Bioetica
Benvenuti nel Kali Yuga bioetico
In sanscrito è chiamato Kali Yuga. L’era quaternaria, il tempo della massima decomposizione della società. Per millenni gli indù hanno associato a questa era finale il vertice del progresso tecnico, corrispondente però al totale degrado spirituale. In essa, è conosciuto solo il mendacio; le vite umane vengono falciate via. Il suo segno è quello della disintegrazione, della morte massiva.
Ebbene, in questa Italia dell’anno del Signore 2014 siamo entrati ufficialmente nel Kali Yuga bioetico. Un tempo di massacro e di falsità. E non per metafora: si faranno milioni di morti, mentre le menzogne necessarie a coprire l’ecatombe corrono già sulla bocca degli uomini (e delle donne) senza più pietà né onore. Senza Dio.
Oltre la catastrofe della legge 40
Com’era previsto e prevedibile, la Corte Costituzionale, alacre «legislatore di sostegno», ha reso legale anche in Italia la fecondazione in vitro eterologa. Il piano di liberalizzazione progressiva della fabbricazione di esseri umani in laboratorio, inaugurato nel 2004 dal mondo prolife ufficiale con la legge 40, si sta compiutamente realizzando sotto i nostri occhi. La legge 40 fu pensata, approvata e difesa dal potere para-cattolico post-democristiano: per questa legge, frutto malsano di contrattazioni sulla vita e per ciò stesso intrinsecamente iniqua (e ne è prova lampante l’originario limite convenzionale di tre embrioni producibili in provetta, spia inequivoca della fallacia e della falsità dell’impianto iniziale), si spesero movimenti, partiti e associazioni della galassia catto-prolife più o meno legati alle sostanze della CEI ruiniana, la quale pose alfine il suo infallibile imprimatur.
Uno ad uno, i «paletti» che avrebbero dovuto arginare il famoso «Far West procreatico», nel lungimirante programma di prevenzione del peggio vengono abbattuti a colpi di sentenza e, nel dissesto del sistema normativo ordinario e costituzionale, si infilano ora le trionfali fughe in avanti dei «governatori» regionali. Tana libera tutti.
In questo teatrino del Caos, i sedicenti prolife mettono in scena un copione concordato. La soluzione, ci dicono, è quella d’inventarne di nuovi, di paletti, aggiornati all’assetto giuridico sopravvenuto. Gli «impalettatori» di professione, magari forti di mandato democratico, sembrano avere una gran fretta di arrendersi docili docili ai diktat dei magistrati legislatori.
Intervistata dal sito ciellino Il Sussidiario, l’ex radicale Eugenia Roccella, ora piazzata curiosamente a capofila dei deputati episcopali (nonostante i suoi manuali sull’aborto fai-da-te e i recenti assist transregionali alla RU486), sul provvedimento annunciato dal ministro Lorenzin, è stata tranchant: «innanzitutto chiariamo che il decreto è obbligato a recepire la sentenza della Consulta».
La voce della legge, dunque, va incontestabilmente rispettata: dura lex, sed lex. La pax bioetica – con i «laici», con i radicali, con le «coppie» che vogliono il figlio di qualcun altro fatto su misura, con gli apprendisti stregoni che si spacciano per medici – deve scoppiare al più presto, costi quel che costi.
Il commercio con la “necrocultura” pare insomma l’unico orizzonte politico-religioso percorribile.
Il tarlo vorace del positivismo ha corroso ogni resistenza e determinato la ritirata da ogni battaglia sui princìpi. Ed eccoci tutti lanciati all’inseguimento del sempre maggiore «male minore» lungo l’irreversibile pendio scivoloso dove la strada del Bene non è più segnalata da nessuno, nemmeno da un Papa. Eppure, c’erano una volta i princìpi non negoziabili…
Nella realtà, la famigerata legge 40/2004, considerata pervicacemente a tutt’oggi il «capolavoro» dei catto-prolife (c’è chi la definisce «la Cappella Sistina di Carlo Casini»), ha iniziato e consacrato la perversa spirale di reificazione e mercificazione di esseri umani innocenti, fatta digerire al popolo (incluso quello «cattolico») come cosa lecita e quindi automaticamente buona e giusta.
Reificazione, mercificazione, nonché – alla lettera – sterminio.
Perché il costo umano dell’applicazione della 40 già nella sua versione originaria era di circa 130-140 mila embrioni scartati e distrutti in un anno. Vale a dire, il raddoppiamento secco dei numeri dell’aborto di Stato procurato in applicazione della legge 194.
Nella realtà, il presunto iato tra la fecondazione in vitro omologa e quella eterologa dal punto di vista logico non esiste: entrambe applicazioni prometeiche di una pratica tributata dalla zootecnia che disincarna la procreazione umana e spalanca le porte al «supermarket della vita». Una volta che i bambini sono non più generati ma prodotti, non più accolti ma ordinati, non c’è modo né ragione di scandalizzarsi se sono anche sottoposti a controllo di qualità, selezionati, congelati, scartati, scambiati, assemblati, all’occorrenza soppressi (in applicazione della parimenti genocida legge 194) o smembrati per ricerche mediche pubblicizzate da beoti che si tirano secchiate d’acqua in testa.
L’adulto onnipotente, titolare dello ius vitae ac necis, si sente legittimato a privare le sue creature di radici, di memoria, di identità e a scagliarle nell’orbita di un futuro sperimentale. Perché esse sono cose, non persone, agli occhi dei loro proprietari così come dell’agorà circostante. E infatti, nessuno si cura più dei costi della FIVET. E non si parla qui del prezzo in denaro da pagare ai bio-negromanti in cambio di un ipotetico «bimbo in braccio» (cioè il capriccio, che grava ora sulle tasche del contribuente, di un piccolo essere umano «chiavi in mano»), ma del prezzo esorbitante in termini di vite umane addebitato a una società già in avanzato stato di decomposizione.
Su dieci embrioni prodotti uno solo vede la luce, gli altri sono destinati a morire come effetto collaterale del procedimento. Una micromorte massiva di magnitudine devastante.
Ma una morte incruenta, non inflitta sul corpo di una madre; dunque, una uccisione non percepita perché pulita, asettica, visibile solo al microscopio. Il delitto perfetto. Un’evoluta strage degli innocenti senza spargimento di sangue.
Per questo, ignorata impunemente da tutti. Dai giudici. Dalle «coppie». Dagli «intellettuali». Dai politici. Da chierici e laici di vario ordine e grado.
La fantascienza fatta realtà: eugenismo ed incesti di massa
Ed eccoci all’improvviso planati in uno scenario da fantascienza distopica, che si sta ora realizzando a grandi passi senza che il mondo politico, intellettuale, ecclesiastico pongano la pur minima resistenza.
Qualcuno ricorderà, oramai di qualche anno fa, il film Gattaca. La pellicola descriveva un mondo a venire con due categorie di esseri umani: quelli naturali e quelli creati in laboratorio. I secondi sottoposti a un serrato controllo di qualità coessenziale al loro sistema di produzione, i primi soggetti alla imprevedibile e talvolta impietosa lotteria della natura, che – si sa – contempla nel suo seno anche le imperfezioni. Per forza di cose, questi ultimi, erano destinati ad essere emarginati e a soccombere.
Fuori dal cinema, guardiamo la realtà odierna: già adesso i genitori refrattari a sottoporsi a diagnosi prenatali invasive oramai di routine sono tacciati di egoismo, di irresponsabilità; diviene pubblicamente intollerabile, e da colpevolizzare, l’idea stessa di far nascere una creatura destinata a una scarsa «qualità della vita»; lo stigma per chi si assoggetta alla roulette russa biologica sarà invincibile, e ciò varrà tanto per i genitori quanto per i figli. In futuro il concepimento attraverso l’atto di amore tra un padre e una madre verrà identificato esso stesso come un rischio assurdo: potendo selezionare il figlio perfetto, perché rifiutare i vantaggi del progresso?
È facilmente immaginabile la «peer pressure» destinata a svilupparsi attorno al fenomeno dei bambini sintetici. Come non fare un bambino in vitro se lo fanno tutti gli amici? Come resistere alla pretesa del partner di generare i figli in laboratorio, anche se ciò significa uccidere qualche manciata di embrioni fratelli? Come respingere quell’esprit du temps irradiato da ogni medium e modello sociale, per cui il figlio naturale è tendenzialmente lebensumwertens leben («vita indegna di essere vissuta»), secondo il lessico dei precursori nazisti dell’odierna necrocultura?
Ancora in tema di filmografia fantascientifica, si rammenterà, una diecina di anni fa, la pellicola intitolata Codice 46. Nel futuro prossimo ivi rappresentato, la fecondazione in vitro e il traffico di gameti sono così globalmente diffusi che le autorità si vedono costrette ad adottare misure contro le probabilità di «incesto involontario da IVF»: due persone che condividono lo stesso DNA perché figlie di un medesimo donatore possono infatti incontrarsi, amarsi e procreare. Nel film, lo Stato impone in questi frangenti l’aborto legale immediato e la cancellazione della memoria.
Anche questa ipotesi non è più astratta, tanto che i neodemocristiani accorrono a puntellarla con il ridicolo paletto dell’etichettatura delle provette onanistico-donatorie, anzi è già realtà: in Inghilterra – ci informaLifesitenews – esiste una top 500 di donatori con almeno 6000 figli sparsi randomicamente per il regno. L’onorevole Roccella, nella sua lettera in dieci punti ai colleghi parlamentari che funge sostanzialmente da rampa di lancio delle piroette circensi del ministro Lorenzin, lo definisce un problema da «discutere». C’est-à-dire: sono aperte ufficialmente le trattative.
Avremo dunque miriadi di casi di incesto da IVF, con gravidanze annesse. Nel giro di tre o quattro lustri, tra figli della stessa provetta potrà scattare la scintilla: «ci conosciamo? Hai qualcosa di famigliare…». Si sa, per questa generazione perduta il miglior modo di rompere il ghiaccio è finire a letto insieme. E alla scoperta della traumatica verità, facile immaginare il pubblico epilogo. I giornali titoleranno: «siamo fratelli, ma non ne abbiamo colpa. Ci amiamo». E tutti già sappiamo cosa si deve pensare oggi: «love is love». Punto.
Quindi anche l’incesto, retaggio arcaico indissolubilmente legato all’idea stessa di famiglia, percorrerà la via della «normalizzazione». Edipo non dovrà più accecarsi. La hybris antica torna e, armata degli strumenti fiammanti della tecnologia più avanzata, non lascia più nemmeno cogliere al nuovo prometeo l’entità della propria trasgressione.
Questa prospettiva raccapricciante è alla nostra portata nel giro di poco tempo, e con evidenza – come ci conferma la strisciante cultura popolare che ha inaugurato a suon di film e di serie televisive il filone del sesso tra consanguinei – i poteri forti sono all’opera per far digerire omeopaticamente anche questo abominio estremo e contribuire a inserirlo, dolcemente, nel quotidiano.
Eliminare il tabù dell’incesto significa una volta per tutte disintegrare la base antropologica profonda della famiglia e della società intera: l’istituto famigliare, base naturale prepolitica e pregiuridica del consesso umano, perde d’un tratto struttura identità e senso. Il paradigm shift della sua dissoluzione finale è stato innescato.
Alla luce di tutto questo, rimane un mistero anche come la Chiesa – ora così drammaticamente afasica – potrà ancora parlare di un Dio che è Padre, del Figlio di Dio, di Sua Madre, del fratello prossimo tuo, ad un mondo così sovvertito sin dalle sue radici.
Ecatombe
L’eugenismo e l’incesto di massa saranno presto realtà. Ma l’emergenza più immediata dell’apocalisse bioetica che sta spazzando via ogni appiglio naturale e morale della generazione umana resta l’ecatombe quotidiana.
Eliminata la foglia di fico dei tre embrioni producibili e accollata la spesa delle operazioni frankesteiniane alla comunità – urgerebbe, almeno, una rivolta fiscale! – si verificherà con certezza un aumento esponenziale di esseri umani fabbricati ed uccisi, o cannibalizzati a fini «scientifici». Le 130 mila vittime innocenti della 40 prima facie, diverranno presto milioni. Di fatto, si moltiplicano gli effetti esiziali della 194: l’aborto di Stato, a questo punto, è solo un sottoinsieme nemmeno prioritario di questo immane scenario di morte.
Milioni di creature indifese annientate legalmente, a spese del contribuente.
Nell’affannarsi a inventare virtuosistici paletti – paletti primi, paletti al quadrato, paletti multipli – per la nuova eterologa, presa pretestuosamente a bersaglio degli strali del mondo prolife ufficialmente accreditato, nessuno più si ricorda di questo «dettaglio». Anzi. Nel mostrarsi tutti (moderatamente) scandalizzati per la deriva scatenata dall’ultima sentenza costituzionale, tutti fanno più o meno esplicitamente risaltare per contrasto la bontà dell’impianto originario della legge 40: la fecondazione omologa da essa introdotta nell’ordinamento italiano, utilizzando gameti provenienti dalla coppia ordinante, è pratica da benedire. E chi se ne importa di quanti embrioni siano perduti nel perseguimento del desiderio spasmodico del figlio à la carte.
Eppure a qualcuno dovrebbe sovvenire che, recitando il Credo niceno, c’è un passaggio durante il quale, in teoria, ci si dovrebbe genuflettere, come sempre avveniva durante la Messa antica: «e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria… et homo factus est». L’embrione di Gesù Cristo, del Dio che si fa uomo nel grembo di una madre, è citato nel simbolo della religione cattolica e dinanzi a questa verità, per millenni, il fedele è stato chiamato a inginocchiarsi per esprimere la devozione più alta e il più commosso stupore.
L’embrione umano è Imago Dei ed ogni offesa che gli è arrecata è un offesa diretta a Dio. Ma oggi il nuovo dogma della modernità (e del modernismo) ha visibilmente preso il sopravvento, ed anche la Chiesa, ripudiati i valori non-negoziabili, per lo più se ne fa una ragione. E non si inchina. E tace.
Così, nel silenzio assordante dei pastori, il gregge è smarrito e la necrocultura avanza indisturbata. Anzi, addirittura, si è creata una opposizione sintetica, programmata per essere innocua, e disegnata nella cifra del compromesso col Male.
Gli stati generali di questa opposizione «in vitro» nel Kali Yuga post-40 si terranno a Verona il prossimo 20 settembre. La melassa buonista fatta di teorici dell’abortismo umanitario e di fabbricanti di paletti che sguazzano nel degrado bioetico si riunirà sotto il nome ecumenico e conciliante della neonata associazione «Vita è…». A siglare la nuova pax bioetica ci saranno politici, giuristi, medici, scienziati, filantropi, attivisti pseudo-spontaneisti. L’intero esercito dei “normalizzatori”, uniti tutti dall’invidiabile spirito irenista espresso sotto pseudonimo da uno degli organizzatori del blob neodemocristiano: «Chi lo ha detto che siamo messi così male?».
C’è da giurarci: così moderati, così aperti, così ottimisti, così per nulla «fissati» né «inespressivi», non stenteranno certo a guadagnarsi la benevolenza curiale e il buffetto dei vescovi galantiniani.
La loro missione, del resto, è una e una sola: non disturbare il manovratore. Nonostante l’urlo silenzioso dei milioni di morti innocenti.
Roberto Dal Bosco
Elisabetta Frezza
Articolo previamente pubblicato su EFFEDIEFFE.COM
Immagine di Zeiss Microscopy via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
Bioetica
La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».
Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.
E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.
Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.
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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.
Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.
Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.
Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi.
Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?
A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.
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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.
Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.
È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica.
Riguarda la verità.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
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Bioetica
Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale
La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.
Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?
Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile.
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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.
Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.
La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?
La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.
In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.
Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.
Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.
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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.
Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.
Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta.
Alfredo De Matteo
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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