Connettiti con Renovato 21

Pensiero

Carramba che vaccino. Carramba che menzogne.

Pubblicato

il

 

 

 

Quando è spirata lo hanno detto subito: era malata, e da tempo. 48 ore dopo hanno fatto uscire la dichiarazione di un medico: «tumore ai polmoni».

 

Nel frattempo, qualcuno in rete ha tirato fuori un festival del cortometraggio all’Argentario (luogo cui era legata) dove avrebbe dovuto partecipare in veste di madrina. Era programmato per fine luglio, possibile che avesse assentito  a questo impegno nonostante la malattia? Magari, come è parso a qualcuno, non doveva partecipare fisicamente, ma solo metterci il nome, visto che aveva indetto un premio di 4 mila euro per il corto con l’idea più originale (per inciso: la notizia per cui i festival del cortometraggio esistono ancora è forse la più tremenda che abbiamo ricevuto in questo biennio pandemico).

 

Quindi, si è vaccinata mentre già stava male? Mentre era in terapia? Il cancro è subentrato poi – senza alcuna correlazione, beninteso – dopo il vaccino? Non lo sappiamo

Sarà. Il fatto è che le sue dichiarazioni pro-vaccino, secondo le quali bisognava vaccinarsi per tornare alla libertà, sono rimaste. Quindi, si è vaccinata mentre già stava male? Mentre era in terapia? Il cancro è subentrato poi – senza alcuna correlazione, beninteso – dopo il vaccino? Non lo sappiamo. Del resto c’è la privacy (no? non vi sembra?) e poi non fecero l’autopsia nemmeno di Papa Luciani, figurarsi se si deve indagare sul corpo della papessa della RAI.

 

Niente, riguardo a questa storia della Carrà è rilevante, in fondo. Perché l’unica cosa che possiamo imparare è qualcosa che già sapevamo: la gente non crede più a nulla. Per lo meno, una parte cospicua della popolazione non ripone alcuna fiducia in quello che le è raccontato da media, autorità, istituzioni – e perfino dalle celebrità, un tempo famose per la trasgressione che si potevano pure concedere, ora rese funzionarie di continue esortazioni al conformismo più trito (pensate a tutti quei cantanti italiani, oramai rugosi e asserviti al potere, bolsi e covidioti).

 

Lo stanno notando negli USA ultimamente per un altro ciuffo ossigenato, certo portatore di ben altra autenticità rispetto alla Raffaella nazionale: i supporter di Trump non considerano nemmeno più le narrazioni ufficiali sul coronavirus, sulle elezioni americane, su tutto ciò che viene fatto (di recente, le accuse giudiziarie al «cassiere» della ditta Trump Allen Weissenberg, adesso si dice che la prossima ad essere arrestata sarà Ivanka) intorno all’ex presidente che hanno votato in massa. Secondo un ultimo sondaggio, ora addirittura la maggioranza degli americani crede che il COVID sia uscito dal laboratorio; non più tardi di qualche giorno fa, tuttavia, il New York Times piazzava un articolone in cui vari scienziati ripetono che è molto più probabile che il virus sia venuto da una specie animale intermedia tra uomo e pipistrello, specie che come noto non è stata ancora trovata, ma pazienza (in verità Renovatio 21 è in grado di dirvi nome e cognome della creatura link tra umani e chirotteri, si chiama Shi Zhengli, la virologa wuhaniana chiamata appunto «Batwoman»)

 

Nessun giornalista si pone due domande due sulla malattia e sul vaccino, e sulla loro possibile concomitanza? Magari anche solo per esprimere la domanda posta poco sopra, sulla quale ci sembrerebbe importante informare la gente: come ci comportiamo con il vaccino nel caso di malati di tumore?

Tra queste due parti della popolazione, quella che si beve tutte le frottole contraddittorie e quella che invece è (per dirla in gergo) redpillata – cioè si è svegliata – non c’è nessuna soluzione di continuità, nessuna sfumatura possibile. Questa è la grande novità: la polarizzazione tra i componenti è assoluta. Non esiste il grigio, così come non esistono signore che sono «un po’ incinta».

 

Anche in Italia, una parte consistente della popolazione non crede più a niente di quello che le viene detto. Per il potere costituito ciò è devastante: significa che esso non ha i comandi a disposizione, di fatto ha perso la sovranità su una fetta della popolazione. Una secessione cognitiva de facto. Riguardatevi le immagini delle migliaia di persone, di totale varietà di censo e di età e di cultura, che si ritrovavano alla celeberrima Torteria di Chivasso. Guardatevi i servizi alla TV, per esempio quello delle Iene, con l’inviato con la erre moscia che canzona i manifestanti, senza riuscire  a contenersi e non trattenersi dallo spiegare alle migliaia di persone che sono tutte fake news e che Bill Gates non è il diavolo, dai.

 

Nel caso di Raffaella Carrà le proporzioni sono aumentate. Per chi ha anche solo il lontano dubbio che si possa essere trattato di uno dei tanti eventi avversi del vaccino, ogni dettaglio è sospetto. La menzogna del potere può nascondersi dietro ogni comunicazione che ci arriva su storie di questa portata propagandistica.

 

Nessun giornalista si pone due domande due sulla malattia e sul vaccino, e sulla loro possibile concomitanza? Magari anche solo per esprimere la domanda posta poco sopra, sulla quale ci sembrerebbe importante informare la gente: come ci comportiamo con il vaccino nel caso di malati di tumore?.

«Morirò senza saperlo. Sulla mia tomba lascerò scritto: “Perché sono piaciuta tanto ai gay?”» aveva detto all’epoca. Ci pare anche questa una piccola bugia. Davvero nessuno le ha detto come mai gli omosessuali siano attratti pazzamente da queste figure di donne di femminilità disinibita, eccessiva?

 

Le fanno una specie di funerale di Stato all’Ara Coeli, trasmesso in TV. Ma era cattolica l’inventrice del Tuca Tuca, con cui a Canzonissima scandalizzò la RAI democristiana del 1971? Nonostante la vita personale che aveva condotto (compagna di Boncompagni, ragazza di Little Tony e di antichi calciatori a caso; nullipara, ma ci tengono a farci sapere che adottava a distanza) ora insistono che lo era, anzi, aspettate un attimo, ecco qua, era devota di Padre Pio. Carramba che sorpresa.

 

Eccerto. I giornalisti devono esserselo ricordato anche quando nel 2017 la Carrà divenne madrina del World Gay Pride a Madrid. «Morirò senza saperlo. Sulla mia tomba lascerò scritto: “Perché sono piaciuta tanto ai gay?”» aveva detto all’epoca. Ci pare anche questa una piccola bugia. Davvero nessuno le ha detto come mai gli omosessuali siano attratti pazzamente da queste figure di donne di femminilità disinibita, eccessiva? Di quelle donne, non belle ma coriacee e di femminilità caricaturalmente estrovertita?  Delle varie Mina, Dalida, Madonna, Lady Gaga etc.? Davvero non è mai riuscita a darsi una risposta, come invece riescono a farlo milioni di persone che non presiedono alle marce mondiali dei gay?

 

Davvero dovremmo credere alla balla per cui la Carrà non ha mai capito perché era un’icona gay? O forse non possiamo dirlo perché poi dovremmo capire perché alcuni omosessuali – ad esempio, la sottocategoria chiamata dei bears, gli orsi – hanno come modello erotico un uomo grosso e barbuto, del genere Babbo Natale (per chi non ci è ancora arrivato, la regia manda un aiutino: ha a che fare, in ambo i casi, con qualcosa che non ha trovato equilibrio  in famiglia, ma solo a nominare teorie freudiane come queste, ora radiano psicologi e domani si andrà in galera e in rieducazione).

 

Il blob democristiano alla fine aveva metabolizzato anche la finta bionda con l’ombelico di fuori. Anzi: era la Raffaella ad aver capito che l’Italia della DC era solo una massa informe, che si poteva plasmare con il tempo e la persistenza. Vinse lei: del resto, ai Gay pride ora non solo ci vanno i residui della DC, ma pure spezzoni consistenti del clero cattolico.

E in fatto di gay e di menzogne, come non ricordare, mentre si approssima l’ora zero del DDL Zan, che emergono perfino sui giornali mainstream le balle che di continuo provano a propinarci sull’argomento? L’ultima è quello del ragazzino calabrese suicida, che subito avevano detto vittima di bullismo «omofobo» (per cui «subito il DDL Zan») e ora invece vien fuori che potrebbe essere stato travolto da un giro di ricatti e prostituzione minorile. Facciamo notare che «prostituzione minorile» in teoria può significare «pedofilia», almeno penalmente: ma la parola il giornalista evita di usarla.

 

E ancora: a Verona il caso di scritte «omofobe» contro una coppia omosessuale che «per la procura sono state scritte dai due».

 

A Padova, il caso del presunto agguato «omofobo» che finisce nel nulla: tutti condannati per rissa, anche la coppia gaia.

 

Quante altre balle, tra virus e perversioni globali, dobbiamo sentire?

 

Riformuliamo: quante altre menzogne pensano di poter rifilare alla popolazione prima che questa prenda coscienza in maggioranza dell’agenda in corso, e della totale illegittimità di un potere che mente?

 

Aveva capito, probabilmente con decenni di anticipo, dove sarebbe andato a finire il mondo, e ne seppe approfittare benissimo: da regina della TV a imperatrice dei gay – sulla soglia deli 80 anni

Torniamo alla Carrà. Un grande mistero per noi, che l’abbiamo sempre trovata fastidiosa: strapagata, prepotente, dotata di nessun talento particolarmente rilevante, se non quello, che hanno certe donne, di piazzarsi al centro della scena (anche senza meriti) e di fregarsene altamente di quello che dicono o che vogliono gli altri. Malignarono, quando le fecero presentare uno dei Sanremo, sul fatto che lei, a differenza dei suoi colleghi degli anni precedenti, alla sera non guardava i dati dell’audience: qualcosa che se fosse vero ce la renderebbe più simpatica. Qualcuno ricorda (ma al momento non troviamo riscontro) che sul suo compenso immane ci fu pure un’interrogazione parlamentare. Ma che importa? Non ebbe problemi ad avere ospite del suo divano TV Andreotti: il blob democristiano alla fine aveva metabolizzato anche la finta bionda con l’ombelico di fuori.

 

Anzi: era la Raffaella ad aver capito che l’Italia della DC era solo una massa informe, che si poteva plasmare con il tempo e la persistenza. Vinse lei: del resto, ai Gay pride ora non solo ci vanno i residui della DC, ma pure spezzoni consistenti del clero cattolico.

 

Aveva capito, probabilmente con decenni di anticipo, dove sarebbe andato a finire il mondo, e ne seppe approfittare benissimo: da regina della TV a imperatrice dei gay – sulla soglia deli 80 anni.

 

Ferire la Carrà è ferire qualcosa che larga parte del Paese considera come un bene prezioso, un’archetipo vitalista presente nella psiche della stragrande maggioranza dei cittadini italiani

Immaginate, quindi, l’importanza di eliminare ogni possibile dubbio su un evento avverso da vaccino. Milva, morta anche lei poche settimane fa ad un mese dall’iniezione di mRNA, era un’altra cosa. La Pantera di Goro era sedentaria, allineata con la sua età: invece la Carrà incarnava un’energia inesausta (anche dopo i 60, 70, 80 – anzi anche quando a quaranta o cinquanta ballava facendo rimbalzare il caschetto ci pareva grottesca), e poteva inquadrarsi come  una sorta di cercatrice dell’immortalità divistica – in questo senso crediamo che non avere figli, ed avere attorno a se un culto omosessuale totale, aiuti. Pensateci: avete mai pensato alla Carrà come ad una donna vecchia? Avete mai solo concepito l’idea che la Carrà potesse invecchiare?

 

Quindi, ferire la Carrà è ferire qualcosa che larga parte del Paese considera come un bene prezioso, un’archetipo vitalista presente nella psiche della stragrande maggioranza dei cittadini italiani.

 

E poi, ricordiamolo: la Carrà era un personaggio transnazionale. Era finita intervistata perfino dal talk show americano più importante, quello di David Letterman. Tuttavia era in Ispagna che la donna godeva di una fama immane, pari forse a quella di cui godeva in Italia.

 

Insomma, qualsiasi idea di correlazione con il vaccino nella morte della Carrà avrebbe fatto scattare l’effetto Tiffany Dover. È un momento delicato, non è possibile che ci muoiano i testimonial, non in diretta TV, non se hanno questa importanza psicologica per la massa.

Quante altre menzogne pensano di poter rifilare alla popolazione prima che questa prenda coscienza in maggioranza dell’agenda in corso, e della totale illegittimità di un potere che mente?

 

Quindi, niente carramba per il vaccino.

 

Per il resto, siamo travolti dalla carramba delle menzogne propinateci oramai ad ogni minuto. Non sappiamo ancora per quanto. Non lo sanno neanche loro, che stanno forzando la mano.

 

Soprattutto, nessuno sa quando la pazienza finirà del tutto.

 

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

Pubblicato

il

Da

Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

Sostieni Renovatio 21

E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

 

Continua a leggere

Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

Pubblicato

il

Da

Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

Sostieni Renovatio 21

Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

Aiuta Renovatio 21

A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Bruno via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic  
Continua a leggere

Civiltà

Chi sono i fabiani?

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

Sostieni Renovatio 21

Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

Aiuta Renovatio 21

Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 Immagine generata artificialmente

 

Continua a leggere

Più popolari