I programmi dei candidati Donald Trump e Joe Biden si discostano da quelli dei predecessori. La posta in gioco non è adattare gli Stati Uniti ai cambiamenti del mondo, ma definire quale sarà la fisionomia del Paese. La questione è esistenziale, sicché c’è davvero la possibilità che le contrapposizioni degenerino e sfocino in violenza. Per gli uni, il Paese dev’essere una nazione al servizio dei cittadini, per gli altri deve recuperare lo status imperiale precedente.
Geopolitica
Quale sarà la politica estera del prossimo presidente degli Stati Uniti?
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire con traduzione di Rachele Marmetti. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
La campagna presidenziale statunitense 2020 vede contrapposti due modi radicalmente diversi di concepire il Paese: impero o nazione?
La campagna presidenziale statunitense 2020 vede contrapposti due modi radicalmente diversi di concepire il Paese: impero o nazione?
Da un lato, la pretesa di Washington di dominare il mondo arginando (containment) i concorrenti potenziali − strategia annunciata da George Kennan nel 1946 e seguita da tutti i presidenti fino al 2016; dall’altro la ricusazione dell’imperialismo e la volontà di favorire la ricchezza degli statunitensi in generale – strategia enunciata dal presidente Andrew Jackson (1829-1837) e ripresa soltanto dal presidente Trump (2017-2020).
Da un lato, la pretesa di Washington di dominare il mondo arginando (containment) i concorrenti potenziali − strategia annunciata da George Kennan nel 1946 e seguita da tutti i presidenti fino al 2016; dall’altro la ricusazione dell’imperialismo e la volontà di favorire la ricchezza degli statunitensi in generale – strategia enunciata dal presidente Andrew Jackson (1829-1837) e ripresa soltanto dal presidente Trump (2017-2020).
Entrambi i campi mascherano le proprie vere intenzioni con la retorica.
Democratici e Repubblicani si atteggiano ad alfieri del «mondo libero», che deve essere difeso dai «dittatori»; ad accaniti oppositori delle discriminazioni razziali, nonché delle discriminazioni di genere e orientamento sessuale; infine a campioni della lotta al «riscaldamento globale».
I jacksoniani denunciano ora la corruzione, ora la perversità e, alla fin fine, l’ipocrisia di chi li ha preceduti, nonché esortano a lottare per la nazione, invece che per l’impero.
I due schieramenti hanno in comune unicamente il culto della forza: Democratici e Repubblicani la vogliono al servizio dell’impero, i jacksoniani al servizio della nazione.
Il fatto che i jacksoniani siano inaspettatamente diventati maggioranza nel Paese e controllino il Partito Repubblicano genera confusione, ma si deve distinguere il trumpismo dall’ideologia repubblicana che seguì la seconda guerra mondiale.
Democratici e Repubblicani appartengono alla classe agiata o sono professionisti delle nuove tecnologie, i jacksoniani sono invece – come i Gilet Gialli in Francia – piuttosto poveri, professionalmente legati alla terra, da cui non riescono a svincolarsi. (1)
Sin dall’inizio del mandato, Trump ha (…) annunciato l’intenzione di riportare a casa le truppe impegnate nella «guerra senza fine»
Secondo il mio parere, i contrasti più rilevanti non vengono dichiarati, ma costantemente sottintesi.
Il programma dei jacksoniani
Sin dall’inizio del mandato, Trump ha rimesso in discussione la strategia Rumsfeld/Cebrowsky di annientamento delle strutture statali di tutti i Paesi del Medio Oriente Allargato, nessuno escluso, e annunciato l’intenzione di riportare a casa le truppe impegnate nella «guerra senza fine». Obiettivo prioritario anche nella campagna 2020 («Basta con le guerre senza fine e riportiamo a casa le nostre truppe» – Stop Endless Wars and Bring Our Troops Home).
Il presidente ha escluso dalle riunioni ordinarie del Consiglio per la Sicurezza Nazionale il direttore della CIA e il presidente del comitato dei capi di stato-maggiore, sottraendo così ai fautori dell’imperialismo il principale strumento di conquista
In seguito il presidente ha escluso dalle riunioni ordinarie del Consiglio per la Sicurezza Nazionale il direttore della CIA e il presidente del comitato dei capi di stato-maggiore, sottraendo così ai fautori dell’imperialismo il principale strumento di conquista. (2)
Ne è seguita una battaglia per la presidenza del Consiglio Nazionale per la Sicurezza, con l’incriminazione del generale Michael T. Flynn, sostituito dal generale H. R. McMaster, a sua volta sostituito dall’eccezionalista John R. Bolton e infine da Robert C. O’Brien.
− A maggio 2017 Trump ingiunse agli alleati degli Stati Uniti di cessare immediatamente il sostegno agli jihadisti che nel Medio Oriente Allargato attuavano la strategia Rumsfeld/Cebrowski. Fu il discorso di Riad ai capi di Stato sunniti e ai capi di governo della NATO. Il presidente Trump dichiarò obsoleta la NATO, ma dovette ricredersi. Tuttavia, se non ottenne l’abbandono della politica di contenimento (containment) della Russia, ottenne il dimezzamento degli stanziamenti per il perseguimento della strategia Rumsfeld/Cebrowski e l’utilizzo dei fondi risparmiati per la lotta allo jihadismo. Così facendo ha in parte ricondotto la NATO da strumento dell’imperialismo ad alleanza difensiva. Ha perciò preteso che i membri dell’Alleanza partecipassero in maniera più sostanziosa al budget. I partigiani dell’imperialismo hanno però continuato a sostenere lo jihadismo con mezzi privati, in particolare con i fondi KKR. (3)
Ha in parte ricondotto la NATO da strumento dell’imperialismo ad alleanza difensiva
Da qui le parole d’ordine di Trump: «Estirpiamo i terroristi mondiali che minacciano di nuocere agli americani» (Wipe Out Global Terrorists Who Threaten to Harm Americans) e «Chiediamo che gli alleati paghino la loro parte» (Get Allies to Pay their Fair Share).
− Fissato, come Democratici e Repubblicani, sul culto della forza, il jacksoniano Trump ha deciso di ripristinare la potenza delle forze armate statunitensi («Mantenere e sviluppare l’ineguagliata forza militare degli Stati Uniti», Maintain and Expand America’s Unrivaled Military Strenght). A differenza dei predecessori, non ha cercato di trasformare la gestione delirante del Pentagono privatizzandone i servizi uno dopo l’altro, ma ha elaborato un piano di reclutamento di ricercatori per poter di nuovo rivaleggiare tecnologicamente con russi e cinesi. (4)
A differenza dei predecessori, non ha cercato di trasformare la gestione delirante del Pentagono privatizzandone i servizi uno dopo l’altro, ma ha elaborato un piano di reclutamento di ricercatori per poter di nuovo rivaleggiare tecnologicamente con russi e cinesi
− Democratici e Repubblicani sostengono Trump solo nella volontà di riconquistare il primato in campo missilistico, benché non siano d’accordo su come riuscirvi («Costruire un eccellente sistema di difesa di cybersicurezza e un sistema di difesa antimissilistico», Build a Great Cybersecurity Defense System and Missile Defense System): l’inquilino della Casa Bianca vuole che gli USA, ed essi soltanto, si dotino di queste armi, che potranno eventualmente essere dispiegate sul territorio degli alleati; gli oppositori vogliono invece coinvolgere gli alleati, in modo da continuare a controllarli. Per Democratici e Repubblicani, il problema non è evidentemente ritirarsi dai trattati di disarmo della guerra fredda per costruire un nuovo arsenale, ma non perdere i mezzi di pressione diplomatica sulla Russia.
Il programma di Democratici e Repubblicani fuori dall’ufficialità del partito
Biden propone di focalizzarsi su tre obiettivi: 1. rinvigorire la democrazia; 2. formare la classe media per fronteggiare la globalizzazione; 3. riprendersi la leadership globale.
Democratici e Repubblicani sostengono Trump solo nella volontà di riconquistare il primato in campo missilistico, benché non siano d’accordo su come riuscirvi
1. Fortificare la democrazia, ossia fondare, secondo termini da egli stesso usati, l’azione pubblica sul «consenso consapevole» (informed consent) degli statunitensi. Biden riprende la terminologia usata nel 1922 da Walter Lipmann, secondo cui la democrazia presuppone la «fabbricazione del consenso» (manufacturing consent). Una teoria a lungo discussa nel 1988 da Edward Herman e Noam Chomsky e che non ha alcun rapporto con la definizione del presidente Abraham Lincoln: «La democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo».
Biden ritiene di poter raggiungere l’obiettivo ristabilendo la moralità dell’azione pubblica attraverso la pratica del «politicamente corretto». Per esempio, Biden condanna «l’orribile prassi [del presidente Trump] di separare le famiglie degli immigrati e collocarne i figli in prigioni private», omettendo però di dire che Trump si è limitato ad applicare una legge democratica allo scopo di dimostrarne l’inutilità; Biden annuncia inoltre di voler riaffermare la condanna della tortura, giustificata invece dal presidente Trump, omettendo però di dire che quest’ultimo, come il presidente Obama, ne ha già vietato il ricorso, senza tuttavia abolire la reclusione a vita senza processo a Guantanamo.
Biden ha annunciato l’intenzione di organizzare un summit sulla democrazia per vincere la corruzione(…)Questo vertice lancerà un appello al settore privato affinché le nuove tecnologie non possano essere utilizzate da Stati autoritari per sorvegliare i cittadini (gli USA e la loro NSA potranno però continuare a farlo nell’interesse, beninteso, del “mondo libero”)
Biden ha annunciato l’intenzione di organizzare un summit sulla democrazia per vincere la corruzione, difendere il «mondo libero» contro i regimi autoritari e far avanzare i «diritti dell’uomo». Alla luce della definizione di democrazia di Biden, si tratterebbe di coinvolgere gli Stati alleati nell’additare capri espiatori come responsabili di quel che non funziona («i corrotti») e promuovere i «diritti dell’uomo», nel senso anglosassone della locuzione − certamente non in quello francese. Ossia mettere fine alle violenze della polizia, ma non favorire la partecipazione dei cittadini al momento decisionale. Questo vertice lancerà un appello al settore privato affinché le nuove tecnologie non possano essere utilizzate da Stati autoritari per sorvegliare i cittadini (gli USA e la loro NSA potranno però continuare a farlo nell’interesse, beninteso, del “mondo libero”).
Biden conclude il capitolo sottolineando il proprio ruolo in seno alla Commissione transatlantica per l’integrità elettorale, a fianco di amici quali l’ex segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, che rovesciò la Jamahiriya Araba Libica, nonché l’ex segretario USA per la Sicurezza della Patria, che mise sotto sorveglianza l’intera popolazione USA. Non dimentichiamo John Negroponte, che organizzò i Contras in Nicaragua e Daesh in Iraq.
2. Formare la classe media per fronteggiare la globalizzazione. Preso atto che la politica successiva allo scioglimento dell’URSS ha comportato la rapida sparizione delle classi medie, Biden è convinto che si potrà prevenire la delocalizzazione di posti di lavoro formando quanto resta della classe media alle nuove tecnologie.
3. Rinnovare la leadership statunitense. Si tratta di fermare, in nome della democrazia, l’avanzamento di «populisti, nazionalisti e demagoghi». Una formula che fa capire quanto, secondo Biden, la democrazia non sia soltanto fabbricazione di consenso, ma anche soppressione della volontà popolare. Infatti, i demagoghi corrompono le istituzioni democratiche, mentre i populisti sono al servizio della volontà popolare e i nazionalisti della collettività.
Preso atto che la politica successiva allo scioglimento dell’URSS ha comportato la rapida sparizione delle classi medie, Biden è convinto che si potrà prevenire la delocalizzazione di posti di lavoro formando quanto resta della classe media alle nuove tecnologie
Biden precisa poi che metterà «per sempre» fine alle guerre; una formula che sembra sostenere lo stesso scopo dei jacksoniani, ma che tuttavia differisce nella terminologia. Si tratta in realtà di validare l’adeguamento del sistema attuale ai limiti imposti dal presidente Trump: perché far morire i soldati USA all’estero, quando si può perseguire la strategia Rumsfeld/Cebrowski usando gli jihadisti, che tra l’altro costano meno? Tanto più che quando era senatore dell’opposizione, Biden diede il proprio nome al piano di divisione dell’Iraq, che il Pentagono cercò d’imporre.
Segue una tirata sull’allargamento della NATO agli alleati latino-americani, africani e del Pacifico. Lungi dall’essere obsoleta, la NATO tornerà a essere il nucleo dell’imperialismo USA.
Biden auspica infine il rinnovo dell’accordo 5+1 con l’Iran e dei trattati di disarmo con la Russia. L’accordo con il presidente iraniano Hassan Rohani mira alla canonica divisione dei Paesi mussulmani in sunniti e sciiti; i trattati di disarmo mirano invece a confermare che l’amministrazione Biden non punta allo scontro planetario, bensì al contenimento (containment) del rivale.
I trattati di disarmo mirano invece a confermare che l’amministrazione Biden non punta allo scontro planetario, bensì al contenimento (containment) del rivale
Il programma del candidato del Partito Democratico e dei Repubblicani, fuori dall’ufficialità del partito, si conclude con la convinzione di dover aderire all’Accordo di Parigi e di assumere la leadership della lotta al riscaldamento globale. Biden precisa che non farà sconti alla Cina, che delocalizza le proprie industrie più inquinanti lungo la via della seta. Omette però di dire che il suo amico Barack Obama prima di entrare in politica redasse gli statuti della borsa di Chicago degli scambi dei diritti di emissione di carbone. La lotta al riscaldamento climatico è un affare di banchieri più che questione ecologica.
Conclusione
È giocoforza constatare che tutto ostacola la chiarificazione. Quattro anni di sconvolgimento del presidente Trump sono riusciti soltanto a sostituire le «guerre senza fine» con una guerra privata di debole potenza: ci sono certamente meno morti, ma sempre di guerra si tratta.
Le élite beneficiarie dell’imperialismo non sono pronte a rinunciare ai propri privilegi.
Le élite beneficiarie dell’imperialismo non sono pronte a rinunciare ai propri privilegi.
Bisogna perciò temere che gli Stati Uniti siano costretti a un conflitto interno, a una guerra civile, e finiscano con lo sfasciarsi, come già accadde all’Unione Sovietica.
Thierry Meyssan
Bisogna perciò temere che gli Stati Uniti siano costretti a un conflitto interno, a una guerra civile, e finiscano con lo sfasciarsi, come già accadde all’Unione Sovietica
NOTE
(1) Nella campagna 2020 Democratici e Repubblicani costituiscono un blocco unico, schierato con l’ex vicepresidente Biden. Quest’ultimo e i suoi sostenitori sono estremamente volubili nell’enunciazione delle proprie intenzioni:
“The Power of America’s Example”, by Joseph R. Biden Jr., Voltaire Network, 11 July 2019.
“Why America Must Lead Again. Rescuing U.S. Foreign Policy After Trump”, by Joseph R. Biden Jr., Foreign Affairs, March/April 2020.
E, in particolare, la dichiarazione di alti funzionari repubblicani della Sicurezza Nazionale, che si sono schierati con il democratico Biden:
“A Statement by Former Republican National Security Officials”, Voltaire Network, 20 August 2020.
“Donald Trump Second Term Agenda”, by Donald Trump, Voltaire Network, 24 August 2020 (alla politica estera è dedicato soltanto l’ultimo breve paragrafo).
(2) Si veda:
“Presidential Memorandum: Organization of the National Security Council and the Homeland Security Council”, by Donald Trump, Voltaire Network, 28 January 2017. «Donald Trump smantella l’organizzazione dell’imperialismo statunitense», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 31 gennaio 2017, traduzione di Rachele Marmetti.
(3) Si veda:
“Presidential Memorandum: Plan to Defeat the Islamic State of Iraq and Syria”, by Donald Trump, Voltaire Network, 28 January 2017.
“Donald Trump’s Speech to the Arab Islamic American Summit”, by Donald Trump, Voltaire Network, 21 May 2017.
“Remarks by Donald Trump at NATO Unveiling of the Article 5 and Berlin Wall Memorials”, by Donald Trump, Voltaire Network, 25 May 2017.
(4) Si veda:
“National Security Strategy of the United States of America”, December 2017. «Il National Security Strategy di Trump», Thierry Meyssan, Sa Defenza (Italia), Rete Voltaire, 27 dicembre 2017.
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Quale sarà la politica estera del prossimo presidente degli Stati Uniti», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 settembre 2020
Economia
Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.
Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».
Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».
«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.
Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.
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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».
Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.
All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».
Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.
Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione
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Geopolitica
Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese
Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.
Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.
«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.
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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».
Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.
La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.
Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.
Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.
La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.
Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.
Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.
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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.
Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.
Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.
In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.
Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.
Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.
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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.
Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.
In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.
Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».
Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.
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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.
Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.
La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.
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Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International
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