
La tecnologia basata sull’omicidio è radicata nella disperazione e finisce nella disperazione
Alcuni ecclesiastici dei nostri giorni rassicurano i fedeli affermando che ricevere un vaccino COVID-19 derivato dalle linee cellulari di un bambino abortito è moralmente lecito se non è disponibile un’alternativa. Giustificano la loro affermazione sulla base della «cooperazione materiale e remota» con il Male.
Tali affermazioni sono estremamente anti-pastorali e controproducenti, soprattutto se si considera il carattere sempre più apocalittico dell’industria dell’aborto e la natura disumana di alcune ricerche biomediche e tecnologie embrionali.
I vaccini derivati dalle cellule di bambini non nati crudelmente assassinati hanno un carattere chiaramente apocalittico e possono presagire il marchio della bestia (vedere Apocalisse 13:16)
Ora più che mai, i cattolici non possono categoricamente incoraggiare e promuovere il peccato dell’aborto, nemmeno il minimo, accettando questi vaccini. Pertanto, come Successori degli Apostoli e Pastori responsabili della salvezza eterna delle anime, riteniamo impossibile tacere e mantenere un atteggiamento ambiguo riguardo al nostro dovere di resistere con «massima determinazione» (Papa Giovanni Paolo II) contro «l’indicibile crimine dell’aborto» (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, 51).
Questa dichiarazione è stata scritta su consiglio e consiglio di medici e scienziati di vari paesi. Un contributo sostanziale è arrivato anche dai laici: da nonne, nonni, padri e madri di famiglia, e dai giovani. Tutti i soggetti consultati – indipendentemente dall’età, dalla nazionalità e dalla professione – hanno respinto all’unanimità e quasi istintivamente l’idea di un vaccino derivato dalle linee cellulari dei bambini abortiti. Inoltre, hanno ritenuto debole e inadeguata la giustificazione offerta per l’utilizzo di tali vaccini (ovvero «cooperazione materiale a distanza di tanto tempo»).
Abbiamo più che mai bisogno dello spirito dei confessori e dei martiri che evitino il minimo sospetto di collaborazione con il male della loro epoca
Ciò è confortante e, allo stesso tempo, molto rivelatore: la loro unanime risposta è un’ulteriore dimostrazione della forza della ragione e del sensus fidei.
Abbiamo più che mai bisogno dello spirito dei confessori e dei martiri che evitino il minimo sospetto di collaborazione con il male della loro epoca
«Siate semplici come figli di Dio senza rimprovero in mezzo a una generazione depravata e perversa, nella quale dovete risplendere come luce nel mondo» (Fil. 2, 15)
La Parola di Dio dice: «Siate semplici come figli di Dio senza rimprovero in mezzo a una generazione depravata e perversa, nella quale dovete risplendere come luce nel mondo» (Fil. 2, 15).
12 dicembre 2020, Memoria della Beata Vergine Maria di Guadalupe
Cardinale Janis Pujats, arcivescovo metropolita emerito di Riga
+ Tomash Peta, arcivescovo metropolita dell’arcidiocesi di Santa Maria ad Astana
+ Jan Pawel Lenga, arcivescovo / vescovo emerito di Karaganda
+ Joseph E. Strickland, Vescovo di Tyler (USA)
+ Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Santa Maria ad Astana
Spirito
Monsignor Schneider lancia un appello a Papa Leone XIV riguardo alle consacrazioni FSSPX
Monsignor Athanasius Schneider ha lanciato un appello a Papa Leone XIV dopo l’annuncio da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) della sua intenzione di procedere alle consacrazioni episcopali, nonostante gli avvertimenti del Vaticano che affermavano che ciò «costituirebbe una rottura decisiva della comunione ecclesiale».
Monsignor Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha affidato in esclusiva a Diane Montagna un testo intitolato Appello fraterno a Papa Leone XIV per stabilire un ponte con la Fraternità Sacerdotale San Pio X, che invita alla generosità pastorale e all’unità ecclesiale in un momento che egli descrive come decisivo per il futuro delle relazioni tra la Santa Sede e la società sacerdotale.
Il vescovo ausiliare aveva visitato ufficialmente alcuni seminari della FSSPX su richiesta di monsignor Guido Pozzo, sotto papa Benedetto XVI. Il suo appello arriva in un contesto di dibattito nel mondo cattolico dopo l’annuncio della FSSPX, con alcuni che sperano in una riconciliazione e altri che chiedono misure disciplinari rigorose.
Monsignor Schneider vuole mettere in guardia papa Leone XIV dal rischio di lasciarsi sfuggire questo «momento veramente provvidenziale» senza prendere misure decisive. Egli avverte che rinunciare all’occasione di concedere il mandato apostolico rischierebbe di cementare quella che definisce una divisione «davvero inutile e dolorosa» con la FSSPX, una rottura che la storia non potrebbe facilmente ignorare.
In un’epoca in cui la Chiesa parla con insistenza di sinodalità, apertura pastorale e inclusività ecclesiale, egli sostiene che l’unità deve estendersi ai fedeli legati alla FSSPX. La scelta che si presenta al Papa, suggerisce, è se questo capitolo della storia della Chiesa rimarrà come un momento di generosità e di avvicinamento o come una separazione che avrebbe potuto essere evitata.
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Testo dell’appello di Mons. Schneider a Papa Leone XIV
Un appello fraterno a Papa Leone XIV affinché costruisca un ponte verso la Fraternità Sacerdotale San Pio X
L’attuale situazione riguardante le consacrazioni episcopali nella Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha improvvisamente risvegliato l’intera Chiesa. In un lasso di tempo straordinariamente breve dopo l’annuncio del 2 febbraio che la FSSPX avrebbe proceduto con queste consacrazioni, si è scatenato un dibattito intenso e spesso carico di emotività in ampi circoli del mondo cattolico. Lo spettro di voci in questo dibattito spazia dalla comprensione, alla benevolenza, all’osservazione neutrale e al buon senso, fino al rifiuto irrazionale, alla condanna perentoria e persino all’odio aperto. Sebbene vi sia motivo di sperare – e non è affatto irrealistico – che Papa Leone XIV possa effettivamente approvare le consacrazioni episcopali, già ora online vengono fatte proposte per il testo di una bolla di scomunica della FSSPX.
Le reazioni negative, sebbene spesso ben intenzionate, rivelano che il cuore del problema non è stato ancora colto con sufficiente onestà e chiarezza. C’è la tendenza a rimanere in superficie. Le priorità all’interno della vita della Chiesa vengono invertite, elevando la dimensione canonica e legale – cioè un certo positivismo giuridico – a criterio supremo. Inoltre, a volte manca una consapevolezza storica della prassi della Chiesa in materia di ordinazioni episcopali. La disobbedienza viene quindi troppo facilmente equiparata allo scisma. I criteri per la comunione episcopale con il Papa, e di conseguenza la comprensione di ciò che costituisce veramente uno scisma, sono visti in modo eccessivamente unilaterale se confrontati con la prassi e l’autocomprensione della Chiesa nell’era patristica, l’età dei Padri della Chiesa.
In questo dibattito, si stanno affermando nuovi quasi-dogmi che non esistono nel Depositum fidei. Questi quasi-dogmi sostengono che il consenso del Papa alla consacrazione di un vescovo è di diritto divino e che una consacrazione compiuta senza tale consenso, o addirittura contro un divieto papale, costituisce di per sé un atto scismatico. Tuttavia, la prassi e la comprensione della Chiesa al tempo dei Padri della Chiesa, e per un lungo periodo successivo, contraddicono questa opinione. Inoltre, non esiste un’opinione unanime su questo argomento tra i teologi riconosciuti della tradizione bimillenaria della Chiesa. Anche secoli di prassi ecclesiale, così come il diritto canonico tradizionale, si oppongono a tali affermazioni assolutizzanti. Secondo il Codice di Diritto Canonico del 1917, una consacrazione episcopale compiuta contro la volontà del Papa non era punita con la scomunica, ma solo con la sospensione. Con ciò, la Chiesa ha chiaramente manifestato di non considerare tale atto scismatico.
L’accettazione del primato papale come verità rivelata viene spesso confusa con le forme concrete – forme che si sono evolute nel corso della storia – attraverso le quali un vescovo esprime la sua unità gerarchica con il Papa. Credere nel primato papale, riconoscere il Papa attuale, aderire con lui a tutto ciò che la Chiesa ha insegnato in modo infallibile e definitivo, e osservare la validità della liturgia sacramentale, è di diritto divino. Tuttavia, una visione riduttiva che equipara la disobbedienza a un ordine comando papale allo scisma – anche nel caso della consacrazione di un vescovo eseguita contro la sua volontà – era estranea ai Padri della Chiesa e al diritto canonico tradizionale. Ad esempio, nel 357, Sant’Atanasio disobbedì all’ordine di Papa Liberio, che gli ordinava di entrare in comunione gerarchica con la stragrande maggioranza dell’episcopato, che era di fatto ariano o semi-ariano. Di conseguenza, fu scomunicato. In questo caso, sant’Atanasio disobbedì per amore della Chiesa e per l’onore della Sede Apostolica, cercando proprio di salvaguardare la purezza della dottrina da ogni sospetto di ambiguità.
Nel primo millennio di vita della Chiesa, le consacrazioni episcopali venivano generalmente eseguite senza il permesso formale del Papa e i candidati non erano tenuti ad essere approvati dal Papa. La prima norma canonica sulle consacrazioni episcopali, emanata da un Concilio Ecumenico, fu quella di Nicea del 325, che richiedeva che un nuovo vescovo fosse consacrato con il consenso della maggioranza dei vescovi della provincia. Poco prima della sua morte, durante un periodo di confusione dottrinale, Sant’Atanasio scelse e consacrò personalmente il suo successore, San Pietro d’Alessandria, per garantire che nessun candidato inadatto o debole assumesse l’episcopato. Analogamente, nel 1977, il Servo di Dio Cardinale Iosif Slipyj consacrò segretamente tre vescovi a Roma senza l’approvazione di Papa Paolo VI, pienamente consapevole che il Papa non lo avrebbe permesso a causa dell’Ostpolitik Vaticana dell’epoca. Tuttavia, quando Roma venne a conoscenza di queste consacrazioni segrete, la pena della scomunica non fu applicata.
A scanso di equivoci, in circostanze normali – e quando non vi è confusione dottrinale né un periodo di persecuzione straordinaria – si deve, naturalmente, fare tutto il possibile per osservare le norme canoniche della Chiesa e obbedire al Papa nelle sue giuste ingiunzioni, al fine di preservare l’unità ecclesiastica in modo più efficace e visibile.
Ma la situazione nella vita della Chiesa oggi può essere illustrata con la seguente parabola: scoppia un incendio in una grande casa. Il capo dei vigili del fuoco consente solo l’uso di nuove attrezzature antincendio, sebbene si siano dimostrate meno efficaci dei vecchi e collaudati strumenti. Un gruppo di vigili del fuoco sfida quest’ordine e continua a utilizzare le attrezzature collaudate – e in effetti, l’incendio viene domato in molti punti. Eppure questi vigili del fuoco vengono etichettati come disobbedienti e scismatici, e vengono puniti. Per estendere ulteriormente la metafora: il capo dei vigili del fuoco autorizza l’intervento solo ai vigili del fuoco che conoscono le nuove attrezzature, seguono le nuove regole antincendio e rispettano i nuovi regolamenti della caserma. Ma data l’evidente portata dell’incendio, la disperata lotta contro di esso e l’insufficienza della squadra antincendio ufficiale, altri soccorritori – nonostante il divieto del capo dei vigili del fuoco – intervengono altruisticamente con competenza e buone intenzioni, contribuendo in ultima analisi al successo degli sforzi del capo dei vigili del fuoco.
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Di fronte a un comportamento così rigido e incomprensibile, si presentano due possibili spiegazioni: o il capo dei vigili del fuoco nega la gravità dell’incendio, proprio come nella commedia francese Tout va très bien, Madame la Marquise!; oppure, in realtà, il capo dei vigili del fuoco desidera che ampie parti della casa brucino, in modo che possa essere poi ricostruita secondo un nuovo progetto.
L’attuale crisi che circonda le consacrazioni episcopali annunciate – ma ancora non approvate – nella FSSPX espone, agli occhi di tutta la Chiesa, una ferita che cova da oltre sessant’anni. Questa ferita può essere descritta figurativamente come un cancro ecclesiale, in particolare il cancro ecclesiale delle ambiguità dottrinali e liturgiche. Di recente, sul blog Rorate Caeli è apparso un eccellente articolo, scritto con rara chiarezza teologica e onestà intellettuale, dal titolo: «The Long Shadow of Vatican II: Ambiguity as Ecclesial Cancer» («La lunga ombra del Vaticano II: l’ambiguità come cancro ecclesiale») (Canon of Shaftesbury: Rorate Caeli, February 10, 2026). Il problema fondamentale di alcune affermazioni ambigue del Concilio Vaticano II è che il Concilio ha scelto di privilegiare il tono pastorale rispetto alla precisione dottrinale. Si può concordare con l’autore quando afferma:
«Il problema non è che il Vaticano II fosse eretico. Il problema è che era ambiguo. E in questa ambiguità abbiamo visto i semi della confusione che sono fioriti in alcuni degli sviluppi teologici più preoccupanti nella storia moderna della Chiesa. Quando la Chiesa parla in termini vaghi, anche se involontariamente, allora sono in gioco delle anime».
L’autore continua:
«Quando uno “sviluppo” dottrinale sembra contraddire ciò che lo ha preceduto, o quando richiede decenni di acrobazie teologiche per conciliarsi con il precedente insegnamento magisteriale, dobbiamo chiederci: si tratta di uno sviluppo o di una rottura mascherata da sviluppo?ù (Canon of Shaftesbury: Rorate Caeli, February 10, 2026).
Si può ragionevolmente supporre che la FSSPX non desideri altro che aiutare la Chiesa a uscire da questa ambiguità dottrinale e liturgica e a riscoprire la sua perenne chiarezza salvifica, proprio come il Magistero della Chiesa, sotto la guida dei Papi, ha fatto inequivocabilmente nel corso della storia dopo ogni crisi segnata da confusione e ambiguità dottrinale.
In effetti, la Santa Sede dovrebbe essere grata alla FSSPX, perché è attualmente quasi l’unica grande realtà ecclesiastica che segnala apertamente e pubblicamente l’esistenza di elementi ambigui e scorretti in alcune dichiarazioni del Concilio e del Novus Ordo Missae. In questo impegno, la FSSPX è guidata da un sincero amore per la Chiesa: se non amasse la Chiesa, il Papa e le anime, non intraprenderebbe quest’opera, né si impegnerebbe con le autorità romane, e avrebbe senza dubbio vita più facile.
Le seguenti parole dell’Arcivescovo Marcel Lefebvre sono profondamente toccanti e riflettono l’atteggiamento dell’attuale leadership e della maggior parte dei membri della FSSPX:
«Crediamo in Pietro, crediamo nel successore di Pietro! Ma come afferma bene Papa Pio IX nella sua costituzione dogmatica, il Papa ha ricevuto lo Spirito Santo non per creare nuove verità, ma per mantenerci nella fede di sempre. Questa è la definizione del Papa data da Papa Pio IX al tempo del Concilio Vaticano I. Ed è per questo che siamo convinti che nel mantenere queste tradizioni manifestiamo il nostro amore, la nostra docilità, la nostra obbedienza al Successore di Pietro. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte al degrado della fede, della morale e della liturgia. Questo è fuori questione! Non vogliamo separarci dalla Chiesa; al contrario, vogliamo che la Chiesa continui!»
Se qualcuno considera le difficoltà con il papa tra le sue più grandi sofferenze spirituali, questa di per sé è una prova lampante che non vi è alcuna intenzione scismatica. I veri scismatici si vantano persino della loro separazione dalla Sede Apostolica. I veri scismatici non implorerebbero mai umilmente il Papa di riconoscere i loro vescovi.
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Quanto sono veramente cattoliche, allora, le seguenti parole dell’Arcivescovo Marcel Lefebvre:
«Ci dispiace infinitamente, è un dolore immenso per noi, pensare di essere in difficoltà con Roma a causa della nostra fede! Com’è possibile? È qualcosa che supera l’immaginazione, che non avremmo mai potuto immaginare, che non avremmo mai potuto credere, soprattutto nella nostra infanzia, quando tutto era uniforme, quando tutta la Chiesa credeva nella sua unità generale e aveva la stessa fede, gli stessi sacramenti, lo stesso Sacrificio della Messa, lo stesso Catechismo».
Dobbiamo esaminare onestamente le evidenti ambiguità riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo e la collegialità, così come le imprecisioni dottrinali del Novus Ordo Missae. A questo proposito, si dovrebbe leggere il libro di recente pubblicazione dell’archimandrita Boniface Luykx, perito del Concilio e rinomato studioso di liturgica, dal titolo eloquente: «A Wider View of Vatican II. Memories and Analysis of a Council Consultor». («Una visione più ampia del Vaticano II. Memorie e analisi di un consultore conciliare»).
Come disse una volta G. K. Chesterton: «Entrando in chiesa, ci viene chiesto di toglierci il cappello, non la testa». Sarebbe una tragedia se la FSSPX venisse completamente isolata, e la responsabilità di tale divisione ricadrebbe principalmente sulla Santa Sede. La Santa Sede dovrebbe accogliere la FSSPX, offrendo almeno un minimo di integrazione ecclesiale, e poi proseguire il dialogo dottrinale. La Santa Sede ha mostrato una notevole generosità nei confronti del Partito Comunista Cinese, consentendogli di selezionare i candidati episcopali, eppure i suoi stessi figli, le migliaia e migliaia di fedeli della FSSPX, sono trattati come cittadini di seconda classe.
La FSSPX dovrebbe essere autorizzata a fornire un contributo teologico al fine di chiarire, integrare e, se necessario, emendare quelle affermazioni nei testi del Concilio Vaticano II che sollevano dubbi e difficoltà dottrinali. Ciò deve tener conto anche del fatto che, in questi testi, il Magistero della Chiesa non ha inteso pronunciarsi con definizioni dogmatiche dotate della nota di infallibilità (cfr. Paolo VI, Udienza generale, 12 gennaio 1966).
La FSSPX proferisce esattamente la stessa Professio fidei formulata dai Padri del Concilio Vaticano II, nota come Professio fidei tridentino-vaticana. Se, secondo le esplicite parole di Papa Paolo VI, il Concilio Vaticano II non ha presentato dottrine definitive, né ha inteso farlo, e se la fede della Chiesa rimane la stessa prima, durante e dopo il Concilio, perché la professione di fede, valida nella Chiesa fino al 1967, improvvisamente non dovrebbe più essere considerata valida come segno di vera fede cattolica?
Eppure la Professio fidei tridentino-vaticana è considerata dalla Santa Sede insufficiente per la FSSPX. La Professio fidei tridentino-vaticana non costituirebbe forse di fatto «il minimo» per la comunione ecclesiale? Se questo non è un minimo, allora cosa, onestamente, potrebbe essere considerato un «minimo»? La FSSPX è tenuta, come conditio sine qua non, a emettere una Professio fidei, con la quale devono essere accettati gli insegnamenti di natura pastorale, e non definitiva, dell’ultimo Concilio e del Magistero successivo. Se questo è davvero il cosiddetto «requisito minimo», allora il Cardinale Victor Fernández sembra giocare con le parole!
Papa Leone XIV ha affermato durante i Vespri ecumenici del 25 gennaio 2026, a conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, che esiste già unità tra cattolici e cristiani non cattolici perché condividono il minimo di fede cristiana: «Noi condividiamo la stessa fede nell’unico Dio, Padre di tutti gli uomini; confessiamo insieme l’unico Signore e vero Figlio di Dio, Gesù Cristo, e l’unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge verso la piena unità e la comune testimonianza del Vangelo» (Lett. ap. In unitate fidei, 12). Ha inoltre dichiarato: «Noi siamo uno! Lo siamo già! Riconosciamolo, sperimentiamolo, manifestiamolo!» (Omelia, Celebrazione dei Secondi Vespri, LIX Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani, 25 gennaio 2026).
Come si concilia questa affermazione con l’affermazione di rappresentanti della Santa Sede e di alcuni alti prelati secondo cui la FSSPX non sarebbe dottrinalmente unita alla Chiesa, dato che la FSSPX professa la Professio fidei dei Padri del Concilio Vaticano II – la Professio fidei tridentino-vaticana?
Ulteriori misure pastorali provvisorie concesse alla FSSPX per il bene spirituale di così tanti fedeli cattolici esemplari rappresenterebbero una profonda testimonianza della carità pastorale del Successore di Pietro. Così facendo, Papa Leone XIV aprirebbe il suo cuore paterno a quei cattolici che, in un certo senso, vivono nella periferia esistenziale della Chiesa, permettendo loro di sperimentare che la Sede Apostolica è veramente Madre anche per la FSSPX.
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Le parole di Papa Benedetto XVI dovrebbero risvegliare la coscienza di coloro che in Vaticano decideranno sul permesso delle consacrazioni episcopali per la FSSPX. Egli ci ricorda: «Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente». (Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica «motu proprio data» Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970, 7 luglio 2007)
«Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data?» (Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei 4 Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre, 10 Marzo 2009).1
Misure pastorali provvisorie e minime per la FSSPX – tra cui un mandato pontificio per le consacrazioni episcopali –, intraprese per il bene spirituale di migliaia e migliaia di suoi fedeli in tutto il mondo creerebbero le condizioni necessarie per chiarire con serenità malintesi, interrogativi e dubbi di natura dottrinale derivanti da alcune affermazioni contenute nei documenti del Concilio Vaticano II e del successivo Magistero Pontificio. Allo stesso tempo, tali misure offrirebbero alla FSSPX l’opportunità di offrire un contributo costruttivo per il bene dell’intera Chiesa, mantenendo una chiara distinzione tra ciò che appartiene alla fede divinamente rivelata e alla dottrina proposta in modo definitivo dal Magistero, e ciò che ha un carattere prevalentemente pastorale in particolari circostanze storiche, ed è quindi aperto a un attento studio teologico, come è sempre stato prassi nel corso della vita della Chiesa.
Con sincera preoccupazione per l’unità della Chiesa e il bene spirituale di così tante anime, mi rivolgo con reverente e fraterna carità al nostro Santo Padre Leone XIV:
Beatissimo Padre, concedi il Mandato Apostolico per le consacrazioni episcopali della FSSPX. Lei è anche il padre dei Suoi numerosi figli e figlie: due generazioni di fedeli che, per ora, sono stati accuditi dalla FSSPX, che amano il Papa e che desiderano essere veri figli e figlie della Chiesa romana. Pertanto, stia al di sopra e al di la delle parti e, con grande spirito paterno e autenticamente agostiniano, dimostra che sta costruendo ponti, come Lei ha promesso di fare davanti al mondo intero quando ha impartito la Sua prima benedizione dopo la Sua elezione. Non passi alla storia della Chiesa come qualcuno che non è riuscito a costruire questo ponte – un ponte che poteva essere costruito in questo momento davvero provvidenziale con generosa volontà – e che invece ha permesso un’ulteriore divisione davvero inutile e dolorosa all’interno della Chiesa, mentre allo stesso tempo si svolgevano processi sinodali che vantavano la massima ampiezza pastorale e inclusività ecclesiale possibile. Come Vostra Santità ha recentemente sottolineato: «Impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo (cfr. Francesco, Per una Chiesa sinodale, 137-138)», (Omelia, Celebrazione dei Secondi Vespri, LIX Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani, 25 gennaio 2026).
Beatissimo Padre, se concederà il Mandato Apostolico per le consacrazioni episcopali della FSSPX, la Chiesa dei nostri giorni non perderà nulla. Lei sarà un vero costruttore di ponti, e ancor di più, un costruttore di ponti esemplare, perché Lei è il Sommo Pontefice, Summus Pontifex.
+ Athanasius Schneider
Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana
24 febbraio 2026
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Roma e la Fraternità: mons. Schneider risponde al Cardinale Fernandez
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«Solo la Parola di Dio è intoccabile»
Mons. Schneider offre una diagnosi inequivocabile: a suo avviso, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede confonde l’essenziale con l’accessorio: «L’affermazione del Cardinale Fernández è completamente errata; solo la Parola di Dio è intoccabile», ha insistito. La tesi è questa: se anche un dogma proclamato ex cathedra, non necessariamente «perfetto» nella sua formulazione, può essere successivamente «chiarito o migliorato», come potrebbero i testi di un Concilio che si vuole «pastorale» rivendicare un’eterna rigidità?Concilio Vaticano II: una «catechesi» deperibile?
Basandosi sugli atti ufficiali di Papa Giovanni XXIII, che convocò il Concilio, mons. Schneider ci ricorda che la missione del Vaticano II non era quella di definire nuovi dogmi o di risolvere definitivamente questioni dottrinali: “Questo concilio è stato convocato per fornire spiegazioni, una sorta di catechesi adattata allo stile del nostro tempo”, afferma il prelato. L’osservazione è logica, quasi clinica: se il Vaticano II adotta uno «stile pastorale» legato a un’epoca particolare, esso è, per definizione, soggetto all’usura del tempo. Pertanto, correggerne o migliorarne la formulazione non è un tradimento, ma un atto di fedeltà alla natura stessa del testo. Lo stesso Paolo VI, ci ricorda, non disse nulla di diverso ai suoi tempi.Iscriviti al canale Telegram ![]()
L’ombra del Concilio Lateranense IV
Per illustrare il suo punto, mons. Schneider attinge alla storia della Chiesa. Invoca il Concilio Lateranense IV (1215), che conteneva disposizioni civili riguardanti gli ebrei che, viste dalla prospettiva del nostro XXI secolo, appaiono ora inaccettabili. «Una simile dichiarazione da parte di un concilio ecumenico potrebbe essere corretta? Oserei sperare che il cardinale Fernandez risponda: “sì”», osserva con un tocco di ironia. L’argomento è certamente ad hominem, ma non è privo di mordente. Il vescovo di Astana chiede quindi un esame onesto delle «evidenti ambiguità» presenti in alcuni documenti, citando in particolare le controverse questioni della libertà religiosa, dell’ecumenismo e della collegialità.Pragmatismo kazako
Questo intervento brusco giunge mentre le relazioni tra Roma e la Fraternità San Pio X stanno attraversando una nuova fase in seguito all’annuncio di imminenti consacrazioni all’interno della Fraternità fondata da mons. Marcel Lefebvre. Su questa scottante questione, mons. Schneider auspica un colpo di realismo: a suo avviso, il tempo è essenziale e l’atteggiamento di Roma deve cambiare. Piuttosto che esigere una risoluzione dottrinale completa e immediata, il prelato suggerisce una soluzione pragmatica. “Lasciateli entrare. Date loro un minimo di integrazione nella Chiesa. La Chiesa è vasta e sa sempre trovare soluzioni in ogni circostanza”, ritiene. Una cosa è certa: il pragmatismo kazako di un prelato – che, durante la sua intervista, ha rivelato di aver chiesto al Santo Padre una “pax liturgica leonina” – probabilmente verrà accolto con sentimenti contrastanti al Palazzo del Sant’Uffizio… Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
L’Opus Dei incontra Papa Leone XIV
Il 16 febbraio 2026, il Papa ha ricevuto in udienza il superiore della prelatura personale dell’Opus Dei, monsignor Fernando Ocáriz. Al centro di questo cruciale scambio: la spinosa questione della revisione degli statuti dell’istituzione e le controversie legali che scuotono la prelatura in America Latina.
Nelle silenziose sale del Palazzo Apostolico, l’attenzione è rivolta al chiarimento. Monsignor Fernando Ocariz, accompagnato dal suo vicario ausiliare, Monsignor Mariano Fazio, ha incontrato il Santo Padre per discutere della situazione della Compagnia di Gesù, in vista del suo centenario. Sebbene il Vaticano abbia descritto il clima come di «grande fiducia», le questioni sul tavolo rimangono complesse.
Statuti in preparazione
Il compito più simbolico rimane quello degli statuti. Dalla pubblicazione dei documenti papali volti a riformare la struttura della prelatura personale, l’Opus Dei sta attraversando un’importante transizione giuridica. La posta in gioco è alta: ridefinire il rapporto tra il clero e i laici dell’organizzazione, cercando al contempo di preservare la visione del fondatore.
Durante l’udienza concessa all’arcivescovo Ocariz, Papa Leone XIV ha attenuato le aspettative di una risoluzione immediata. Il processo di revisione rimane nella «fase di studio». Secondo le informazioni pubblicate dall’agenzia di stampa Zenit, non è stata ancora fissata una data di pubblicazione.
Questo ritardo suggerisce la volontà della Curia romana di valutare attentamente ogni parola, per garantire che il nuovo statuto sia in perfetta conformità con il diritto canonico moderno, calmando al contempo le tensioni interne derivanti da questo cambiamento di status deciso dal defunto papa Francesco.
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La questione scottante dell’Argentina
Oltre alle questioni amministrative, il vescovo Ocáriz ha potuto stabilire un contatto con il nuovo papa e presentare la posizione dell’istituzione sulle «controversie specifiche» che attualmente affliggono l’Argentina. Da diversi anni, la prelatura si trova a dover affrontare lamentele da parte di ex numerari ausiliari in merito alle loro passate condizioni di lavoro e di assistenza sociale.
Per il superiore dell’Opera si tratta di dimostrare che l’istituzione agisce con trasparenza e giustizia, mentre l’immagine dell’Opus Dei è regolarmente messa alla prova da queste controversie mediatiche.
Uno sguardo verso Sud
Infine, l’incontro ha permesso di delineare una geografia della fede contrastante. Il pontefice e il suo visitatore hanno affrontato il tema delle vocazioni, notando un divario sempre più netto tra il Vecchio Continente e il resto del mondo. Mentre l’Europa sembra perdere slancio, l’Africa sta emergendo come nuovo motore di crescita per l’istituzione.
Prima di congedarsi , il vescovo Ocáriz ha presentato due libri a papa Leone XIV, tra cui un resoconto dell’avventura evangelizzatrice nelle Ande peruviane – il nuovo papa ha nazionalità peruviana – ricordando che, nonostante i tumulti romani, il lavoro sul campo rimane la priorità dell’organizzazione.
Un modo per ristabilire il dialogo al più alto livello, quando il legame con l’istituto fondato dal vescovo Josemaría Escrivá de Balaguer si era incrinato sotto il pontificato precedente.
Resta tuttavia da chiedersi se la particolare e unica natura ecclesiastica dell’Opus Dei verrà preservata nella revisione delle costituzioni. Non sembra una cosa scontata.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Santuario Torreciudad via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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