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Stragi

Beirut, l’offensiva israeliana alimenta l’emergenza sanitaria, ospedali e medici nel mirino

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

La guerra mossa dallo Stato ebraico a Hezbollah ha reso inagibili nove strutture e causato 178 morti e 292 feriti solo fra gli operatori sanitari. Per coprire almeno le spese di base nel settore serviranno quasi 120 milioni di dollari entro i prossimi sei mesi. L’impegno del governo ad interim e del ministro Abiad per cercare di rispondere ai bisogni della sanità pubblica e privata.

 

Rese fragili dalla guerra, le un tempo ricche reti ospedaliere pubbliche e private del Libano, così come i centri di accoglienza improvvisati per gli sfollati, stanno unendo i loro sforzi sotto la guida del ministro della Sanità Firas Abiad, per rispondere a bisogni enormi e in continua crescita.

 

«Non abbiamo ancora realizzato appieno la portata del dramma. Lo vedremo più chiaramente quando la pace sarà tornata» ritiene il titolare ad interim del dicastero, che si occupa in particolare delle emergenza e, soprattutto, dei centri di accoglienza per gli sfollati. Questi ultimi ospitano, secondo i dati ufficiali delle autorità di Beirut, circa 240mila persone su un totale complessivo di 1,3 milioni di sfollati per il conflitto.

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I numeri degli esperti indicano che oltre 300mila libanesi hanno già trovato rifugio temporaneo in Iraq e Siria. Il saldo di queste due cifre, rispetto al numero totale di sfollati, deve essere attribuito all’accoglienza di una parte di essi nelle abitazioni private, sebbene le loro necessità siano tanto reali quanto difficili da valutare. Durante il primo mese dell’offensiva aerea a tutto campo in Libano iniziata il 23 settembre scorso, il bilancio degli attacchi israeliani nel Paese dei cedri è salito a 3.013 morti e 13.553 feriti secondo quanto riferisce lo stesso ministero della Sanità.

 

In attesa di un cessate il fuoco ancora ben lontano dal concretizzarsi, il bilancio delle vittime aumenta di 20, 30 o 50 persone al giorno, con l’aviazione israeliana che non esita a far crollare un edificio sui suoi occupanti per eliminare un leader di Hezbollah. Questo è quanto successo di nuovo ieri ad Almate, nella regione di Jbeil, dove 22 civili fuggiti dalla regione di Baalbeck sono stati uccisi dal crollo della palazzina a due piani in cui erano stati accolti dai parenti per solidarietà legata a vincoli di famiglia.

 

Nel suo ultimo rapporto, datato primo novembre, il ministero libanese della Sanità afferma che 178 persone sono state uccise e 292 ferite solo nei servizi sanitari e di emergenza. E gli operatori del pronto soccorso delle associazioni islamiche sciite sono presi di mira alla stregua dei combattenti. Tre di loro sono stati uccisi nei giorni scorsi quando il loro veicolo è stato preso di mira nella regione di Tiro. Solo le ambulanze della Croce Rossa libanese sono autorizzate a circolare nelle regioni interessate dagli attacchi, a condizione che abbiano coordinato i loro itinerari in anticipo con l’esercito e la forza internazionale Unifil.

 

Centri sovraffollati

Per il momento, il ministro Abiad sta dedicando tutte le attenzioni ai centri di accoglienza, che sono generalmente sovraffollati e occupati da famiglie. Una delle principali preoccupazioni in questi centri sovraccarichi di persone è il rischio di contagi legati a malattie della pelle come la scabbia e di infezioni batteriche fra le quali il colera e la poliomielite. «Ci siamo organizzati per effettuare test e verifiche a cadenza regolare sull’acqua potabile» spiega l’ex direttore dell’ospedale governativo Rafic Hariri di Beirut. L’opera si concentra al momento su quattro categorie particolari: anziani, donne incinte, persone con disabilità e neonati.

 

«Il volume degli aiuti ricevuti non è proporzionale alle necessità» prosegue Abiad, il quale stima che sarebbero in realtà necessari quasi 120 milioni di dollari per coprire le spese sanitarie dei prossimi sei mesi. Ciononostante, il ministro si dice al contempo soddisfatto delle disponibilità dei farmaci necessari per curare le malattie croniche. «Ci sono circa 45mila persone – sottolinea – che ne soffrono, una situazione che riflette quella della popolazione generale del Libano, di cui circa il 20% è affetto da malattie croniche».

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Ospedali fuori servizio

«Nove ospedali sono stati costretti a chiudere a causa degli attacchi israeliani dal 23 settembre» ha aggiunto il ministro, il quale ha proseguito aggiungendo che «altri sono fuori servizio perché situati in aree non sicure».

 

Secondo un rapporto della CNN «almeno 24 ospedali si trovano nella zona di pericolo di 500 metri, utilizzata dall’esercito israeliano come parametro per le zone di evacuazione dei civili».

 

Per ridurre la sua vulnerabilità e proteggere il suo team medico e di assistenza, Elie Hachem, direttore dell’Hôpital Sainte Thérèse, un ospedale privato ai margini della periferia meridionale, ha fortificato il suo dipartimento di emergenza con sacchi di sabbia. «Nel caso di ulteriori bombardamenti» spiega «tutti i servizi saranno spostati nella cappella al pianterreno, che è considerata la parte più sicura dell’intero edificio».

 

«I medici e il personale infermieristico stanno lavorando oltre le loro normali possibilità» afferma il ministro della Sanità Abiad, il quale prosegue chiedendosi quanto durerà questo stato di grave emergenza. «Non ci sono ancora medici che se ne vanno, ma durerà? Potremo resistere ancora per un po’, ma se andrà avanti più di due o tre mesi, avremo bisogno di qualcos’altro» per sopravvivere e per poter continuare a garantire la tenuta del sistema sanitario.

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Stragi

Autobus investe gli ebrei ultraortodossi che protestano a Gerusalemme

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Martedì un adolescente è morto e altri tre sono rimasti feriti quando un autobus si è schiantato contro un gruppo di ebrei ultraortodossi che protestavano contro la coscrizione a Gerusalemme.   Un video mostra l’autobus che trascina la vittima quattordicenne, mentre i passanti urlano inorriditi mentre corrono dietro al veicolo.   In precedenza, i manifestanti avevano appiccato incendi e bloccato un incrocio nel quartiere ultra-ortodosso di Romena. Il quotidiano Times of Israel, citando testimoni oculari, ha riferito che i giovani avevano tentato di bloccare il traffico.   L’autista è stato fermato, ha riferito la polizia. I media israeliani riferiscono che l’autista aveva chiamato il numero verde di emergenza della polizia per chiedere aiuto per gestire i manifestanti che si erano radunati intorno al suo autobus.

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I partiti ultraortodossi hanno condannato l’incidente, con il partito Shas che ha chiesto «un’indagine approfondita e senza compromessi e piena giustizia per i responsabili».   Il presidente Isacco Herzog ha chiesto di allentare la tensione, scrivendo su X che «questa dolorosa serata deve essere un campanello d’allarme per tutti noi».   La comunità ultraortodossa israeliana ha organizzato manifestazioni per chiedere il mantenimento delle esenzioni dal servizio militare obbligatorio. Alcune manifestazioni hanno comportato scontri con la polizia.   Come riportato da Renovatio 21, sei mesi l’esercito israeliano ha annunciato l’intenzione di arruolare forzatamente 54.000 studenti di seminario ultra-ortodossi.   Come riportato da Renovatio 21, dopo lunghe discussioni dell’opinione pubblica israeliana, l’anno scoro l’Alta Corte di Israele aveva stabilito che anche gli ortodossi devono essere arruolati nell’esercito dello Stato Ebraico. Sei mesi fa centinaia di manifestanti ultraortodossi avevano bloccato una delle principali arterie stradale di Tel Aviv, Bnei Brak, per protestare contro la leva obbligatoria.   Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi mesi la rivista ebraica Ha-kom, rivolta agli ebrei ortodossi, aveva pubblicato una serie di articoli sulla demoralizzazione dei soldati israeliani.

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Droni

I droni ucraini fanno strage a Kherson

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Almeno 24 persone sono rimaste uccise e oltre 50 ferite in un attacco compiuto da un drone ucraino contro un bar e un hotel nel villaggio di Khorly, nell’oblast’ di Kherson, dove una folla di civili – tra cui famiglie con bambini – stava celebrando il Capodanno. Lo ha reso noto il governatore della regione, Vladimir Saldo, in un post su Telegram il 1° gennaio 2026.

 

L’attacco è avvenuto poco prima della mezzanotte, dopo che un drone da ricognizione aveva sorvolato la zona, ha precisato Saldo. Subito dopo, tre droni hanno colpito il locale affollato, provocando un vasto incendio che ha distrutto completamente la struttura. Uno dei droni trasportava una miscela incendiaria, ha riferito RT il 1° gennaio. L’impatto della sostanza ha generato un rogo devastante nella sala piena di gente.

 

L’ufficio stampa del governatore russo della regione di Kherson ha diffuso immagini scioccanti delle conseguenze: travi d’acciaio contorte, aree completamente vuote con sole macerie al posto degli edifici e teli bianchi che sembrano coprire i corpi delle vittime.

 

 


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Saldo ha paragonato l’attacco di Khorly al massacro di Odessa del maggio 2014, quando manifestanti nazionalisti inseguirono 42 oppositori anti-Maidan nella Casa dei Sindacati della città e incendiarono l’edificio, bruciandoli vivi.

 

Kherson, in precedenza parte dell’Ucraina, è stata annessa alla Russia come oblast il 30 settembre 2022 in seguito a un referendum tenutosi dal 23 al 27 settembre, in cui l’87% dei votanti si è espresso a favore dell’ingresso nella Federazione Russa. Alla fine del 2025, le forze armate russe controllano il 74-76% del territorio della regione.

 

L’attacco ucraino a Kherson arriva subito dopo il lancio da parte dell’Ucraina di 91 droni kamikaze – alcuni diretti al complesso presidenziale di Vladimir Putin nella regione di Novgorod – nella notte tra il 28 e il 29 dicembre 2025.

 

Il feroce attacco ai festeggiamenti di Capodanno, che ha colpito famiglie con bambini radunate in un hotel e in un bar nel villaggio costiero di Khorly, sulla costa del Mar Nero, e che ha provocato finora 24 morti e almeno 50 feriti, ha suscitato dure condanne da parte di alti funzionari e personalità russe.

 

Il senatore Konstantin Kosachev, vicepresidente del Consiglio della Federazione (camera alta del Parlamento russo), ha dichiarato: «Questo è un crimine mostruoso. Qualsiasi attacco contro obiettivi civili è un crimine di guerra. Ma questo attacco è stato commesso con particolare cinismo, portato a termine alla vigilia di Capodanno, con perdite colossali. Spero che il mondo finalmente rabbrividisca e si renda conto che abbiamo a che fare con un regime criminale e terroristico. Un’assoluta deformità morale».

 

La presidente del Consiglio della Federazione, Valentina Matvienko, ha affermato: «Sapevano per certo che lì c’erano persone pacifiche – famiglie con bambini – e hanno attaccato deliberatamente. Abbiamo a che fare con una deformità morale assoluta, con esseri privi di qualsiasi legge morale interiore. Non hanno alcun diritto morale di rappresentare il potere in una società normale… Hanno bruciato vive delle persone».

 

Il governatore Vladimir Saldo ha commentato: «Non c’era personale militare lì. Strano considerare i bambini e gli adolescenti uccisi e feriti come obiettivi militari. Un crimine commesso con particolare cinismo».

 

La caporedattrice di RT, Margarita Simonyan, ha reagito con un post carico di emozione: «Hanno bruciato vive delle persone in un caffè di Kherson, durante le campane di Capodanno. Non sono solo criminali di guerra: sono sadici, degni dei loro predecessori della Gestapo. Tutti i responsabili saranno trovati».

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Il ministero degli Esteri russo, guidato da Sergej Lavrov, ha rilasciato una nota il 1° gennaio 2026 in cui si legge: «Perpetrando questa barbara atrocità , il regime di Kiev ha dimostrato ancora una volta la sua natura neonazista che odia gli esseri umani (…) L’usurpatore di Kiev ha deciso di prendere di mira civili indifesi nella sua rabbia impotente, sullo sfondo del vittorioso avanzamento delle Forze Armate russe e delle perdite subite dalle Forze Armate ucraine, nonché del fallito tentativo dei terroristi ucraini di colpire la residenza di stato del Presidente della Federazione Russa nella regione di Novgorod nelle prime ore del 29 dicembre 2025. È pronto a uccidere donne e bambini e a perpetrare crimini simili a quelli accaduti alla Casa dei Sindacati di Odessa, per mantenere il potere e nel tentativo di intimidire le persone delle regioni che si sono recentemente riunificate con la Russia, legando per sempre i loro destini ad essa attraverso referendum».

 

«Quest’ultimo attacco criminale contro i civili a Khorly», conclude la nota del ministero, «è un’atrocità sanguinosa perpetrata dalla cricca di Kiev. I leader occidentali che continuano a sponsorizzare il regime in bancarotta con denaro e armi hanno la piena responsabilità di questo crimine. Il ministero degli Esteri condanna fermamente tutti gli attacchi terroristici del regime di Kiev».

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Gender

La transessuale stragista ha scelto la scuola del massacro perché c’erano più bianchi cristiani da uccidere

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Il contenuto dei diari e del manifesto di Audrey Hale, l’autrice della strage alla Covenant School di Nashville, nel Tennessee, dove il 27 marzo 2023 ha ucciso tre bambini e tre adulti, non è ancora stato del tutto reso pubblico   I suoi scritti sono rimasti segreti per lungo tempo sotto l’amministrazione Biden e le autorità locali, mentre si protraevano le controversie giudiziarie, con vari che ne richiedevano la divulgazione – specie dopo che erano trapelate alcune pagine altamente disturbanti, ed indicative della questione sempre più evidente del trans-terrorismo.   Molti ritenevano che l’FBI, durante la presidenza di Joe Biden, stesse ritardando il rilascio per evitare che i contenuti potessero contraddire la narrazione dominante dell’epoca, secondo cui la «supremazia bianca» rappresentava la principale minaccia terroristica interna, oltre a possibili ripercussioni negative sulla comunità transgender.

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In queste ultime settimane l’FBI ha reso pubbliche centinaia di pagine del diario di Audrey Hale, rivelando come la 28enne, che si identificava come uomo, avesse valutato con meticolosità possibili attacchi contro due scuole di Nashville frequentate in passato, prima di scegliere la scuola elementare cristiana. La Covenant School era stata la sua istituzione dall’asilo alla quarta elementare, mentre aveva frequentato la IT Creswell Middle School dalla quinta all’ottava.   Dalle pagine emerge un elemento scomodo per certe interpretazioni sulle sparatorie di massa: l’odio razziale e religioso ha avuto un ruolo centrale nella selezione dei bersagli. Le note del diario, alcune datate 2021, indicano che Hale aveva inizialmente considerato Creswell come la «prima scelta» per la strage programmata. Successivamente i suoi piani sono cambiati .   Riguardo a Creswell, Hale aveva elencato vari aspetti negativi che alla fine la indussero a scartarla. Il corpo studentesco di Creswell era prevalentemente «composto da neri (persone di colore che amo)», annotò Hale.   Questa osservazione comparve due volte nell’elenco degli svantaggi della scuola.   La Hale spiegò nei suoi appunti che un attacco lì avrebbe lasciato la «comunità nera nella disperazione [e] nella sofferenza (non voglio causare questo) = non voglio far loro del male = terrore». Un’altra preoccupazione ricorrente era: «Gli amici neri [e] la comunità nera mi odieranno». Hale temeva inoltre di ispirare altri, scrivendo che uccidere studenti neri avrebbe «probabilmente influenzato i razzisti bianchi in futuro».

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Per Hale, invece, la Covenant School presentava tutti i vantaggi. Essere una «scuola prevalentemente bianca» era un punto a favore perché «odio i bianchi!», ha scritto la Hale. Il profilo religioso dell’istituto ha quindi favorito la scelta. «Scuola cristiana (odio la religione)», nota la Hale, sottolineando la frase sull’odio per la religione.   Anche la conoscenza della planimetria del campus fu un fattore, benché a quel punto la decisione fosse già presa. Hale aveva individuato un obiettivo che combinava perfettamente odio razziale e antireligioso.   I genitori di Hale hanno poi riferito alle autorità che la figlia aveva sviluppato un’affinità con la cultura nera giocando a basket in una squadra a maggioranza nera a Creswell. La madre dichiarò in un interrogatorio registrato dalla polizia che Hale «si sentiva accettata» dalle compagne di squadra.   «Penso che, in qualche modo, forse nella sua mente – sai, si sentiva accettata perché frequentava questa scuola, faceva parte di questa squadra sportiva e queste ragazze, sai, le piacevano e facevano parte della squadra.»   Gli scritti rendono evidente che Hale ha confrontato le due scuole basandosi su criteri che includevano razza e religione. Una è strata risparmiata perché Hale, come da indottrinamento continuo di quegli anni, si era trovata ad apprezzare i neri (vittime come lei dei bianchi cristiani) e temeva ripercussioni per la comunità afroamericana. L’altra fu selezionata perché Hale detestava i bianchi e il cristianesimo. Non si tratta di riflessioni estemporanee, ma di elementi integrati in un processo decisionale ponderato.   Quel giorno l’assassina transessuale fu uccisa dai colpi di arma da fuoco della polizia alle 10:25, 14 minuti dopo aver iniziato a sparare. Un’autopsia ha rivelato che i vestiti di Hale erano ricoperti di «parole, disegni e numeri scritti a mano».   Non risulta ancora chiaro cosa ci fosse scritto sui suoi vestiti. L’assassino ha anche scritto una cavigliera di plastica arancione con inciso il misterioso numero «508407».   Come riportato da Renovatio 21, un dettaglio che pochi giornali avevano riportato fu esposto da un uomo la cui moglie è sopravvissuta alla strage, il giornalista del National Review Graham Hillard. La Hale, prima di iniziare il massacro, si era fermata a sparare su una vetrata della chiesa annessa al complesso scolastico. In particolare, la stragista transessuale aveva preso di mira la vetrata che raffigurava la figura biblica di Adamo, il primo uomo.

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Qualche commentatore americano, ai tempi della strage di Nashville ad opera della transessuale Audrey Hale (che ha ucciso in una scuola elementari due bambini piccoli e due adulti), aveva lanciato, confortato da qualche numero, la provocazione sui social media: c’è un nuovo gruppo demografico da identificare come ceto in rapida crescita di tiratori di massa pro capite: la comunità transgender. «La demografia pro capite di sparatori di massa in più rapida crescita nella storia umana è la comunità trans» aveva scritto un utente su Twitter.   Poco dopo la sparatoria di Nashville, era stato indetto negli USA un Trans Day of Vengeance, un «giorno della vendetta trans», poi annullato. La comunità trans è percorsa di appelli degli attivisti ad armarsi. I transgender ad oggi costituiscono la minoranza che ha visto la crescita maggiore tra le sue fila di active shooter, ossia assassini che colpiscono a caso le persone nelle scuole, negli uffici, nei centri commerciali, etc.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2023 si registrò un periodo di crescente tensione con numerose occupazioni di campidogli degli Stati USA per protestare le leggi che proibiscono le mutilazioni sessuali pediatriche della chirurgia gender. Durante le proteste molti manifestanti facevano un segno con le dita, indicando il numero 7, a significare che le vittime del massacro della Hale erano non 6, ma 7: anche l’assassina diveniva, quindi, vittima.  

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