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Bruxelles fa disinstallare TikTok ai suoi dipendenti

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La Commissione Europea ha ordinato ai propri dipendenti di disinstallare la popolare app di social media di proprietà cinese TikTok dai dispositivi aziendali, spiegando che la mossa è necessaria per rafforzare la sicurezza informatica.

 

Per proteggere i dati della Commissione Europea e aumentare la sua sicurezza informatica, il suo consiglio ha «deciso di sospendere l’applicazione TikTok sui dispositivi aziendali e sui dispositivi personali registrati nei servizi per dispositivi mobili della Commissione», secondo una dichiarazione pubblicata dall’ente lo scorso giovedì.

 

Il personale ha tempo fino a metà marzo per conformarsi, altrimenti perderà l’accesso alla propria posta elettronica EC e alle app Skype for Business, ha riferito EURACTIV, citando un’e-mail IT inviata al personale.

 

Un portavoce di TikTok ha dichiarato a EURACTIV che il divieto è «fuorviante e basato su idee sbagliate fondamentali» sulla piattaforma dei social media. Il portavoce ha affermato che la società ha «contattato la Commissione per mettere le cose in chiaro e spiegare come proteggiamo i dati dei 125 milioni di persone in tutta l’UE che vengono su TikTok ogni mese».

 

Il mese scorso, un gruppo di senatori repubblicani negli Stati Uniti ha introdotto il No TikTok on United States Devices Act, un disegno di legge che cerca di vietare la piattaforma su tutti i dispositivi nel Paese.

 

Come riportato da Renovatio 21, deputati e senatori americani erano arrivati a definire TikTok come «fentanil digitale», riferendosi alla tremenda droga decine di volte più potente dell’eroina responsabile di tante overdosi negli USA piagati dalla crisi degli oppiodi, una droga che si ritiene venga prodotta in Cina per essere poi trafficata attraverso il confine meridionale con il Messico totalmente «aperto» dall’amministrazione Biden.

 

Uno degli autori del disegno di legge, il senatore Josh Hawley, aveva sostenuto all’epoca che l’app «apre la porta al Partito Comunista Cinese per accedere alle informazioni personali, ai keystroke [sequenze di tasti premuti, ndr] e alla posizione degli americani attraverso una raccolta aggressiva di dati».

 

Nel dicembre 2022, il governatore del Texas Greg Abbott ha ordinato alle agenzie statali di «eliminare tutti i rischi di sicurezza informatica posti da TikTok» e ha vietato l’uso dell’app sui dispositivi forniti dal governo. I rapporti all’epoca suggerivano che anche i legislatori e il personale della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti fossero stati incaricati di disinstallare l’app da qualsiasi dispositivo aziendale.

 

Il direttore dell’FBI Christopher Wray ha dichiarato lo scorso anno durante un’audizione del Comitato per la sicurezza interna della Camera che l’agenzia aveva «preoccupazioni per la sicurezza nazionale» su TikTok, inclusa la «possibilità che il governo cinese potesse usarlo per controllare la raccolta di dati su milioni di utenti o controllare la raccomandazione algoritmo».

 

Lo Wray aveva quindi dichiarato che la Cina avrebbe rubato più dati americani «di ogni altra Nazione messa insieme».

 

Commentando le accuse, la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning aveva accusato i funzionari statunitensi di «diffondere disinformazione» nel tentativo di screditare una grande azienda cinese in competizione con i giganti dei social media occidentali.

 

Anche ByteDance, la società madre di TikTok, ha respinto le affermazioni secondo cui avrebbe mai pianificato di rintracciare gli americani.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’India già tre anni fa, a seguito delle tensioni con la Repubblica Popolare Cinese sul confine himalayano, aveva messo al bando 59 app cinesi, tra cui anche TikTokko.

 

Il bando da parte della UE deve risultare molto amaro, visto che TikTok due settimane fa aveva promesso all’autorità europea di «combattere la disinformazione» sul territorio dell’Unione.

 

 

 

 

 

 

Immagine di Solen Feyissa via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

 

 

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UE accusa l’AI di Musk di antisemitismo e pedopornografia

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La Commissione europea ha dichiarato che potrebbe aprire un’indagine su Grok, il chatbot di Intelligenza Artificiale integrato nella piattaforma social X di Elon Musk, a seguito di segnalazioni secondo cui avrebbe generato contenuti pedofili.

 

Giovedì il portavoce tecnico del blocco, Thomas Regnier, ha comunicato ai giornalisti che la Commissione ha ordinato a X di conservare integralmente tutti i documenti e i dati interni relativi al chatbot almeno fino alla fine del 2026.

 

«Abbiamo rilevato la produzione di contenuti antisemiti da parte di GROK e, più di recente, la diffusione di immagini sessuali di minori. Si tratta di materiale illegale, contrario ai valori europei e ai nostri diritti fondamentali», ha affermato Regnier. Ha inoltre precisato che la piattaforma non deve eliminare alcun documento interno, poiché la Commissione nutre «dubbi» sulla conformità di X alla normativa dell’UE e intende garantirne la preservazione.

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La Politica di Utilizzo Accettabile di xAI vieta espressamente la rappresentazione pornografica di persone e la sessualizzazione di minori. Nonostante ciò, in una recente ondata di richieste di «digital undressing», gli utenti hanno taggato pubblicamente il bot nei post ordinandogli di modificare fotografie. Comandi come «mettila in bikini» hanno spinto Grok a creare immagini alterate, ritraendo donne e ragazze reali – senza il loro consenso – in abbigliamento succinto o in pose sessualmente esplicite.

 

Il governo britannico ha chiesto con urgenza a X di intervenire sulla questione, mentre i ministri francesi hanno segnalato i contenuti alle autorità giudiziarie. Grok ha attribuito il problema a lacune nelle misure di sicurezza e ha annunciato che sono in corso interventi di miglioramento.

 

L’ordinanza di conservazione rappresenta l’ultimo capitolo della lunga disputa tra l’Unione Europea e la piattaforma di Musk. A dicembre Bruxelles aveva già inflitto a X una sanzione di 120 milioni di euro in base al Digital Services Act (DSA), accusandola di aver ingannato gli utenti con le modifiche al sistema di verifica del segno di spunta blu. Musk ha definito la multa politicamente motivata.

 

L’UE e gli Stati Uniti continuano a scontrarsi sulla regolamentazione tecnologica imposta da norme come il Digital Markets Act (DMA) e il DSA, che hanno portato a pesanti sanzioni per diverse aziende americane. Mentre Bruxelles difende tali regole come strumenti necessari per garantire concorrenza leale e tutela dei consumatori, Washington le considera «barriere non tariffarie» discriminatorie nei confronti delle imprese statunitensi.

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Come riportato da Renovatio 21 il tema delle euromulte contro Musk è risalente.

 

Brusselle aveva valutato l’ipotesi di multe contro X da quando l’ex commissario alla tecnologia UE, Thierry Breton, aveva accusato la piattaforma di non aver controllato adeguatamente i contenuti illegali e di aver violato il Digital Services Act (DSA) dell’UE del 2022. La decisione se penalizzare X spetta ora alla commissaria UE per la concorrenza, Margrethe Vestager.

 

Come noto al lettore di Renovatio 21, Elone per qualche ragione è assai inviso all’oligarchia europea e a tanta politica continentale, come hanno dimostrato i discorsi del presidente italiano Sergio Mattarella, che pareva attaccare proprio Musk e le sue ambizioni sui social e nello spazio.

 

Poche settimane fa il Musk ha chiesto l’abolizione della UE in quanto «Quarto Reich».

 

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

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Il Vietnam contro gli spot che non si possono saltare su YouTube

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Il Vietnam ha approvato una nuova legge che proibisce gli annunci pubblicitari non saltabili su YouTube e sulle altre piattaforme digitali. Le modifiche normative, in vigore a partire dal 15 febbraio, intendono rafforzare la regolamentazione della pubblicità online nel Paese del Sud-est asiatico, tutelando gli utenti da eccessivo affaticamento visivo e da contenuti promozionali illegali.   Negli ultimi tempi, in diversi Paesi del mondo, gli utenti hanno espresso crescenti lamentele per la presenza su YouTube di pubblicità non saltabili di durata eccessiva: alcuni hanno riferito di essere stati obbligati a visualizzare spot lunghi anche un’ora o più.   Le nuove disposizioni della legge vietnamita sulla pubblicità stabiliscono che il tempo massimo di attesa prima di poter saltare un annuncio video non potrà superare i cinque secondi, mentre gli annunci statici dovranno essere chiudibili immediatamente.   La normativa impone inoltre alle piattaforme di offrire meccanismi chiari e intuitivi per chiudere gli spot con un solo clic, vietando al contempo l’uso di icone di chiusura ambigue, fuorvianti o studiate apposta per disorientare l’utente.

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Le piattaforme sono tenute anche a mettere a disposizione degli utenti strumenti semplici e immediatamente accessibili per segnalare annunci che violano la legge.   Inoltre, la legge introduce restrizioni più rigorose sulla pubblicità di undici categorie di prodotti e servizi che incidono direttamente sulla salute umana e sull’ambiente, tra cui cosmetici, alimenti, bevande alcoliche, farmaci e altri beni analoghi.   Interpellata dai media in merito alle proteste sempre più frequenti contro annunci lunghi e non saltabili, Google – proprietaria di YouTube – ha dichiarato che limita la durata degli spot a un massimo di 15 secondi sui dispositivi mobili e 60 secondi sulla televisione. L’azienda ha attribuito la comparsa di pubblicità eccezionalmente lunghe all’utilizzo da parte di alcuni utenti di software di blocco pubblicità di scarsa qualità, che alterano il normale funzionamento della riproduzione.   «Gli annunci rappresentano una risorsa fondamentale per i nostri creatori, permettendo loro di sostenere e sviluppare le proprie attività», ha affermato Google, invitando gli spettatori «ad autorizzare la visualizzazione degli annunci su YouTube oppure a sottoscrivere YouTube Premium per un’esperienza completamente priva di pubblicità».  

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Immagine di Focal Photo via Flickr pubblicata su licenza 
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Condanne e detenzione per le affermazioni su Brigitta Macron

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Un tribunale di Parigi ha dichiarato dieci persone colpevoli di aver molestato online la moglie del presidente francese Emmanuel Macron, Brigitte, per aver diffuso affermazioni secondo cui sarebbe una donna transgender nata uomo. Lo riporta Le Monde.

 

Le denunzie dei Macroni riguardo le teorie online che accusano Brigitta di essere transgender sono risalenti. Nel 2024, un tribunale di Parigi ha multato i supposti primi diffusori della voce per un totale di 14.000 euro. Il caso ha attirato l’attenzione internazionale dopo che l’anno scorso la commentatrice statunitense Candace Owens ha amplificato le affermazioni e in seguito ha affermato che i Macron avevano ordinato il suo assassinio.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Owens è stata querelata nello Stato del Delaware dai Macron, che hanno detto che ivi presenteranno «prove fotografiche» inoppugnabili. La commentatrice cattolica ha rivelato di aver ricevuto dapprima da Charlie Kirk poi da Trump stesso la richiesta di non andare avanti con la sua serie su Brigitte secondo desiderio espresso dal presidente Macron all’omologo americano durante una conversazione tra i due.

 

Più recentemente la Owens ha dichiarato di aver ricevuto informazioni attendibili per cui vi sarebbero dei sicari pagati dai francesi pronti ad assassinarla.

 

In base all’ultima sentenza, tutti gli imputati, uomini e donne di età compresa tra 41 e 65 anni, hanno ricevuto pene diverse, che vanno da corsi obbligatori contro l’incitamento all’odio online a pene detentive sospese da quattro a otto mesi. Un imputato è stato condannato a sei mesi di carcere per non essersi presentato in tribunale.

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La corte ha citato commenti «particolarmente degradanti, offensivi e maligni» pubblicati e diffusi online, in riferimento ad affermazioni sulla presunta identità trans della first lady francese e ad accuse di pedofilia che sfruttavano e distorcevano la differenza di età di 24 anni tra lei e il marito.

 

Il procedimento giudiziario non ha riguardo Xavier Poussard, giornalista e scrittore di stanza a Milano autore del libro Becoming Brigitte, nonché fonte primaria della Owens. Un’altra giornalista che si era interessatta al caso ha chiesto asilo politico in Russia.

 

La relazione tra Macron, 48 anni, e sua moglie Brigitte, 72 anni, che si sono conosciuti quando lei era insegnante di teatro nella sua scuola, ha attirato una costante attenzione fin dalla sua elezione nel 2017. È stato notato che, riguardo la storia del liceo, le età del futuro presidente cambiano.

 

Come riportato da Renovatio 21, Brigitta è stata al centro, recentemente, di polemiche meno occulte: il mese scorso ha definito delle femministe come «stupide stronze», mentre a distanza di tempo continuano le polemiche per l’eucarestia che ha ricevuto pubblicamente alla messa per il restauro di Notre Dame. Il mondo è rimasto scioccato pure quando la première dame ha schiaffeggiato il presidente in mondovisione mentre si apprestavano a scendere dall’aereo che li aveva portati in Vietnam.

 

Il caso delle recenti condanne riflette la realtà per cui nessuno è davvero libero di dire quello che pensa, soprattutto sui social, dove si può venire denunziati con facilità dal personaggio pubblico oligarchico che si ritiene offeso – e che ha sicuramente più avvocati e danari della totalità degli utenti democratici che credono di potersi esprimere liberamente.

 

Invece che essere un tempio della libertà di parola, come era stato promesso, i social si sono rivelati come uno strumento dispotico di repressione totalitaria, dove il cittadino più debole viene schiacciato, e imbavagliato dal personaggio di potere. Il tutto è perfettamente legale, forse: ma quanto siamo distanti dalla favola della democrazia e dell’assoluta libertà di espressione?

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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