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Geopolitica

Il brutto spettacolo del presidente Macron in Libano

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire con traduzione di Rachele Marmetti. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Nel ruolo di Deus ex machina, il presidente Macron ha dato i voti ai dirigenti libanesi. Sicuro della propria superiorità, ha dichiarato di vergognarsi del comportamento della classe politica libanese. Ma non è altro che una brutta pièce teatrale. Sottobanco s’impegna a distruggere la Resistenza e a trasformare il Libano in un paradiso fiscale.

 

 

Reagendo all’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020, il popolo libanese e la stampa internazionale vi hanno visto un incidente imputabile alla corruzione delle autorità portuali. Noi invece, dopo l’analisi dei primi indizi, abbiamo messo immediatamente in dubbio la tesi dell’incidente e privilegiato quella dell’attentato. Il presidente Emmanuel Macron si è recato in tutta fretta in Libano per salvare il Paese. Due giorni dopo, sulla rete televisiva siriana Sama abbiamo ipotizzato che si tratti della continuazione dell’operazione di attuazione della risoluzione 1559.

Nel ruolo di Deus ex machina, il presidente Macron ha dato i voti ai dirigenti libanesi

 

 

L’ipotesi della risoluzione 1559

Di cosa si tratta? È una risoluzione franco-statunitense del 2004, redatta su istruzione del presidente USA, George W. Bush, partendo da un testo dell’allora primo ministro libanese, Rafic Hariri, scritto con l’aiuto del presidente francese, Jacques Chirac. Scopo: ottenere il riconoscimento, da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, degli obiettivi enunciati dal segretario di Stato USA, Colin Powell: − scacciare dal Libano la forza di pace siriana, frutto degli accordi di Taif (1); − mettere fine alla Resistenza libanese all’imperialismo; − impedire la rielezione del presidente libanese Émile Lahoud.

 

Ebbene, il 4 febbraio 2005 Rafic Hariri, che non era più primo ministro e si era riconciliato con lo Hezbollah, fu ucciso in un mega-attentato di cui il presidente Lahoud e il presidente siriano Bashar al-Assad furono accusati d’essere i mandanti. La forza di pace siriana si ritirò e il presidente Lahoud rinunciò alla ricandidatura.

 

Sicuro della propria superiorità, ha dichiarato di vergognarsi del comportamento della classe politica libanese

Retrospettivamente è emerso: − che l’attentato non è stato realizzato con esplosivi classici, trasportati da un camioncino bianco, come invece si finge di continuare a credere, ma per mezzo di un’arma combinazione di nanotecnologie e combustibile nucleare arricchito, che all’epoca possedevano pochissime potenze (2); − che l’inchiesta internazionale dell’ONU fu in realtà un’operazione segreta CIA-Mossad finalizzata a colpire i presidenti Lahoud e Assad, nonché lo Hezbollah. Fu smascherata quando un enorme scandalo fece emergere i falsi testimoni reclutati e pagati dagli inquirenti dell’ONU [3]; − che tutte le accuse contro i sospetti sono state abbandonate e che un organo dell’ONU, abusivamente denominato «Tribunale speciale per il Libano» perché non ne aveva i requisiti giuridici, si è rifiutato di prendere in esame alcune prove e ha condannato in contumacia due membri dello Hezbollah.

 

Sottobanco s’impegna a distruggere la Resistenza e a trasformare il Libano in un paradiso fiscale

Alla fine, nessuno osò più menzionare la fine della Resistenza libanese sancita dalla risoluzione 1559.

 

Questa Resistenza si formò nel 1982, durante l’invasione israeliana (Operazione Pace in Galilea) attorno a gruppi sciiti. Dopo aver sconfitto gli israeliani, questa rete è entrata gradualmente in politica, con il nome di Hezbollah. Quando fu istituito, era affascinato dalla rivoluzione antimperialista iraniana e s’appoggiava all’esercito siriano, come nel 2011 ha rivelato il suo segretario generale, sayyed Hassan Nasrallah.

 

Di fronte al fenomeno ibrido dello Hezbollah, gli occidentali hanno reagito in ordine sparso: gli Stati Uniti l’hanno classificato «terrorista», mentre gli europei nel 2013 hanno sottilmente distinto il versante civile, con cui discutono, dal versante militare, che pure condannano in quanto «terrorista»

Tuttavia, dopo il ritiro della forza di pace siriana del Libano, Hezbollah si volse quasi esclusivamente verso l’Iran. Ritornò a guardare verso la Siria quando si rese conto che una disfatta di Damasco a opera dei Fratelli Mussulmani avrebbe provocato non solo la distruzione della Libia, ma anche del Libano.

 

Negli anni successivi Hezbollah ha messo insieme un gigantesco arsenale e acquisito grande esperienza nell’arte del combattere, sicché oggi è il primo esercito non-statale al mondo. I successi e i mezzi di cui dispone hanno attratto molte persone che non necessariamente condividono i suoi ideali. La parziale trasformazione in partito politico gli ha fatto acquisire i medesimi difetti degli altri partiti politici libanesi, corruzione inclusa.

 

Oggi lo Hezbollah non è uno Stato dentro lo Stato libanese, ma in molte situazioni è lo Stato al posto del caos.

 

Di fronte al fenomeno ibrido dello Hezbollah, gli occidentali hanno reagito in ordine sparso: gli Stati Uniti l’hanno classificato «terrorista», mentre gli europei nel 2013 hanno sottilmente distinto il versante civile, con cui discutono, dal versante militare, che pure condannano in quanto «terrorista».

Per giustificare alle rispettive opinioni pubbliche le loro decisioni, gli Occidentali hanno messo in atto molte operazioni segrete con l’intento di attribuire allo Hezbollah sia attentati avvenuti quando ancora non esisteva (contro i contingenti militari USA e francesi in occasione della riunione generale dei servizi segreti alleati), sia attentati all’estero (in particolare in Argentina e Bulgaria)

 

Per giustificare alle rispettive opinioni pubbliche le loro decisioni, gli Occidentali hanno messo in atto molte operazioni segrete con l’intento di attribuire allo Hezbollah sia attentati avvenuti quando ancora non esisteva (contro i contingenti militari USA e francesi in occasione della riunione generale dei servizi segreti alleati), sia attentati all’estero (in particolare in Argentina e Bulgaria).

 

Portare a termine l’applicazione della risoluzione 1559 (4) oggi significa disarmare lo Hezbollah e trasformarlo in un semplice partito politico, corrotto sia dagli Occidentali che dagli altri.

 

L’intervento francese

Il presidente Macron è stato il primo capo di Stato a recarsi in Libano dopo l’esplosione al porto di Beirut, ben due volte. S’è impegnato a non lasciare da solo il Libano e ad aiutarlo a riformarsi. Ha presentato una «tabella di marcia», accettata da tutti partiti politici. Vi si prevedeva la formazione di un governo di scopo incaricato di portare a termine riforme economiche e finanziarie.

 

Tuttavia, Mustapha Adib, il primo ministro incaricato, preso atto dell’impossibilità di riuscirvi, si è dimesso. Il presidente Macron ha quindi convocato per il 27 settembre una conferenza stampa. Ha schernito l’intera classe politica e ha esplicitamente accusato lo Hezbollah e il movimento Amal, nonché implicitamente il loro alleato, il presidente Michel Aoun, di aver fatto fallire il tentativo di salvataggio del Libano.

 

Le argomentazioni del presidente Macron hanno convinto soltanto chi non conosce la storia del Libano. I nostri lettori invece sanno (5) che questo Paese non è mai stato una nazione e, di conseguenza, non ha mai potuto essere una democrazia.

 

Dai tempi della colonizzazione ottomana è diviso in diverse comunità confessionali, che coesistono senza mescolarsi tra loro

Dai tempi della colonizzazione ottomana è diviso in diverse comunità confessionali, che coesistono senza mescolarsi tra loro. È una divisione istituzionalizzata dalla Costituzione (1926), ispirata dalla Francia, potenza mandataria. In seguito, questo funzionamento è stato scolpito nel marmo a tutti i livelli dell’organizzazione statale da Stati Uniti e Arabia Saudita, con gli accordi di Taif (1989), che misero fine alla guerra civile. Da questo punto di vista, è perlomeno curioso rimproverare ai politici di aver corrotto lo Stato, quando la corruzione è conseguenza diretta e inesorabile delle istituzioni che sono state imposte dall’esterno.

 

Soprattutto è inammissibile sentire un presidente straniero dare lezioni e dichiarare di provare vergogna per i dirigenti libanesi. Tanto più che si tratta di uno straniero che rappresenta una nazione che ha una pesante responsabilità per la situazione attuale.

 

È perlomeno curioso rimproverare ai politici di aver corrotto lo Stato, quando la corruzione è conseguenza diretta e inesorabile delle istituzioni che sono state imposte dall’esterno. è inammissibile sentire un presidente straniero dare lezioni e dichiarare di provare vergogna per i dirigenti libanesi. Tanto più che si tratta di uno straniero che rappresenta una nazione che ha una pesante responsabilità per la situazione attuale

Sembra che, nei fatti, i padrini del Libano abbiano intenzione di rovesciare la classe politica corrotta che hanno messo al potere e sostituirla con un governo di tecnocrati formato nelle loro scuole migliori. Questo governo avrà l’incarico di riformare le Finanze, restaurare il paradiso fiscale dell’età dell’oro libanese, ma soprattutto di non rompere il sistema confessionale in modo che il Paese continui a dipendere dai propri padrini. In questo modo il Libano è destinato a rimanere colonizzato senza ammetterlo e a decapitare alcuni dei suoi dirigenti ogni trenta o quarant’anni.

 

Nella mente degli sponsor del presidente Macron, i torbidi che agitano l’Arabia Saudita hanno fatto fallire il progetto d’una zona franca per miliardari, Neom. Conviene perciò utilizzare di nuovo il Libano per sfuggire agli obblighi fiscali.

 

Ricordiamo del resto che quando la Francia si è dotata d’istituzioni laiche, le ha però negate alle colonie, ritenendo che la religione fosse il solo modo di pacificare i popoli sottomessi. Il Libano è il solo Paese al mondo dove un mollah sciita, poi un mufti sunnita e infine un patriarca cristiano possono imporre i propri punti di vista ai partiti politici.

 

Infatti, secondo Macron, lo Hezbollah è al tempo stesso «milizia», «organizzazione terroristica», nonché partito politico. Invece, e l’abbiamo visto, è in realtà al tempo stesso il primo esercito non -governativo che lotta contro l’imperialismo e un partito politico che rappresenta la comunità sciita. Non si è mai reso responsabile di azioni terroristiche all’estero. Invece secondo Macron lo Hezbollah ha instaurato «un clima di terrore», che blocca le altre formazioni politiche. Ora, lo Hezbollah non ha mai utilizzato il proprio gigantesco arsenale contro i propri rivali libanesi. La breve guerra del 2008 non l’ha opposto a sunniti e drusi, bensì a chi ospitava centri di spionaggio di potenze straniere (in particolare nei locali d’archivio di Futur TV).

 

Nella mente degli sponsor del presidente Macron, i torbidi che agitano l’Arabia Saudita hanno fatto fallire il progetto d’una zona franca per miliardari, Neom. Conviene perciò utilizzare di nuovo il Libano per sfuggire agli obblighi fiscali.

Nella conferenza stampa Macron ha anche fatto riferimento alla pretesa dello Hezbollah e di Amal di scegliere il ministro delle Finanze. Questa richiesta apparentemente bislacca è invece vitale per la Resistenza. Non per saccheggiare lo Stato, come alcuni lasciano intendere, ma per aggirare le sanzioni statunitensi contro la Resistenza. Quando ha colto la portata della posta in gioco, Saad Hariri, che prima si era opposto alla richiesta, l’ha appoggiata. Quindi, diversamente da quanto affermato dal presidente Macron, il fallimento della formazione del governo non è imputabile allo Hezbollah o ad altre formazioni libanesi, ma alla volontà francese di spezzare la Resistenza.

 

Il mandatario saudita Rafic Hariri finanziò copiosamente la campagna elettorale del presidente Jacques Chirac, provocando un memorabile incidente al Consiglio Costituzionale francese.

 

Allo stesso modo, il figlio di Rafic Hariri, Saad, finanziò la campagna elettorale del presidente Macron, benché su scala minore. Così, quando Macron ha annunciato che, se il Libano avesse applicato la sua «tabella di marcia», la comunità internazionale lo avrebbe finanziariamente salvato, Saad Hariri ha preteso un rientro del proprio investimento, ossia il 20% delle somme future. Dopo aver consultato il suo principale donatore, l’israeliano-statunitense Henri Kravic (6), Macron ha rifiutato e minacciato di sanzioni i tre presidenti del Libano (della Repubblica, del Parlamento e del Governo).

La Francia fa i propri calcoli a partire dalla conoscenza storica della regione, ma non ha compreso alcuni dei cambiamenti intervenuti, come attestano i fallimenti in Libia, Siria e nei negoziati Iran-USA. Si preoccupa dell’influenza della Turchia in Libano, ma sovrastima quella dell’Arabia Saudita e dell’Iran, minimizza quella della Siria e ignora quella della Russia.

 

La Francia fa i propri calcoli a partire dalla conoscenza storica della regione, ma non ha compreso alcuni dei cambiamenti intervenuti, come attestano i fallimenti in Libia, Siria e nei negoziati Iran-USA. Si preoccupa dell’influenza della Turchia in Libano, ma sovrastima quella dell’Arabia Saudita e dell’Iran, minimizza quella della Siria e ignora quella della Russia.

 

Per chi osserva con attenzione quel che accade, la Francia non è onesta nella sollecitudine verso il Libano. Così i viaggi in Libano del presidente Macron sono stati preceduti dalla diffusione di una petizione che si appellava al ristabilimento del mandato della Francia sul Libano, con l’intento di colonizzarlo di nuovo. È stato subito accertato che la petizione spontanea era in realtà un’iniziativa dei servizi segreti francesi

 

Ancora, il secondo viaggio del presidente ha coinciso con il centenario della proclamazione del Grande Libano da parte del generale Henri Gouraud, leader del Partito coloniale francese. Non è difficile capire come la Francia speri di ottenere una remunerazione della propria azione contro la Resistenza.

 

 

Per chi osserva con attenzione quel che accade, la Francia non è onesta nella sollecitudine verso il Libano
NOTE

(1) « Accord de Taëf », Réseau Voltaire, 23 octobre 1989.

(2) “Rivelazioni sull’assassinio di Rafiq Hariri”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Оdnako (Russia) , Rete Voltaire, 29 novembre 2010.

(3) « La commission Mehlis discréditée », par Talaat Ramih, Réseau Voltaire, 9 décembre 2005.

(4) « Résolution 1559 du Conseil de sécurité de l’ONU (Texte et débats) », Réseau Voltaire, 2 septembre 2004.

(5) “I libanesi prigionieri della loro Costituzione”, “Il Libano di fronte alle proprie responsabilità”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 22 ottobre 2019 & 21 luglio 2020.

(6) “Verso chi è debitore Emmanuel Macron?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 11 dicembre 2018.

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

Fonte: «Il brutto spettacolo del presidente Macron in Libano», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15  settembre 2020

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Geopolitica

L’Iran, Hamas e la fine dell’Asse della Resistenza

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Consentitemi per una volta di proporvi, non un’analisi della situazione geopolitica, ma una testimonianza e una riflessione.

 

L’Asse della Resistenza è un concetto ideato dalla difesa iraniana, basato sulla mobilitazione delle minoranze sciite in Medio Oriente. Inizialmente l’intento era capitalizzare il fascino della rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini organizzando e armando le minoranze sciite. Questa rivoluzione fu una lotta per la liberazione dal colonialismo anglosassone. Proteggere l’Iran era una necessità per tutti coloro che lottavano contro il colonialismo. L’interpretazione dell’islam dell’imam Khomeini trasformava il dolorismo sciita in forza: l’imam Ali aveva lottato per la giustizia. Imitare il suo esempio apriva la strada per il paradiso.

 

Tuttavia questo sistema di mandatari (proxy) violava la sovranità degli Stati in cui le minoranze sciite si dotavano di milizie. Questo divenne intollerabile nel 2011, con la rivolta della maggioranza sciita in Bahrein e il tentativo che ne seguì di rovesciare la famiglia regnante sunnita, gli Al Khalifa.

 

Fu in quel momento che Qassem Soleimani fu nominato maggiore generale. Trasformò l’Asse della Resistenza offrendo a ciascuno membro la possibilità di diventare indipendente e di condurre, ovunque si trovasse, la rivoluzione antimperialista dell’imam Khomeini. In pochi anni l’Iran non ebbe più proxy, ma milizie straniere alleate. Ai combattenti storici della base sciita si aggiunsero cristiani e sunniti. Il timore che ciascuna milizia incuteva ai poteri costituiti continuava a crescere.

 

Con Iran e Siria, Hezbollah e Hachd al-Chaabi, Ansar Allah e molti altri, l’Asse della Resistenza divenne la più importante forza armata del Medio Oriente.

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La Guida della Rivoluzione, ayatollah Ali Khamenei, perseguendo l’ambizione di riunire sotto la propria autorità l’intero mondo mussulmano, iniziò a stringere legami con tutti i gruppi, anche con quelli che non condividevano la concezione antimperialista dell’imam Khomeini. Cominciò ad armare Hamas, ramo palestinese della Fratellanza dei Fratelli Mussulmani, che nel 2014 accolse al proprio interno dei resistenti palestinesi.

 

Hamas nacque quando i discepoli di Izz al-Din al-Qassam (1882-1935) aderirono alla Fratellanza dei Fratelli Mussulmani. Da qui il nome di Brigate Izz al-Din al-Qassam scelto dai combattenti di Hamas. La strategia di Hamas è caratterizzata dall’assenza di distinzione tra obiettivi militari e civili, un modo di agire che in Occidente viene chiamato terrorismo. Fu Izz al-Din al-Qassam a organizzare i pogrom del 1935 in Palestina.

 

Nel 2011 o 2012, non ricordo con esattezza, l’ayatollah Khamenei mi invitò alla conferenza panislamista di Teheran. Sono cattolico, ma lui mi considerava «mussulmano» perché mi battevo per la verità. Vi erano rappresentate tutte le sette mussulmane del mondo, dagli ismailiti ai talebani, dai wahhabiti ai sufi. Durante i pasti passavo da un tavolo all’altro e seguivo le discussioni. Non parlando né arabo né farsi facevo domande in inglese. Presto mi resi conto di quanto ciascuno parlasse male degli altri. L’unità era solo una facciata. Rimasi colpito dall’animosità che i Fratelli Mussulmani e Al Qaeda manifestavano nei confronti della Guida Suprema di cui erano ospiti.

 

Torno ad Hamas. È assurdo giudicarlo nel suo insieme, prescindendo dalle due correnti che dal 2014 lo compongono. Era molto difficile per dei palestinesi entrare a far parte di reti di resistenza clandestine. Nel 2007 Hamas vinse fu eletto a Gaza, dunque divenne visibile. Dei palestinesi, delusi da Fatah, iniziarono ad aderirvi. Nel 2014, quando fu evidente che gli jihadisti erano stati sconfitti in Siria da Bashar al-Assad, i nuovi arrivati in Hamas chiesero all’organizzazione di tagliare i legami con la Confraternita dei Fratelli Mussulmani, che aveva combattuto contro la Repubblica Araba Siriana. Dalla carta intestata di Hamas venne tolta la dicitura «Ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani».

 

Nel 2012 Bashar al-Assad aveva combattuto Hamas che, accompagnato da cani sciolti del Mossad israeliano e da combattenti di Al Qaeda, era entrato in Siria per massacrare i leader palestinesi rifugiati a Yarmuk (agglomerato urbano di Damasco). Ciononostante, il 19 ottobre 2022 al-Assad invitò il sindaco di Gaza, Khalil Hayya; però si rifiutò sempre di ricevere i Fratelli Mussulmani di Hamas.

 

È importante capire bene il conflitto: Hamas e i Fratelli Mussulmani combattono per l’istituzione di un califfato, uno Stato mussulmano che, poco a poco, si estenderà a tutta la terra. Gli antimperialisti invece combattono per istituire uno Stato palestinese all’interno di uno stato binazionale ebraico-arabo. I documenti ufficiali di Hamas successivi al 2014 mantengono una certa ambiguità sulla questione.

 

Incontrai l’ambasciatore di Hamas a Teheran, durante un pranzo offerto dal ministro degli Esteri iraniano, nel 2012 o 2013. Era seduto a destra del ministro e io di fronte a lui. Cominciai a rimproverarlo chiedendogli perché la sua organizzazione avesse assassinato i miei amici dell’FPLP [Fronte Popolare di Liberazione della Palestina] a Damasco. Negava. I toni si sono alzati. Tutti i commensali tacevano. Il ministro osservava in silenzio e mi lasciò parlare a lungo. Poi, all’improvviso, mise fine all’alterco e al pranzo.

 

Il 18 giugno 2025, cioè dopo la caduta di al-Assad, la Guida generale ad interim dei Fratelli Mussulmani, Salah Abdel Haq, propose all’ayatollah Khamenei di realizzare l’«unità della umma islamica» per affrontare il «nemico comune», ossia «l’entità sionista». È sempre necessario saper scegliere tra le priorità. Accettando questo compromesso, Khamenei ha certamente guadagnato potere e rafforzato l’unità del mondo mussulmano, ma ha abbandonato l’ideale principale: l’uguaglianza di tutti gli uomini.

 

I prigionieri israeliani della resistenza palestinese sono stati, in generale, trattati bene, come confermano le testimonianze degli ostaggi. Ma in alcuni casi non è stato affatto così. Ora sappiamo che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, aveva ordinato di affamarli.

 

Con l’Operazione Diluvio di Al-Aqsa, l’unità panislamista è crollata sotto il peso delle proprie contraddizioni. Il 7 ottobre 2023, Hamas ha lanciato un vasto attacco contro Israele, probabilmente con la complicità di Benjamin Netanyahu. Sollevai immediatamente questa ipotesi in articoli e video. Un’eventualità che in Israele la Knesset vietò di menzionare, sotto pena di cinque anni di carcere, e che la censura militare vietò di trattare in qualsiasi articolo sui media. La verità verrà a galla solo quando la pace e la democrazia saranno tornate in Israele.

 

Hezbollah e Ansar Allah si sono rifiutati di unirsi ad Hamas nella lotta contro lo Stato Ebraico, ma alla fine hanno accettato per fermare i massacri di civili palestinesi. L’orrore e il terrore che tutti abbiamo provato sono stati cattivi consiglieri. Molti di noi sono stati di nuovo coinvolti in un conflitto razzista che oppone ebrei e arabi. A mio avviso, l’unica lotta che è giusto combattere è quella per l’uguaglianza di tutti gli uomini.

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Gradualmente, l’Asse della Resistenza si è trovato a lottare per una causa che non era la propria: contro l’esistenza di uno Stato esclusivamente ebraico. Ha istigato gli Stati Uniti che l’hanno schiacciato. Ciò che è seguito, l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah – un laico che non intendeva trasformare il Libano in uno Stato religioso – è stato l’inizio della fine.

 

L’ayatollah Khamenei, guida della Rivoluzione della Repubblica Islamica d’Iran, è stato assassinato da Israele, con il consenso del presidente Trump, dopo aver accettato di unirsi agli antisemiti di Hamas.

 

Dobbiamo trarre insegnamento dalle nostre esperienze. Non tutte le alleanze vanno perseguite: stiamo attenti, non possiamo vincere a fianco di individui che differiscono da noi su un punto cruciale, quello dell’uguaglianza tra tutti gli uomini. Sono nostri nemici quanto lo sono quelli che oggi combattiamo.

 

Non è casuale che elementi della sinistra europea, che hanno sostenuto Hamas nel suo complesso, oggi arrivino a sostenere degli antidemocratici, come i cosiddetti antifascisti: miliziani che uccidono chi non la pensa come loro.

 

Non c’è disonore nel ritirarsi davanti a un avversario militarmente superiore e a sopportare anni di resistenza, ma c’è disonore nel vincere a fianco di nemici del genere umano.

 

Thierry Meyssan

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Fonte: «Per quale vittoria combattiamo?», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 10 marzo 2026.

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 

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Geopolitica

«Sappiamo dove vive, dove dorme»: l’ex generale ucraino minaccia Orban

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Un ex generale e parlamentare dei servizi segreti ucraini (SBU) ha espresso pubblicamente una minaccia nei confronti della famiglia del primo ministro ungherese Viktor Orban, pochi giorni dopo che Volodymyr Zelens’kyj aveva lasciato intendere che i suoi militari avrebbero potuto recarsi a parlargli «nella loro lingua».   Nel corso di un intervento su Pryamy TV, il politico ucraino e generale in pensione dell’SBU Grigory Omelchenko ha fatto riferimento all’assassinio, attribuito a Stati Uniti e Israele, del defunto leader supremo iraniano Ali Khamenei e della sua famiglia. Ha quindi detto che Orban deve modificare la sua posizione «anti-ucraina» se tiene alla vita dei suoi cinque figli e dei suoi sei nipoti.   L’SBU, erede del KGB sovietico, sa «dove vive, dove dorme, dove beve birra e vino, fuma il narghilè, passeggia e incontra gente», ha dichiarato Omelchenko, precisando che «deve pensare ai suoi nipoti».   I sostenitori dello Zelens’kyj sono indignati con Orbán per la sua contrarietà a quello che ritengono il diritto dell’Ucraina di entrare nell’UE, per il perdurare del sostegno finanziario illimitato a Kiev e per il sequestro, da parte delle forze di sicurezza ungheresi, di un convoglio che trasportava fino a 100 milioni di dollari in contanti e oro, destinati presumibilmente a una banca statale ucraina.   La scorsa settimana Orban ha replicato alle minacce, tranquillizzando la sua famiglia sulla loro incolumità attraverso un video diffuso da Budapest.   Il premier magiaro ha sottolineato che per la sua famiglia ricevere minacce di morte rappresenta qualcosa di «insolito», ma che tale episodio li ha avvicinati ulteriormente. Ha inoltre ammonito che «tutto ha un limite».  

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Il governo guidato dall’Orban si oppone da tempo alla linea dell’UE che prevede l’invio di armi e fondi all’Ucraina contro la Russia, nonché alla candidatura di Kiev all’Unione. Le tensioni si sono acuite a gennaio, quando l’Ucraina ha interrotto le forniture di petrolio russo verso Ungheria e Slovacchia attraverso un oleodotto di epoca sovietica, adducendo danni provocati da un attacco russo – versione smentita da Mosca.   Orban ha accusato Zelens’kyj di aver cercato di scatenare una crisi energetica in Ungheria in prossimità delle elezioni parlamentari di aprile. Il principale avversario politico di Orban, Peter Magyar, ha criticato aspramente Zelensky per aver rivolto minacce al primo ministro, sostenendo che l’UE dovrebbe sospendere i rapporti con Kiev fino a quando il leader ucraino non presenterà scuse formali al popolo ungherese.   Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa Orban aveva dichiarato che avrebbe schierato truppe contro pontenziali «attacchi ucraini».   Orban, che ad inizio anno ha incontrato Putin a Mosca, il mese scorso ha dichiarato Kiev «ha oltrepassato il limite» e che l’Ungheria non si piegerà al «ricatto ucraino».   Zelens’kyj ha già lanciato minacce contro leader e funzionari stranieri in passato. L’anno scorso, ha suggerito ai massimi funzionari russi di controllare la presenza di rifugi antiaerei, insinuando che l’Ucraina avrebbe potuto prendere di mira il Cremlino. Il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha definito le dichiarazioni «irresponsabili».    

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Geopolitica

Pioggia acida, fuoco in strada: gli attacchi israeliani ai depositi di carburante iraniani sono «guerra chimica intenzionale»

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Gli attacchi israeliani contro gli impianti di stoccaggio del petrolio nei pressi di Teheran, verificatisi nel fine settimana, hanno trasformato temporaneamente la capitale iraniana in un «inferno» in fiamme, con conseguenti danni ambientali e sanitari a lungo termine. Lo riporta la stampa russa.

 

Sebbene Israele abbia sostenuto che gli obiettivi fossero di natura militare, l’Iran ha affermato che gli effetti sui civili risultano paragonabili a quelli di una guerra chimica. Persino alcuni sostenitori della guerra per un cambio di regime tra Stati Uniti e Israele hanno manifestato preoccupazione.

 

Nella notte tra sabato e domenica, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno colpito infrastrutture petrolifere a Teheran e nelle aree limitrofe, tra cui almeno quattro importanti depositi di carburante. L’operazione «aggrava significativamente i danni alle infrastrutture militari del regime terroristico iraniano», ha dichiarato il governo israeliano.

 

 

 

 

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Le immagini provenienti da Teheran mostrano vasti incendi da cui si sprigionano dense colonne di fumo nero. Al mattino, i residenti hanno riferito che una «pioggia acida» nera cadeva dal cielo, lasciando macchie su tutto ciò che toccava. Le persone lamentavano mal di testa, sapore sgradevole in bocca, difficoltà respiratorie e altri sintomi legati all’inquinamento atmosferico.

 

Gli attacchi «non sono altro che una guerra chimica intenzionale contro i cittadini iraniani», ha dichiarato su X Esmaeil Baqaei, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano. «Le conseguenze di questa catastrofe ambientale e umanitaria non saranno limitate ai confini dell’Iran».

 

I grandi incendi di idrocarburi generano enormi quantità di sostanze chimiche tossiche e particolato fine, che comportano rischi immediati e prolungati per la salute. Fuliggine, ossidi di zolfo e di azoto, metalli pesanti e altre sostanze nocive colpiscono in misura particolare le persone con patologie respiratorie e gli anziani. A lungo termine, questi inquinanti possono provocare gravi malattie, incluso il cancro. Una volta dispersi nell’atmosfera, possono viaggiare per migliaia di chilometri; depositati sul suolo, contaminano le falde acquifere.

 

 

 

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Eventi analoghi provocati dall’uomo, come gli incendi dei pozzi petroliferi appiccati dalle forze di Saddam Hussein nel 2003 durante l’invasione statunitense, hanno prodotto effetti duraturi sulle truppe americane presenti sul campo. Gli incendi di Teheran si distinguono per la loro prossimità a un grande centro urbano, con un rischio maggiore di esposizione acuta.

 

Teheran, città di quasi 10 milioni di abitanti, si trova in una conca semi-chiusa ai piedi dei monti Alborz, dove la circolazione dell’aria risulta limitata, specialmente in inverno e all’inizio della primavera, ha rilevato il Conflict and Environmental Observatory (CEOBS), finanziato dall’Occidente, nella sua valutazione dei danni.

 

«Sebbene gli impatti sulla salute dell’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico siano relativamente ben noti, la letteratura sull’esposizione acuta a eventi simili è limitata. Ancor meno lo è sugli effetti combinati di tali esposizioni e di quelle di altri inquinanti provenienti da conflitti, come i materiali da costruzione polverizzati dispersi dalle esplosioni», si legge nel rapporto.

 

Secondo fonti di Axios, Washington è rimasta sorpresa dall’ampiezza degli attacchi israeliani. Un funzionario israeliano ha riferito che il messaggio degli Stati Uniti a Israele era «Che diavolo?»

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump «vuole salvare il petrolio» e ritiene che le immagini di carri armati in fiamme ricordino agli elettori americani l’aumento dei prezzi del carburante, ha spiegato un consulente al giornale.

 

Il senatore Lindsey Graham, tra i principali sostenitori dell’operazione di cambio di regime e «istruito» dall’Intelligence israeliana su come convincere Trump ad attaccare l’Iran, ha invitato le IDF a procedere con cautela.

 

«Il nostro obiettivo è liberare il popolo iraniano in un modo che non comprometta la sua possibilità di iniziare una vita nuova e migliore quando questo regime crollerà», ha affermato. «L’economia petrolifera dell’Iran sarà essenziale per questo obiettivo».

 

Trump ha riconosciuto che la possibilità di imporre il controllo americano sulle esportazioni di petrolio iraniano influisce sui calcoli della sua amministrazione.

 

La strategia dell’Iran nel conflitto consiste nell’aumentare i costi della guerra per gli Stati Uniti e i suoi alleati, resistendo al contempo agli attacchi israeliani. I suoi contrattacchi contro gli stati del Golfo che ospitano basi americane, incluse infrastrutture energetiche e petroliere in transito nello Stretto di Hormuz, hanno provocato uno shock globale dei prezzi dell’energia, che Trump ha definito irrilevante nel quadro complessivo.

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Come riportato da Renovatio 21, sabato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha espresso rammarico personale per i danni arrecati alle nazioni arabe e ha affermato che l’Iran avrebbe cessato di attaccare qualsiasi Paese da cui non fosse stato attaccato.

 

In contrasto con la retorica più aggressiva di altri funzionari iraniani, tali dichiarazioni sono state interpretate da alcuni come un’offerta di via d’uscita. Trump le ha definite una dimostrazione di debolezza iraniana e ha ribadito le richieste di resa incondizionata.

 

Il potenziale di ulteriore escalation del conflitto è emerso nel fine settimana dagli attacchi agli impianti di desalinizzazione in Iran e Bahrein. L’acqua dolce è scarsa in Medio Oriente e la desalinizzazione rappresenta una delle principali fonti di approvvigionamento.

 

Un attacco a un impianto sull’isola di Qeshm, avvenuto sabato – di cui Teheran ha attribuito la responsabilità agli Stati Uniti, definendolo un precedente pericoloso – avrebbe lasciato senza acqua dolce circa 30 villaggi iraniani. Gli Emirati Arabi Uniti hanno smentito le affermazioni dei media israeliani secondo cui sarebbero stati responsabili dell’attacco. Il Bahrein ha accusato l’Iran di aver colpito un impianto di desalinizzazione sul proprio territorio domenica mattina.

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Immagine screenshot da Twitter

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