Pensiero
Breve ode a certi corrotti
L’articolo pubblicato l’altro giorno da Renovatio 21 sui 25 anni dalla morte di Madre Teresa ha spinto alcuni a chiederci in merito a certe accuse che, ciclicamente, riemergono contro la figura della missionaria di Calcutta. Si tratta, in larghissima parte, del materiale assemblato anni fa dal defunto giornalista ateo Christoper Hitchens per il suo libro La posizione della missionaria. A Hitchens, che nel frattempo è morto di cancro irritato per le persone che pregavano per lui, fu data la possibilità di fare l’advocatus diaboli durante il processo di beatificazione di Madre Teresa tenutosi in Vaticano – anche se questa figura è purtroppo stata abolita dalla nuova chiesa nel 1983. Non che l’opera di Hitchens, quindi, sia riuscita a scalfire lo spirito e l’opera della suora albanese. Ripubblichiamo un articolo di quasi una diecina di anni fa in cui il fondatore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco trattava del caso di Charles Keating, uomo corrotto che donava a Madre Teresa – e ci sarebbe anche da parlare di François Duvalier detto Papa Doc, il dittatore del futuro feudo clintoniano di Haiti, il quale anche lui in abbondanza donava alla missionaria. Il contesto in cui è stato scritto questo articolo era una predica fatta a Santa Marta da Bergoglio, in cui aveva introduceva un prospettiva in cui la corruzione non sarà perdonata da Dio. L’articolo si muove oltre e parla di Bettino Craxi, e di come diverso era stato, invece, il trattamento a lui riservato da Giovanni Paolo II.
Nella storica omelia di Santa Marta di lunedì 11 novembre, il Papa ha introdotto questa novità: chi riceve bustarelle o commette l’evasione fiscale «merita – dice Gesù, non lo dico io – che gli mettano al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Non parla di perdono, qui».
(che vi sia qui una strizzatina d’occhio alla pena di morte?…)
Il sito di Radio Vaticana così titola: «Il Papa: ingiusto essere benefattore della Chiesa e rubare allo Stato, no ai cristiani dalla doppia vita».
Prendiamo atto di questa ulteriore rivoluzione metafisica – immaginiamo significhi che l’inferno non è vuoto come dicevano quelli, anzi, è pieno di corrotti – ma vogliamo comunque ricordare due figure a noi care.
La prima, è quella di Charles Keating. Nato nel 1932, Keating fu campione di nuoto per l’Università di Cincinnati, per poi divenire – sin dagli anni Cinquanta – frontale nemico della diffusione della pornografia, al punto da prendere parte alla «Commissione sull’oscenità e la pornografia» voluta dal presidente Lyndon Johnson nel 1969.
Profondamente religioso, Charles fu in prima linea nel denunciare il magnate pornografo Larry Flint (lo si può vedere nel film di Milos Forman Larry Flynt – Oltre lo scandalo), l’esplosione del cinema softcore con i film di Russ Meyer, e perfino le edicole vicino al suo ufficio che vendevano copie di Playboy.
Keating, che aveva un fratello deputato e un’ampia copertura da parte di certi senatori USA, negli anni Settanta divenne il più grande immobiliarista dell’Arizona. Poi si dedicò ai magheggi di Wall Street, fondando la finanziaria Lincoln Savings and Loans Association. La Lincoln fallì nel 1989, creando un buco da 3 miliardi di dollari e lasciando 23 mila clienti con bond inutilizzabili.
Lo accusarono di frode, bancarotta, associazione a delinquere. Finì in galera per quattro anni. Nello scandalo, finì dentro pure il senatore McCain.
Mentre era in galera, si fece avanti una nuova querela di una corporation che pretendeva da Keating e sua moglie 4,3 miliardi di dollari: seguì la condanna più esosa mai inflitta ad una singola persona nella storia americana.
Per tutta la prigionia Keating si dichiarò innocente: «sono un prigioniero politico del governo americano, sono il capro espiatorio del più grande scandalo finanziario della storia». Essere rimasto integro negli anni di galera, dice, è stata la realizzazione di cui va più fiero in tutta la sua vita.
Caduto in disgrazia, pochi si sono ricordati della sua massiva attività filantropica: diede un milione di dollari alla Covenant House, la più grande agenzia che in America fornisce un tetto e un pasto agli homeless e agli scappati di casa. Il fondatore, il padre francescano Bruce Ritter, disse che incontrare Keating «ti ricorda che la Provvidenza esiste».
Ma ancora più importante fu l’incontro con Madre Teresa. Keating le versò donazioni milionarie, e lei, durante il processo, scrisse al procuratore distrettuale che seguiva il caso di essere clemente con il finanziere americano.
Nel suo libro La posizione della missionaria, il defunto polemista ateo Christopher Hitchens (ah, quanto sarebbe andato d’accordo con il nuovo corso del Papato se fosse sopravvissuto di qualche mese al cancro!) scrive che il procuratore Paul Turley alla richiesta rispose ingiungendo la restituzione dei danari donati da Keating alle Missionarie di Carità. (1)
La beata di Calcutta gli aveva scritto: «guardate nel vostro cuore. Cosa farebbe Gesù?». Niente da fare: il Turley, d’accordo con il mangiapreti Hitchens (e con altri), considerava la corruzione come un crimine che ha la precedenza su ogni cosa, un delitto la cui retribuzione è non-negoziabile. Sono le nuove priorità del mondo, e anche – ci pare di capire – del mondo cattolico.
Keating è ancora vivo [lo era al tempo in cui è stato pubblicato questo articolo, è morto nel 2014, ndr]. Dobbiamo immaginare che – nonostante la Fede professata e praticata, i sacramenti, il lavoro svolto per la comunità cristiana mondiale, la generosità, la sofferenza patita in anni di carcere – andrà all’inferno?
Madre Teresa gli ha messo una macina da mulino al collo e lo ha buttato nel Golfo del Bengala?
Ma c’è un esempio meno esotico che mi piacerebbe qui ricordare.
Ne siamo stati informati dal libro L’Uomo che sussurrava ai potenti, furba confessione-fiume dell’ex-faccendiere boiardo del para-stato Luigi Bisignani.
Nel capitolo intitolato Il potere della Chiesa, Bisignani ci illustra un retroscena che proprio non conoscevamo:
«Quello che le posso dire è che Craxi ebbe funerali religiosi nella cattedrale di Tunisi, e tra le mani, nella bara, aveva il rosario che gli aveva regalato proprio Papa Wojtyla. Da quando stava in Tunisia il Papa non mancava mai di fargli avere i suoi saluti. Nel settembre 1999, un anno prima di morire, Craxi scrisse poche righe meste a Wojtyla: “Santo Padre, Don Verzè mi porta il suo messaggio augurale, grazie. La mia grande fiducia è in Lei. Offro la mia sofferenza per il mio Paese e per le intenzioni della Vostra santità”. Copia della lettera autografa l’ho avuta dalla figlia Stefania. Erano gli anni in cui anche il Papa aveva già iniziato, purtroppo, la sua lunga sofferenza». (2)
Non so voi, ma io raramente ho letto parole più autentiche e struggenti di queste. Un uomo, gettato nello sconforto dell’infamia, colpito dalla malattia che lo fece morire fuori dal Paese che aveva tanto amato.
Craxi era a capo di un sistema corrotto? Può darsi. Altrimenti, il suo partito negli anni Ottanta non avrebbe raggiunto vertici di corruttela da barzelletta («sai quando non bisogna mai baciare in bocca un socialista? Quando si hanno i denti d’oro…»).
Certo. Ma volete dirmi che, come corrotto, Craxi non sarà perdonato? Nemmeno se, di fatto, Di Pietro e i suoi mandanti una macina al collo gliela hanno affibbiata, gettandolo dall’altra parte del mare? Nemmeno se ha pagato con una decade di umiliazione e sofferenza?
Volete dirmi che un uomo che scrive al Papa «La mia grande fiducia è in Lei. Offro la mia sofferenza per il mio paese e per le intenzioni della Vostra santità» è un uomo che non merita il perdono di Dio? Secondo il nuovo corso, sembra di no. Wojtyla, apprendiamo, gli scriveva spesso. Per Bergoglio invece uno come Craxi potrebbe meritare il fuoco eterno.
Qualcosa, nella Chiesa, deve essere cambiato.
La realtà è che, oltre che un peccatore, anche in punto di morte Craxi si è dimostrato così un grande statista, un Re che si offre in sacrificio per il suo popolo, perché la terra guasta dell’Italia, per tramite dell’azione della Chiesa di Cristo, torni a fiorire.
A differenza di tanti vescovi e cardinali italiani, nel dolore dei suoi giorni Craxi ha compreso il mistero del dolore, l’enigma cristiano per cui esso è sostanza fertile, è seme per un bene maggiore.
La parabola di corruzione di Bettino – se così vogliamo vederla – si è conclusa con una conversione autentica, carnale: una storia intrisa di scherno, di odio persecutorio e di morte, come da paradigma cristiano.
Che la Chiesa non sia più in grado di capire né questo né altro è il vero scandalo. È il sentire della Chiesa, la sua capacità di percepire la realtà e Dio, ad essere ormai corrotto sino al midollo.
Ma – incredibile – noi poveri cristiani peccatori possiamo perdonare anche questo.
Roberto Dal Bosco
NOTE
1) Christopher Hitchens, The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice, Verso, Londra 1995; p.70
2) Luigi Bisignani – Paolo Madron, L’uomo che sussurrava ai potenti, Chiarelettere, Milano 2013; p.75.
Articolo apparso il 13 novembre 2013 su Riscossa Cristiana, poi Ricognizioni.
Immagine di Manfredo Ferrari via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Cremazione
Lo Stato italiano contro i morti
Anche quest’anno festeggiamo lavorando l’inciviltà dello Stato moderno, nello specifico lo Stato italiano, che non permette di onorare i nostri defunti.
Pochi sono in grado di trovare una spiegazione al fatto che uno Stato – cioè un insieme di essere umani che, per ragioni ancestrali o anche solo di convenienza, si unisce – non debba permettere ai suoi cittadini un giorno di riposo per pensare ai cari estinti. Che sono nella quasi totalità, ricordiamolo bene, cittadini dello stesso Stato che hanno espletato, con la vita, tutte le funzioni (rispetto della legge, pagamento dei tributi, sopportazione dei soprusi) che lo stesso Stato ha loro demandato.
Si tratta, con evidenza, del disprezzo che lo Stato moderno ha per i suoi sudditi, e per gli esseri umani in generale. Quando diciamo che il sistema operativo dello Stato moderno è la Cultura della Morte, stiamo riferendoci all’atto di uccidere e basta: dal momento in cui l’umano, sempre eccedente e problematico, viene eliminato, la struttura se ne dimentica immediatamente, ed esige che i suoi infeudati facciano altrettanto.
È così: ogni anno, il 25 aprile (a danno di San Marco…) dobbiamo ricordarci della «Liberazione» (via saturation bombing angloamericani) dell’Italia, cioè del sacrificio del cinghialone col mascellone con tanto di pubblico ludibrio del corpo ignudo suo e dell’amante. Tuttavia un giorno di festa per pensare a chi è stato vicino a noi (chi ci ha conosciuto, chi ci ha procreato, chi ci ha allevato, chi ci ha amato, e perché no, chi ci ha odiato) no, lo Stato non può permettercelo.
Così: lo Stato che porta Halloween nelle scuole non lascia che i suoi cittadini vadano alla Messa dei defunti: perché, se non sei pensionato (quelli che ben presto finiranno nell’oblio dell’eutanasia pubblica, come quella varata poc’anzi dal Veneto apostata) è difficile che tu possa trovare il momento di andare in campo santo e pure in chiesa.
(Tra cattolici rimasti tali, sappiate, ci siamo comunque organizzati con celebrazioni, catafalchi, Dies Irae e teschi inclusi alle 18:30, per permettere a tutti i lavoratori, quelli a cui lo Stato sarebbe devoto sin dal primo articolo della Costituzione di partecipare. Ne daremo, magari, anche qualche immagini nei prossimi giorni – tanto per far capire davvero, nel momento delle città lasciate incendiare dai maranza, cosa significa oggi essere antisistema)
Bisogna capire che il 2 novembre non è mai stato un giorno di festa civile (ossia una festività nazionale riconosciuta dallo Stato con la conseguente chiusura di uffici, scuole e attività lavorative) in tutta la storia della Repubblica Italiana o del precedente Regno d’Italia, cioè del famoso Stato «laico».
A questo punto il lettore può iniziare ad intuire il perché: lo Stato dell’Italia unita è stato creato dai massoni, in senso totalmente contrario a quello della fede del popolo. L’Unità dell’Italia è stata voluta e programmata dalla Loggia, con tutti gli aiutini inglesi del caso, per spazzare via la superstizione cattolica da questa regione d’Europa, e trasformarla nel paradiso della religione del progresso che si merita.
I massoni odiano qualsiasi culto non sia quello esoterico della loro «scienza»: lo si vede ancora oggi in certi gruppetti di tizi dall’aspetto impiegatizio che passano il tempo a denigrare le credenze popolari (e ogni forma di religione, o di possibilità del paranormale); magari questi nemmeno sono massoni, ma ricordano certe parole di monsignor Delassus ne Il problema dell’ora presente, quando indica come i piani profondi della setta verde hanno bisogno di personaggi non accortissimi che stiano in superficie a fare pure pubblicità alla causa.
Ecco che quindi anche il culto dei morti – il più arcaico, il più umano – deve essere spazzato via. E quando diciamo spazzato via, è proprio letterale: i morti sono ridotti in cenere.
Sì, perché la massoneria ha avuto un ruolo fondamentale e determinante nell’introdurre, promuovere e legalizzare la cremazione moderna in Italia e in Europa nell’Ottocento. La pratica di incenerire i morti è stata vietata per secoli dal Cristianesimo, che imponeva l’inumazione (la sepoltura sotto terra) nel rispetto del dogma cattolico della risurrezione dei corpi. La rinascita della cremazione in epoca contemporanea fu una battaglia esplicitamente guidata in prima fila dalle Logge massoniche nel nome dello Stato «laico», cioè della sottomissione dell’umanità al Nulla grembiulista.
Subito dopo l’Unità d’Italia, medici, scienziati e intellettuali (molti dei quali appartenenti alla Massoneria e alla Sinistra risorgimentale) iniziarono a promuovere la cremazione per ragioni igienico-sanitarie, di progresso scientifico e per sottrarre il monopolio dei funerali alla Chiesa Cattolica. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, sorsero in tutta Italia le prime Società per la Cremazione ( SOCREM). Queste associazioni, nate per finanziare i primi templi crematori, furono fondate, dirette e sostenute economicamente quasi interamente da massoni.
Il primo forno crematorio d’Italia (e del mondo moderno) fu inaugurato a Milano nel 1876 per cremare la salma di Alberto Keller, un importante industriale filantropo di origini svizzere e noto massone, che lasciò i fondi necessari proprio per questa causa. Il forno fu progettato sfruttando anche gli studi scientifici del medico massone Malachia De Cristoforis. La legalizzazione si ebbe con la Legge Crispi (1888): La pratica divenne ufficialmente legale e regolamentata a livello nazionale grazie all’art. 59 della legge sulla sanità pubblica del 1888 promossa dall’allora Presidente del Consiglio Francesco Crispi, anch’egli tra i più celebri esponenti della Massoneria italiana dell’epoca, ancora oggi mattatore della toponomastica delle nostre città.
Proprio a causa dell’autoevidente attivismo massonico dietro questo movimento, la Chiesa Cattolica visse la diffusione della cremazione come un attacco diretto alla fede cristiana e ai propri rituali. Nel 1886, il Sant’Uffizio emanò una severissima condanna decretando la scomunica per chiunque scegliesse di farsi cremare o facesse propaganda per le società cremazioniste, escludendo i fautori della cremazione dai funerali religiosi e dalla sepoltura in terra consacrata.
Poi arrivò il 1963, anno in cui il Concilio Vaticano II e Papa Paolo VI rimossero il divieto canonico cattolico sulla cremazione, a patto che la scelta non fosse dettata da sentimenti esplicitamente anticristiani o di negazione dei dogmi della fede, una condizione che ricorda un po’ le scomuniche ai fedeli della Messa della Fraternità San Pio X, che arrivano solo se uno aderisce ad alcune posizioni (cattoliche).
Fu una delle prime cose che Paolo VI, l’amico del padre costituente Aldo Moro, fece una volta divenuto papa. Montini, quello che il 4 ottobre 1965 si rivolse a quelli dell’ONU dicendo «Quando voi uscite da questa aula il mondo guarda a voi come agli architetti». Alcuni dicono che con lo sdoganamento religioso dei forni crematori stesse ricambiando un favore di conclave. Vai a capire.
Ad ogni modo, quello che è la cremazione – annichilimento della tradizione, del passato, del presente, del futuro – lo abbiamo sentito dire bene, inaspettatamente, da Tucker Carlson, che en passant, in un suo recente monologo, ha parlato di come oggi l’idea di vivere e morire nella stessa cittadina dove sono sepolti i propri genitori è condannata dal potere neoliberale come un «privilegio» di cui vergognarsi, perché per il mondo moderno il mercato (cioè lo sradicamento dell’essere umano) vale più del rispetto di chi siamo e di ciò che trasmettiamo.
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La cremazione, ha detto Carlson, serve a questo: a disintegrare i nostri cari e a far finta che non sono mai esistiti.
Proprio così: ci vogliono schiavi in un eterno presente fatto di obbedienza e di consumo. Esattamente come nei social (che sono, una volta di più, prodromi della società del futuro prossimo): provate a cercare quello che avete sentito, o detto, qualche settimana fa.
Ecco perché oggi non ci consentono di stare a casa, e pensare ai nostri padri, o a continuare il lutto per chi ci stava vicino, e non c’è più. Non ci è consentita una pausa per meditare il mistero della morte: perché lo Stato massonico odia il Mistero, e ancora più significativamente lo teme.
Perché il Mistero risolve, guarisce, libera. Il Mistero è la Verità, la Via, e la Vita. Sì, il Mistero della Morte è il Mistero della Vita, e potete immaginare come un popolo che lo realizzi non sia più comandabile a piacimento, sia un popolo fatto, letteralmente, di anime libere.
Ecco spiegato, cari lettori, perché oggi state lavorando. Vi stanno facendo pensare ad altro.
Potete fare, ad ogni modo, un bell’atto di disobbedienza anche ora: chiudete gli occhi, e con la mente (è ancora permesso, ma non per molto), recitate: Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace.
Amen.
Roberto Dal Bosco
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Immagine: Cimitero Monumentale di Milano: Tomba Sommaruga-Faini, opera di Giannino Castiglioni, 1935.
Immagine di Santilio via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 Internationa
Pensiero
L’antico incidente dietro la Tesla volante
Turns out the future does have flying cars pic.twitter.com/6fexPp6SXI
— Elon Musk (@elonmusk) October 16, 2026
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E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia) Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato. La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile. La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?Mission S.
Authentic. Consistent. Timeless. A glimpse into the future – shaped by our heritage. Mid-engine architecture. A focus on the driver and the driving experience. Call it a love letter. https://t.co/R2BKMUzcyA — Porsche (@Porsche) October 15, 2026
Highlights of all four stunts Tesla showed off with the new Roadster today. pic.twitter.com/chP6QEuVMk
— Oli (@CARN0N) October 16, 2026
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Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
Si riaccende il dibattito sulla pena di morte, e più specificamente sulle sue modalità, nel momento in cui in America si ricomincia a parlare di esecuzioni pubbliche, con il segretario della guerra Pete Hegseth che dichiara di voler trasmettere in streaming l’esecuzione di un ex psichiatra dell’esercito americano maggiore Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la sparatoria del 2009 in una base militare in Texas costata , sostenendo che gli americani debbano vedere le conseguenze di crimini di questo tipo. Lo Hasan, islamista, sarà giustiziato con plotone di esecuzione nella stessa base alla stessa ora della strage da lui perpetrata.
Quasi due secoli fa lo scrittore britannico Charles Dickens inviò al giornale londinese The Times in cui riportava il suo resoconto di un’esecuzione pubblica e auspica che la pratica di giustiziare i prigionieri avvenga a porte chiuse. Dickens assistette all’impiccagione pubblica di Frederick e Marie Manning (i coniugi condannati per il «delitto di Bermondsey», dove era stato assassinato e derubato l’amante della donna) fuori dal carcere di Horsemonger Lane a Londra, un evento a cui assistettero oltre 30.000 persone.
Renovatio 21 pubblica di seguito la traduzione della lettera che l’autore di Oliviero Twist scrisse al Times il 14 novembre 1849. Il Dickens è sconvolto non tanto dalla morte in sé, ma dal comportamento volgare, festoso e brutale della folla: risate, schiamazzi e bisticci. Dickens non affronta in modo astratto il concetto filosofico della pena capitale, ma chiede con forza che le esecuzioni fossero rimosse dalla vista del pubblico e svolte in forma privata all’interno delle mura del carcere, per evitare il degrado morale della società. Le sue denunce hanno contribuito al dibattito che portò, nel 1868, all’abolizione definitiva delle esecuzioni pubbliche nel Regno Unito.
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Al direttore del Times
Egregio signore,
Sono stato testimone dell’esecuzione a Horsemonger lane questa mattina. Mi sono recato qui con l’intenzione di osservare la folla radunatasi per assistere all’esecuzione, e ho avuto ottime opportunità di farlo, a intervalli per tutta la notte e ininterrottamente dall’alba fino a dopo la fine dello spettacolo.
Non mi rivolgo a voi con l’intenzione di discutere la questione astratta della pena capitale, né le argomentazioni dei suoi oppositori o sostenitori.
Desidero semplicemente trarre un vantaggio per il bene comune da questa terribile esperienza, ricorrendo al mezzo più immediato e pubblico per richiamare un’indicazione data da Sir G. Grey nell’ultima sessione del Parlamento, affinché il Governo fosse indotto a sostenere una misura che rendesse l’esecuzione della pena capitale una cerimonia privata all’interno delle mura carcerarie (con garanzie che l’ultima sentenza della legge venga eseguita in modo inesorabile e certo, tali da essere soddisfacenti per l’opinione pubblica), e supplicando con la massima insistenza Sir G. Grey, come solenne dovere verso la società e responsabilità che non può mai sottrarsi, di promuovere personalmente tale modifica legislativa.
Credo che uno spettacolo così inconcepibilmente orribile come la malvagità e la leggerezza dell’immensa folla radunatasi per l’esecuzione di questa mattina non possa essere immaginato da nessun uomo, né potrebbe essere presentato in nessun Paese pagano sotto il sole. Gli orrori del patibolo e del crimine che aveva condotto quei miserabili assassini su di esso, svanirono nella mia mente di fronte all’atroce comportamento, agli sguardi e al linguaggio degli spettatori riuniti.
Quando giunsi sulla scena a mezzanotte, l’acuto grido e gli ululati che si levavano di tanto in tanto, segno che provenivano da un gruppo di ragazzi e ragazze già radunati nei posti migliori, mi fecero gelare il sangue. Con il passare della notte, strilli, risate e urla in coro di parodie di melodie nere, con la sostituzione di «Mrs. Manning» a «Susannah» e simili, si aggiunsero a questi.
All’alba, ladri, prostitute di basso livello, teppisti e vagabondi di ogni genere si riversarono sul posto, dando vita a ogni sorta di comportamento offensivo e volgare. Risse, svenimenti, fischi, imitazioni di Punch, battute brutali, tumultuose dimostrazioni di indecente piacere quando donne svenevoli venivano trascinate fuori dalla folla dalla polizia con gli abiti in disordine, diedero nuovo slancio allo spettacolo generale.
Quando il sole sorse splendente – come accadde – indorava migliaia e migliaia di volti rivolti verso l’alto, così inesprimibilmente odiosi nella loro brutale allegria o insensibilità, che un uomo aveva smesso di vergognarsi del proprio aspetto e di ritrarsi da se stesso, come se fosse stato plasmato a immagine del Diavolo.
Quando le due miserabili creature che attiravano tutta quella vista orribile intorno a loro furono scagliate tremanti in aria, non c’era più emozione, non c’era più pietà, non c’era più il pensiero che le due anime immortali fossero andate al giudizio, non c’era più moderazione in nessuna delle precedenti oscenità, come se il nome di Cristo non fosse mai stato udito in questo mondo e non ci fosse tra gli uomini altra convinzione che perissero come bestie.
Ho visto, abitualmente, alcune delle peggiori fonti di contaminazione e corruzione in questo Paese, e credo che non ci siano molti aspetti della vita londinese che possano sorprendermi. Sono solennemente convinto che nulla di ciò che l’ingegno potrebbe escogitare in questa città, nello stesso arco di tempo, potrebbe causare una rovina simile a un’esecuzione pubblica, e rimango sbalordito e inorridito dalla malvagità che essa manifesta.
Non credo che una comunità possa prosperare laddove una scena di orrore e demoralizzazione come quella che si è consumata stamattina fuori dal carcere di Horsemonger lane si presenta proprio alle porte dei buoni cittadini, e passa inosservata, sconosciuta o dimenticata. E mentre, nelle nostre preghiere e nei nostri ringraziamenti per questo periodo, esprimiamo umilmente davanti a Dio il nostro desiderio di eliminare i mali morali del Paese, vorrei chiedere ai vostri lettori di considerare se non sia giunto il momento di pensare a questo e di estirparlo.
Sono, signore, il vostro fedele servitore,
Charles Dickens
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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