Pensiero
Scuola, la tempesta sui nostri figli: dal terrore pandemico all’«educazione al consenso»
Stiamo assistendo a una operazione, tanto patente quanto capillare, di rimozione e mistificazione pilotata della realtà con tutti i suoi esiti distruttivi. Va di conserva alla edificazione di un immaginario collettivo capace di riassorbire in una visione (in apparenza) coerente le rovine causate.
Un grande lavacro mediatico, insomma, che consente di depistare le responsabilità e mandare assolti i colpevoli, di cancellare tante vergogne contando sulla memoria corta dello spettatore passivo: quello stesso che canta in coro il ritornello dell’aggressore e dell’aggredito perché si beve sereno la storia che la storia del mondo inizia precisamente da lì, non un istante prima.
Ecco allora fioccare articoli e servizi su scala più o meno vasta i quali, strumentalizzando fatti e atti del vivere quotidiano, li distorcono per costruirci sopra casi esemplari e nuovi paradigmi: dal cilindro spuntano i nuovi totem da adorare, le nuove streghe da bruciare a favore di masse rimbambite chiamate a raccolta intorno a una metafisica prêt-à-porter fatta di pseudovalori da strapazzo, perché c’è pur bisogno di credere in qualcosa se questo qualcosa non è più un dio.
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Che l’operazione comporti l’effetto collaterale di stritolare persone per bene, o sacrificarne altre al monolite ideologico, pazienza. L’importante è non intralciare il flusso inebriante del progresso, tenere fede al copione e, in omaggio alla sua trama, lanciare progetti, costruire culti e altarini, inventare molte «educazioni» in grado di fabbricare ominidi di serie bravi a pappagallare a vita slogan di ordinanza.
Come sempre accade, i primi destinatari della fiction sono le nuove generazioni: del resto, i grandi laboratori a cielo aperto, come quello della pandemia, sono apparecchiati soprattutto per loro.
E come per magia si scopre d’improvviso che oggi i ragazzini sono quasi tutti stressati, sofferenti, fragilissimi. Vegetano, stanno male sia nel fisico sia nell’anima.
Giornaloni, giornaletti e rotocalchi emanano i bollettini di guerra dell’ultimo terribile contagio: parlano di impennata di suicidi e di atti di autolesionismo, di reparti di neuropsichiatria intasati, di sindromi post traumatiche dalle mille manifestazioni, di disturbi alimentari fuori controllo, di manie ossessivo-compulsive, di dipendenze, di distacco dalla realtà, di ansia e depressione, di difficoltà di socializzare, di frustrazione e incertezza verso il futuro, di disturbi del sonno, di aggressività, di solitudine siderale senza vie d’uscita, di psicofarmaci come se piovesse.
Dolori proteiformi e senza confini, e incapacità di esprimerli per incapacità di comunicare e quindi di compatire, ovvero di sciogliere il male interiore in un bacino un po’ più ampio del proprio cuore ferito.
In parallelo, si registra un crollo delle facoltà cognitive, espressive, logiche, speculative; della capacità di concentrazione, di memorizzazione, elaborazione, calcolo; l’inabilità diffusa a scrivere in modo intelligibile persino a se stessi, e in generale a interagire con i propri simili attraverso un linguaggio appena articolato; l’inettitudine a comprendere la propria lingua madre, coi suoi lemmi, la sua grammatica, la sua sintassi, e di analizzare un testo, e di afferrarne il senso.
Di fatto, mutismo e sordità sono diventate piaghe endemiche e ingravescenti: circostanza di cui la scuola che non è più scuola prende atto, compiacente.
Ora, una persona normale che abbia abitato questo disgraziato pianeta negli ultimi anni penserebbe subito che non poteva andare a finire diversamente per le cavie di una sperimentazione che ha voluto vedere l’effetto che fa isolare dei cuccioli d’uomo per un tempo infinito in proporzione alla loro età, terrorizzarli senza tregua, costringerli a obbedire a ordini demenziali cui i grandi obbedivano senza fiatare come soldatini sotto ipnosi (tipo sensi unici pedonali nei corridoi degli edifici, così come nelle vie della città; fogli di carta messi in quarantena, stanze di segregazione per uno sternuto; facce e voci deformate dagli schermi; palombari vaganti, distanze di sicurezza; occultamento dei volti, sterilizzazione di oggetti, di cibarie, di giardini e di spiagge; non hai diritto a un bicchier d’acqua, puoi bere solo in piedi e dopo le diciotto e quindici; fai una giravolta, falla un’altra volta, guarda in su, guarda in giù; e molto altro).
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E ancora, vedere l’effetto che fa impedire loro di giocare, di fare sport, di salire sull’autobus, di trovarsi (di assembrarsi), di sorridersi e di litigare, di correre e cascare e sporcarsi, di muoversi liberamente al chiuso e all’aperto, stando relegati in apnea nel loro fazzolettino di pavimento recintato e compulsivamente disinfettato, simpatica gabbietta per topolini domestici.
Vedere l’effetto che fa mostrare loro morti, imbustati dentro sacchetti neri, sparire nel nulla senza un addio, senza la pietà che ci ha insegnato Antigone agli albori di una civiltà dimenticata.
Infine, vedere l’effetto che fa ricattarli – loro, che manco si ammalavano di un raffreddore – per svuotare i magazzini di un farmaco sperimentale che si sapeva (quantomeno) inefficace: ti concedo un brandello di libertà vigilata, in cambio dell’ipoteca sul tuo corpo e sulla tua salute, corri a ritirarlo gratis allo hub più vicino, panino in omaggio. Insieme al distintivo di bravo cittadino da appuntarti al petto e sfoggiare in società, quella stessa che aveva elevato la delazione a valore civico supremo.
E sopra tutto questo inferno, una costante, frutto dell’addestramento coatto durato un paio d’anni di esercizio intensivo: fornire la carica perenne a una calamita invincibile che impone di restare appiccicati fissi a una scatoletta elettronica, unico tramite con l’altro da te nella «società senza contatto», unica valvola della pentola a pressione in cui ti hanno trasformato. Senza più giorno né notte, senza ritmi cicardiani, senza tocchi o aliti di vita.
La vita infatti era tossica; il primo comandamento, quello di scansarla. Vade retro, vita.
Qualcuno sano di mente poteva davvero pensare che i cuccioli d’uomo uscissero indenni dall’esperimento? Che a comando tornassero in forma, come un qualsiasi materiale elastico e comprimibile che riprende il suo spazio non appena liberato dalla morsa? Qualcuno può non vedere un nesso causale grande così tra l’esperimento condotto con tanta ferocia, e gli eventi dannosi che abbiamo oggi sotto gli occhi, per cui torme di espertoni si strappano i capelli?
A quanto pare, sì. Anche questo disastro – troppo imponente per essere taciuto – sono riusciti ad appenderlo al vuoto pneumatico dell’hic et nunc, recidendo ogni collegamento con il passato. A beneficio di tutti quanti, a ogni livello della piramide sociale, devono guadagnarsi prima l’oblio e poi l’impunità, e sono parecchi: aguzzini, carcerieri, delatori, sceriffi e sbirri improvvisati, psicopoliziotti, impegnati tutti a infierire sul proprio simile, specie se indifeso, persino sui bambini. Persino sui bambini. I volontari si arruolano a frotte.
Si capisce bene, allora, come sia altrettanto facile far evaporare il passato, anche recente, dalla mente collettiva, distratta su altri fronti di intrattenimento. Così, dopo aver scaricato per anni su spalle non ancora formate un peso emotivo ed esistenziale insostenibile, dopo aver organizzato la transumanza di massa nella dimensione straniante dell’artificio, giornali e TV ci raccontano adesso che a stressare i ragazzi è la scuola.
La scuola li rattrista, sì, ci dicono, perché è troppo esigente, vecchia e ingessata, poco amichevole, incapace di rendere gli scolari protagonisti della propria formazione. E quindi, è urgente che la scuola si aggiorni, si metta al passo con il progresso, si digitalizzi completamente; si faccia più inclusiva e ricca di attrazioni, assecondando l’indole dei suoi frequentatori che vanno divertiti e distratti perché così raggiungono il loro personale «successo formativo» e allora, finalmente, si autostimeranno.
Del resto, a cosa servono gli insegnanti, se non ad animare scolaresche annoiate e a gratificarle con tanti complimenti, ricchi premi e cotillons?
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Se i più giovani sono stressati, dunque, la colpa è di quegli insegnanti superstiti che ancora cercano di insegnare con rigore e serietà le proprie materie di studio, e con esse la vita. Costoro vanno sputati fuori da questo sistema «educativo» socio-assistenziale e pseudo-sanitario lanciato verso il tracollo di obiettivi e risultati, perché è l’allievo l’unità di misura di se stesso e, per non turbarlo, va coccolato nel suo status quo, dentro un bozzolo autoreferenziale inviolabile da chiunque eccetto che dallo psicoesperto.
E giù di psicologi e di psicopedagogisti, di psichiatri e di certificatori, che fanno affari d’oro per spianare a tutti la strada alla conquista di diplomi vuoti e luccicanti.
A nessuno passa per la testa che a distruggere questa generazione è stata proprio l’eclissi della scuola, che li ha completamente abbandonati, prima incarcerandoli nella loro cameretta, poi riaprendo le porte sottoforma di caserma a nonnismo libero, infine rimettendo in moto la macchina pedoburocratica come nulla fosse accaduto, e omettendo qualsiasi spiegazione dell’incredibile che è accaduto per davvero.
Manco delle scuse per il trattamento inflitto, per gli orrori perpetrati. Zero, come fosse solo una parentesi un po’ anomala da chiudere e dimenticare, e chi s’è visto s’è visto.
Così, schiere di ragazzini arrugginiti e inselvaggiti, disorientati e smarriti, contenitori viventi di ordigni inesplosi, sono tornati a condividere gli spazi fisici che per inerzia chiamiamo ancora scuola, ma sarebbe ora di trovare un altro nome. Dalla regia suggeriscono «ecosistema di apprendimento» (e però ci andrebbe spiegato quale apprendimento) o eduverso, che le sta già meglio perché non significa niente.
E siccome stanno tutti male, che si fa? Si elimina dal loro orizzonte ogni spinta al miglioramento e tutta la dimensione dell’impegno e dello sforzo, si personalizza il percorso di studi ritagliandolo sulla misura all’indole (immatura, per definizione) e ai limiti (presunti e provvisori, per definizione) individuati dallo scrutatore esperto; li si psicopedagogizza in serie; si mette loro in mano qualche giochino colorato dei colori dell’arcobaleno, alcune volte ancora sottoforma di vecchio libro, con tante immagini, poche parole e le poche parole ridotte a slogan; li si rieduca ai dogmi inventati a uso e consumo di una società morente: è stupendo che l’ultima trovata si chiami «educazione al consenso» (cioè imparare a dire sì) e serve a martellare nella testa degli scolari che i maschi in quanto maschi devono o castrarsi, o sparire, e comunque pentirsi di essere nati sbagliati.
Ma sono bellissimi anche i millemila corsi contro il bullismo, nella cui definizione entra qualsiasi cosa, dagli atti persecutori a uno scherzo innocente tra amici, di quelli che tante volte aiutano a crescere ma che bisogna imparare a reprimere per sempre. Non si può più scherzare, ragazzi, né prendersi in giro, perché l’occhiuto addetto antibullista vigila e punisce. Magari è quello stesso che pochi anni fa, con l’avallo dell’istituzione, bullizzava i ragazzini non marchiati di verde. Il bullo-antibullismo, sicofante dentro, è un altro capolavoro di questa temperie nata e cresciuta sotto il segno dell’assurdità.
Non dimentichiamoci infatti che era l’istituzione a discriminare gli scolari privi di lasciapassare, legittimando un trattamento differenziato tra chi era vaccinato e chi no. Che era l’istituzione, quindi, a permettere che fossero additati al pubblico ludibrio i pochi che non avevano bruciato il granello di incenso all’imperatore.
E che era l’allora ministro dell’istruzione ad affermare con sicumera che l’imposizione del bavaglio permanente a scuola rispondeva, più che a motivi sanitari – e infatti è dimostrato come fosse non solo inutile, ma dannoso, specialmente per i soggetti in crescita (e non ci voleva un genio a capire che tappare naso e bocca per ore con una pezza umida e sporca non è proprio un bagno di salute) – a esigenze «educative», perché serviva ad abituare i giovani alla «nuova normalità». Un addestramento su modello zootecnico, insomma.
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Ora che, davanti a una catastrofe di proporzioni mai viste, non si può non riconoscere la nocività della esposizione perpetua ai dispositivi digitali, e la dipendenza che generano – del resto sono progettati per quello –, ci si dà ai giochini delle tre carte mascherati dietro la logica del fatto compiuto: siccome la tecnologia non si può fermare, allora occorre educare i ragazzini all’«uso consapevole», sul presupposto che si debba sempre e comunque cavalcare il progresso.
Che è poi come dire, insegniamo l’uso consapevole del veleno, o della droga, o dei superalcolici. Avvelènati, drògati, ubriàcati, ma in modo consapevole, così tu sei spacciato, ma le coscienze degli altri profumate di bucato.
Oppure, l’altra novità: squilli di tromba ovunque per il divieto del telefonino in classe, e però via libera al tablet, cioè al telefonone; no allo smartphone, sì al megasmartphone. E che sia una megapresaingiro ce lo dice, oltre al buon senso minimale, anche l’ultimo prodotto commercializzato negli USA (che stanno sempre un passo avanti rispetto alle colonie): la tavoletta inerte con le fattezze dell’Ipad ma senza connessione, chiamata «metadone tecnologico», che va a ruba. Non è uno scherzo.
La verità è che, per frenare la corsa di questo treno impazzito a bordo del quale viaggiano i nostri figli a tutta velocità – che è partito ben prima della pandemia, ma che la pandemia ha accelerato in modo furibondo – ci sia una sola cosa e semplice da fare: restituire alla scuola il suo statuto, il suo senso e la sua dignità. E ai docenti la loro professione, che non è quella dell’animatore, dell’inserviente informatico o dell’assistente psicologico: è altro.
Oltre ad essere il primo luogo di aggregazione al di fuori della famiglia dove si sperimenta la socialità, dove si misura il proprio carattere nel confronto quotidiano con i propri pari e con i maestri, che pari non sono, la scuola possiede in esclusiva un compito fondamentale cui ha rovinosamente abdicato: quello di alfabetizzare e di trasmettere le conoscenze nelle materie disciplinari, che vanno studiate, imparate, capite, mettendo in campo le migliori risorse e gli sforzi necessari per farlo.
Albergano lì dentro, dentro quel sapere durevole e forte che ha resistito alla prova del tempo, i semi che producono frutto nel tragitto lungo della vita, perché non scivolano via alla prima pioggia della moda stagionale, delle idee effimere, del simil-pensiero usa e getta.
E la fatica fa parte del gioco e pretendere di toglierla di mezzo per raggiungere la pax scolastica e il «successo» a prescindere è una truffa ai danni degli studenti, perché così li si priva del gusto della conquista e si costruisce per loro un destino gramo da invertebrati, incapaci di affrontare ogni difficoltà, deprivati a priori del senso del sacrificio e dell’attitudine al combattimento, fluttuanti nell’eterno presente ipertecnologico come tante docili rotelline dell’ingranaggio che si muove al ritmo salmodiato dei mantra ipnotici mandati in filodiffusione.
Solo quelli dotati di una struttura spirituale e culturale robusta saranno in grado di resistere al potere fagocitante del meccanismo, e di padroneggiarlo. Saranno attrezzati per ragionare in autonomia senza restare ostaggio di narrazioni mendaci dettate dall’esterno. Sapranno comprendere dove stanno di casa le menzogne, per liberarsene. Avranno il privilegio di conoscere e assaporare la vita.
La scuola è uno spazio sacro, dove si impara e si cresce, e si impara a crescere (con licenza di cadere e di rialzarsi, di sbagliare e di correggersi senza essere etichettati da uno stupido algoritmo). Uno spazio, oggi abusivamente occupato, che va restituito ai suoi legittimi abitanti, bonificato dall’artificio, protetto dai predatori.
Non serve ammassare altri orpelli sopra un edificio già sfigurato e cadente. Serve una energica operazione di sgombero. Di purificazione.
Elisabetta Frezza
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.
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Pensiero
Gli uomini invisibili di Crans-Montana
🚨🇨🇭 Tragedy in the Alps: 47 DEAD AND 115 INJURED AFTER NIGHT CLUB CAUGHT ON FIRE AT NEW YEARS EVE
New Year’s celebration turned nightmare at Le Constellation nightclub in Crans-Montana. A flaming sparkler on a champagne bottle—held too close to the wooden ceiling—sparked a… pic.twitter.com/C8Syteq0pH — Svilen Georgiev (@siscostwo) January 2, 2026
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Ecco come ha avuto inizio l’incendio…
Ci sono responsabilità evidenti.#Crans_Montana pic.twitter.com/xwwYSKOwkR — IL RISOLUTORE ®️🇮🇹 (@ilrisolutoreIT) January 1, 2026
🇨🇭 Around 40 Dead, 115 Injured in Deadly New Year’s Fire at Swiss Ski Resort Bar
A devastating fire broke out at Le Constellation bar in the Swiss ski resort of Crans-Montana during a crowded New Year’s Eve party on January 1, 2026, around 1:30 a.m. Authorities report… pic.twitter.com/b5dB8Rn8GT — World In Last 24hrs (@world24x7hr) January 1, 2026
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Minga è finita: ad una certa neurologia e psicologia, biologia neuronale ed emozione adolescienziale si danno la mano nel finale capolavoro di quest’analisi: «quando un ragazzo riprende invece di fuggire, non sempre sta facendo una scelta consapevole. Spesso sta cercando, nel modo che conosce, di proteggersi da un’esperienza che il suo sistema emotivo non è pronto a elaborare». In pratica sono innocenti al punto che ci chiediamo se possiamo parlare di libero arbitrio dei minori – e certi lettori sanno dove questo discorso può andare a parare. «La sicurezza non è una responsabilità dei ragazzi» tuona lo psicologo. «La sicurezza dei minori è un compito degli adulti, delle strutture, delle organizzazioni, delle istituzioni». Ora, è proprio qui che saltano fuori gli uomini invisibili, e i loro danni mortali. Dire che un ragazzo non è responsabile di nulla significa lasciarlo in un limbo da cui non gli sarà mai possibile uscire, significa renderlo incapace di qualsiasi cosa – significa metterlo in pericolo.CRAS-MONTANA ROGO DEL LOCALE: 6 VITTIME TUTTE IDENTIFICATE
Sono Sofia Prosperi, 15 anni, e Riccardo Minghetti di 16, le ultime vittime italiane accertate della strage di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, durante il rogo nella festa del locale Le Constellation. Deceduti… pic.twitter.com/ssgFvMgOQ6 — Claudia Sani 🍉 (@cla_sani0521) January 5, 2026
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Togli gli uomini, e quello che ottiene è il controllo assoluto sul genere umano: ecco che le persone si fanno pascolare e portare al macello come bovini, e qui abbiamo parlato appunto di massa vaccina. Sembra ridicolo, ma quello che dobbiamo chiedere ai ragazzi è di non esserlo più. Dobbiamo chiedere ai bambini di essere uomini. Dobbiamo portarli, per mano, a divenirlo. Dobbiamo farlo per il loro bene. E per il nostro. Perché questo è ciò che serve per la continuazione dell’umano. È la prima tradizione che serve. Roberto Dal BoscoJ’accuse Jessica et Jacques Moretti, propriétaires et gérants du bar “Le Constellation” à Crans-Montana de meurtre de masse et d’avoir le 1er Janvier 2026 mis volontairement la vie en danger d’autrui et faits aggravants, en l’espèce, de mineurs !#cransmontana #leconstellation pic.twitter.com/8kELRFA9bZ
— catsnmouse (@catsnmouse) January 2, 2026
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Geopolitica
FAFO Maduro, dottrina Donroe e grandi giochi di prestigio – Europa compresa
«Fuck Around and Find Out» (FAFO) è una delle espressioni internet più gettonate dell’anno. L’acronimo viene usato dappertutto su Tiktok, X, YouTube e sta a significare qualcosa come «Fai lo stupido e scopri le conseguenze», «Prova a fare il furbo e vedi cosa succede» o «Gioca col fuoco e ti bruci». Del resto lo aveva annunziato tra gli alberi di Natale una settimana fa: «Maduro deve fare attenzione al suo culo». Detto, fatto.
Siccome i meme sono ora al potere, la versione più chiara di quanto accaduto nelle ultime ore in Venezuela l’ha data proprio Washington: «Maduro effed around and found out» ha detto il segretario alla Difesa, pardon, segretario alla guerra Pete Hegseth.
Prima di cercare di enucleare lo sconvolgimento generale – storico, metastorico, politico, geopolitico, metapolitico – vorremmo spendere qualche secondo per apprezzare il presidente venezuelano, quantomeno per la bellezza della foto in cui, in manette circondato da agenti DEA, tira su i pollici, o la perp walk rimbalzata dai canali social della Casa Bianca in cui Maduro dice «Felice Anno Nuovo» davanti ai fotografi mentre gli operativi dell’antidroga lo portano via in catene. Torneremo a dirlo: c’è una bella differenza, e da ambo le parti, con i casi tragici di Noriega, Saddam, etc. (E adesso per favore non si dica che è perché Maduro è di origine ebraico-sefardita).
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Il mondo con Trump è divenuto un teatro che non solo ha colpi di scena pazzeschi (ricordate l’attentato di Butler?) ma pure si riempi di personaggi irresistibili.
È così: l’ho già detto, lo ripeto, viviamo tutti in una fantasia di Trump, in una fantasia che lui stesso ci ha fatto generare, e che ora manovra e popola come vuole.
E quindi: chi dice di averci capito qualcosa di quanto sta accadendo è un bugiardo, o un pallone gonfiato, o un ebete, o tutte e tre le cose insieme. Chi pontifica ora non può avere contezza di quello che dice – perché una manovra del genere non si era mai vista.
Perché chiariamoci: Trump non ha condotto un regime change. Ha solo decapitato il vertice colombiano, e la moglie (interessante dettaglio), con le accuse di narcoterrorismo – il lettore di Renovatio 21 sa che la mossa immediata di Trump arrivato al potere è stato quello di piazzare i narcocartelli nella lista FTO, le organizzazioni straniere terroriste. Su questa testata abbiamo scritto decine di articoli sulle ramificazioni concrete di questo atto.
Cioè, la catena di comando del Venezuela è rimasta, da quello che capiamo, intatta: il potere passa alla numero due, la Dulcy Rodriguez. Dettaglio non da poco, il fatto che l’oppositrice più popolare all’estero, quella Machado che aveva «soffiato» il Nobel per la Pace a Trump, è stata scagata immantinente da Trump, che ha detto che «non ha sostegno né rispetto».
A complicare le cose la dichiarazione di Trump secondo cui «gestiremo il Venezuela sino alla transizione». Transizione… verso cosa?
La realtà è che il mondo intero ha visto un gioco di prestigio condotto su scala emisferica: avete presente, quello per cui togli la tovaglia e tutti i piatti, i bicchieri, le posate apparecchiati restano al loro posto? Trump parrebbe aver fatto una cosa del genere. Tanto per far capire che 1) la tavola è la sua; 2) le cose si possono fare anche senza fare danni; 3) l’operazione potrebbe essere replicata ovunque.
Quest’ultimo punto potrebbe terrorizzare chiunque, ad ogni latitudine: meglio non scherzare col Donaldo. Vediamo ora come continuerà Gustavo Petro, il presidente della Colombia che poche settimane fa aveva fatto uno strano gesto che sembrava alludere all’eliminazione di Trump («sacale a Trump»), e Lula abbiamo visto che subito è salito sulle barricate, anche se a rischiare, viste le sanzioni già applicate, potrebbe essere il vero padrone del Brasile, il giudice De Moraes. E ancora, in Medio Oriente… ?
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Non sbaglia chi vede nell’operazione – eseguita con una precisione spaventosa dai ragazzi della Delta Force, che guadagnano definitivamente punti sui colleghi Navy Seal (è il dualismo simile a quello di «papà, ma se una tigre si scontra con un leone…») – una riedizione dell’assassinio per opera di missili americani del generale Pasdaran Qassem Soleimani: un atto brutale e contrario alla legge internazionale, ma allo stesso tempo un gesto di deterrenza assoluta, forse perfino, ha osato dire qualcuno, un gesto di pace – uccidere il generale per evitare una guerra in piena regola.
Anche qui: chi sa la verità? Chi sa leggere davvero ciò che fa Trump?
Non l’esperto geopolitico lugubre e pelato, che alza il ditino blaterando uno spiegone che tratta The Donald come un idiota avventato. Non chi vede «solo» un atto imperiale, senza considerare come la filosofia politica è qui profondamente cambiata rispetto all’era Bush, Clinton, Bush, Obama. (E stendiamo un velo pietoso sul politico democristo-berlusconian-piddino Pierferdi Casini che si preoccupa per qualche ragione, dopo averlo fatto per l’oligarca russo Khodorkovkij, per i cittadini della Groenlandia minacciati da Trump… pensavamo che la storia del più amato dai vescovi italiani con una giovane donna colombiana, dopo due mogli, fosse finita)
Ora, non è facile capire quanto Mosca e Pechino sapessero – mentre metteteci una pietra sopra, Bruxelles cade dal pero, perché non conta un fico secco.
Secondo una teoria possibile, Putin sapeva, forse giù dall’Alaska, e quindi tutti i pat-pat a Caracas, gli ultimi anche recentissimi, erano una mezza sceneggiata. In cambio, cosa potrebbe aver ricevuto? Il Donbass? Oppure, teme qualcuno ora, un’operazione identica con il vertice di Kiev?
E Pechino? Non è privo di rilievo il fatto che poche ore prima del raid, Maduro stesse incontrando alti dignitari del Dragone. Qualcuno dice persino che gli attacchi diversivi, dove sarebbe stato colpito pure il mausoleo con la salma del Chavez, sarebbero partiti quando ancora gli emissari della Repubblica Popolare erano sul posto. E quindi, cosa farà ora Xi? Cercherà di fare lo stesso con Formosa?
Chi vorrà provare a fare il gioco di prestigio della tovaglia, e al contempo incorrere nel paradigma del FAFO?
Non sappiamo quando lo sapremo, e se lo sapremo mai.
Sappiamo tuttavia che la dottrina Monroe, o dottrina emisferica, è ora incontrovertibilmente riavviata, potenziata, elevata a potenza. Lo ha detto lo stesso Trump nel briefing di ieri: la potete chiamare dottrina Donroe, perché The Donald ha superato di molto il presidente Monroe e la sua idea di tenersi per sé tutto l’emisfero occidentale, che è egemonizzato dagli USA e dove potenze altre non possono sorgere.
I lettori di Renovatio 21 sanno che ne abbiamo già parlato: da qui si arriva al discorso del «destino manifesto» degli USA nel bicontinente americano, già ampiamente udibile a inizio anno con i discorsi di annessione del canale di Panama, della Groenlandia, del Canada e perfino del Messico.
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Già il Messico: non è difficile vedere che è quello il premio più ambito, al momento, per la Washington del biondo del Queens. Il quale ha detto, nelle scorse ore, che la presidente messicana Claudia Sheinbaum è una brava ragazza, ma il Paese è in realtà gestito dai narcocartelli… Fate voi i conti: ripetiamo che Maduro lo hanno esfiltrato proprio per la faccenda narcos, a farlo fotografare in manette non è l’FBI o la CIA o l’esercito ma la DEA, l’agenzia federale antidroga.
E allora, Donaldo decapiterà anche il Messico? Abbiamo visto le risse al Senado di Città del Messico: vi è una fazione politica che se lo augura, e quindi non pensiamo che nessuno, da dentro, darà una mano, né che non ci saranno certe festicciole in piazza che stiamo vedendo con i venezuelani in tutto il mondo.
Lo avevo visto in Cile in un café con piernas («caffè con gambe»), bar caratteristici di Santiago dove vieni servito da ragazze in abiti succinti (o presunti tali): una grande quantità di queste sono immigrate venezuelane, e una mi disse, irradiando come per un momento una tragica, consapevole saggezza, che non sarebbe tornata nel suo Paese forse per venti anni, per la crisi lì era talmente spaventosa che tutti sanno che dieci anni non bastano a mettere le cose a posto – e parliamo di un Paese con immani giacimenti di petrolio, di cui l’amminstrazione Trump ora parla apertis verbis.
Ribadiamo: mente chi vi dice cosa accadrà ora. Potrebbe non aver visto ancora nulla.
Pensate: Trump che va a trovare in cella Maduro, come Wojtyla con Ali Agca. Capacissimo. O ancora: Trump che grazia Maduro. Anzi no: Trump chiede la sedia elettrica, che è stata inventata proprio a Nuova York (dove Maduro sarà processato) ma dove non è più usata, causa incauta abolizione della pena di morte, da una ventina di anni. Mentre il caos e la miseria si scatenano sulle strade delle città venezuelane… oppure no.
Abbiamo, tuttavia, un’idea già più chiara di quello che succederà all’Europa nell’epoca della dottrina Donroe realizzata: abbandonata, derisa, lasciata sola nella tempesta che essa stessa ha invocato, provato. L’Europa non conta più nulla, l’Europa è pronta ad essere predata e smembrata da chiunque – ben oltre il processo kalergista di invasione programmata afroislamica e anarco-tirannia conseguente.
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Guardando quanto accaduto a Caracas, dobbiamo trovare la forza di dirci: no, non possiamo permetterci di aver quei rappresentati a Bruxelles.
No: nessuna Von der Leyen, nessuna Kallas possono stare dove stanno, perché a questo punto abbiamo capito che i tempi sono «interessanti», come nella famosa maledizione cinese.
Bruxelles a questo punto, dovrebbe averci un po’ di fifa, perché il FAFO potrebbe arrivare, oltre che da Washington, anche da Mosca. E se il gioco di prestigio della tovaglia venisse fatto a Bruxelles, e pure tutti quei vetri andassero in frantumo… chi se ne accorgerebbe?
Non è forse il momento di fare noi stessi la magia di far sparire l’UE e la sua burocrazia apocalittica, prima che essa non faccia sparire noi?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Pensiero
Natale, abbondanza, guerra, sterminio, sacrificio
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