Cina
Cina, agli arresti anche padre Ma, l’ex responsabile «patriottico» della diocesi di Wenzhou
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Nella Chiesa cattolica della provincia dello Zhejiang dove mons. Shao è vittima della repressione adesso nel mirino c’è anche il sacerdote che amministrava la diocesi «ufficiale». Sparito da novembre andrà a processo per un libro di inni sacri pubblicato senza permesso in un’altra provincia, mentre si fanno circolare voci sui suoi conti bancari. Ma secondo alcune fonti la sua vera colpa sarebbe una non sufficiente fedeltà al Partito.
Nella provincia cinese dello Zhejiang, non è solo la comunità cattolica clandestina ad essere colpita dalla dura repressione delle autorità locali in corso nella diocesi di Wenzhou (o Yongjia secondo la denominazione originaria delle diocesi data dalla Santa Sede). Da qualche mese nell’occhio del ciclone è finito anche lo stesso padre Ma Xianshi, il sacerdote «patriottico» che fino all’anno scorso era il responsabile della Chiesa ufficiale e la cui autorità era contrapposta a quella di mons. Shao, il vescovo sotterraneo più volte arrestato negli ultimi anni.
Padre Ma Xianshi – che era anche vicepresidente del Comitato degli affari cattolici dell’intera provincia dello Zhejiang – sarebbe stato sostituito e si troverebbe lui stesso agli arresti dallo scorso mese di novembre. E la notizia di questi giorni è che il processo nei suoi confronti, originariamente previsto per l’inizio di questo mese presso il tribunale della città di Yiwu, è stato rinviato. Il motivo ufficiale dell’arresto di padre Ma è la «vendita pubblica in un’altra regione» del libro di inni Tianlu Miaoyin («Melodie Celesti»), compilato dalla diocesi, fatto questo che violerebbe i regolamenti statali. In quanto rappresentante legale della diocesi, Ma sarebbe dunque ritenuto penalmente responsabile.
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Il libro Tianlu Miaoyin in realtà è una raccolta di inni in cinese utilizzata in molte parrocchie delle province dello Jiangsu, Zhejiang, a Shanghai e nel Fujian. Fu raccolta e curata da sacerdoti e seminaristi formati al seminario di Sheshan, e pubblicata nel 2001 dalla casa editrice «Fede» come parte della collana liturgica (n. 119). Nel 2005, la stampa fu affidata alla Nanjing Amity Printing Co. Entrambe le edizioni hanno i diritti di copyright della diocesi di Wenzhou.
La versione in questione è un libro di alta qualità editoriale con copertina in pelle e carta pregiata, ristampato otto volte fino al marzo 2022. Il libro è stato distribuito all’ingrosso nel mercato dei piccoli articoli di Yiwu da una società cattolica fondata da Zhuang Qiantuan, un fedele di Wenzhou, che è stato arrestato insieme a padre Ma.
Secondo quanto riportato, il processo era previsto per il 1º luglio presso il tribunale di Yiwu, ma tre giorni prima, dopo che oltre 300 fedeli di Wenzhou avevano fatto richiesta per assistere all’udienza, il tribunale ha improvvisamente annunciato il rinvio a data da destinarsi.
In un video online su Baidu dal 13 febbraio scorso un avvocato afferma che padre Ma rischierebbe una pena detentiva di 6 anni e mezzo, con possibilità di riduzione in caso di collaborazione, ma comunque non sotto i 3 anni e 3 mesi. La stessa fonte ha aggiunto che, dato il prezzo di vendita dei libri (25–30 yuan a copia) per un incasso totale inferiore a 3,5 milioni di yuan, non si capisce il motivo di una pena così lunga. Inoltre, il libro avrebbe inoltre avuto l’approvazione di un vescovo ufficiale, per cui la responsabilità economica complessiva non dovrebbe ricadere tutta su padre Ma.
Altri affermano che il governo stia cercando sistematicamente di screditare padre Ma: è stato detto ai fedeli che, all’insaputa anche dei sacerdoti a lui più vicini, teneva 200 milioni di yuan (circa 25 milioni di euro ndr) sul suo conto personale, affermazione questa che molti sacerdoti ritengono poco credibile. Triste è però il fatto che nessun sacerdote ufficiale ora osi difenderlo pubblicamente. Da oltre sei mesi in carcere, nessuno ha potuto comunicare con lui, e un confratello avrebbe commentato: «In Cina non si può non ascoltare il Partito Comunista».
Anche i colleghi di padre Ma nel Comitato provinciale cattolico della Zhejiang, del quale lui era vicepresidente, sono rimasti in silenzio, definendo il caso troppo delicato. Alcuni, addirittura, hanno chiesto la sua rimozione dagli incarichi ufficiali e la revoca del suo status sacerdotale. Secondo alcuni, padre Ma sarebbe stato colpito con durezza per aver resistito all’imposizione di un vescovo governativo nella diocesi di Wenzhou e per aver incontrato funzionari vaticani durante un pellegrinaggio, senza autorizzazione.
Situazioni simili non sono nuove nello Zhejiang. Nel luglio 2015, durante la campagna per la rimozione delle croci dalle chiese, l’Associazione Cristiana Provinciale protestò pubblicamente. Sei mesi dopo, il presidente dell’associazione, il pastore Joseph Gu, della nota chiesa evangelica Chongyi, fu rimosso e arrestato con l’accusa di appropriazione indebita. Anche se fu assolto e rilasciato la vigilia di Natale del 2017, passò oltre due anni agli arresti domiciliari. Il suo caso evidenzia tragicamente la «selezione inversa» nella leadership religiosa in Cina.
La stessa fonte rivela che né padre Ma né Zhuang Qiantuan hanno potuto incontrare familiari in questi sei mesi di detenzione; solo gli avvocati hanno avuto accesso, e solo con forti pressioni a far confessare il sacerdote per ottenere una pena ridotta. Più di un avvocato è stato cambiato, poiché i familiari non si fidavano dei legali nominati dalla diocesi di Wenzhou. Le autorità stanno esaminando a fondo i conti della diocesi per incriminarlo, ma finora non emergono problemi personali o economici gravi. L’unico “errore” di p. Ma sembrerebbe essere la sua lealtà alla Chiesa e ai suoi principi.
Il fatto che centinaia di fedeli di tutte le parrocchie che lui ha servito volessero assistere al processo, testimonia l’importanza che p. Ma (un uomo sui cinquant’anni) ha avuto nella vita della comunità. «È davvero un peccato, una vergogna e una tragedia! Un bravo sacerdote sacrificato, e una diocesi, quella di Wenzhou, profondamente ferita», ha commentato la fonte.
Wenzhou è conosciuta come la «Gerusalemme della Cina», per l’alta concentrazione di cristiani, sia cattolici che protestanti, e la generosità e unità della comunità. Dieci anni fa, il protestantesimo locale fu duramente colpito dalla campagna di demolizione delle croci.
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Ora tocca alla Chiesa cattolica, sia ufficiale che sotterranea: ai bambini è vietato l’ingresso nelle chiese, gli insegnanti spaventano gli alunni dicendo che «chi va in chiesa non potrà accedere all’università». Anche gli studenti universitari e i funzionari pubblici evitano le chiese. Tutte le chiese sono ora videosorvegliate. Un fedele riferisce: «Da quando il parroco nominato dal governo ha fondato l’Associazione Patriottica, tutto è cambiato. Ha detto testualmente: “In Cina non si può non ascoltare il Partito Comunista”». I principi della dottrina della Chiesa vengono messi da parte, e l’unità della parrocchia, un tempo orientata alla costruzione della nuova chiesa, è svanita.
L’ultima apparizione pubblica documentata di padre Ma è del 2 novembre 2024, durante la liturgia del giorno dei Defunti. La data del processo rimane incerta, ma una cosa è chiara: se verrà condannato, il suo certificato sacerdotale sarà revocato.
Alla domanda su cosa si aspetta dal nuovo papa, un fedele di Wenzhou ha risposto dopo un attimo di riflessione: «che la Santa Sede dia più importanza alla tutela della fede della Chiesa. Se il rispetto dei principi di fede viene sacrificato in cambio di compromessi politici, se la fede diventa merce di scambio per ottenere spazio e visibilità, allora la stiamo uccidendo alla radice. Una Chiesa che non testimonia la verità è destinata a dividersi. Speriamo che il Vaticano cambi rotta e, almeno sul piano morale e spirituale, ci sostenga apertamente, affinché non ci sentiamo abbandonati nella nostra stessa famiglia».
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Cina
La Cina accusa Anthropic di tentare di rallentare la ricerca sull’IA
We Must Pace the Frontier: I’ve written a new essay on why the AI industry should slow down, with a three-part plan for doing so.
Anthropic is unilaterally committing to the first of these steps. We’ll provide third-party evaluators with permanent, employee-level access to our… — Dario Amodei (@DarioAmodei) September 12, 2026
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Cina
Funzionario del governo argentino provoca un incidente diplomatico con la Cina
Il direttore della comunicazione digitale del governo argentino, il ventisettenne Juan Pablo Carreira, ha provocato un incidente diplomatico con la Cina le cui conseguenze si fanno ancora sentire. Lo riporta EIR.
Carreira, esperto dei social media per Javier Milei, ha pubblicato un messaggio su X il 2 settembre, usando lo pseudonimo di «Juan Doe» anziché il suo account ufficiale, incolpando la Cina del disastro delle inondazioni in Nepal.
Come riportato dal giornale argentino Página 12, il messaggio affermava che «una centrale idroelettrica vicino a un ghiacciaio al confine con il Nepal, unita ai tipici fallimenti della gestione industriale statale [cinese], ha portato al più grande crollo di una struttura di ingegneria civile mai registrato. Questo si aggiunge alla lista dei più grandi disastri umanitari causati dalla gestione dell’attività industriale da parte del Partito Comunista nella storia… Il comunismo uccide. Il Partito Comunista, travestito da “uomo d’affari”, uccide».
La reazione irata della Cina è stata immediata. Il portavoce dell’ambasciata cinese a Buenos Aires ha rilasciato una dichiarazione dai toni duri, sostenendo che, mentre Cina e Nepal collaborano nelle operazioni di ricerca e soccorso dopo la catastrofe alluvionale e conducono indagini congiunte per determinarne le cause, «un certo funzionario argentino, mosso da pregiudizi ideologici, diffonde maliziosamente voci per diffamare il Partito Comunista Cinese e ledere l’immagine internazionale della Cina».
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La Cina respinge «categoricamente» tali dichiarazioni e ha chiesto a Carreira di «ritrattare immediatamente le sue affermazioni». L’ambasciata ha inoltre avvertito che l’incidente potrebbe avere gravi conseguenze per le relazioni bilaterali.
A Pechino, il ministero degli Esteri ha convocato un incontro «urgente» con l’ambasciatore argentino Marcelo Suárez Salvia, ma, essendo quest’ultimo in vacanza, il secondo diplomatico più importante dell’ambasciata, Alberto Simunovich, sembra aver ascoltato la «forte protesta» del ministero degli Esteri in merito al post su X e ad altri comportamenti provocatori e ostili del governo Milei, che stanno causando crescenti tensioni bilaterali.
Il Mministero degli Esteri ha lamentato l’esclusione delle aziende cinesi dalle gare d’appalto internazionali in Argentina e ha inoltre denunciato l’oltraggiosa ingerenza dell’ambasciatore statunitense in Argentina, Peter Lamelas, il quale ha minacciato di revocare i visti ai dirigenti della Cooperativa per i Servizi Pubblici e Comunitari (CALF), il più grande distributore di energia elettrica della Patagonia, qualora avessero smesso di utilizzare la tecnologia Huawei.
Il ministero degli Esteri ha anche fatto riferimento al discorso di Lamelas al Forum sull’Energia 2026 del 13 agosto, sponsorizzato dalla Camera di Commercio USA-Argentina (AmCham), in cui ha avvertito il governo Milei che qualsiasi rapporto con Huawei o con la Cina «non favorirà gli investimenti» nel gigantesco giacimento di petrolio e gas di scisto di Vaca Muerta, sul quale Milei conta per attrarre ingenti investimenti stranieri.
E, mentre Milei ostenta costantemente la sua stretta collaborazione con l’amministrazione Trump, il ministero ha fatto notare che la Cina sta ancora aspettando la sua visita di Stato a Pechino, promessa due anni fa.
Il portavoce ufficiale di Milei, Adrián Ravier, si è rifiutato di riconoscere la responsabilità di Carreira nel provocare questa crisi, affermando che il governo risponde solo alle dichiarazioni pubblicate sugli account ufficiali, dal portavoce o dall’Ufficio del Presidente. Poiché Carreira ha usato lo pseudonimo di «Juan Doe», Ravier ha dichiarato che «non c’è nessun funzionario che abbia rilasciato una simile dichiarazione» riguardo alla Cina e al Nepal, secondo quanto riportato da Página 12.
L’errore di postare con account sbagliato è il vero incubo dei social media manager. Un caso plateale si ebbe in Italia nel giugno 2017, quando il responsabile della comunicazione digitale dell’allora premier Matteo Renzi, Alessio de Giorgi, smentì categoricamente di gestire la pagina Matteo Renzi News, utilizzando però su Facebook proprio il profilo ufficiale della pagina Matteo Renzi News.
Il problema è mondiale. Nel 2020 il politico statunitense Mitt Romney commise un errore da manuale. Per anni aveva utilizzato un account Twitter (oggi X) anonimo con lo pseudonimo di «Pierre Delecto» per difendere se stesso e attaccare i propri avversari politici nei commenti. A causa di una disattenzione del suo staff in un’intervista (e di successivi controlli incrociati sui social), venne a galla che dietro il fan sfegatato del politico mormone c’era lo stesso Romney, costretto poi ad ammettere il possesso dell’account segreto.
In diverse occasioni, lo staff di Donald Trump ha dimenticato di effettuare lo switch. Il caso più memorabile avvenne quando l’account ufficiale di Trump mise «like» e commentò in modo auto-celebrativo un post dello stesso Trump, dimenticando che il social media manager era loggato con il profilo del presidente invece che con un account di supporto o di una testata d’area.
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Immagine di Argentina.gob.ar via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Cina
Papa Leone approva il suo settimo vescovo per la Chiesa «cattolica» comunista cinese
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