Spirito
«Sinodalità e vigile attesa»: mons. Viganò sul mito del Concilio Vaticano II «sicuro ed efficace»
Renovatio 21 pubblica questo testo di Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

SINODALITÀ E VIGILE ATTESA
Il Concilio Vaticano II «sicuro ed efficace»
Risulta difficile credere che la cancellazione della quæstio liturgica dalle discussioni del primo Concistoro straordinario indetto da Leone e le due paginette dattiloscritte del Card. Roche non abbiano alcuna correlazione. Anzi viene da chiedersi se non sia stato proprio Leone a far trapelare per il tramite di Roche la linea che egli intende seguire.
Da questo possiamo supporre che limitare il giudizio al Prefetto del Culto Divino sia riduttivo, oltre che sviante; e che Prevost consideri il Concistoro come una sorta di estensione del Sinodo dei Vescovi, cui imporre per via sinodale decisioni già assunte in altre sedi, facendole apparire come frutto di un dialogo aperto e franco. La linea dettata è dunque chiarissima: indietro non si torna, anche se ciò significa proseguire verso l’abisso.
Quasi nessuno dei membri dell’Episcopato è sfiorato dall’idea che il disastro cui assistiamo da sessant’anni possa essere stato voluto e organizzato da ecclesiastici infedeli, che sono stati fatti ascendere ai massimi gradi della Gerarchia cattolica proprio in quanto corrotti e ricattabili e quindi utilizzabili per introdurre in seno alla Chiesa la rivoluzione del Vaticano II.
Ciò trova un parallelo in quanto abbiamo visto accadere per la classe medica durante la psicopandemia, quando bravi professionisti sono stati eclissati da personaggi inqualificabili, totalmente asserviti alle case farmaceutiche e agli interessi di chi ha dato loro in cambio visibilità, denaro e potere. E tanto i buoni chierici quanto i medici coscienziosi si sono ritrovati ostracizzati, screditati e radiati per aver voluto continuare a fare ciò che in precedenza, sotto un’autorità vigile e non venduta, era stato loro insegnato.
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Secondo i cantori della rivoluzione conciliare, il crollo delle vocazioni sacerdotali e religiose, l’abbandono della frequenza della Messa e dei Sacramenti da parte dei fedeli, la totale ignoranza della Dottrina cristiana e la progressiva perdita di rilevanza sociale dei Cattolici non sarebbero l’effetto logico e necessario della congerie di errori dottrinali, morali, liturgici e disciplinari introdotta dalle riforme conciliari, ma una sfortunata, fortuita coincidenza, come la morte dei vaccinati dopo l’inoculazione di un siero sperimentale di cui non si volevano rendere noti gli effetti avversi. Se ancora non si sono visti risultati positivi del Concilio – la famosa «primavera conciliare» – ed anzi il disastro ecclesiale è innegabile, è perché il Vaticano II non è stato applicato come avrebbe dovuto: questo è ciò che diceva Bergoglio e che oggi ripete Prevost.
Così, dinanzi all’aggravarsi della situazione già drammatica del paziente, il medico somministra il presunto farmaco a dosaggi ancora più massicci, e si adopera perché siano del tutto irreperibili le medicine della sana Dottrina, di una Liturgia coerente con essa e di una solida predicazione, nonostante si fossero dimostrate ampiamente efficaci, esattamente come avvenuto per l’ivermectina all’epoca del Covid.
Roche, Grech e Tucho Fernández (tra gli altri) sono i piazzisti di un prodotto avvelenato che per imporsi deve necessariamente cancellare ogni possibile confronto, di cui la sola presenza di un’alternativa renderebbe palese la frode. L’atteggiamento di Roche di feroce avversione alla Messa Cattolica – e all’impianto magisteriale che essa sottende – serve a dissimulare l’intenzione criminosa, ossia il dolo, nell’aver scelto deliberatamente di privare la Chiesa Cattolica di tutte quelle protezioni che le avrebbero permesso di fronteggiare le minacce e le sfide di un mondo sempre più ostile.
Roche sa benissimo – come prima di lui molti altri Prelati non a caso posti a capo di importanti dicasteri – che il Vaticano II e la riforma liturgica sono opposti e inconciliabili con ciò che la Chiesa Cattolica ha insegnato e praticato per duemila anni, e che i cambiamenti introdotti avrebbero causato gravissimi danni al corpo ecclesiale: esattamente come le organizzazioni sanitarie che hanno promosso la «vaccinazione» erano consapevoli di somministrare un farmaco altamente dannoso che avrebbe causato sterilità, tumori, malattie autoimmuni e morte.
Lo scopo dei globalisti è infatti la depopolazione del pianeta, non il bene comune; lo scopo dei modernisti è perdere le anime, non condurle alla beatitudine eterna. Il nemico da abbattere, nella mente luciferina di costoro, è Cristo Re e Pontefice, Signore delle nazioni e della Chiesa. Il ruolo di queste quinte colonne consiste nel fornire una ragione apparente e plausibile che distragga dal riconoscere gli intenti eversivi che essi intendono portare a termine.
Così, per far ingoiare a sacerdoti e fedeli ciò che fino a ieri era inconcepibile, li si è rassicurati che la riforma liturgica post-conciliare avrebbe dovuto consentire una loro maggiore partecipazione all’azione sacra, una rinnovata conoscenza delle Sacre Scritture, un nuovo zelo missionario per affrontare le sfide del mondo moderno. Se si fosse detto loro che il Vaticano II doveva servire come strumento di distruzione della Chiesa Cattolica, nessuno lo avrebbe mai accettato, così come nessuno si sarebbe lasciato inoculare con un siero genico gravemente debilitante.
La prima dose sicura ed efficace di modernismo, inoculata col Vaticano II, necessita di un secondo richiamo liturgico, di un booster ecumenico, di una quarta iniezione di sinodalità, ogni volta spacciando il siero conciliare come miracoloso. Per questo considerano la Messa di San Pio V alla stregua dell’ivermectina, e ne proibiscono la celebrazione. Essa mostra quale sia la vera cura e allo stesso tempo indica anche quali sono le cause del male di cui soffre il corpo ecclesiale.
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Se i fautori del Concilio fossero in buona fede, nulla impedirebbe loro di riconoscere l’errore e porvi rimedio, tornando a ciò che si è dimostrato efficace e valido per millenni. Ma è proprio la loro malafede a spingerli a negare l’evidenza e ad ostinarsi a spacciare il Vaticano II come un «evento profetico» dinanzi al quale nessun ripensamento, nessuna resipiscenza sono possibili.
Se i fedeli capissero l’inganno di cui sono stati vittime, comprenderebbero anche la disonestà con cui hanno agito e continuano ad agire Cardinali e Vescovi, e ne prenderebbero le distanze. Ecco perché non deve essere permessa alcuna deroga alla sua applicazione, a maggior ragione se queste deroghe dimostrano quanto migliore fosse la «vecchia liturgia» della Jvecchia chiesa».
Lo scritto di Roche distribuito ai Cardinali ci conferma questa malafede, perché continua a ripetere ossessivamente gli argomenti pretestuosi e falsi inizialmente addotti per giustificare la rivoluzione conciliare, quando sappiamo tutti che le menti eversive che la hanno orchestrata erano ben consapevoli di ciò che volevano ottenere. E dopo aver fatto tabula rasa di tutto l’insegnamento cattolico e della sua liturgia, non possono tornare indietro senza che appaia in tutta la sua evidenza il loro tradimento.
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I tentativi patetici di dare parvenza di legittimità ad un’azione eversiva portata avanti da ecclesiastici eretici e corrotti non servono né la causa della Santa Chiesa, né la gloria di Dio, né la salvezza delle anime. Essi sono l’ultimo, arrogante gesto di chi sa di non avere altra opzione per mantenere il potere, se non l’imporre la propria volontà con l’autoritarismo dei tiranni. Ed è sconfortante vedere come le poche voci critiche all’interno del corpo ecclesiale – moderatissime, peraltro – non vogliano in alcun modo mettere in discussione il Concilio e il Novus Ordo, ma semplicemente affiancare ad essi il Magistero Cattolico e la Messa tridentina, senza comprendere che questa convivenza tra opposti è impossibile.
Questo Concistoro sancisce la continuità tra Bergoglio e Prevost su tutti i punti controversi dell’agenda sinodale e sulla irrevocabilità del Concilio. Sul fronte modernista, vi è la malafede di chi si dichiara inclusivo con tutti fuorché con i Cattolici; sul fronte conservatore – che potremmo chiamare ratzingeriano – vi è l’erronea persuasione che la liturgia tridentina e il rito montiniano siano due legittimi modi di esprimere una medesima Fede, che il Vaticano II non ha mutato. Roche sa bene che Vetus Ordo e Novus Ordo sono incompatibili non tanto per gli aspetti cerimoniali, ma perché il primo ha come sostrato dottrinale la Fede Cattolica e il secondo gli errori dogmatici ed ecclesiologici che il Concilio ha fatto propri. Eppure tra i conservatori vi è chi fa il gioco dei modernisti, insistendo con la versione dell’errata interpretazione del Vaticano II e con la continuità tra Chiesa Cattolica e chiesa sinodale.
E qui arriviamo al cuore della questione. Il Cattolico sa che la Santa Chiesa è indefettibile, in ragione delle promesse di Cristo; e che questa indefettibilità si esprime anche nella Successione Apostolica, la quale assicura la trasmissione del Depositum Fidei e la missione santificatrice delle anime sino alla fine del mondo, grazie all’azione speciale dello Spirito Santo. Ma questo non significa che la sua Gerarchia non possa venire infiltrata e occupata da emissari del nemico, che pretendono di essere riconosciuti come autorità legittime, mentre legiferano e governano contro la Chiesa stessa. Dai loro frutti li riconoscerete (Mt 7, 20).
Prendere atto del golpe conciliare e sinodale dovrebbe dunque essere il primo passo per potervi porre rimedio. Ma questo significherebbe anche riconoscere che l’autorità della Gerarchia è usurpata da falsi pastori, ai quali non è dovuta alcuna obbedienza. È questo che i conservatori non vogliono accettare, perché non riconoscono come golpe quel Concilio, del quale al massimo deplorano le erronee interpretazioni.
A titolo di esempio, basti citare la proposta che il Vescovo Schneider ha umiliato al Sacro Piede: una Costituzione Apostolica che regolarizzi la convivenza pacifica tra Vetus e Novus Ordo. Questa fittizia pax liturgica sancirebbe la de-dogmatizzazione della liturgia (e la de-liturgizzazione della dottrina), mediante la separazione artificiale e innaturale tra lex credendi e lex orandi. Il canone della Fede e il canone della preghiera non sarebbero più dunque uno espressione dell’altro: sarebbe possibile aderire agli errori del Vaticano II e celebrare la Messa tridentina, il che è evidentemente un paradosso inaccettabile.
Lascia sconcertati anche l’atteggiamento del card. Burke che parla del Concistoro come di «un grande beneficio» deplorandone semplicemente le criticità organizzative, mentre tace sul processo di sinodalizzazione della Chiesa in corso. Il portabandiera del conservatorismo non ha dato prova della combattività inizialmente mostrata all’epoca dei Dubia. Non volendo affrontare i veri problemi che affliggono la Chiesa ed essendo convinto che non via sia contraddizione tra la Fede Cattolica e il credo conciliare e sinodale, Sua Eminenza auspica una pax liturgica che scontenta tutti e che i suoi interlocutori in Vaticano si guarderanno bene dallo stipulare.
Leone non ha compiuto alcun gesto né pronunciato alcuna parola che ratifichi le pie illusioni dei conservatori. Egli ha al contrario ribadito verbo et opere la propria assoluta continuità con il predecessore Bergoglio nella costruzione di una chiesa sinodale, altra rispetto a quella che ha fondato Nostro Signore. L’asservimento della chiesa conciliare e sinodale ai principi rivoluzionari e all’agenda globalista è totale e ostentato. Esso costituisce la prova regina di una subalternità della Gerarchia all’élite eversiva che tiene in ostaggio l’Occidente e ad un potere che è ontologicamente antiumano e anticristico: deep church e deep state continuano a perseguire gli stessi scopi e si assicurano l’obbedienza di fedeli e cittadini, anche ricorrendo all’uso della forza.
Nulla lascia anche lontanamente presumere che questa corsa verso il baratro possa arrestarsi. Anzi: quanto più sono evidenti i risultati disastrosi ottenuti, tanto più governanti ed ecclesiastici insistono nel riproporre come presunto rimedio ciò che ne è invece la causa. Dinanzi a tanta ostinazione occorre prendere atto di una crisi endemica dell’autorità terrena – civile e religiosa – cui solo Nostro Signore porrà fine, quando Si riapproprierà della potestà regale e sacerdotale oggi usurpata.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
18 Gennaio 2026
Dominica II post Epiphaniam
Commeratio Cathedræ S. Petri Romæ
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Messa tradizionale: dal rifiuto alla convivenza, si evita lo stesso problema
Thomas Reese, una voce influente del progressismo americano
Padre Thomas J. Reese non è né un oscuro editorialista né un ecclesiastico con una carica ufficiale in ambito liturgico. Nato nel 1945, è entrato nell’ordine dei Gesuiti nel 1962 ed è stato ordinato sacerdote nel 1974. È una delle figure più note del progressismo cattolico americano. È stato vicedirettore della rivista gesuita America dal 1978 al 1985 e poi direttore dal 1998 al 2005. Il suo abbandono della direzione è avvenuto dopo diversi anni di tensione con la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal Cardinale Joseph Ratzinger, in merito alla pubblicazione di articoli che contestavano la dottrina della Chiesa. In seguito è diventato editorialista e poi analista per il National Catholic Reporter, prima di essere nominato analista senior del Religion News Service, una delle principali agenzie di stampa religiose americane. Autore di diversi libri sulle conferenze episcopali, sull’organizzazione della Chiesa e sul funzionamento del Vaticano, viene spesso interpellato dai media per commentare le questioni di attualità del cattolicesimo. Nel 2014, Barack Obama lo ha anche nominato membro della Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, che ha presieduto dal 2016. Le sue osservazioni, pertanto, non implicano alcuna autorità ecclesiastica, ma rappresentano una corrente influente all’interno del cattolicesimo americano e ci permettono di valutare la persistente ostilità di certi ambienti nei confronti della liturgia tradizionale.Sostieni Renovatio 21
La Messa tradizionale, questo «zombie» che si rifiuta di morire
Il titolo scelto da Padre Reese non lascia spazio ad ambiguità: Perché odio la vecchia Messa latina. Il testo assume la forma di una confessione immaginaria, in cui il gesuita interpreta il ruolo del penitente. Fin dalle prime righe, ammette di aver espresso il suo «odio per la vecchia Messa». Poi segue la similitudine, pensata per fare impressione: «La vecchia Messa in latino è come uno zombie. Pensavamo fosse morta, ma continua a tornare». Padre Reese ricorda il passaggio dal latino all’inglese nel 1964: «Pensavamo che sarebbe scomparsa», o che i fedeli si sarebbero accontentati di «una versione latina della nuova liturgia». Ma, osserva con sgomento, «Non è successo niente del genere». Il termine «zombie» rivela il presupposto di fondo dell’intera riforma: la Messa tradizionale doveva morire. La sua continua esistenza da allora non è vista come una testimonianza della sua fecondità, ma come l’anomalo ritorno di ciò che i riformatori credevano di aver definitivamente seppellito. Il gesuita chiarisce di non avere nulla contro i fedeli legati a questa liturgia: «Molti sono brave e pie persone. Trovano nutrimento spirituale nella loro Messa». «Ma questa concessione è immediatamente accompagnata da un giudizio condiscendente: «Con una catechesi migliore, credo che apprezzerebbero la nuova liturgia». Se questi fedeli preferiscono la Messa tradizionale, è quindi perché non sono ancora stati adeguatamente preparati alla riforma.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Dall’obbedienza al cambiamento costante
Don Thomas Reese ammette, tuttavia, di aver amato lui stesso la Messa tradizionale. Vi partecipava quotidianamente durante la sua giovinezza e la seguiva senza difficoltà in un messale bilingue. Quando entrò nel noviziato, nel 1962, pensava che sarebbe rimasta la Messa della sua vita. Perché allora ne accettò l’abbandono? La sua ragione principale non era dottrinale, ma disciplinare: «Se la Chiesa dicesse che la Messa deve essere in inglese, ci inchineremmo e lo faremmo senza discutere». Critica quindi i cattolici legati alla Tradizione per non praticare la stessa obbedienza: «Se vogliono essere tradizionalisti, dovrebbero obbedire al Concilio e ai papi che hanno promosso la liturgia in lingua volgare». La questione del valore intrinseco della riforma viene quindi respinta. Ciò che la Chiesa aveva venerato per secoli poteva essere abbandonato quasi all’istante non appena l’autorità avesse dato l’ordine. E poiché l’obbedienza funge da test, ulteriori modifiche possono sempre essere imposte utilizzando lo stesso metodo. Il principio generale, inoltre, è chiaramente formulato dal gesuita: «La Messa è cambiata costantemente nel corso della storia. La nostra tradizione è quella di cambiare». L’evoluzione organica della liturgia diventa così una giustificazione per gli sconvolgimenti orchestrati da alcune Commissioni. Il cambiamento non è più il risultato di un lento e omogeneo sviluppo del rito ricevuto; esso stesso diventa la norma. Siamo immersi nel modernismo evoluzionistico.Aiuta Renovatio 21
Una riforma che deve continuare
Padre Reese non si limita a difendere il Messale di Paolo VI contro la Messa tradizionale; chiede che la trasformazione della liturgia continui. Desidera una nuova traduzione inglese del Messale, una prefazione specifica per ogni domenica e nuove preghiere eucaristiche ispirate a ciascuno dei Vangeli o alle Epistole di San Paolo. Si rammarica che coloro che auspicano «nuove riforme liturgiche» non riescano più ad attirare l’attenzione. Ammette persino di provare invidia per i sostenitori della Messa tradizionale: «Sono così ben organizzati che, pur essendo pochi, ricevono un’enorme attenzione da parte dei vescovi e dei media». La vecchia Messa, quindi, non è odiata solo per il suo linguaggio o le sue cerimonie, ma perché persiste. La sua permanenza contraddice il concetto di una liturgia infinitamente trasformabile. Questa opposizione si estende anche alla dottrina della Messa. Padre Reese afferma: «Nell’Eucarestia preghiamo con Gesù, non Gesù». Sostiene inoltre che prima della riforma «eravamo praticamente all’oscuro dello Spirito Santo». Tali affermazioni accusano ingiustamente secoli di liturgia cattolica e rivelano la nuova concezione del culto che accompagna il rifiuto del rito tradizionale.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Il cardinale Sarah condanna la «guerra» liturgica
Il 27 agosto, il cardinale Robert Sarah ha espresso un’opinione quasi diametralmente opposta su Il Giornale. L’ex prefetto della Congregazione per il Culto Divino attribuisce l’avversione al latino e al canto gregoriano a «certi circoli culturali autoreferenziali». Questa ostilità gli sembra «più psicologica che realmente fondata» e principalmente generazionale: «Quando la generazione del ’68 non ci sarà più, anche queste infondate posizioni unilaterali scompariranno». Il contrasto con padre Reese è sorprendente. Il gesuita, entrato nel noviziato nel 1962, incarna proprio quella generazione che conosceva la vecchia Messa, ne ha accettato la scomparsa e fa del cambiamento liturgico un principio. Il cardinal Sarah, d’altro canto, rende omaggio ai fedeli che devono percorrere lunghe distanze per trovare una Messa tradizionale: «Non posso che ammirare questa grande espressione d’amore per Dio». Sottolinea inoltre che «il fenomeno si sta diffondendo sempre di più». La Messa che don Reese credeva morta sta quindi attirando sempre più fedeli, famiglie e giovani sacerdoti. Il prelato, infine, esprime un giudizio molto severo su Traditionis Custodes. Ha giudicato la decisione di Francesco «né saggia né rispettosa», soprattutto perché presa mentre Benedetto XVI era ancora in vita.Un rito che «conserva e promuove la fede»
Il cardinale afferma che l’accesso a una liturgia tramandata da secoli non dovrebbe dipendere da decisioni amministrative arbitrarie: «L’accesso a forme rituali riconosciute che esistono da secoli non può mai essere artificialmente limitato da decreti». Collega direttamente la vitalità di un rito alla sua capacità di trasmettere la fede: «Se un rito non servisse alla fede, morirebbe da solo». Ma se «conserva e promuove la fede», aggiunge, limitarlo equivarrebbe a ostacolare «la conservazione e la diffusione della fede stessa». Il rito, che padre Reese ha definito uno «zombie», diventa, secondo il cardinal Sarah, una liturgia viva che nutre e trasmette la fede. Ciò che il primo vorrebbe veder scomparire è ciò che il secondo ammira per la sua fecondità. Il cardinale conclude condannando fermamente l’atteggiamento delle autorità che perseguitano i fedeli legati alla vecchia Messa: «Non possiamo, come Chiesa, muovere guerra a coloro che partecipano devotamente alla Messa». Un tale atteggiamento è, a suo avviso, «miope e del tutto ideologico», «non pastorale e anticristiano», e infine, «dannoso e distruttivo per la Chiesa». Queste parole sono vere. Non si può che concordare con la condanna della guerra condotta contro i sacerdoti e i fedeli a causa del loro attaccamento alla liturgia tradizionale. Ma il cardinal Sarah non affronta la questione essenziale.La coesistenza dei riti non è la soluzione
Per il cardinale Sarah, il conflitto potrebbe essere superato permettendo ai fedeli di scegliere pacificamente tra le due liturgie. Attribuisce quindi a Benedetto XVI l’intenzione di permettere al popolo cristiano, «nel corso dei decenni», di determinare quale forma si adattasse meglio al suo modo di vivere la fede. Riassume la questione parlando dei fedeli che «preferiscono una forma all’altra». Tuttavia, l’attaccamento alla Messa tradizionale in latino non è una questione di preferenza personale tra due espressioni ugualmente appaganti della stessa fede. Non si tratta di scegliere tra il latino e la lingua volgare, tra il canto gregoriano e gli inni moderni, tra una celebrazione silenziosa e una liturgia più comunitaria. Il problema è dottrinale. La Fraternità San Pio X, dal canto suo, non ha mai chiesto che al rito tradizionale venga dato un posto accanto al nuovo rito, come una sensibilità tra le altre. Non cerca la pacifica coesistenza di due riti opposti nei princìpi e nelle espressioni. Essa sostiene che il Novus Ordo stesso presenta gravi carenze che mettono a repentaglio la piena espressione della fede cattolica nella Messa. La soluzione non sta nell’organizzare in modo permanente la coesistenza delle due liturgie, ma esige che sia riconosciuta la natura problematica della riforma stessa.Aiuta Renovatio 21
La Messa antica come correttivo del nuovo rito?
Il cardinal Sarah ritiene che l’apertura introdotta da Benedetto XVI abbia avuto «un’influenza positiva», persino una «correzione», su certi abusi commessi nella celebrazione del nuovo rito. Aggiunge: «Molti sacerdoti testimoniano che la scoperta della forma straordinaria li ha aiutati a celebrare meglio». Ma si premura subito di precisare che gli abusi, anche quelli molto gravi, non possono essere attribuiti alla forma ordinaria in sé: «Non possiamo mai identificarli con la forma ordinaria in sé». Questo è il limite stesso della sua diagnosi. La Messa tradizionale viene accettata perché può contribuire a rendere il nuovo rito più dignitoso, più contemplativo e più conforme alle sue rubriche. Diventa uno strumento per correggere o arricchire la riforma liturgica. Ma perché il rito tramandato attraverso secoli di Tradizione dovrebbe servire da correttivo a quello che pretendeva di sostituirlo? E se il nuovo rito deve ereditare dal vecchio il senso del sacro, la riverenza, il silenzio, l’orientamento verso Dio e la più chiara espressione del sacrificio, non dovremmo forse esaminare proprio ciò che gli manca? Parlare solo di abusi consente di non mettere mai in discussione la riforma. Tutto ciò che è sbagliato viene attribuito ai celebranti, mentre tutto ciò che appartiene ai libri liturgici stessi viene dichiarato irreprensibile. La crisi diventa un incidente esterno al nuovo rito, anche se si è diffusa con esso in tutta la Chiesa latina. Due risposte opposte, un principio preservato. Don Reese e il Cardinale Sarah sono dunque veramente in disaccordo sul destino della Messa tradizionale in latino. Il primo vorrebbe che scomparisse, il secondo che fosse autorizzata. Il primo considera il suo ritorno quello di uno “zombie”, il secondo lo vede come «una grande espressione d’amore per Dio». Ma entrambi hanno lasciato intatto il principio della riforma di Paolo VI. Thomas Reese ne ha auspicato lo sviluppo, mentre il Cardinal Sarah ne ha deplorato gli abusi e ha voluto riequilibrarla con la vecchia liturgia. Nessuno dei due ammette che il nuovo rito possa essere viziato nella sua stessa struttura. La confusione, quindi, non può che continuare. Alcuni chiederanno sempre ulteriori adattamenti, mentre altri cercheranno di celebrare in modo più degno un rito che si rifiutano di mettere in discussione. Le autorità romane alterneranno tolleranza e restrizione della Messa tradizionale.Risalire alla causa
Già nel 1969, i cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci avvertirono Paolo VI che il Novus Ordo Missæ «rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella sessione XXII del Concilio Tridentino». La loro critica non era rivolta a poche stravaganze estranee al messale; riguardava il rito stesso: la soppressione e le modifiche delle preghiere, l’indebolimento dell’espressione del sacrificio propiziatorio, la moltiplicazione delle opzioni, il nuovo ruolo attribuito all’assemblea e il desiderato riavvicinamento alle forme del culto protestante. Fintanto che questa critica intrinseca verrà respinta, il dibattito rimarrà distorto. La Messa tradizionale è talvolta perseguitata come l’imbarazzante retaggio di un’epoca passata, talvolta tollerata come una legittima preferenza. Al contrario, essa deve essere riconosciuta per quello che è: il rito romano ricevuto e trasmesso dalla Chiesa, sicura espressione della fede cattolica e baluardo contro le ambiguità che hanno invaso il culto sin dalla Riforma. La soluzione non è né la scomparsa auspicata da padre Reese, né la coesistenza proposta dal cardinal Sarah. Il rito tradizionale e il nuovo rito non sono due espressioni equivalenti tra cui i fedeli possono scegliere secondo la propria sensibilità, e organizzare la propria convivenza non fa altro che perpetuare la crisi liturgica. Senza mettere in discussione il Novus Ordo in sé, si possono denunciare gli abusi, incoraggiare il latino, ripristinare il canto gregoriano e concedere qualche dispensa. Nulla si risolverà. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
«Parodia gnostica della fede»: mons. Viganò condanna la chiesa «panenteista»
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha condannato quanto scritto in un nuovo documento vaticano che sembra elogiare il panenteismo, un’eresia che, come nelle religioni orientali, offusca la distinzione essenziale tra Creatore e creazione.
Il documento dall’ovvia matrice ecologica che infetta gli ultimi due papati si chiama «“Prendersi cura della nostra Casa comune”: Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario». Uscito ad agosto, su Renovatio 21 ne avevamo scritto per i suoi accenti ecofascisti, arrivando persino a parlare di «antropocentrismo predatorio».
Il testo, al punto 52, critica la «comprensione immanentistica del cosmo» per poi esaltare l’alternativa escogitata dal Vaticano conciliare: «altri orientamenti filosofici e una parte della teologia contemporanea propendono piuttosto per il panenteismo» scrive il documento redatto dalla Commissione Teologica Internazionale.
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«Secondo questa prospettiva, il mondo esiste in Dio, mentre Dio, nello stesso tempo, lo trascende. A differenza del teismo classico, che spesso enfatizza la distinzione tra Dio e la creazione, e del panteismo, che identifica Dio con il mondo, il panenteismo coniuga l’immanenza e la trascendenza divine. Questa prospettiva offre un quadro interpretativo per comprendere come Dio possa essere intimamente presente in ogni aspetto della realtà senza determinarlo in modo coercitivo».
«Dio, nella sua misericordia gratuita, apre uno spazio a una creazione che è genuinamente distinta da Lui, al tempo stesso che continua a esserne il fondamento che la sostiene» cerca di spiegare il documento del Sacro Palazzo.
È da qui che parte monsignor Viganò nel suo commento di condanna.
«La legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell’autosufficienza pelagiana» ha scritto Sua Eccellenza su X.
«Se il cosmo viene dichiarato intrinsecamente divino e l’umanità si redime attraverso il divenire di un’evoluzione collettiva, la Croce perde la sua tragica necessità e la Chiesa si riduce a cortigiana della storia, un’inutile agenzia di servizi sociali al servizio degli interessi del mondo».
«Contro questa sottile parodia gnostica della fede, che deifica la materia solo per celare la ferita del peccato originale e sminuire la Maestà divina, i cattolici sono chiamati oggi più che mai al dovere della resistenza» aggiunge il già nunzio apostolico negli USA.
«È necessario istruirsi e riaffermare con fermezza l’assoluta trascendenza del Creatore, la drammatica realtà della Caduta e la perfetta adeguatezza del Sacrificio di Cristo. In questo modo ogni fedele può contribuire a superare la grave crisi dell’autorità petrina che la Chiesa sta vivendo oggi, con l’incrollabile certezza che, nonostante i temporanei tradimenti delle sue gerarchie, le porte dell’inferno non prevarranno»
«La legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell’autosufficienza pelagiana.… pic.twitter.com/y4FgKHxNz2
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) September 8, 2026
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Il panenteismo è una posizione teologica secondo cui Dio compenetra ogni parte dell’universo e ne estende la propria esistenza nel tempo e nello spazio, ma allo stesso tempo trascende l’universo stesso, non identificandosi completamente con esso. È una via di mezzo tra il teismo classico, per cui Dio è separato e distinto dal mondo, pur avendolo creato e governandolo, e iil panteismo, per cui Dio è l’universo stesso, senza alcuna trascendenza (cioè, divinità e cosmo coincidono).
Nel panenteismo (letteralmente «tutto-in-Dio»), il mondo esiste «in» Dio, come una sorta di sua manifestazione o dimensione, ma Dio è “di più” e non si esaurisce nel mondo. È una visione associata soprattutto alla cosiddetta process theology – un movimento teologico nato nell’alveo luterano che vede Dio non come un essere statico e immutabile, ma come un’entità dinamica che partecipa al divenire del mondo e ne viene influenzata – e a correnti della teologia protestante liberale, oltre che ad alcune tradizioni indù e buddiste e a filosofi come lo Hegel.
Molti teologi e filosofi considerano il pensiero del teologo Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) come tendente al panenteismo, anche se lui stesso non si definì mai esplicitamente tale e la sua opera ha ricevuto interpretazioni diverse. La sua visione cosmica descrive un universo in evoluzione verso il «Punto Omega», identificato con Cristo cosmico, verso cui converge tutta la creazione.
Per il Teilhardo, Dio non è solo il creatore trascendente all’inizio del processo, ma è anche la meta immanente che attrae e compenetra l’evoluzione dall’interno. Parla di una «cristogenesi» in cui la materia stessa è intrisa di una dimensione spirituale («dentro» delle cose), e l’intero cosmo è in qualche modo “divinizzato” attraverso il processo evolutivo. Il concetto di «milieu divin» (il titolo di una sua opera celebre, tradotto in Italia come L’Ambiente divino, 1927) suggerisce che Dio permea l’intera realtà, dando l’idea di un’immanenza molto forte, più di quanto la teologia cattolica classica sia disposta ad accettare.
Il Sant’Uffizio emise un monitum (avvertimento, non una condanna formale di eresia) nel 1962, segnalando ambiguità dottrinali e imprecisioni nelle sue opere, invitando alla cautela nell’uso dei suoi scritti nei seminari e nelle scuole cattoliche. Non fu mai dichiarato eretico, e negli anni successivi diversi papi conciliari – Paolo VI, Giovanni Paolo II e soprattutto Francesco, che lo ha citato positivamente nell’enciclica Laudato si’ – ne hanno riconosciuto il valore spirituale e intellettuale, pur senza sciogliere del tutto le ambiguità teologiche legate al suo linguaggio su Dio, materia ed evoluzione.
Il Teilhard è citato, in nota, anche nel documento della Commissione teologica. «In questa prospettiva va accolto il contributo di P. Teilhard de Chardin» scrive la nota 184, che si riferisce al concetto espresso al punto 107 di «Illuminazione Eucaristica»: «Questa funzione dell’essere umano tra le altre creature e il compimento del disegno di Dio trova la sua ispirazione più profonda nella celebrazione dell’Eucarestia: l’essere umano offre in Cristo la creazione a Dio e, in cambio, implora la benedizione di Dio in Cristo per tutte le cose. Cristo è in questo modo l’asse della maturazione del mondo».
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Va notato che non esiste una condanna formale e specifica del panenteismo come tale, cioè non è mai stato nominato ed espressamente anatemizzato con questo termine in un documento magisteriale ufficiale (concilio, enciclica dogmatica).
Posizioni panenteiste, quando implicano una compromissione della trascendenza divina o una confusione tra la sostanza di Dio e quella del mondo, sono generalmente considerate incompatibili con la dottrina cattolica classica, che insiste sulla distinzione ontologica tra Creatore e creatura (Dio crea ex nihilo, non «emana» se stesso nel mondo). In passato teologi cattolici hanno guardato con cautela o criticato alcune forme di teologia processuale proprio per le loro implicazioni panenteiste.ù
Non è sempre chiaro al lettore la linea di divisione tra il panenteismo e il panteismo, e anzi si può pensare che il primo sia una solo una transizione verso il secondo, come la droga leggera come accesso per la droga pesante: è la Finestra di Overton per la decristianizzazione, la decattolicizzazione del cattolicesimo.
Il panteismo è stato condannato esplicitamente, ad esempio dal Concilio Vaticano I (1870), che ribadisce la distinzione sostanziale tra Dio creatore e il creato.
Il fondatore di Renovatio 21 ha trattato il tema del panteismo e dei suoi aspetti oscuri più di una decade fa nel libro Contro il Buddismo (2012) nel capitolo «Aspetti e maschere del nulla buddista», magari con linguaggio sinestetico che ora riformulerebbe.
Riguardo alla religione orientale e al tema di Creatore e creazione, l’autore scriveva: «In pratica, la domanda fondamentale che tanto tormenta l’umano pensiero – «da dove vengo?» – viene accuratamente lasciata senza risposta. Le conclusioni che ne tira uno, è che quindi l’universo sia tutto un grande sistema dove tra creatore e
creatura, tra madre e figlio, tra questo e quello, non c’è questa grande differenza. Il termine tecnico è “emanazionismo”: tutto è “emanazione” di qualcosa, un prodotto aleatorio non interamente distinguibile dal suo originatore. Un po’ come l’odore, che, appunto, emanano certe cose – l’odore altro non è che uno sciamo di atomi che
lasciano la materia per vagolare nell’aria».
«Il buddismo se ne infischia del creatore, e, quel che è davvero pericoloso, nulla gli importa nemmeno della creatura, che alla fine non è che un vago e microscopico accidente cosmico. E come tale vale poco, anzi vale come tutto il resto dell’universo, cioè nulla. “I destini degli esseri sono simili ad un sogno […]
comprendiamo, fratelli miei, che tutto è vuoto, come lo spazio”».
«Possiamo capire quali sono le conseguenze di tutto questo. Innanzitutto, la spersonalizzazione. Nel cosmo di Budda, noi non siamo persone, e forse nemmeno individui, ma inspiegabili combinazioni transitorie di questo Uno impersonale: espressioni momentanee e transeunte dell’Essere, che in realtà è un divenire, o neanche quello perché tutto è Illusione, il peto del nulla dentro un’automobile lanciata verso il niente…» scriveva il Dal Bosco.
«Per la sensibilità europea, e non solo per quella, le cose stanno diversamente. La persona, con la sua responsabilità e dignità, è forse il fondamento primo della civiltà. I popoli del primo mondo attorno alla persona ci hanno costruito tutto: la famiglia, la democrazia, il pensiero, il diritto. La persone è il cardo attraverso cui scorre la vita sociale dell’occidente. Che si crederebbe ricco, saggio e libero, se si rifiutasse di credere alla persona».
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«Comprendiamo bene come invece la sua cancellazione sia diretto effetto dell’emanazionismo. L’emanazionismo, che come un ubriaco in fase terminale fatica a discriminare tra soggetto e oggetto, non può accordare autonomia ad un essere umano: egli altro non è che la risultante di un milioni di concause diverse, l’anello di congiunzione passeggero e insignificante delle infinite catene che girano attorno all’inarrestabile ruota dell’universo».
«Di più: nell’emanazionismo (che beninteso non è prerogativa del buddismo, ma al quale quest’ultimo aggiunge il suo efferato afflato nichilista) manca quella cosa senza la quale qualsiasi famiglia non va avanti: l’amore. L’amore del padre per il figlio, e del figlio per il padre. Il creazionismo vede le parti legate da un rapporto preciso: la creatura esiste perché è stata voluta dal creatore. E il creatore è spesso oggetto della gratitudine della creatura…»
Il risultato del panteismo è quindi la fine del Dio padre, e dell’uomo come suo figlio, come Imago Dei. Per il pensiero panteista, « davvero Dio è morto, l’uomo è morto, tutto è morto. Come nelle ossessioni dei malati depressi, tutta la realtà è considerata come un inutile miraggio mortifero».
La Chiesa conciliare, depressa e suicida, ci sta con evidenza portando lì: vuole dissolvere Dio nell’universo come nell’acido, vuole uccidere Dio, sacrificarlo una volta per tutte, senza significato, senza resurrezione, senza perdono.
Messa così, è difficile non vedere chi possa esservi dietro anche questa mutazione teologica. La chiesa diverrà ancella del Regno sociale di Satana? Sembrerebbe, ma, alla fine, mai sarà davvero così: portae inferi non praevalebunt adversus eam.
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