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Breve ode a certi corrotti

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L’articolo pubblicato l’altro giorno da Renovatio 21 sui 25 anni dalla morte di Madre Teresa ha spinto alcuni a chiederci in merito a certe accuse che, ciclicamente, riemergono contro la figura della missionaria di Calcutta. Si tratta, in larghissima parte, del materiale assemblato anni fa dal defunto giornalista ateo Christoper Hitchens per il suo libro La posizione della missionaria. A Hitchens, che nel frattempo è morto di cancro irritato per le persone che pregavano per lui, fu data la possibilità di fare l’advocatus diaboli durante il processo di beatificazione di Madre Teresa tenutosi in Vaticano – anche se questa figura è purtroppo stata abolita dalla nuova chiesa nel 1983. Non che l’opera di Hitchens, quindi, sia riuscita a scalfire lo spirito e l’opera della suora albanese. Ripubblichiamo un articolo di quasi una diecina di anni fa in cui il fondatore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco trattava del caso di Charles Keating, uomo corrotto che donava a Madre Teresa – e ci sarebbe anche da parlare di François Duvalier detto Papa Doc, il dittatore del futuro feudo clintoniano di Haiti, il quale anche lui in abbondanza donava alla missionaria. Il contesto in cui è stato scritto questo articolo era una predica fatta a Santa Marta da Bergoglio, in cui aveva introduceva un prospettiva in cui la corruzione non sarà perdonata da Dio. L’articolo si muove oltre e parla di Bettino Craxi, e di come diverso era stato, invece, il trattamento a lui riservato da Giovanni Paolo II.

 

 

 

Nella storica omelia di Santa Marta di lunedì 11 novembre, il Papa ha introdotto questa novità: chi riceve bustarelle o commette l’evasione fiscale «merita – dice Gesù, non lo dico io – che gli mettano al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Non parla di perdono, qui».

 

(che vi sia qui una strizzatina d’occhio alla pena di morte?…)

 

Il sito di Radio Vaticana così titola: «Il Papa: ingiusto essere benefattore della Chiesa e rubare allo Stato, no ai cristiani dalla doppia vita».

 

Prendiamo atto di questa ulteriore rivoluzione metafisica – immaginiamo significhi che l’inferno non è vuoto come dicevano quelli, anzi, è pieno di corrotti – ma vogliamo comunque ricordare due figure a noi care.

 

 

La prima, è quella di Charles Keating. Nato nel 1932, Keating fu campione di nuoto per l’Università di Cincinnati, per poi divenire – sin dagli anni Cinquanta – frontale nemico della diffusione della pornografia, al punto da prendere parte alla «Commissione sull’oscenità e la pornografia» voluta dal presidente Lyndon Johnson nel 1969.

 

Profondamente religioso, Charles fu in prima linea nel denunciare il magnate pornografo Larry Flint (lo si può vedere nel film di Milos Forman Larry Flynt – Oltre lo scandalo), l’esplosione del cinema softcore con i film di Russ Meyer,  e perfino le edicole vicino al suo ufficio che vendevano copie di Playboy.

 

Keating, che aveva un fratello deputato e un’ampia copertura da parte di certi senatori USA, negli anni Settanta divenne il più grande immobiliarista dell’Arizona. Poi si dedicò ai magheggi di Wall Street, fondando la finanziaria Lincoln Savings and Loans Association. La Lincoln fallì nel 1989, creando un buco da 3 miliardi di dollari e lasciando 23 mila clienti con bond inutilizzabili.

 

Lo accusarono di frode, bancarotta, associazione a delinquere. Finì in galera per quattro anni. Nello scandalo, finì dentro pure il senatore McCain.

 

Mentre era in galera, si fece avanti una nuova querela di una corporation che pretendeva da Keating e sua moglie 4,3 miliardi di dollari: seguì la condanna più esosa mai inflitta ad una singola persona nella storia americana.

 

Per tutta la prigionia Keating si dichiarò innocente: «sono un prigioniero politico del governo americano, sono il capro espiatorio del più grande scandalo finanziario della storia». Essere rimasto integro negli anni di galera, dice, è stata la realizzazione di cui va più fiero in tutta la sua vita.

 

Caduto in disgrazia, pochi si sono ricordati della sua massiva attività filantropica: diede un milione di dollari alla Covenant House, la più grande agenzia che in America fornisce un tetto e un pasto agli homeless e agli scappati di casa. Il fondatore, il padre francescano Bruce Ritter, disse che incontrare Keating «ti ricorda che la Provvidenza esiste».

 

Ma ancora più importante fu l’incontro con Madre Teresa. Keating le versò donazioni milionarie, e lei, durante il processo, scrisse al procuratore distrettuale che seguiva il caso di essere clemente con il finanziere americano.

 

Nel suo libro La posizione della missionaria, il defunto polemista ateo Christopher Hitchens (ah, quanto sarebbe andato d’accordo con il nuovo corso del Papato se fosse sopravvissuto di qualche mese al cancro!) scrive che il procuratore Paul Turley alla richiesta rispose ingiungendo la restituzione dei danari donati da Keating alle Missionarie di Carità. (1)

 

La beata di Calcutta gli aveva scritto: «guardate nel vostro cuore. Cosa farebbe Gesù?». Niente da fare: il Turley, d’accordo con il mangiapreti Hitchens (e con altri), considerava la corruzione come un crimine che ha la precedenza su ogni cosa, un delitto la cui retribuzione è non-negoziabile. Sono le nuove priorità del mondo, e anche – ci pare di capire – del mondo cattolico.

 

Keating è ancora vivo [lo era al tempo in cui è stato pubblicato questo articolo, è morto nel 2014, ndr]. Dobbiamo immaginare che – nonostante la Fede professata e praticata, i sacramenti, il lavoro svolto per la comunità cristiana mondiale, la generosità, la sofferenza patita in anni di carcere – andrà all’inferno?

 

Madre Teresa gli ha messo una macina da mulino al collo e lo ha buttato nel Golfo del Bengala?

 

Ma c’è un esempio meno esotico che mi piacerebbe qui ricordare.

 

Ne siamo stati informati dal libro L’Uomo che sussurrava ai potenti, furba confessione-fiume dell’ex-faccendiere boiardo del para-stato Luigi Bisignani.

 

Nel capitolo intitolato Il potere della Chiesa, Bisignani ci illustra un retroscena che proprio non conoscevamo:

 

«Quello che le posso dire è che Craxi ebbe funerali religiosi nella cattedrale di Tunisi, e tra le mani, nella bara, aveva il rosario che gli aveva regalato proprio Papa Wojtyla. Da quando stava in Tunisia il Papa non mancava mai di fargli avere i suoi saluti. Nel settembre 1999, un anno prima di morire, Craxi scrisse poche righe meste a Wojtyla: “Santo Padre, Don Verzè mi porta il suo messaggio augurale, grazie. La mia grande fiducia è in Lei. Offro la mia sofferenza per il mio Paese e per le intenzioni della Vostra santità”. Copia della lettera autografa l’ho avuta dalla figlia Stefania. Erano gli anni in cui anche il Papa aveva già iniziato, purtroppo, la sua lunga sofferenza». (2)

 

Non so voi, ma io raramente ho letto parole più autentiche e struggenti di queste. Un uomo, gettato nello sconforto dell’infamia, colpito dalla malattia che lo fece morire fuori dal Paese che aveva tanto amato.

 

Craxi era a capo di un sistema corrotto? Può darsi. Altrimenti, il suo partito negli anni Ottanta non avrebbe raggiunto vertici di corruttela da barzelletta («sai quando non bisogna mai baciare in bocca un socialista? Quando si hanno i denti d’oro…»).

 

Certo. Ma volete dirmi che, come corrotto, Craxi non sarà perdonato? Nemmeno se, di fatto,  Di Pietro e i suoi mandanti una macina al collo gliela hanno affibbiata, gettandolo dall’altra parte del mare? Nemmeno se ha pagato con una decade di umiliazione e sofferenza?

 

Volete dirmi che un uomo che scrive al Papa «La mia grande fiducia è in Lei. Offro la mia sofferenza per il mio paese e per le intenzioni della Vostra santità» è un uomo che non merita il perdono di Dio? Secondo il nuovo corso, sembra di no. Wojtyla, apprendiamo, gli scriveva spesso. Per Bergoglio invece uno come Craxi potrebbe meritare il fuoco eterno.

 

Qualcosa, nella Chiesa, deve essere cambiato.

 

La realtà è che, oltre che un peccatore, anche in punto di morte Craxi si è dimostrato così un grande statista, un Re che si offre in sacrificio per il suo popolo, perché la terra guasta dell’Italia, per tramite dell’azione della Chiesa di Cristo, torni a fiorire.

 

A differenza di tanti vescovi e cardinali italiani, nel dolore dei suoi giorni Craxi ha compreso il mistero del dolore, l’enigma cristiano per cui esso è sostanza fertile, è seme per un bene maggiore.

 

La parabola di corruzione di Bettino – se così vogliamo vederla – si è conclusa con una conversione autentica, carnale: una storia intrisa di scherno, di odio persecutorio e di morte, come da paradigma cristiano.

 

Che la Chiesa non sia più in grado di capire né questo né altro è il vero scandalo. È il sentire della Chiesa, la sua capacità di percepire la realtà e Dio,  ad essere ormai corrotto sino al midollo.

 

Ma – incredibile – noi poveri cristiani peccatori possiamo perdonare anche questo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

NOTE

1) Christopher Hitchens, The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice, Verso, Londra 1995; p.70

2) Luigi Bisignani – Paolo Madron, L’uomo che sussurrava ai potenti, Chiarelettere, Milano 2013; p.75.

 

 

 

Articolo apparso il 13 novembre 2013 su Riscossa Cristiana, poi Ricognizioni.

 

 

 

Immagine di Manfredo Ferrari via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

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Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione

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La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.

 

Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.

 

Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.

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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.

 

La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.

 

Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.

 

A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).

 

Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.

 

Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.

 

Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.

 

Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.

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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.

 

La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.

 

A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.

 

Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.

 

Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.

 

Taro Negishi

Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.   Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.   Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.   Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?   E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.   Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!   Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)   Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»   Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.   E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.   Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?   Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.   E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.   A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».   Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.   «Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».   Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.   Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.   Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.   Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.   Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.   E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.   Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News
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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.

 

Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».

 

È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.

 

Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.

 

A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.

 

Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.

 

Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.

 

Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.

 

Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.

 

Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.

 

E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.

 

Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.

 

La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.

 

Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.

 

Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.

 

La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.

 

Elisabetta Frezza

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