Connettiti con Renovato 21

Politica

Caos post-voto a Islamabad: Khan vince, ma Lega musulmana più vicina al governo

Pubblicato

il

Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Alla fine del contestato spoglio i candidati vicini all’ex premier in carcere ottengono la maggioranza relativa, ma Nawaz Sharif lavora a una coalizione di governo che li escluderebbe. Timori di un ritorno della tensione nelle piazze, mentre va rinegoziato l’accordo con il Fondo monetario internazionale.

 

Un nuovo parlamento già nel caos. Con Imran Khan – il leader della forza politica che ha raccolto più seggi anche se privata del proprio simbolo – costretto a «parlare» attraverso un messaggio generato con l’Intelligenza Artificiale, perché si trova in carcere. Mentre il tre volte premier Nawaz Sharif, bocciato dalle urne, arruola alleati e singoli parlamentari per dare vita comunque a una coalizione di governo.

 

La fine del lentissimo (e contestatissimo) spoglio delle schede ha consegnato al Pakistan un risultato elettorale frammentato e un parlamento senza una maggioranza chiara. Tra i 101 parlamentari “indipendenti” eletti (su 266 circoscrizioni), sono ben 93 quelli legati al Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI), il partito di Imran Khan.

 

Considerato il leader in carcere e l’impossibilità di correre con il proprio simbolo, il fato che siano appena una ventina in meno rispetto ai seggi ottenuti con la vittoria netta del 2018 è un risultato notevole.

 

Distanziato a quota 75 seggi la Lega musulmana di Nawaz Sharif, che nonostante il chiaro sostegno dei militari ne ha guadagnati appena una decina rispetto all’esito di sei anni fa (quando si votò nel pieno dello scandalo sui Panama Papers). Terza forza si conferma il Pakistan Peoples Party di Bilawal Bhutto, che ha incassato 54 propri rappresentanti.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Dal punto di vista della distribuzione geografica del voto, i candidati del partito di Imran Khan hanno fatto il pieno nella provincia occidentale del Khyber Pakhtunkhwa, quella che confina con l’Afghanistan, ma si sono imposti anche in numerose circoscrizioni del Punjab. La Lega musulmana di Nawaz Sharif ha vinto soprattutto in Punjab, mentre il partito della dinastia Bhutto-Zardari ha mantenuto la sua tradizionale roccaforte del Sindh, assicurandosi alcuni seggi anche in Balochistan.

 

Con questi numeri diventerà molto importante la ripartizione dei 70 seggi aggiuntivi che la legge elettorale pachistana riserva alle donne (60) e alle minoranze (10). Abitualmente sono suddivisi in maniera proporzionale a seconda dei voti riportati dai singoli partiti. Ma dal conteggio sono esclusi gli «indipendenti»; dunque, in questo caso, potrebbero andare a modificare pesantemente l’esito del voto.

 

Va anche aggiunto che gli eletti hanno comunque tre giorni di tempo per decidere se aderire a uno dei partiti rappresentati in parlamento. E se la Lega musulmana di Sharif sostiene in queste ore di aver già raccolto sei adesioni (una delle quali di un candidato eletto con i voti dei sostenitori del PTI), tra le ipotesi che circolano c’è anche quella che gli eletti vicini a Imran Khan confluiscano in massa in un piccolo partito che ha ottenuto un unico seggio, per essere comunque ammessi al riparto dei seggi riservati alle donne e alle minoranze.

 

Entro il 29 febbraio – quando il nuovo parlamento si riunirà per la prima seduta – andrà comunque formata una coalizione di governo. E la Lega musulmana, nonostante il risultato deludente, appare comunque il partito con più probabilità di guidarla: Nawaz Sharif ha già avviato i contatti con il Pakistan People Party per relegare nuovamente all’opposizione i parlamentari legati ad Imran Khan.

 

Un esecutivo non necessariamente guidato da Sharif, che raggiungerebbe la maggioranza grazie al sostegno di un terzo partito, il Muttahida Qaumi Movement, molto forte a Karachi, che ha ottenuto 17 seggi. È decisamente improbabile, però, che con la maggioranza relativa comunque conquistata – e le pesanti accuse di brogli lanciate – il Pakistan Tehreek-e-Insaf accetti passivamente un esito di questo tipo. E dunque lo scontro politico in Pakistan rischia pericolosamente di ritornare a manifestarsi nelle piazze.

 

Il tutto mentre sullo sfondo restano gravi i problemi economici del Paese: a marzo l’accordo con il Fondo monetario internazionale che ha permesso di evitare il default e dunque il nuovo governo dovrà negoziare una nuova intesa. Una situazione per la quale un Paese scosso dalle proteste e con un governo debole rappresenterebbe il peggiore degli scenari possibili.

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21



 

Continua a leggere

Politica

Zelens’kyj starebbe pianificando di sospendere le elezioni per anni

Pubblicato

il

Da

Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha ordinato ai suoi consiglieri di elaborare uno scenario in cui le elezioni in Ucraina vengano sospese e il Paese si impegni in anni di guerra. Lo riporta il quotidiano kievita Ukrainskaya Pravda, che cita fonti governative.   Il mandato dello Zelens’kyj e del Parlamento ucraino è scaduto da tempo, ma il leader ucraino si è rifiutato di indire elezioni dall’inizio del 2024, invocando la legge marziale imposta nel contesto del conflitto con la Russia. La situazione ha generato preoccupazioni internazionali sulla legittimità del governo ucraino, in particolare da parte di Mosca, che ha ripetutamente contestato l’autorità di Zelens’kyj e ha suggerito che potrebbe non essere in grado di firmare alcun accordo di pace qualora si raggiungesse un’intesa.   I sostenitori europei dell’Ucraina desiderano che Kiev prosegua il conflitto per altri due anni, nonostante il Paese stia affrontando una «catastrofe finanziaria» che consumerà non solo il suo bilancio di guerra, ma l’intera economia, ha riferito il quotidiano giovedì.

Sostieni Renovatio 21

«Gli europei hanno detto: “Combattete per un altro anno e mezzo o due. Vi daremo i soldi’”. Sotto la loro influenza, Zelens’kyj ha incaricato la leadership politica di elaborare un piano per rinviare le elezioni in Ucraina per diversi anni e di definire come il parlamento funzionerà in tali circostanze», ha dichiarato al quotidiano una fonte anonima dell’amministrazione zelenschiana.   Il rischio che Kiev rimanga senza liquidità sta crescendo rapidamente. Con un prestito di emergenza UE da 90 miliardi di euro ancora bloccato dall’Ungheria, il crescente dissenso all’interno del Parlamento ucraino ha rallentato l’adozione delle misure necessarie per ottenere i finanziamenti dal Fondo Monetario Internazionale, ha avvertito il quotidiano giovedì.   Il programma di finanziamento di emergenza dell’UE è stato respinto a causa della situazione di stallo petrolifero tra Ucraina, Ungheria e Slovacchia. A fine gennaio, Kiev ha bloccato l’oleodotto Druzhba, che trasportava greggio russo verso i due Paesi dell’UE, adducendo presunti danni all’infrastruttura. Mentre Mosca ha negato di aver attaccato l’oleodotto, Budapest e Bratislava hanno accusato Kiev di aver interrotto deliberatamente le forniture per motivi politici.   L’Ungheria ha posto il veto al prestito da 90 miliardi di euro per rappresaglia, mentre la Slovacchia ha avvertito che potrebbe decidere di bloccare anche il pacchetto proposto.   Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi mesi lo stesso presidente statunitense Donaldo Trump – che un anno fa ebbe a definire l’ucraino come un «dittatore senza elezioni, comico di modesto successo» ha chiesto a Zelens’kyj di indire nuove elezioni – apparentemente, non è stato per nulla ascoltato.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Continua a leggere

Politica

I senatori americani temono che Trump possa inviare truppe di terra in Iran

Pubblicato

il

Da

I legislatori democratici affermano di temere che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump possa inviare truppe in Iran, dopo che i briefing riservati con i funzionari dell’amministrazione hanno lasciato i senatori con quelli che hanno descritto come importanti interrogativi senza risposta sugli obiettivi e la portata della guerra.

 

Intervenendo martedì dopo un briefing a porte chiuse con i membri della Commissione per le forze armate del Senato, il senatore Richard Blumenthal ha affermato che l’amministrazione sembra orientarsi verso la possibilità di inviare truppe statunitensi in Iran.

 

«Sembra che siamo sulla buona strada per schierare truppe americane sul territorio iraniano per raggiungere uno qualsiasi dei potenziali obiettivi», ha detto il Blumenthal ai giornalisti, aggiungendo di aver lasciato il briefing «insoddisfatto e arrabbiato».

 

Il Blumenthale ha affermato che i legislatori stanno ancora cercando di fare chiarezza sui costi della guerra, sulla sua durata prevista e sui rischi per il personale statunitense.

Sostieni Renovatio 21

«Il popolo americano merita di sapere molto di più di quanto questa amministrazione gli abbia detto sui costi della guerra, sul pericolo per i nostri figli e figlie in uniforme e sul potenziale di un’ulteriore escalation e ampliamento di questa guerra», ha affermato.

 

La senatrice democratica Jeanne Shaheen ha espresso preoccupazioni simili, avvertendo che i briefing dell’amministrazione sollevano ulteriori interrogativi anziché fornire chiarezza.

 

La Casa Bianca non ha escluso un potenziale dispiegamento di truppe in Iran, ma ha negato qualsiasi piano per un’operazione terrestre su larga scala. Trump ha affermato che l’invio di truppe di terra potrebbe essere preso in considerazione solo «per un’ottima ragione».

 

Dietro le quinte, tuttavia, l’amministrazione avrebbe discusso di opzioni più limitate che coinvolgono le forze speciali. Secondo quanto riportato dai media, uno scenario in esame potrebbe prevedere l’invio di piccole squadre di forze speciali statunitensi o israeliane per proteggere le scorte di uranio arricchito dell’Iran.

 

Trump ha riconosciuto che questo tipo di missione è possibile, ma non imminente. «A un certo punto forse lo faremo», ha detto Trump a bordo dell’Air Force One nel fine settimana. «Se mai lo facessimo, [gli iraniani] sarebbero così decimati che non sarebbero in grado di combattere a livello del suolo».

 

Il presidente è rimasto vago sulla conclusione più ampia della guerra, pur chiedendo la resa incondizionata dell’Iran. Incalzato sulla durata dell’operazione, Trump ha modificato le sue stime da «quattro o cinque settimane» a «tutto il necessario» a una «breve escursione» che sarà effettuata «molto presto».

 

L’incertezza ha alimentato le critiche dei legislatori statunitensi, che sostengono che il Congresso non abbia ricevuto informazioni sufficienti sulla strategia a lungo termine dell’amministrazione. Alcuni democratici minacciano ora di ricorrere a strumenti procedurali al Senato per rallentare i lavori legislativi, a meno che i funzionari dell’amministrazione non testimonino sotto giuramento sulla guerra e sui suoi obiettivi.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

Continua a leggere

Pensiero

Chi era Ali Khamenei? Il sito di Meyssan offre una biografia critica

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire, il sito del noto analista geopolitico francese Thierry Meyssan, che offre una breve biografia dai toni critici dell’aiatollà Khamenei. Si tratta forse dell’unico intervento dai toni talvolta aspri apparso in questi giorni riguardo la vita della guida della Rivoluzione Iraniana assassinato dall’operazione congiunta di USA ed Israele. Ricordiamo che le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   Ali Khamenei era un erudito mussulmano. Difese ciò che aveva compreso della rivoluzione islamista di Ruhollah Khomeini e si ritagliò un potere su misura.   Iniziò la sua carriera all’ombra di Hachemi Rafsandjani, – presidente del parlamento dal 1980 al 1989, che trasse beneficio personale dell’Irangate, e presidente della Repubblica dal 1989 al 1997. Fu con il suo aiuto che Khamenei venne nominato Guida della Rivoluzione. In quell’occasione elaborò il concetto di Velayet-e-faqih, la tutela del saggio, con cui privò il già alleato Rafsandjani di ogni potere. Contrariamente a un’idea diffusa, non si tratta di un antico articolo di fede sciita, ma di un’idea moderna, che formula in termini religiosi sciiti un concetto di Platone.   Khamenei assegnò alla sua funzione di Guida della Rivoluzione – che non ha alcun rapporto con quella del predecessore Khomeini – un budget indipendente da quello dello Stato. Poté così beneficiare dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio rispetto a quello usato come parametro per il bilancio dello Stato. Ebbe a disposizione finanziamenti esorbitanti di cui l’opinione pubblica non era consapevole.

Iscriviti al canale Telegram

Diede impulso al Paese affinché si sviluppasse senza occidentalizzarsi, nella tradizione dello scrittore Jalal Al-e-Ahmad.   Trasformò la sua guardia personale, i Guardiani della Rivoluzione, noti come Pasdaran, in un super-esercito esterno e relativizzò il ruolo dell’esercito di leva.   Sabotò i tentativi di riforme liberali del residente Mohammad Khatami (1997-2005) e favorì l’elezione di un Guardiano della Rivoluzione, l’ingegnere nazionalista Mahmud Ahmadinejad, alla presidenza della Repubblica (2005-2013), di cui presto ostacolò il programma di laicizzazione della società.   Per contrastare ogni divisione interna del Paese, ogni volta che sorgeva un conflitto Khamenei favorì l’istituzione di commissioni di arbitrato. Alla fine, queste commissioni divennero talmente numerose da paralizzare ogni decisione politica: solo le attività dei Guardiani della Rivoluzione continuarono a funzionare.   Sebbene vivesse in modo molto sobrio, si circondò di un governo occulto, formato da «consiglieri» che disponevano, a loro volta, di poteri ben superiori a quelli dei ministri. Alcuni di loro mandarono le famiglie all’estero, dove poterono spendere a profusione il denaro del Paese.   Khamenei si preoccupò di coltivare il sostegno popolare al clero sciita. Lo riorganizzò in base all’anzianità, in modo che fosse amministrato dai membri più anziani. Lasciò la giustizia nelle mani della frangia più oscurantista del clero, aprendo la strada all’elezione alla presidenza della Repubblica del fanatico Ebrahim Raïssi (2021-2024).   Dal 2011 Khamenei coltivò l’ambizione di diventare la guida non solo della nazione iraniana, ma anche di tutto il mondo arabo. Organizzò conferenze internazionali a cui invitò tutte le fazioni mussulmane, compresa la Confraternita dei Fratelli Mussulmani.   L’esito fu la trasformazione della funzione di Guardiano della Rivoluzione in una gerontocrazia bigotta che impose, prima con il sorriso, poi con la violenza, il proprio ordine morale. Khamenei non è stato quindi un dittatore, ma un abile religioso che ha messo il Paese nelle mani di una giustizia oscurantista e lo ha condotto alla rovina.   Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Fonte: «Chi era Ali Khamenei?», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 6 marzo 2026. Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 
Continua a leggere

Più popolari