Pensiero
Carramba che vaccino. Carramba che menzogne.
Quando è spirata lo hanno detto subito: era malata, e da tempo. 48 ore dopo hanno fatto uscire la dichiarazione di un medico: «tumore ai polmoni».
Nel frattempo, qualcuno in rete ha tirato fuori un festival del cortometraggio all’Argentario (luogo cui era legata) dove avrebbe dovuto partecipare in veste di madrina. Era programmato per fine luglio, possibile che avesse assentito a questo impegno nonostante la malattia? Magari, come è parso a qualcuno, non doveva partecipare fisicamente, ma solo metterci il nome, visto che aveva indetto un premio di 4 mila euro per il corto con l’idea più originale (per inciso: la notizia per cui i festival del cortometraggio esistono ancora è forse la più tremenda che abbiamo ricevuto in questo biennio pandemico).
Quindi, si è vaccinata mentre già stava male? Mentre era in terapia? Il cancro è subentrato poi – senza alcuna correlazione, beninteso – dopo il vaccino? Non lo sappiamo
Sarà. Il fatto è che le sue dichiarazioni pro-vaccino, secondo le quali bisognava vaccinarsi per tornare alla libertà, sono rimaste. Quindi, si è vaccinata mentre già stava male? Mentre era in terapia? Il cancro è subentrato poi – senza alcuna correlazione, beninteso – dopo il vaccino? Non lo sappiamo. Del resto c’è la privacy (no? non vi sembra?) e poi non fecero l’autopsia nemmeno di Papa Luciani, figurarsi se si deve indagare sul corpo della papessa della RAI.
Niente, riguardo a questa storia della Carrà è rilevante, in fondo. Perché l’unica cosa che possiamo imparare è qualcosa che già sapevamo: la gente non crede più a nulla. Per lo meno, una parte cospicua della popolazione non ripone alcuna fiducia in quello che le è raccontato da media, autorità, istituzioni – e perfino dalle celebrità, un tempo famose per la trasgressione che si potevano pure concedere, ora rese funzionarie di continue esortazioni al conformismo più trito (pensate a tutti quei cantanti italiani, oramai rugosi e asserviti al potere, bolsi e covidioti).
Lo stanno notando negli USA ultimamente per un altro ciuffo ossigenato, certo portatore di ben altra autenticità rispetto alla Raffaella nazionale: i supporter di Trump non considerano nemmeno più le narrazioni ufficiali sul coronavirus, sulle elezioni americane, su tutto ciò che viene fatto (di recente, le accuse giudiziarie al «cassiere» della ditta Trump Allen Weissenberg, adesso si dice che la prossima ad essere arrestata sarà Ivanka) intorno all’ex presidente che hanno votato in massa. Secondo un ultimo sondaggio, ora addirittura la maggioranza degli americani crede che il COVID sia uscito dal laboratorio; non più tardi di qualche giorno fa, tuttavia, il New York Times piazzava un articolone in cui vari scienziati ripetono che è molto più probabile che il virus sia venuto da una specie animale intermedia tra uomo e pipistrello, specie che come noto non è stata ancora trovata, ma pazienza (in verità Renovatio 21 è in grado di dirvi nome e cognome della creatura link tra umani e chirotteri, si chiama Shi Zhengli, la virologa wuhaniana chiamata appunto «Batwoman»)
Nessun giornalista si pone due domande due sulla malattia e sul vaccino, e sulla loro possibile concomitanza? Magari anche solo per esprimere la domanda posta poco sopra, sulla quale ci sembrerebbe importante informare la gente: come ci comportiamo con il vaccino nel caso di malati di tumore?
Tra queste due parti della popolazione, quella che si beve tutte le frottole contraddittorie e quella che invece è (per dirla in gergo) redpillata – cioè si è svegliata – non c’è nessuna soluzione di continuità, nessuna sfumatura possibile. Questa è la grande novità: la polarizzazione tra i componenti è assoluta. Non esiste il grigio, così come non esistono signore che sono «un po’ incinta».
Anche in Italia, una parte consistente della popolazione non crede più a niente di quello che le viene detto. Per il potere costituito ciò è devastante: significa che esso non ha i comandi a disposizione, di fatto ha perso la sovranità su una fetta della popolazione. Una secessione cognitiva de facto. Riguardatevi le immagini delle migliaia di persone, di totale varietà di censo e di età e di cultura, che si ritrovavano alla celeberrima Torteria di Chivasso. Guardatevi i servizi alla TV, per esempio quello delle Iene, con l’inviato con la erre moscia che canzona i manifestanti, senza riuscire a contenersi e non trattenersi dallo spiegare alle migliaia di persone che sono tutte fake news e che Bill Gates non è il diavolo, dai.
Nel caso di Raffaella Carrà le proporzioni sono aumentate. Per chi ha anche solo il lontano dubbio che si possa essere trattato di uno dei tanti eventi avversi del vaccino, ogni dettaglio è sospetto. La menzogna del potere può nascondersi dietro ogni comunicazione che ci arriva su storie di questa portata propagandistica.
Nessun giornalista si pone due domande due sulla malattia e sul vaccino, e sulla loro possibile concomitanza? Magari anche solo per esprimere la domanda posta poco sopra, sulla quale ci sembrerebbe importante informare la gente: come ci comportiamo con il vaccino nel caso di malati di tumore?.
«Morirò senza saperlo. Sulla mia tomba lascerò scritto: “Perché sono piaciuta tanto ai gay?”» aveva detto all’epoca. Ci pare anche questa una piccola bugia. Davvero nessuno le ha detto come mai gli omosessuali siano attratti pazzamente da queste figure di donne di femminilità disinibita, eccessiva?
Le fanno una specie di funerale di Stato all’Ara Coeli, trasmesso in TV. Ma era cattolica l’inventrice del Tuca Tuca, con cui a Canzonissima scandalizzò la RAI democristiana del 1971? Nonostante la vita personale che aveva condotto (compagna di Boncompagni, ragazza di Little Tony e di antichi calciatori a caso; nullipara, ma ci tengono a farci sapere che adottava a distanza) ora insistono che lo era, anzi, aspettate un attimo, ecco qua, era devota di Padre Pio. Carramba che sorpresa.
Eccerto. I giornalisti devono esserselo ricordato anche quando nel 2017 la Carrà divenne madrina del World Gay Pride a Madrid. «Morirò senza saperlo. Sulla mia tomba lascerò scritto: “Perché sono piaciuta tanto ai gay?”» aveva detto all’epoca. Ci pare anche questa una piccola bugia. Davvero nessuno le ha detto come mai gli omosessuali siano attratti pazzamente da queste figure di donne di femminilità disinibita, eccessiva? Di quelle donne, non belle ma coriacee e di femminilità caricaturalmente estrovertita? Delle varie Mina, Dalida, Madonna, Lady Gaga etc.? Davvero non è mai riuscita a darsi una risposta, come invece riescono a farlo milioni di persone che non presiedono alle marce mondiali dei gay?
Davvero dovremmo credere alla balla per cui la Carrà non ha mai capito perché era un’icona gay? O forse non possiamo dirlo perché poi dovremmo capire perché alcuni omosessuali – ad esempio, la sottocategoria chiamata dei bears, gli orsi – hanno come modello erotico un uomo grosso e barbuto, del genere Babbo Natale (per chi non ci è ancora arrivato, la regia manda un aiutino: ha a che fare, in ambo i casi, con qualcosa che non ha trovato equilibrio in famiglia, ma solo a nominare teorie freudiane come queste, ora radiano psicologi e domani si andrà in galera e in rieducazione).
Il blob democristiano alla fine aveva metabolizzato anche la finta bionda con l’ombelico di fuori. Anzi: era la Raffaella ad aver capito che l’Italia della DC era solo una massa informe, che si poteva plasmare con il tempo e la persistenza. Vinse lei: del resto, ai Gay pride ora non solo ci vanno i residui della DC, ma pure spezzoni consistenti del clero cattolico.
E in fatto di gay e di menzogne, come non ricordare, mentre si approssima l’ora zero del DDL Zan, che emergono perfino sui giornali mainstream le balle che di continuo provano a propinarci sull’argomento? L’ultima è quello del ragazzino calabrese suicida, che subito avevano detto vittima di bullismo «omofobo» (per cui «subito il DDL Zan») e ora invece vien fuori che potrebbe essere stato travolto da un giro di ricatti e prostituzione minorile. Facciamo notare che «prostituzione minorile» in teoria può significare «pedofilia», almeno penalmente: ma la parola il giornalista evita di usarla.
E ancora: a Verona il caso di scritte «omofobe» contro una coppia omosessuale che «per la procura sono state scritte dai due».
A Padova, il caso del presunto agguato «omofobo» che finisce nel nulla: tutti condannati per rissa, anche la coppia gaia.
Quante altre balle, tra virus e perversioni globali, dobbiamo sentire?
Riformuliamo: quante altre menzogne pensano di poter rifilare alla popolazione prima che questa prenda coscienza in maggioranza dell’agenda in corso, e della totale illegittimità di un potere che mente?
Aveva capito, probabilmente con decenni di anticipo, dove sarebbe andato a finire il mondo, e ne seppe approfittare benissimo: da regina della TV a imperatrice dei gay – sulla soglia deli 80 anni
Torniamo alla Carrà. Un grande mistero per noi, che l’abbiamo sempre trovata fastidiosa: strapagata, prepotente, dotata di nessun talento particolarmente rilevante, se non quello, che hanno certe donne, di piazzarsi al centro della scena (anche senza meriti) e di fregarsene altamente di quello che dicono o che vogliono gli altri. Malignarono, quando le fecero presentare uno dei Sanremo, sul fatto che lei, a differenza dei suoi colleghi degli anni precedenti, alla sera non guardava i dati dell’audience: qualcosa che se fosse vero ce la renderebbe più simpatica. Qualcuno ricorda (ma al momento non troviamo riscontro) che sul suo compenso immane ci fu pure un’interrogazione parlamentare. Ma che importa? Non ebbe problemi ad avere ospite del suo divano TV Andreotti: il blob democristiano alla fine aveva metabolizzato anche la finta bionda con l’ombelico di fuori.
Anzi: era la Raffaella ad aver capito che l’Italia della DC era solo una massa informe, che si poteva plasmare con il tempo e la persistenza. Vinse lei: del resto, ai Gay pride ora non solo ci vanno i residui della DC, ma pure spezzoni consistenti del clero cattolico.
Aveva capito, probabilmente con decenni di anticipo, dove sarebbe andato a finire il mondo, e ne seppe approfittare benissimo: da regina della TV a imperatrice dei gay – sulla soglia deli 80 anni.
Ferire la Carrà è ferire qualcosa che larga parte del Paese considera come un bene prezioso, un’archetipo vitalista presente nella psiche della stragrande maggioranza dei cittadini italiani
Immaginate, quindi, l’importanza di eliminare ogni possibile dubbio su un evento avverso da vaccino. Milva, morta anche lei poche settimane fa ad un mese dall’iniezione di mRNA, era un’altra cosa. La Pantera di Goro era sedentaria, allineata con la sua età: invece la Carrà incarnava un’energia inesausta (anche dopo i 60, 70, 80 – anzi anche quando a quaranta o cinquanta ballava facendo rimbalzare il caschetto ci pareva grottesca), e poteva inquadrarsi come una sorta di cercatrice dell’immortalità divistica – in questo senso crediamo che non avere figli, ed avere attorno a se un culto omosessuale totale, aiuti. Pensateci: avete mai pensato alla Carrà come ad una donna vecchia? Avete mai solo concepito l’idea che la Carrà potesse invecchiare?
Quindi, ferire la Carrà è ferire qualcosa che larga parte del Paese considera come un bene prezioso, un’archetipo vitalista presente nella psiche della stragrande maggioranza dei cittadini italiani.
E poi, ricordiamolo: la Carrà era un personaggio transnazionale. Era finita intervistata perfino dal talk show americano più importante, quello di David Letterman. Tuttavia era in Ispagna che la donna godeva di una fama immane, pari forse a quella di cui godeva in Italia.
Insomma, qualsiasi idea di correlazione con il vaccino nella morte della Carrà avrebbe fatto scattare l’effetto Tiffany Dover. È un momento delicato, non è possibile che ci muoiano i testimonial, non in diretta TV, non se hanno questa importanza psicologica per la massa.
Quante altre menzogne pensano di poter rifilare alla popolazione prima che questa prenda coscienza in maggioranza dell’agenda in corso, e della totale illegittimità di un potere che mente?
Quindi, niente carramba per il vaccino.
Per il resto, siamo travolti dalla carramba delle menzogne propinateci oramai ad ogni minuto. Non sappiamo ancora per quanto. Non lo sanno neanche loro, che stanno forzando la mano.
Soprattutto, nessuno sa quando la pazienza finirà del tutto.
Cremazione
Lo Stato italiano contro i morti
Anche quest’anno festeggiamo lavorando l’inciviltà dello Stato moderno, nello specifico lo Stato italiano, che non permette di onorare i nostri defunti.
Pochi sono in grado di trovare una spiegazione al fatto che uno Stato – cioè un insieme di essere umani che, per ragioni ancestrali o anche solo di convenienza, si unisce – non debba permettere ai suoi cittadini un giorno di riposo per pensare ai cari estinti. Che sono nella quasi totalità, ricordiamolo bene, cittadini dello stesso Stato che hanno espletato, con la vita, tutte le funzioni (rispetto della legge, pagamento dei tributi, sopportazione dei soprusi) che lo stesso Stato ha loro demandato.
Si tratta, con evidenza, del disprezzo che lo Stato moderno ha per i suoi sudditi, e per gli esseri umani in generale. Quando diciamo che il sistema operativo dello Stato moderno è la Cultura della Morte, stiamo riferendoci all’atto di uccidere e basta: dal momento in cui l’umano, sempre eccedente e problematico, viene eliminato, la struttura se ne dimentica immediatamente, ed esige che i suoi infeudati facciano altrettanto.
È così: ogni anno, il 25 aprile (a danno di San Marco…) dobbiamo ricordarci della «Liberazione» (via saturation bombing angloamericani) dell’Italia, cioè del sacrificio del cinghialone col mascellone con tanto di pubblico ludibrio del corpo ignudo suo e dell’amante. Tuttavia un giorno di festa per pensare a chi è stato vicino a noi (chi ci ha conosciuto, chi ci ha procreato, chi ci ha allevato, chi ci ha amato, e perché no, chi ci ha odiato) no, lo Stato non può permettercelo.
Così: lo Stato che porta Halloween nelle scuole non lascia che i suoi cittadini vadano alla Messa dei defunti: perché, se non sei pensionato (quelli che ben presto finiranno nell’oblio dell’eutanasia pubblica, come quella varata poc’anzi dal Veneto apostata) è difficile che tu possa trovare il momento di andare in campo santo e pure in chiesa.
(Tra cattolici rimasti tali, sappiate, ci siamo comunque organizzati con celebrazioni, catafalchi, Dies Irae e teschi inclusi alle 18:30, per permettere a tutti i lavoratori, quelli a cui lo Stato sarebbe devoto sin dal primo articolo della Costituzione di partecipare. Ne daremo, magari, anche qualche immagini nei prossimi giorni – tanto per far capire davvero, nel momento delle città lasciate incendiare dai maranza, cosa significa oggi essere antisistema)
Bisogna capire che il 2 novembre non è mai stato un giorno di festa civile (ossia una festività nazionale riconosciuta dallo Stato con la conseguente chiusura di uffici, scuole e attività lavorative) in tutta la storia della Repubblica Italiana o del precedente Regno d’Italia, cioè del famoso Stato «laico».
A questo punto il lettore può iniziare ad intuire il perché: lo Stato dell’Italia unita è stato creato dai massoni, in senso totalmente contrario a quello della fede del popolo. L’Unità dell’Italia è stata voluta e programmata dalla Loggia, con tutti gli aiutini inglesi del caso, per spazzare via la superstizione cattolica da questa regione d’Europa, e trasformarla nel paradiso della religione del progresso che si merita.
I massoni odiano qualsiasi culto non sia quello esoterico della loro «scienza»: lo si vede ancora oggi in certi gruppetti di tizi dall’aspetto impiegatizio che passano il tempo a denigrare le credenze popolari (e ogni forma di religione, o di possibilità del paranormale); magari questi nemmeno sono massoni, ma ricordano certe parole di monsignor Delassus ne Il problema dell’ora presente, quando indica come i piani profondi della setta verde hanno bisogno di personaggi non accortissimi che stiano in superficie a fare pure pubblicità alla causa.
Ecco che quindi anche il culto dei morti – il più arcaico, il più umano – deve essere spazzato via. E quando diciamo spazzato via, è proprio letterale: i morti sono ridotti in cenere.
Sì, perché la massoneria ha avuto un ruolo fondamentale e determinante nell’introdurre, promuovere e legalizzare la cremazione moderna in Italia e in Europa nell’Ottocento. La pratica di incenerire i morti è stata vietata per secoli dal Cristianesimo, che imponeva l’inumazione (la sepoltura sotto terra) nel rispetto del dogma cattolico della risurrezione dei corpi. La rinascita della cremazione in epoca contemporanea fu una battaglia esplicitamente guidata in prima fila dalle Logge massoniche nel nome dello Stato «laico», cioè della sottomissione dell’umanità al Nulla grembiulista.
Subito dopo l’Unità d’Italia, medici, scienziati e intellettuali (molti dei quali appartenenti alla Massoneria e alla Sinistra risorgimentale) iniziarono a promuovere la cremazione per ragioni igienico-sanitarie, di progresso scientifico e per sottrarre il monopolio dei funerali alla Chiesa Cattolica. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, sorsero in tutta Italia le prime Società per la Cremazione ( SOCREM). Queste associazioni, nate per finanziare i primi templi crematori, furono fondate, dirette e sostenute economicamente quasi interamente da massoni.
Il primo forno crematorio d’Italia (e del mondo moderno) fu inaugurato a Milano nel 1876 per cremare la salma di Alberto Keller, un importante industriale filantropo di origini svizzere e noto massone, che lasciò i fondi necessari proprio per questa causa. Il forno fu progettato sfruttando anche gli studi scientifici del medico massone Malachia De Cristoforis. La legalizzazione si ebbe con la Legge Crispi (1888): La pratica divenne ufficialmente legale e regolamentata a livello nazionale grazie all’art. 59 della legge sulla sanità pubblica del 1888 promossa dall’allora Presidente del Consiglio Francesco Crispi, anch’egli tra i più celebri esponenti della Massoneria italiana dell’epoca, ancora oggi mattatore della toponomastica delle nostre città.
Proprio a causa dell’autoevidente attivismo massonico dietro questo movimento, la Chiesa Cattolica visse la diffusione della cremazione come un attacco diretto alla fede cristiana e ai propri rituali. Nel 1886, il Sant’Uffizio emanò una severissima condanna decretando la scomunica per chiunque scegliesse di farsi cremare o facesse propaganda per le società cremazioniste, escludendo i fautori della cremazione dai funerali religiosi e dalla sepoltura in terra consacrata.
Poi arrivò il 1963, anno in cui il Concilio Vaticano II e Papa Paolo VI rimossero il divieto canonico cattolico sulla cremazione, a patto che la scelta non fosse dettata da sentimenti esplicitamente anticristiani o di negazione dei dogmi della fede, una condizione che ricorda un po’ le scomuniche ai fedeli della Messa della Fraternità San Pio X, che arrivano solo se uno aderisce ad alcune posizioni (cattoliche).
Fu una delle prime cose che Paolo VI, l’amico del padre costituente Aldo Moro, fece una volta divenuto papa. Montini, quello che il 4 ottobre 1965 si rivolse a quelli dell’ONU dicendo «Quando voi uscite da questa aula il mondo guarda a voi come agli architetti». Alcuni dicono che con lo sdoganamento religioso dei forni crematori stesse ricambiando un favore di conclave. Vai a capire.
Ad ogni modo, quello che è la cremazione – annichilimento della tradizione, del passato, del presente, del futuro – lo abbiamo sentito dire bene, inaspettatamente, da Tucker Carlson, che en passant, in un suo recente monologo, ha parlato di come oggi l’idea di vivere e morire nella stessa cittadina dove sono sepolti i propri genitori è condannata dal potere neoliberale come un «privilegio» di cui vergognarsi, perché per il mondo moderno il mercato (cioè lo sradicamento dell’essere umano) vale più del rispetto di chi siamo e di ciò che trasmettiamo.
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La cremazione, ha detto Carlson, serve a questo: a disintegrare i nostri cari e a far finta che non sono mai esistiti.
Proprio così: ci vogliono schiavi in un eterno presente fatto di obbedienza e di consumo. Esattamente come nei social (che sono, una volta di più, prodromi della società del futuro prossimo): provate a cercare quello che avete sentito, o detto, qualche settimana fa.
Ecco perché oggi non ci consentono di stare a casa, e pensare ai nostri padri, o a continuare il lutto per chi ci stava vicino, e non c’è più. Non ci è consentita una pausa per meditare il mistero della morte: perché lo Stato massonico odia il Mistero, e ancora più significativamente lo teme.
Perché il Mistero risolve, guarisce, libera. Il Mistero è la Verità, la Via, e la Vita. Sì, il Mistero della Morte è il Mistero della Vita, e potete immaginare come un popolo che lo realizzi non sia più comandabile a piacimento, sia un popolo fatto, letteralmente, di anime libere.
Ecco spiegato, cari lettori, perché oggi state lavorando. Vi stanno facendo pensare ad altro.
Potete fare, ad ogni modo, un bell’atto di disobbedienza anche ora: chiudete gli occhi, e con la mente (è ancora permesso, ma non per molto), recitate: Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace.
Amen.
Roberto Dal Bosco
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Immagine: Cimitero Monumentale di Milano: Tomba Sommaruga-Faini, opera di Giannino Castiglioni, 1935.
Immagine di Santilio via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 Internationa
Pensiero
L’antico incidente dietro la Tesla volante
Turns out the future does have flying cars pic.twitter.com/6fexPp6SXI
— Elon Musk (@elonmusk) October 16, 2026
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E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia) Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato. La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile. La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?Mission S.
Authentic. Consistent. Timeless. A glimpse into the future – shaped by our heritage. Mid-engine architecture. A focus on the driver and the driving experience. Call it a love letter. https://t.co/R2BKMUzcyA — Porsche (@Porsche) October 15, 2026
Highlights of all four stunts Tesla showed off with the new Roadster today. pic.twitter.com/chP6QEuVMk
— Oli (@CARN0N) October 16, 2026
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Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
Si riaccende il dibattito sulla pena di morte, e più specificamente sulle sue modalità, nel momento in cui in America si ricomincia a parlare di esecuzioni pubbliche, con il segretario della guerra Pete Hegseth che dichiara di voler trasmettere in streaming l’esecuzione di un ex psichiatra dell’esercito americano maggiore Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la sparatoria del 2009 in una base militare in Texas costata , sostenendo che gli americani debbano vedere le conseguenze di crimini di questo tipo. Lo Hasan, islamista, sarà giustiziato con plotone di esecuzione nella stessa base alla stessa ora della strage da lui perpetrata.
Quasi due secoli fa lo scrittore britannico Charles Dickens inviò al giornale londinese The Times in cui riportava il suo resoconto di un’esecuzione pubblica e auspica che la pratica di giustiziare i prigionieri avvenga a porte chiuse. Dickens assistette all’impiccagione pubblica di Frederick e Marie Manning (i coniugi condannati per il «delitto di Bermondsey», dove era stato assassinato e derubato l’amante della donna) fuori dal carcere di Horsemonger Lane a Londra, un evento a cui assistettero oltre 30.000 persone.
Renovatio 21 pubblica di seguito la traduzione della lettera che l’autore di Oliviero Twist scrisse al Times il 14 novembre 1849. Il Dickens è sconvolto non tanto dalla morte in sé, ma dal comportamento volgare, festoso e brutale della folla: risate, schiamazzi e bisticci. Dickens non affronta in modo astratto il concetto filosofico della pena capitale, ma chiede con forza che le esecuzioni fossero rimosse dalla vista del pubblico e svolte in forma privata all’interno delle mura del carcere, per evitare il degrado morale della società. Le sue denunce hanno contribuito al dibattito che portò, nel 1868, all’abolizione definitiva delle esecuzioni pubbliche nel Regno Unito.
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Al direttore del Times
Egregio signore,
Sono stato testimone dell’esecuzione a Horsemonger lane questa mattina. Mi sono recato qui con l’intenzione di osservare la folla radunatasi per assistere all’esecuzione, e ho avuto ottime opportunità di farlo, a intervalli per tutta la notte e ininterrottamente dall’alba fino a dopo la fine dello spettacolo.
Non mi rivolgo a voi con l’intenzione di discutere la questione astratta della pena capitale, né le argomentazioni dei suoi oppositori o sostenitori.
Desidero semplicemente trarre un vantaggio per il bene comune da questa terribile esperienza, ricorrendo al mezzo più immediato e pubblico per richiamare un’indicazione data da Sir G. Grey nell’ultima sessione del Parlamento, affinché il Governo fosse indotto a sostenere una misura che rendesse l’esecuzione della pena capitale una cerimonia privata all’interno delle mura carcerarie (con garanzie che l’ultima sentenza della legge venga eseguita in modo inesorabile e certo, tali da essere soddisfacenti per l’opinione pubblica), e supplicando con la massima insistenza Sir G. Grey, come solenne dovere verso la società e responsabilità che non può mai sottrarsi, di promuovere personalmente tale modifica legislativa.
Credo che uno spettacolo così inconcepibilmente orribile come la malvagità e la leggerezza dell’immensa folla radunatasi per l’esecuzione di questa mattina non possa essere immaginato da nessun uomo, né potrebbe essere presentato in nessun Paese pagano sotto il sole. Gli orrori del patibolo e del crimine che aveva condotto quei miserabili assassini su di esso, svanirono nella mia mente di fronte all’atroce comportamento, agli sguardi e al linguaggio degli spettatori riuniti.
Quando giunsi sulla scena a mezzanotte, l’acuto grido e gli ululati che si levavano di tanto in tanto, segno che provenivano da un gruppo di ragazzi e ragazze già radunati nei posti migliori, mi fecero gelare il sangue. Con il passare della notte, strilli, risate e urla in coro di parodie di melodie nere, con la sostituzione di «Mrs. Manning» a «Susannah» e simili, si aggiunsero a questi.
All’alba, ladri, prostitute di basso livello, teppisti e vagabondi di ogni genere si riversarono sul posto, dando vita a ogni sorta di comportamento offensivo e volgare. Risse, svenimenti, fischi, imitazioni di Punch, battute brutali, tumultuose dimostrazioni di indecente piacere quando donne svenevoli venivano trascinate fuori dalla folla dalla polizia con gli abiti in disordine, diedero nuovo slancio allo spettacolo generale.
Quando il sole sorse splendente – come accadde – indorava migliaia e migliaia di volti rivolti verso l’alto, così inesprimibilmente odiosi nella loro brutale allegria o insensibilità, che un uomo aveva smesso di vergognarsi del proprio aspetto e di ritrarsi da se stesso, come se fosse stato plasmato a immagine del Diavolo.
Quando le due miserabili creature che attiravano tutta quella vista orribile intorno a loro furono scagliate tremanti in aria, non c’era più emozione, non c’era più pietà, non c’era più il pensiero che le due anime immortali fossero andate al giudizio, non c’era più moderazione in nessuna delle precedenti oscenità, come se il nome di Cristo non fosse mai stato udito in questo mondo e non ci fosse tra gli uomini altra convinzione che perissero come bestie.
Ho visto, abitualmente, alcune delle peggiori fonti di contaminazione e corruzione in questo Paese, e credo che non ci siano molti aspetti della vita londinese che possano sorprendermi. Sono solennemente convinto che nulla di ciò che l’ingegno potrebbe escogitare in questa città, nello stesso arco di tempo, potrebbe causare una rovina simile a un’esecuzione pubblica, e rimango sbalordito e inorridito dalla malvagità che essa manifesta.
Non credo che una comunità possa prosperare laddove una scena di orrore e demoralizzazione come quella che si è consumata stamattina fuori dal carcere di Horsemonger lane si presenta proprio alle porte dei buoni cittadini, e passa inosservata, sconosciuta o dimenticata. E mentre, nelle nostre preghiere e nei nostri ringraziamenti per questo periodo, esprimiamo umilmente davanti a Dio il nostro desiderio di eliminare i mali morali del Paese, vorrei chiedere ai vostri lettori di considerare se non sia giunto il momento di pensare a questo e di estirparlo.
Sono, signore, il vostro fedele servitore,
Charles Dickens
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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