Spirito
Il documento papale contro la Messa in latino esiste, ma ad impedirne la pubblicazione sarebbe stato un ortodosso russo
Un amico di Bergoglio ha affermato che il Papa gli ha detto che esiste un documento, di cui si è molto parlato durante l’estate, per introdurre nuove restrizioni alla messa in latino, e che non lo ha firmato solo a causa di una conversazione tra i due. Lo riporta PerMariam.
La rivelazione sembra confermare che un documento mirato a limitare drasticamente la messa in latino esiste davvero, nonostante le informazioni sulla sua esistenza siano state contrastanti durante l’estate.
L’estate passata erano circolate voci su un possibile nuovo documento volto a imporre severe restrizioni alla celebrazione della messa tradizionale in latino. Secondo queste indiscrezioni, il provvedimento avrebbe riguardato in particolare i sacerdoti diocesani, mentre le principali comunità legate alla cosiddetta messa in latino, come la Fraternità di San Pietro e l’Istituto di Cristo Re, sembravano al sicuro da eventuali interventi. Questo perché le loro costituzioni e carismi erano stati recentemente approvati personalmente dal Francesco durante incontri privati, rendendo improbabile un provvedimento che le coinvolgesse direttamente.
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Come noto, mesi fa fonti vicine a Bergoglio avevano dichiarato di non essere a conoscenza dell’esistenza del presunto documento di cui si è parlato. Anche il sito cattolico di informazione The Pillar, noto per avere contatti influenti e ben informati all’interno del Vaticano, in particolare nella Segreteria di Stato guidata dal cardinale Parolin, non era stato in grado di confermare l’esistenza di tale documento, nonostante la sua reputazione di accedere a informazioni riservate.
Voci sostenevano che il documento sarebbe scritto dal segretario della Congregazione per il Culto Divino arcivescovo Vitoria Viola, ma si dice che avrebbe ricevuto anche il sostegno fondamentale del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, del cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, e del nunzio francese, arcivescovo Celestino Migliore.
Più tardi l’arcivescovo Migliore, il cardinale Gugerotti e infine il cardinale Parolin avevano negato di essere coinvolti nel progetto vociferato.
«Poiché l’estate era trascorsa senza che venisse reso pubblico il tanto vociferato documento, e dato che prelati di alto profilo avevano negato il suo coinvolgimento, sembrava che il testo non sarebbe stato reso pubblico a breve» scrive PerMariam.
Quando la questione sembrava archiviata, il vaticanista Robert Moyniha, ha rivelato durante una recente intervista a Inside the Vatican che un amico da lui presentato al papa avrebbe avuto un ruolo chiave nell’impedire la pubblicazione del documento.
Intervenendo in un podcast del 7 novembre, Moynihan ha dichiarato: «ho un amico che è ortodosso russo, l’ho presentato a Papa Francesco qualche anno fa, più di dieci anni fa. Si sono scambiati i numeri».
«Gli ho sempre detto che siamo molto desiderosi di mantenere uno spazio nella chiesa… per la vecchia liturgia, che era simile in molti modi alla liturgia bizantina. Lui ha apprezzato questo perché anche lui è ortodosso».
«Ho detto: “Ditelo al Papa quando comunicate con lui perché ci sono voci secondo cui potrebbe voler abolire la vecchia liturgia, in un modo che Joseph Ratzinger ha suggerito non fosse nemmeno possibile”».
«Ha detto di aver comunicato con il Papa la scorsa estate e di avergli detto che c’erano così tante brave persone giovani in America e in altri Paesi che amavano la vecchia liturgia e non la amavano come una specie di segno della loro rabbia contro di lui, ma semplicemente perché amavano Gesù. Volevano avvicinarsi a Lui e la liturgia lo faceva. Ed era molto simile al modo in cui le persone semplici in Russia si avvicinavano alla liturgia nel 1600, quando i vecchi credenti furono condannati perché volevano mantenere la stessa vecchia liturgia e non la liturgia riformata del 1660 in Russia.
«Quindi questo russo ha detto queste cose al Papa e il Papa gli ha detto: “Ho il testo sulla mia scrivania. Mi hanno detto che dovrei firmare, ma siccome mi hai detto tutto questo, non firmerò”».
Dr @RobertMoynihan says that a Russian Orthodox friend he introduced to #PopeFrancis helped convince @Pontifex not to ban the Latin Mass this summer.
Francis said: “I’ve got the text on my desk. They told me I should sign but since you told me this, I won’t sign.” https://t.co/hCsfkHMFj3 pic.twitter.com/Pj1gtJ2K7X
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) November 8, 2024
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L’identità dell’amico del Moynihan è tenuta segreta, ma il sito PerMariam, che ha pubblicato la notizia, sostiene trattarsi di una fonte attendibile e autorevole.
Se le osservazioni della fonte russa fossero vere, e anche quelle di Francesco, ciò metterebbe in evidenza che il documento di cui si vocifera esisteva davvero e che la Chiesa è stata molto vicina a farlo promulgare.
Come noto, il Francesco è già stato accusato di aver causato immense divisioni e sofferenze nella Chiesa attraverso l’emanazione di Traditionis Custodes nel 2021, in cui limitava fortemente la Santa Messa tradizionale in tutto il mondo.
L’opposizione alla Messa di sempre da parte di alti funzionari della Congregazione per il Culto è più che documentata.
Ad esempio, l’ex Prefetto della CDF, il cardinale Gerhard Müller, aveva rivelato quest’anno che Jun rappresentante di alto rango del Dicastero romano per il Culto divino» è rimasto sgomento quando ha sentito parlare dell’enorme numero di giovani pellegrini nel tradizionale pellegrinaggio tradizionalista a Chartres, dove il cardinale ha officiato la Santa Messa conclusiva.
Il cardinale Müller ha affermato che il funzionario «ha obiettato che questo non era affatto motivo di gioia, perché la Santa Messa è stata celebrata secondo l’antico rito latino straordinario».
Rispondendo alla recente notizia che la Congregazione per il Culto ha vietato quasi tutte le Messe tradizionali nell’ex diocesi di Tyler del vescovo Strickland, il vescovo Atanasio Schneider l’ha definita una «persecuzione».
Mentre i tentativi di infrangere l’insegnamento della Chiesa vengono fatti in un vano tentativo di risolvere le vocazioni, le comunità tradizionali prosperano. Probabilmente anche rafforzate da Traditionis Custodes, i gruppi dediti alla Messa in latino hanno registrato anno dopo anno nuovi record di ammissioni ai loro seminari.
La Fraternità San Pio X ha accettato 64 nuovi candidati al sacerdozio nei suoi 4 seminari, portando il numero dei seminaristi a oltre 250.
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Immagini Jeff Culbreath via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
Spirito
La Messa di sempre: quando un Arciduca dà ragione a mons. Lefebvre
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Intelligenza Artificiale
L’enciclica Magnifica Humanitas: commento di un sacerdote FSSPX
I cattolici si aspettano che il Papa spieghi in che modo l’uso dell’intelligenza artificiale sia moralmente buono e in che modo non lo sia, in relazione a una morale definita in riferimento alla Legge di Dio.
La prima Enciclica di Papa Leone XIV è datata 15 maggio 2026, un anno dopo l’elezione di Robert Francis Prevost al Sommo Pontefice. Con un totale di 245 paragrafi, il testo del nuovo Papa non è né più né meno lunga delle Encicliche del suo predecessore.
Come spiega nel paragrafo 3 del Capitolo 1, Leone XIV ha voluto approfittare del 135° anniversario dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII, pubblicata nel 1891, per estendere a suo modo «questa riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo Dottrina Sociale della Chiesa». E questo dovrebbe già bastare a destare costernazione tra i cattolici, o quantomeno ad aggravare ulteriormente la perplessità in cui i poveri fedeli si trovano da oltre sessant’anni, dal Concilio Vaticano II.
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Una nuova concezione della dottrina sociale
In effetti, lo scopo di un documento del Magistero della Chiesa, come un’enciclica papale, non è quello di condurre una «riflessione», ma di dispensare, con la stessa autorità di Dio, un insegnamento, di dichiarare e spiegare il significato della verità rivelata da Dio. E la dottrina sociale della Chiesa non è, almeno non principalmente, una riflessione «sulla società, l’economia e la politica». Essa fa parte della dottrina morale che la Chiesa insegna ai suoi fedeli nel nome di Dio, ovvero la dottrina che dovrebbe mostrarci come regolare le nostre azioni per la salvezza eterna delle nostre anime.
Ora, la regola che governa le azioni umane è l’eterna legge divina, che si esprime sia nella legge divina naturale (cioè nei Dieci Comandamenti rivelati da Dio a Mosè) sia nella legge divina positiva (cioè nei precetti e nei consigli del Vangelo, rivelati da Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, e fedelmente trasmessi nella Santa Chiesa dai suoi apostoli e dai loro successori, i vescovi). D’altra parte, queste azioni umane non sono mai puramente individuali, poiché l’umanità, per sua natura, non può raggiungere la perfezione umana, tanto meno la perfezione soprannaturale della santità e salvare la propria anima, senza vivere in società, cioè senza coordinare le proprie azioni con quelle degli altri sotto la guida di un’autorità, al fine di ottenere, con l’aiuto degli altri, ciò che non potrebbe conseguire con la sola attività individuale.
Ecco perché la «dottrina sociale» della Chiesa è parte integrante della dottrina morale, o, più precisamente, ne è la piena espressione, in conformità alle esigenze della natura umana, di questa dottrina morale: una dottrina morale, se vogliamo, considerata in tutto ciò che la natura umana implica, compresa la vita in società. E questa dottrina sociale non è altro che l’insegnamento con cui il Papa e i vescovi indicano ai fedeli come le loro azioni, compiute nel contesto di questa vita sociale, debbano conformarsi alla legge di Dio.
La «riflessione» che rappresenta la Dottrina Sociale della Chiesa nello spirito di Papa Leone XIV è descritta come ðun patrimonio di sapienza in cui troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, e linee guida concrete per agire». La vaghezza di queste espressioni, che non fa alcun riferimento all’elevazione gratuita dell’umanità all’ordine soprannaturale, non soddisferà nessuno tra i cattolici che desiderano rimanere fedeli alle promesse del loro battesimo. Ciò è tanto più vero in quanto lo scopo di questa riflessione non appare più chiaramente dettato dalla salvezza eterna delle anime: questa dottrina sociale “ci aiuta ad analizzare con lucidità le sfide del presente, individuando le vie appropriate per vivere un’autentica testimonianza cristiana nella gioia e nel servizio al mondo” […] «che preservi la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta» (§ 3).
Questa vuota fraseologia, che si diletta con il vocabolario standardizzato della nuova teologia conciliare, fatica a indicarci l’oggetto formale e appropriato della dottrina sociale della Chiesa. Ma questa inadeguatezza non è nuova: le sue radici profonde affondano nella costituzione pastorale Gaudium et spes, un vero capolavoro di chiacchiere incoerenti – e di fumo negli occhi modernista.
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Dalla Legge di Dio alla Dignità Umana
Ma, al di là di questa assurdità, la vera tragedia è che, per usare l’espressione di Pierre Gaxotte, questo inganno di parole non è innocente, perché spiana la strada agli errori della mente. Al di là di questo discorso inizialmente esitante, la nuova «dottrina sociale» trova il suoIl profondo significato risiede nel suo riferimento ai fondamenti e ai principi richiamati nel Capitolo 2 dell’Enciclica: il fondamento di questa dottrina è l’erronea idea di dignità umana, introdotta dal Concilio Vaticano II, in particolare nella Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, ma anche nella Costituzione pastorale Gaudium et spes; i suoi principi sono la nuova, erronea idea di bene comune e di ordine sociale derivante da questo errato fondamento della dignità umana.
L’essenza dell’Enciclica è dunque condensata nei paragrafi da 48 a 58. È qui che risiede il nucleo, perché è qui che il papa ci indica, questa volta con un linguaggio sufficientemente chiaro e preciso, quale sia il vero oggetto formale – o idea guida – di tutta la sua argomentazione. Infatti, quest’Enciclica affronta, come oggetto, le nuove tecnologie che si sono diffuse nell’uso umano – in particolare e soprattutto l’intelligenza artificiale. Ma se l’Enciclica ne parla, è per spiegare come essa debba essere utilizzata in conformità a una nuova dottrina sociale il cui fondamento è la dignità ontologica della persona umana, «immagine del Dio Trino». Il cuore stesso dell’Enciclica, il nucleo di questa questione, si trova nel paragrafo 52, che nessun cattolico degno di questo nome potrebbe leggere senza provare un profondo senso di riverenza:
«Quando parliamo di dignità, non usiamo sempre la parola nello stesso senso: a volte ci riferiamo alla dignità morale, cioè al modo in cui una persona orienta le proprie scelte e azioni; altre volte pensiamo alla dignità sociale, cioè alle condizioni di vita di una persona e al rispetto concreto che la società le riserva; in altri casi ancora ci riferiamo alla dignità esistenziale, cioè al modo in cui una persona percepisce il valore di sé e della propria vita. Queste dimensioni della dignità possono aumentare o diminuire. Al di là di questi significati, tuttavia, esiste un livello più profondo e importante: la dignità ontologica. Questa è la dignità che appartiene a ogni essere umano semplicemente in virtù della sua esistenza, dell’essere stato voluto, creato e amato da Dio. Nessun peccato, nessuna mancanza, nessuna umiliazione, nessuna esclusione possono diminuire il profondo valore di una vita umana che Egli stesso ha voluto e chiamato all’esistenza».
L’uomo al centro della riflessione. Questa è la prospettiva da cui Papa Leone XIV intende valutare ogni altra cosa. L’uso delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale viene considerato in relazione alla «dignità inerente a ogni essere umano semplicemente in virtù della sua esistenza, dell’essere stato voluto, creato e amato da Dio», un uso che deve contribuire allo «sviluppo integrale della persona”, in riferimento all’enciclica Populorum Progressio (1967) di Papa Paolo VI, ovvero uno sviluppo «orientato alla promozione di ogni singolo individuo e della persona nella sua interezza». Pertanto, «lo sviluppo integrale della persona è l’orizzonte da cui possiamo comprendere le trasformazioni del nostro tempo, comprese quelle della rivoluzione digitale» (§ 85).
E la domanda fondamentale a cui la «riflessione» dell’Enciclica cerca di rispondere è questa: «Queste innovazioni tecnologiche, in particolare l’intelligenza artificiale, (…) contribuiscono davvero alla crescita degli individui e dei popoli nell’umanità e nella fraternità, nel rispetto della casa comune e delle generazioni future?» (§ 85). Non per condurre le persone sulla via del Paradiso, ma per aiutarle a crescere nel rispetto del mondo e dell’umanità quaggiù. Il santo Curato d’Ars promise al bambino che incontrò durante il suo cammino che gli avrebbe mostrato la via del Paradiso: «Tu mi hai mostrato la via per Ars, io ti mostrerò la via per il Paradiso». Se fosse ancora vivo oggi, attento alle parole di Papa Leone XIV, per non abbandonare la Barca di Pietro rompendo la comunione gerarchica, non dovrebbe dire al bambino questa volta: «Tu mi hai mostrato ChatGPT, io ti spiegherò come adottare un atteggiamento ecologico»?…
Il messaggio di Leone XIII, nell’enciclica Rerum novarum, era di tutt’altro livello. Il papa ha parlato delle innovazioni – più economiche che tecniche – del suo tempo, ma ne ha parlato per spiegarne il corretto utilizzo secondo la legge di Dio, per praticare la vera giustizia, che è di ordine soprannaturale, e non per ostacolare la salvezza delle anime. Il fondamento che ha ispirato tutto il discorso di questo Papa è stata la grande realtà dei Novissimi, una realtà che è stata l’idea guida di tutto l’insegnamento della Chiesa fin da quando il Verbo Incarnato è venuto a predicare il Regno dei Cieli. Ora, la nuova enciclica del nuovo Papa viene a predicarci il nuovo Regno della nostra casa comune e della fraternità universale.
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L’oblio del peccato e la fine del mondo
In definitiva, la grande idea assente da Magnifica humanitas è proprio l’idea che sta alla base della morale e, con essa, dell’intera dottrina sociale della Chiesa: l’idea di peccato. L’angolo da cui affrontare i problemi che l’uso dell’Intelligenza Artificiale può porre è proprio questo: i cattolici si aspettano che il papa dica loro in quali modi tale uso sia moralmente buono e in quali no, in relazione a una morale definita in riferimento alla Legge di Dio.
I cattolici si aspettano che il papa dica loro in quali modi tale uso sarebbe peccaminoso e comprometterebbe la salvezza delle loro anime. Ma questo significherebbe adottare un atteggiamento «teocentrico», se non addirittura «cristocentrico», in cui l’umanità deve trovare la sua vera dignità non in sé stessa, ma nella dipendenza che deve legare le sue azioni all’assoluto di Dio. Il fondamento indicato da Leone XIV nel capitolo 2 della sua Enciclica verrebbe così sovvertito.
Eppure le parole del Vangelo (Matteo 16,26-27) non saranno dimenticate: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua? O che cosa può dare l’uomo in cambio dell’anima sua?». L’IA?
Don Jean-Michel Gleize
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Sapienza Università di Roma via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 4.0
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