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Prima piccola lista di cardinali papabili

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Il sito pro-life nordamericano LifeSiteNews ha pubblicato una breve lista di cardinali che, secondo analisi, potrebbero aspirare a salire al Soglio di Pietro.

 

Ne sono stati individuati otto in tutto. Alcuni nomi sono ben conosciuti ai nostri lettori e ai fedeli italiani in generale, mentre altri potrebbero risultare a molti come nomi nuovi e mai prima sentiti.

 

Di seguito il breve elenco con una breve sintesi delle posizioni dottrinali di ciascuno.

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Cardinale Jean-Marc Aveline. Immagine screenshot da YouTube

1. Cardinale Jean-Marc Aveline – Arcivescovo di Marsiglia, Francia

Il cardinale Aveline è stato descritto come il più «bergogliano» dei vescovi francesi e si è pure detto che sia lui l’uomo che Francesco desidera come suo successore.

 

Monsignor Aveline ha firmato una dichiarazione positiva della Conferenza Episcopale Francese (CEF) sulla Fiducia Supplicans. Questa lettera affermava che le «benedizioni dovrebbero essere impartite in segno di “accoglienza incondizionata e misericordiosa”». Inoltre, affermava che «la Fiducia Supplicans ci ricorda che coloro che non sono in grado di impegnarsi con il sacramento del matrimonio non sono esclusi dall’amore di Dio o dalla sua Chiesa». E specificava che «è in particolare attraverso preghiere di benedizione, impartite in forma spontanea, “non ritualizzata” (n. 36), senza alcun segno assimilabile alla celebrazione del matrimonio, che i ministri della Chiesa potranno manifestare questa accoglienza ampia e incondizionata».

 

Il cardinale Aveline ha sostenuto il processo di «sinodalità»; ha fatto parte del comitato di redazione della relazione finale del «Sinodo per la sinodalità» e ha chiesto un «Sinodo Mediterraneo». Il porporato ha opinioni eterodosse sul tema delle altre religioni e del dialogo interreligioso. «In sostanza, le religioni sono modi in cui uomini e donne cercano risposte alle grandi e semplici domande della vita. È meglio avere una religione che ti aiuti, che non ti dia risposte a domande che non ti poni, ma che ti aiuti a vivere veramente la vita: questa è la cosa più importante» ha dichiarato, ad esempio.

 

«La Chiesa cattolica riconosce innanzitutto la possibilità di un ruolo positivo per le altre religioni, in quanto realtà socio-culturali, nell’economia generale della salvezza. Ciò esclude una posizione esclusivista che, sulla base di un ristretto ecclesiocentrismo, negherebbe alle religioni non cristiane qualsiasi valore salvifico o rivelatorio, basandosi su un’interpretazione indurita, e quindi distorta, dell’antico adagio patristico: “Fuori dalla Chiesa, nessuna salvezza”».

 

 

 

Cardinale Stephen Brislin. Immagine di Agenzia Fides via Wikimedia CC BY-SA 4.0

2. Cardinale Stephen Brislin – Arcivescovo di Johannesburg, Sud Africa

Il cardinale Brislin ha accolto con favore Amoris Laetitia e ha adottato l’approccio secondo cui Fiducia Supplicans è conciliabile con l’insegnamento della Chiesa. In precedenza, aveva elogiato il cardinale «Tucho» Fernandez, la cui congregazione ha prodotto Fiducia Supplicans e che è una delle figure in prima linea nell’agenda di Francesco, definendolo «una persona dalla visione molto ampia».

 

In passato monsignor Brislin ha rilasciato dichiarazioni ortodosse su questioni morali; ha condannato l’aborto e l’eutanasia. Come molti altri cardinali, sembra aver manifestato tendenze più progressiste sotto Francesco. Nel 2019 ha permesso al gruppo dissidente «We Are Church» di riunirsi nelle proprietà della chiesa, revocando un divieto da lui introdotto nel 2012. Ha espresso pubblicamente il suo sostegno al Sinodo sulla sinodalità, definendolo «una meravigliosa opportunità per la Chiesa». Il cammino sinodale, ha affermato, è «qualcosa che possiamo sviluppare più localmente, per diventare quella Chiesa che ascolta, quella Chiesa che discerne, e aprirci veramente allo Spirito Santo di Dio».

Cardinale Kurt Koch. Immagine di Andreas Faessler via Wikimedia CC BY-SA 4.0

 

3. Cardinale Kurt Koch – Prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani

Il cardinale Koch pare opporsi alle dottrine fondamentali della Chiesa. Il suo dicastero ha prodotto un progetto radicale per la distruzione della Chiesa cattolica e la sua sostituzione con una nuova «Chiesa sinodale». L’ecumenismo è un interesse di lunga data per Koch e, se questo progetto fosse attuato, la «Chiesa sinodale» diventerebbe una chiesa globale priva di vera autorità o unità dottrinale.

 

Monsignor Koch sostiene anche la posizione eretica secondo cui non vi è alcuna necessità di una missione per il popolo ebraico, poiché esso può essere salvato sotto l’Antica Alleanza.

 

Il suo dicastero ha prodotto documenti che contengono eresia, sia per quanto riguarda la natura della Chiesa che per quanto riguarda l’evangelizzazione degli ebrei. Egli difende il suo rifiuto dell’insegnamento della Chiesa cattolica appellandosi al Concilio Vaticano II.

 

 

Cardinale Marc Ouellet. Immagine di Giansa 25 via Wikimedia CC BY-SA 3.0

4. Cardinale Marc Ouellet – Arcivescovo emerito di Québec

Il cardinale Ouellet era un tempo considerato conservatore, ma è diventato un convinto sostenitore del programma radicale di Francesco. Sostiene Amoris Laetitia e ha pubblicamente criticato i cardinali dei dubia.

 

Nel 2024 Ouellet ha pubblicato un libro intitolato Parola, Sacramento, Carisma: Rischi e opportunità di una Chiesa sinodale, un testo che esprime la sua adesione al programma radicale della «sinodalità». Alla presentazione del libro, ha elogiato il «grande movimento sinodale che si sta diffondendo in tutta la Chiesa».

 

Ouellet ha permesso che la sua chiesa titolare a Roma, Santa Maria in Traspontina, fosse utilizzata per i riti pagani in onore della Pachamama, un idolo amazzonico. Il 4 ottobre Francesco ha accolto l’idolo della Pachamama nei Giardini Vaticani; durante la cerimonia, alcuni chierici si prostrarono davanti all’idolo. Ouellet aveva detto che di questo atto apostata e idolatra «non mi ha dato fastidio».

 

Il cardinale Ouellet è stato identificato come uno dei cardinali più responsabili del Traditionis Custodes. Un ordine di suore nella sua arcidiocesi, che dal 1969 usava esclusivamente il rito tradizionale, è stato costretto a introdurre il rito del novus ordo.

 

L’Ouellet fu dichiarato colpevole da un tribunale francese di aver ingiustamente espulso una suora dalla comunità, dopo che si era opposta al suo tentativo di sovvertire l’ordine. Il tribunale descrisse la sua espulsione come «infame e vessatoria» e affermò che era stata eseguita senza che lei avesse commesso «la minima offesa».

Cardinale Piero Parolin. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

5. Cardinale Piero Parolin – Segretario di Stato

Il cardinale Parolin, proveniente dal comune vicentino di Schiavon, è uno dei più determinati sostenitori dell’agenda radicale di Francesco, e fervente fiancheggiatore della sinodalità, che considera la continuazione del Concilio Vaticano II. Sostiene Amoris Laetitia e respinge la dottrina cattolica sulla pena di morte.

 

Il Parolin ha elogiato la dichiarazione di Abu Dhabi e ha una visione naturalistica della religione, sollevando la possibilità che debba essere considerato un apostata pubblico. Il cardinale ha minato la dottrina cattolica sulla contraccezione. Parolin era, con Ouellet e Versaldi, tra coloro che spingevano per la Traditionis Custodes.

 

Dopo Francesco, è il principale responsabile dell’accordo sino-vaticano che ha legittimato l’«Associazione Patriottica Cattolica Cinese», una setta scismatica controllata dal regime comunista cinese. Il cardinale Joseph Zen, ex arcivescovo di Hong Kong, ha accusato Parolin di «resa spudorata» al comunismo e di «aver prodotto» una «Chiesa scismatica unita» in Cina.

 

«Non credo che abbia fede. È solo un bravo diplomatico, in un senso molto laico e mondano» ha detto il cardinale Zen. Già nel 2013 Zen aveva avvertito che Parolin «ha una mente avvelenata» e che «crede nella diplomazia, non nella nostra fede».

 

Cardinale Luis Antonio Gokim Tagle. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

6. Cardinale Luis Antonio Gokim Tagle – Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione

Il cardinale Tagle ha una lunga storia di forte allineamento con Francesco su temi «progressisti», promuovendo una «Chiesa sinodale», approvando la Laudato Si’ contro «un antropocentrismo fuorviante», e negando che esista una «formula per tutti» quando si tratta di sostenere il divieto della Santa Comunione per i divorziati «risposati».

 

Il cardinale ha citato Bergoglio per aver adottato un approccio simile alla contraccezione, affermando: «i casi particolari devono essere affrontati individualmente e devono essere portati ai confessori, e i confessori devono portare con sé cuori compassionevoli e comprensivi nel valutare situazioni e casi particolari. In questo è stato in grado di unire fedeltà all’insegnamento e, allo stesso tempo, di comprendere come i singoli casi siano unici».

 

Monsignor Tagle ha partecipato al rituale della Pachamama nei Giardini Vaticani nel 2019. Ha anche difeso l’accordo tra Vaticano e Cina. Tagle considera Francesco la continuazione del Concilio Vaticano II. È stato definito il «papa Francesco filippino».

Del Tagle, tuttavia, si tende spesso a dimenticare un dato assai importante: la madre è filippino-cinese.

Cardinale José Tolentino de Mendonça. Immagine di ANTÓNIO0196 via Wikimedia CC BY-SA 4.0

7. Cardinale José Tolentino de Mendonça – Prefetto del Dicastero della Cultura e dell’Istruzione

Il cardinale Tolentino è un convinto progressista e ha sostenuto molti aspetti del programma di Francesco, tra cui Amoris Laetitia. Tolentino ritiene che la «sinodalità» sia «molto importante» e «segnerà la Chiesa del futuro».

 

Nel 2010 Tolentino affermava: «la Chiesa non è un luogo di pienezza, è un luogo di ricerca. La nostra condizione è sete e desiderio. Non è qui e ora che realizziamo i nostri sogni. La Chiesa è questa strada comune, non esente da imperfezioni, aperta a una sorta di progressività».

 

Il cardinale aggiunto che la Chiesa deve avere un senso «incondizionato» di «accoglienza e ospitalità». Ha anche contraddetto il comandamento della Chiesa sulla castità per le persone con inclinazioni omosessuali, affermando che «è una proposta che non può essere imposta, ma che viene fatta. Ogni persona che si avvicina alla Chiesa porta con sé una storia sacra e deve essere accolta».

 

Nel 2013, Tolentino de Mendonca scrisse la prefazione per un libro della «femminista» suor Maria Teresa Forcades y Vila, che in passato si è opposta alle leggi contro l’aborto, è stata a favore dell’omosessualità e ha promosso l’«ordinazione» femminile.

 

Il Rapporto dei Cardinali suggerisce che egli potrebbe sostenere «una discussione e un discernimento continui riguardo al ruolo delle donne nel ministero della Chiesa e ad altre questioni come il celibato e l’inclusione delle persone nelle relazioni omosessuali».

 

Cardinale Matteo Zuppi. Immagine di Francesco Pierantoni via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY 2.0

 

8. Cardinale Matteo Zuppi – Arcivescovo di Bologna, Italia

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, proveniente per via direttissima dalla Comunità Sant’Egidio apprezzata da Bergoglio nei suoi messaggi indifferentisti, ha una lunga storia di sostegno a posizioni in contraddizione con gli insegnamenti e le pratiche perenni della Chiesa cattolica.

 

Tra questi, il sostegno di Zuppi alla Santa Comunione per i divorziati risposati, la benedizione delle coppie omosessuali, la sua apertura a rendere facoltativo il celibato clericale, l’ insinuazione di una sua disponibilità a revocare il divieto immutabile della Chiesa sulla contraccezione e la sua promozione della preghiera interreligiosa con i musulmani. È un convinto sostenitore della sinodalità .

 

Zuppi ha approvato un pellegrinaggio LGBT a Roma per il giubileo del 2025. La prima benedizione di una «coppia» omosessuale in Italia sotto la Fiducia Supplicans ha avuto luogo nella diocesi di Zuppi, con la sua conoscenza.

 

Come riportato da Renovatio 21, ha fatto scalpore quando ad un festival di cinema giovanile della scorsa estate ha dichiarato che credere in Dio non è necessario e che la defunta scrittrice Michela Murgia gli ha insegnato il concetto di queer educendolo pure sulle dinamiche delle famiglie «alternative».

 

L’arcivescovo Carlo Mario Viganò ebbe a scrivergli quindi una lettera aperta, a cui non è dato sapere se lo Zuppi abbia risposto.

 

Zuppi, ricordiamo, è quello che ha disintegrato secoli di tradizione felsinea facendo preparare tortellini privi di maiale, così da non turbare gli «ospiti» immigrati islamici. Il «tortellino dell’accoglienza» al pollo, per la gioia di generazioni di bolognesi che, se non piangono, si rivoltano nella tomba.

 

Rammentiamo pure, en passant, anche l’entusiasmo nei confronti della possibile ascesa al Soglio espressa da un massone dichiarato, Gioele Magaldi, ex Gran Maestro del Grande Oriente Democratico e dominus di tale movimento Roosevelt, che durante un’intervista ad Adnkronos disse: «conosco però il mondo Vaticano e tra i cardinali quello che stimo di più è Matteo Zuppi, che tra l’altro mi ha sposato. Sarebbe un ottimo papa».

 

Al di là dei massoni sposati, la «papabilità» pubblica di Zuppi procede nonostante il curriculum non perfetto, fatto, di recente di le inchieste giornalistiche sui soldi dell’8 per mille alle ONG immigrazioniste, del fallimento del suo viaggio di pace a Kiev (con siluro ulteriore lanciatogli contro dall’Università Cattolica di Leopoli), del crollo nel terrorismo jihadista più sanguinario del Mozambico (con martiri cattolici inclusi), la cui pacificazione negli anni Ottanta era stata il vanto della Comunità di Sant’Egidio, l’alveo movimentista da cui il cardinale proviene.

 

Due anni fa si registrò un «siluro» inviato dall’Università Cattolica di Leopoli, Ucraina, contro l’operato del Vaticano «pacifista» di Zuppi.

 

Come riportato da Renovatio 21, è stato detto che il compianto cardinale Pell amava scherzare dicendo «attenti, perché se Zuppi sarà eletto in conclave, il vero papa sarà Andrea Riccardi», ossia il fondatore della Sant’Egidio, già ministro del governo tecnocratico di Mario Monti.

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic

 

 

 

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Il diavolo suona il flauto

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Le ripugnanti bestemmie pronunciate in alcune istituzioni ecclesiastiche non suscitano alcuna reazione da parte delle autorità, troppo impegnate a sinodalizzare.   Un articolo (1) pubblicato sul sito web della Conferenza Episcopale Tedesca, katholisch.de, ha scatenato proteste in tutti i media cattolici conservatori. Il testo recensisce, senza la minima analisi critica, un libro pubblicato da Simone e Claudia Paganini, professori di teologia, esegesi e filosofia, entrambi considerati ferventi cattolici. (2)   Il libro cerca tracce di disturbi psicologici in diverse figure bibliche: depressione in Mosè, disturbo ossessivo-compulsivo in Giobbe (visto che offre sacrifici per i possibili peccati dei suoi figli), tendenze maniacali in Giuditta, propensione all’alcolismo in Gesù stesso (dato che i suoi avversari lo chiamano ubriacone) e narcisismo in Dio, poiché afferma di essere l’unico Dio. E questo è tutto ciò che ci serviva.   Di fronte a questa ripugnante bestemmia, stiamo ancora aspettando i comunicati che annunciano il divieto di ogni preghiera pubblica nei santuari di Lourdes o Mariazell per tali autori e per tutti coloro che li raccomandano, come la Conferenza Episcopale Tedesca. Quale reazione ci potrebbe essere? «E allora?» direbbe Gesù (3), secondo il vangelo apocrifo di padre Arnaud Alibert, caporedattore di La Croix.

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Come per le controversie sulle unioni contro natura, ci verrà detto che questa non è la cosa più importante (4). Ciò che è urgente è la sinodalità e la denuncia dei peccati contro l’ecologia (5). La Chiesa è stordita da incontri sinodali, mistagogici e kerygmatici, ed è ossessionata dai cubetti di ghiaccio e dalle specie in via di estinzione .   Si narra che un monaco del deserto vide, in lontananza vicino a un eremo, uno sciame di demoni che cercavano invano di indurre un eremita al peccato. Altrove, vicino a una grande città, si ergeva un singolo demone che suonava il flauto. Un anziano spiegò al monaco che in quella città il demone non aveva motivo di trovarsi, poiché gli umani svolgevano il suo lavoro. Tuttavia, il fedele monaco diede loro ben più filo da torcere.   Nelle sue regole per il discernimento degli spiriti, Sant’Ignazio analizza il fenomeno nel modo seguente:   «Riguardo a coloro che passano da un peccato mortale all’altro, il nemico di solito fa quello di offrire loro piaceri apparenti, occupando la loro immaginazione con delizie e piaceri sensuali, per trattenerli e farli sprofondare ulteriormente nei loro vizi e peccati. Lo Spirito Buono, al contrario, agisce in loro in modo opposto: suscita turbamento e rimorso nella loro coscienza, facendo loro sentire i rimproveri della ragione».   Nella Chiesa conciliare, il diavolo può suonare il flauto.   Abate Nicola Cadiet   NOTE 1) https://katholisch.de/artikel/70153-experten-viele-biblische-figuren-zeigen-psychische-auffaelligkeiten 2) Basato su un’intervista rilasciata a Die Zeit: https://www.zeit.de/2026/38/zwischen-wahn-und-weisheit-simone-claudia-paganini-bibel-psychische-erkrankungen. 3) https://www.la-croix.com/a-vif/mariage-de-cristiano-ronaldo-la-star-du-foot-et-le-pape-sur-un-meme-terrain-20260821 4) https://www.vaticannews.va/fr/pape/news/2026–04/conference-de-presse-leon-xiv-vol-papal.html 5) https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_doc_20260821_prendersi-cura-casa-comune_it.html   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine da FSSPX.News  
     
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Messa tradizionale: dal rifiuto alla convivenza, si evita lo stesso problema

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Don Thomas Reese ammette di «odiare» la messa tradizionale, mentre il cardinale Robert Sarah condanna la “guerra” scatenata contro i suoi fedeli.

 

A distanza di due giorni, due influenti figure ecclesiastiche hanno dato, sulla Messa tradizionale in latino, giudizi apparentemente inconciliabili.

 

Il 25 agosto 2026, padre Thomas Reese ha pubblicato un articolo intitolato: Perché odio la vecchia Messa in latino: una confessione. Il 27 agosto, il cardinale Robert Sarah ha denunciato sul quotidiano italiano Il Giornale l’ostilità verso questa stessa liturgia, definendola «miope», «ideologica» e «distruttiva per la Chiesa».

 

La contraddizione è evidente, ma non deve oscurare una convergenza più profonda: né il gesuita americano né l’ex prefetto della Congregazione per il Culto Divino mettono in discussione la validità del nuovo rito. Uno vuole proseguire la riforma; l’altro vuole permettere alle due liturgie di coesistere e influenzarsi reciprocamente. La vera causa della crisi, quindi, rimane al di fuori del dibattito.

 

Thomas Reese, una voce influente del progressismo americano

Padre Thomas J. Reese non è né un oscuro editorialista né un ecclesiastico con una carica ufficiale in ambito liturgico. Nato nel 1945, è entrato nell’ordine dei Gesuiti nel 1962 ed è stato ordinato sacerdote nel 1974. È una delle figure più note del progressismo cattolico americano.

 

È stato vicedirettore della rivista gesuita America dal 1978 al 1985 e poi direttore dal 1998 al 2005. Il suo abbandono della direzione è avvenuto dopo diversi anni di tensione con la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal Cardinale Joseph Ratzinger, in merito alla pubblicazione di articoli che contestavano la dottrina della Chiesa.

 

In seguito è diventato editorialista e poi analista per il National Catholic Reporter, prima di essere nominato analista senior del Religion News Service, una delle principali agenzie di stampa religiose americane. Autore di diversi libri sulle conferenze episcopali, sull’organizzazione della Chiesa e sul funzionamento del Vaticano, viene spesso interpellato dai media per commentare le questioni di attualità del cattolicesimo.

 

Nel 2014, Barack Obama lo ha anche nominato membro della Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, che ha presieduto dal 2016.

 

Le sue osservazioni, pertanto, non implicano alcuna autorità ecclesiastica, ma rappresentano una corrente influente all’interno del cattolicesimo americano e ci permettono di valutare la persistente ostilità di certi ambienti nei confronti della liturgia tradizionale.

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La Messa tradizionale, questo «zombie» che si rifiuta di morire

Il titolo scelto da Padre Reese non lascia spazio ad ambiguità: Perché odio la vecchia Messa latina. Il testo assume la forma di una confessione immaginaria, in cui il gesuita interpreta il ruolo del penitente. Fin dalle prime righe, ammette di aver espresso il suo «odio per la vecchia Messa». Poi segue la similitudine, pensata per fare impressione: «La vecchia Messa in latino è come uno zombie. Pensavamo fosse morta, ma continua a tornare».

 

Padre Reese ricorda il passaggio dal latino all’inglese nel 1964: «Pensavamo che sarebbe scomparsa», o che i fedeli si sarebbero accontentati di «una versione latina della nuova liturgia». Ma, osserva con sgomento, «Non è successo niente del genere». Il termine «zombie» rivela il presupposto di fondo dell’intera riforma: la Messa tradizionale doveva morire. La sua continua esistenza da allora non è vista come una testimonianza della sua fecondità, ma come l’anomalo ritorno di ciò che i riformatori credevano di aver definitivamente seppellito.

 

Il gesuita chiarisce di non avere nulla contro i fedeli legati a questa liturgia: «Molti sono brave e pie persone. Trovano nutrimento spirituale nella loro Messa». «Ma questa concessione è immediatamente accompagnata da un giudizio condiscendente: «Con una catechesi migliore, credo che apprezzerebbero la nuova liturgia». Se questi fedeli preferiscono la Messa tradizionale, è quindi perché non sono ancora stati adeguatamente preparati alla riforma.

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Dall’obbedienza al cambiamento costante

Don Thomas Reese ammette, tuttavia, di aver amato lui stesso la Messa tradizionale. Vi partecipava quotidianamente durante la sua giovinezza e la seguiva senza difficoltà in un messale bilingue. Quando entrò nel noviziato, nel 1962, pensava che sarebbe rimasta la Messa della sua vita.

 

Perché allora ne accettò l’abbandono? La sua ragione principale non era dottrinale, ma disciplinare: «Se la Chiesa dicesse che la Messa deve essere in inglese, ci inchineremmo e lo faremmo senza discutere». Critica quindi i cattolici legati alla Tradizione per non praticare la stessa obbedienza: «Se vogliono essere tradizionalisti, dovrebbero obbedire al Concilio e ai papi che hanno promosso la liturgia in lingua volgare».

 

La questione del valore intrinseco della riforma viene quindi respinta. Ciò che la Chiesa aveva venerato per secoli poteva essere abbandonato quasi all’istante non appena l’autorità avesse dato l’ordine. E poiché l’obbedienza funge da test, ulteriori modifiche possono sempre essere imposte utilizzando lo stesso metodo.

 

Il principio generale, inoltre, è chiaramente formulato dal gesuita: «La Messa è cambiata costantemente nel corso della storia. La nostra tradizione è quella di cambiare». L’evoluzione organica della liturgia diventa così una giustificazione per gli sconvolgimenti orchestrati da alcune Commissioni. Il cambiamento non è più il risultato di un lento e omogeneo sviluppo del rito ricevuto; esso stesso diventa la norma. Siamo immersi nel modernismo evoluzionistico.

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Una riforma che deve continuare

Padre Reese non si limita a difendere il Messale di Paolo VI contro la Messa tradizionale; chiede che la trasformazione della liturgia continui.

 

Desidera una nuova traduzione inglese del Messale, una prefazione specifica per ogni domenica e nuove preghiere eucaristiche ispirate a ciascuno dei Vangeli o alle Epistole di San Paolo. Si rammarica che coloro che auspicano «nuove riforme liturgiche» non riescano più ad attirare l’attenzione.

 

Ammette persino di provare invidia per i sostenitori della Messa tradizionale: «Sono così ben organizzati che, pur essendo pochi, ricevono un’enorme attenzione da parte dei vescovi e dei media».

 

La vecchia Messa, quindi, non è odiata solo per il suo linguaggio o le sue cerimonie, ma perché persiste. La sua permanenza contraddice il concetto di una liturgia infinitamente trasformabile.

 

Questa opposizione si estende anche alla dottrina della Messa. Padre Reese afferma: «Nell’Eucarestia preghiamo con Gesù, non Gesù». Sostiene inoltre che prima della riforma «eravamo praticamente all’oscuro dello Spirito Santo». Tali affermazioni accusano ingiustamente secoli di liturgia cattolica e rivelano la nuova concezione del culto che accompagna il rifiuto del rito tradizionale.

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Il cardinale Sarah condanna la «guerra» liturgica

Il 27 agosto, il cardinale Robert Sarah ha espresso un’opinione quasi diametralmente opposta su Il Giornale.

 

L’ex prefetto della Congregazione per il Culto Divino attribuisce l’avversione al latino e al canto gregoriano a «certi circoli culturali autoreferenziali». Questa ostilità gli sembra «più psicologica che realmente fondata» e principalmente generazionale: «Quando la generazione del ’68 non ci sarà più, anche queste infondate posizioni unilaterali scompariranno».

 

Il contrasto con padre Reese è sorprendente. Il gesuita, entrato nel noviziato nel 1962, incarna proprio quella generazione che conosceva la vecchia Messa, ne ha accettato la scomparsa e fa del cambiamento liturgico un principio.

 

Il cardinal Sarah, d’altro canto, rende omaggio ai fedeli che devono percorrere lunghe distanze per trovare una Messa tradizionale: «Non posso che ammirare questa grande espressione d’amore per Dio». Sottolinea inoltre che «il fenomeno si sta diffondendo sempre di più». La Messa che don Reese credeva morta sta quindi attirando sempre più fedeli, famiglie e giovani sacerdoti.

 

Il prelato, infine, esprime un giudizio molto severo su Traditionis Custodes. Ha giudicato la decisione di Francesco «né saggia né rispettosa», soprattutto perché presa mentre Benedetto XVI era ancora in vita.

 

Un rito che «conserva e promuove la fede»

Il cardinale afferma che l’accesso a una liturgia tramandata da secoli non dovrebbe dipendere da decisioni amministrative arbitrarie: «L’accesso a forme rituali riconosciute che esistono da secoli non può mai essere artificialmente limitato da decreti».

 

Collega direttamente la vitalità di un rito alla sua capacità di trasmettere la fede: «Se un rito non servisse alla fede, morirebbe da solo». Ma se «conserva e promuove la fede», aggiunge, limitarlo equivarrebbe a ostacolare «la conservazione e la diffusione della fede stessa».

 

Il rito, che padre Reese ha definito uno «zombie», diventa, secondo il cardinal Sarah, una liturgia viva che nutre e trasmette la fede. Ciò che il primo vorrebbe veder scomparire è ciò che il secondo ammira per la sua fecondità.

 

Il cardinale conclude condannando fermamente l’atteggiamento delle autorità che perseguitano i fedeli legati alla vecchia Messa: «Non possiamo, come Chiesa, muovere guerra a coloro che partecipano devotamente alla Messa». Un tale atteggiamento è, a suo avviso, «miope e del tutto ideologico», «non pastorale e anticristiano», e infine, «dannoso e distruttivo per la Chiesa».

 

Queste parole sono vere. Non si può che concordare con la condanna della guerra condotta contro i sacerdoti e i fedeli a causa del loro attaccamento alla liturgia tradizionale. Ma il cardinal Sarah non affronta la questione essenziale.

 

La coesistenza dei riti non è la soluzione

Per il cardinale Sarah, il conflitto potrebbe essere superato permettendo ai fedeli di scegliere pacificamente tra le due liturgie. Attribuisce quindi a Benedetto XVI l’intenzione di permettere al popolo cristiano, «nel corso dei decenni», di determinare quale forma si adattasse meglio al suo modo di vivere la fede. Riassume la questione parlando dei fedeli che «preferiscono una forma all’altra».

 

Tuttavia, l’attaccamento alla Messa tradizionale in latino non è una questione di preferenza personale tra due espressioni ugualmente appaganti della stessa fede. Non si tratta di scegliere tra il latino e la lingua volgare, tra il canto gregoriano e gli inni moderni, tra una celebrazione silenziosa e una liturgia più comunitaria. Il problema è dottrinale.

 

La Fraternità San Pio X, dal canto suo, non ha mai chiesto che al rito tradizionale venga dato un posto accanto al nuovo rito, come una sensibilità tra le altre. Non cerca la pacifica coesistenza di due riti opposti nei princìpi e nelle espressioni. Essa sostiene che il Novus Ordo stesso presenta gravi carenze che mettono a repentaglio la piena espressione della fede cattolica nella Messa.

 

La soluzione non sta nell’organizzare in modo permanente la coesistenza delle due liturgie, ma esige che sia riconosciuta la natura problematica della riforma stessa.

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La Messa antica come correttivo del nuovo rito?

Il cardinal Sarah ritiene che l’apertura introdotta da Benedetto XVI abbia avuto «un’influenza positiva», persino una «correzione», su certi abusi commessi nella celebrazione del nuovo rito. Aggiunge: «Molti sacerdoti testimoniano che la scoperta della forma straordinaria li ha aiutati a celebrare meglio».

 

Ma si premura subito di precisare che gli abusi, anche quelli molto gravi, non possono essere attribuiti alla forma ordinaria in sé: «Non possiamo mai identificarli con la forma ordinaria in sé».

 

Questo è il limite stesso della sua diagnosi. La Messa tradizionale viene accettata perché può contribuire a rendere il nuovo rito più dignitoso, più contemplativo e più conforme alle sue rubriche. Diventa uno strumento per correggere o arricchire la riforma liturgica.

 

Ma perché il rito tramandato attraverso secoli di Tradizione dovrebbe servire da correttivo a quello che pretendeva di sostituirlo? E se il nuovo rito deve ereditare dal vecchio il senso del sacro, la riverenza, il silenzio, l’orientamento verso Dio e la più chiara espressione del sacrificio, non dovremmo forse esaminare proprio ciò che gli manca?

 

Parlare solo di abusi consente di non mettere mai in discussione la riforma. Tutto ciò che è sbagliato viene attribuito ai celebranti, mentre tutto ciò che appartiene ai libri liturgici stessi viene dichiarato irreprensibile. La crisi diventa un incidente esterno al nuovo rito, anche se si è diffusa con esso in tutta la Chiesa latina.

 

Due risposte opposte, un principio preservato. Don Reese e il Cardinale Sarah sono dunque veramente in disaccordo sul destino della Messa tradizionale in latino. Il primo vorrebbe che scomparisse, il secondo che fosse autorizzata. Il primo considera il suo ritorno quello di uno “zombie”, il secondo lo vede come «una grande espressione d’amore per Dio».

 

Ma entrambi hanno lasciato intatto il principio della riforma di Paolo VI. Thomas Reese ne ha auspicato lo sviluppo, mentre il Cardinal Sarah ne ha deplorato gli abusi e ha voluto riequilibrarla con la vecchia liturgia. Nessuno dei due ammette che il nuovo rito possa essere viziato nella sua stessa struttura.

 

La confusione, quindi, non può che continuare. Alcuni chiederanno sempre ulteriori adattamenti, mentre altri cercheranno di celebrare in modo più degno un rito che si rifiutano di mettere in discussione. Le autorità romane alterneranno tolleranza e restrizione della Messa tradizionale.

 

Risalire alla causa

Già nel 1969, i cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci avvertirono Paolo VI che il Novus Ordo Missæ «rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella sessione XXII del Concilio Tridentino».

 

La loro critica non era rivolta a poche stravaganze estranee al messale; riguardava il rito stesso: la soppressione e le modifiche delle preghiere, l’indebolimento dell’espressione del sacrificio propiziatorio, la moltiplicazione delle opzioni, il nuovo ruolo attribuito all’assemblea e il desiderato riavvicinamento alle forme del culto protestante.

 

Fintanto che questa critica intrinseca verrà respinta, il dibattito rimarrà distorto. La Messa tradizionale è talvolta perseguitata come l’imbarazzante retaggio di un’epoca passata, talvolta tollerata come una legittima preferenza. Al contrario, essa deve essere riconosciuta per quello che è: il rito romano ricevuto e trasmesso dalla Chiesa, sicura espressione della fede cattolica e baluardo contro le ambiguità che hanno invaso il culto sin dalla Riforma.

 

La soluzione non è né la scomparsa auspicata da padre Reese, né la coesistenza proposta dal cardinal Sarah. Il rito tradizionale e il nuovo rito non sono due espressioni equivalenti tra cui i fedeli possono scegliere secondo la propria sensibilità, e organizzare la propria convivenza non fa altro che perpetuare la crisi liturgica.

 

Senza mettere in discussione il Novus Ordo in sé, si possono denunciare gli abusi, incoraggiare il latino, ripristinare il canto gregoriano e concedere qualche dispensa. Nulla si risolverà.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di François-Régis Salefran via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

 

 

 

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Spirito

«Parodia gnostica della fede»: mons. Viganò condanna la chiesa «panenteista»

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha condannato quanto scritto in un nuovo documento vaticano che sembra elogiare il panenteismo, un’eresia che, come nelle religioni orientali, offusca la distinzione essenziale tra Creatore e creazione.   Il documento dall’ovvia matrice ecologica che infetta gli ultimi due papati si chiama «“Prendersi cura della nostra Casa comune”: Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario». Uscito ad agosto, su Renovatio 21 ne avevamo scritto per i suoi accenti ecofascisti, arrivando persino a parlare di «antropocentrismo predatorio».   Il testo, al punto 52, critica la «comprensione immanentistica del cosmo» per poi esaltare l’alternativa escogitata dal Vaticano conciliare: «altri orientamenti filosofici e una parte della teologia contemporanea propendono piuttosto per il panenteismo» scrive il documento redatto dalla Commissione Teologica Internazionale.

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«Secondo questa prospettiva, il mondo esiste in Dio, mentre Dio, nello stesso tempo, lo trascende. A differenza del teismo classico, che spesso enfatizza la distinzione tra Dio e la creazione, e del panteismo, che identifica Dio con il mondo, il panenteismo coniuga l’immanenza e la trascendenza divine. Questa prospettiva offre un quadro interpretativo per comprendere come Dio possa essere intimamente presente in ogni aspetto della realtà senza determinarlo in modo coercitivo».   «Dio, nella sua misericordia gratuita, apre uno spazio a una creazione che è genuinamente distinta da Lui, al tempo stesso che continua a esserne il fondamento che la sostiene» cerca di spiegare il documento del Sacro Palazzo.   È da qui che parte monsignor Viganò nel suo commento di condanna.   «La legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell’autosufficienza pelagiana» ha scritto Sua Eccellenza su X.   «Se il cosmo viene dichiarato intrinsecamente divino e l’umanità si redime attraverso il divenire di un’evoluzione collettiva, la Croce perde la sua tragica necessità e la Chiesa si riduce a cortigiana della storia, un’inutile agenzia di servizi sociali al servizio degli interessi del mondo».   «Contro questa sottile parodia gnostica della fede, che deifica la materia solo per celare la ferita del peccato originale e sminuire la Maestà divina, i cattolici sono chiamati oggi più che mai al dovere della resistenza» aggiunge il già nunzio apostolico negli USA.   «È necessario istruirsi e riaffermare con fermezza l’assoluta trascendenza del Creatore, la drammatica realtà della Caduta e la perfetta adeguatezza del Sacrificio di Cristo. In questo modo ogni fedele può contribuire a superare la grave crisi dell’autorità petrina che la Chiesa sta vivendo oggi, con l’incrollabile certezza che, nonostante i temporanei tradimenti delle sue gerarchie, le porte dell’inferno non prevarranno»  

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Il panenteismo è una posizione teologica secondo cui Dio compenetra ogni parte dell’universo e ne estende la propria esistenza nel tempo e nello spazio, ma allo stesso tempo trascende l’universo stesso, non identificandosi completamente con esso. È una via di mezzo tra il teismo classico, per cui Dio è separato e distinto dal mondo, pur avendolo creato e governandolo, e iil panteismo, per cui Dio è l’universo stesso, senza alcuna trascendenza (cioè, divinità e cosmo coincidono).   Nel panenteismo (letteralmente «tutto-in-Dio»), il mondo esiste «in» Dio, come una sorta di sua manifestazione o dimensione, ma Dio è “di più” e non si esaurisce nel mondo. È una visione associata soprattutto alla cosiddetta process theology – un movimento teologico nato nell’alveo luterano che vede Dio non come un essere statico e immutabile, ma come un’entità dinamica che partecipa al divenire del mondo e ne viene influenzata – e a correnti della teologia protestante liberale, oltre che ad alcune tradizioni indù e buddiste e a filosofi come lo Hegel.   Molti teologi e filosofi considerano il pensiero del teologo Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) come tendente al panenteismo, anche se lui stesso non si definì mai esplicitamente tale e la sua opera ha ricevuto interpretazioni diverse. La sua visione cosmica descrive un universo in evoluzione verso il «Punto Omega», identificato con Cristo cosmico, verso cui converge tutta la creazione.   Per il Teilhardo, Dio non è solo il creatore trascendente all’inizio del processo, ma è anche la meta immanente che attrae e compenetra l’evoluzione dall’interno. Parla di una «cristogenesi» in cui la materia stessa è intrisa di una dimensione spirituale («dentro» delle cose), e l’intero cosmo è in qualche modo “divinizzato” attraverso il processo evolutivo. Il concetto di «milieu divin» (il titolo di una sua opera celebre, tradotto in Italia come L’Ambiente divino, 1927) suggerisce che Dio permea l’intera realtà, dando l’idea di un’immanenza molto forte, più di quanto la teologia cattolica classica sia disposta ad accettare.   Il Sant’Uffizio emise un monitum (avvertimento, non una condanna formale di eresia) nel 1962, segnalando ambiguità dottrinali e imprecisioni nelle sue opere, invitando alla cautela nell’uso dei suoi scritti nei seminari e nelle scuole cattoliche. Non fu mai dichiarato eretico, e negli anni successivi diversi papi conciliari – Paolo VI, Giovanni Paolo II e soprattutto Francesco, che lo ha citato positivamente nell’enciclica Laudato si’ – ne hanno riconosciuto il valore spirituale e intellettuale, pur senza sciogliere del tutto le ambiguità teologiche legate al suo linguaggio su Dio, materia ed evoluzione.   Il Teilhard è citato, in nota, anche nel documento della Commissione teologica. «In questa prospettiva va accolto il contributo di P. Teilhard de Chardin» scrive la nota 184, che si riferisce al concetto espresso al punto 107 di «Illuminazione Eucaristica»: «Questa funzione dell’essere umano tra le altre creature e il compimento del disegno di Dio trova la sua ispirazione più profonda nella celebrazione dell’Eucarestia: l’essere umano offre in Cristo la creazione a Dio e, in cambio, implora la benedizione di Dio in Cristo per tutte le cose. Cristo è in questo modo l’asse della maturazione del mondo».

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Va notato che non esiste una condanna formale e specifica del panenteismo come tale, cioè non è mai stato nominato ed espressamente anatemizzato con questo termine in un documento magisteriale ufficiale (concilio, enciclica dogmatica).   Posizioni panenteiste, quando implicano una compromissione della trascendenza divina o una confusione tra la sostanza di Dio e quella del mondo, sono generalmente considerate incompatibili con la dottrina cattolica classica, che insiste sulla distinzione ontologica tra Creatore e creatura (Dio crea ex nihilo, non «emana» se stesso nel mondo). In passato teologi cattolici hanno guardato con cautela o criticato alcune forme di teologia processuale proprio per le loro implicazioni panenteiste.ù   Non è sempre chiaro al lettore la linea di divisione tra il panenteismo e il panteismo, e anzi si può pensare che il primo sia una solo una transizione verso il secondo, come la droga leggera come accesso per la droga pesante: è la Finestra di Overton per la decristianizzazione, la decattolicizzazione del cattolicesimo.   Il panteismo è stato condannato esplicitamente, ad esempio dal Concilio Vaticano I (1870), che ribadisce la distinzione sostanziale tra Dio creatore e il creato.   Il fondatore di Renovatio 21 ha trattato il tema del panteismo e dei suoi aspetti oscuri più di una decade fa nel libro Contro il Buddismo (2012) nel capitolo «Aspetti e maschere del nulla buddista», magari con linguaggio sinestetico che ora riformulerebbe.   Riguardo alla religione orientale e al tema di Creatore e creazione, l’autore scriveva: «In pratica, la domanda fondamentale che tanto tormenta l’umano pensiero – «da dove vengo?» – viene accuratamente lasciata senza risposta. Le conclusioni che ne tira uno, è che quindi l’universo sia tutto un grande sistema dove tra creatore e creatura, tra madre e figlio, tra questo e quello, non c’è questa grande differenza. Il termine tecnico è “emanazionismo”: tutto è “emanazione” di qualcosa, un prodotto aleatorio non interamente distinguibile dal suo originatore. Un po’ come l’odore, che, appunto, emanano certe cose – l’odore altro non è che uno sciamo di atomi che lasciano la materia per vagolare nell’aria».   «Il buddismo se ne infischia del creatore, e, quel che è davvero pericoloso, nulla gli importa nemmeno della creatura, che alla fine non è che un vago e microscopico accidente cosmico. E come tale vale poco, anzi vale come tutto il resto dell’universo, cioè nulla. “I destini degli esseri sono simili ad un sogno […] comprendiamo, fratelli miei, che tutto è vuoto, come lo spazio”».   «Possiamo capire quali sono le conseguenze di tutto questo. Innanzitutto, la spersonalizzazione. Nel cosmo di Budda, noi non siamo persone, e forse nemmeno individui, ma inspiegabili combinazioni transitorie di questo Uno impersonale: espressioni momentanee e transeunte dell’Essere, che in realtà è un divenire, o neanche quello perché tutto è Illusione, il peto del nulla dentro un’automobile lanciata verso il niente…» scriveva il Dal Bosco.   «Per la sensibilità europea, e non solo per quella, le cose stanno diversamente. La persona, con la sua responsabilità e dignità, è forse il fondamento primo della civiltà. I popoli del primo mondo attorno alla persona ci hanno costruito tutto: la famiglia, la democrazia, il pensiero, il diritto. La persone è il cardo attraverso cui scorre la vita sociale dell’occidente. Che si crederebbe ricco, saggio e libero, se si rifiutasse di credere alla persona».

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«Comprendiamo bene come invece la sua cancellazione sia diretto effetto dell’emanazionismo. L’emanazionismo, che come un ubriaco in fase terminale fatica a discriminare tra soggetto e oggetto, non può accordare autonomia ad un essere umano: egli altro non è che la risultante di un milioni di concause diverse, l’anello di congiunzione passeggero e insignificante delle infinite catene che girano attorno all’inarrestabile ruota dell’universo».   «Di più: nell’emanazionismo (che beninteso non è prerogativa del buddismo, ma al quale quest’ultimo aggiunge il suo efferato afflato nichilista) manca quella cosa senza la quale qualsiasi famiglia non va avanti: l’amore. L’amore del padre per il figlio, e del figlio per il padre. Il creazionismo vede le parti legate da un rapporto preciso: la creatura esiste perché è stata voluta dal creatore. E il creatore è spesso oggetto della gratitudine della creatura…»   Il risultato del panteismo è quindi la fine del Dio padre, e dell’uomo come suo figlio, come Imago Dei. Per il pensiero panteista, « davvero Dio è morto, l’uomo è morto, tutto è morto. Come nelle ossessioni dei malati depressi, tutta la realtà è considerata come un inutile miraggio mortifero».   La Chiesa conciliare, depressa e suicida, ci sta con evidenza portando lì: vuole dissolvere Dio nell’universo come nell’acido, vuole uccidere Dio, sacrificarlo una volta per tutte, senza significato, senza resurrezione, senza perdono.   Messa così, è difficile non vedere chi possa esservi dietro anche questa mutazione teologica. La chiesa diverrà ancella del Regno sociale di Satana? Sembrerebbe, ma, alla fine, mai sarà davvero così: portae inferi non praevalebunt adversus eam.  

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