Cina
Per Pechino la reincarnazione del Dalai Lama deve seguire le leggi cinesi
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Il concetto è stato ribadito questa settimana durante un incontro a cui hanno partecipato 50 monaci riconosciuti dalla Cina, ma a cui il leader spirituale del Tibet si è sempre opposto. Il Dalai Lama potrebbe mettere fine alla linea di successione il prossimo anno al suo 90° compleanno, escludendo Pechino dal controllo sulla religione buddhista.
Anche la reincarnazione dei buddhisti tibetani deve seguire la legge cinese. È quanto affermano le autorità di Pechino, una nozione ribadita anche a un recente seminario tenutosi a Lanzhou, nella provincia del Gansu e a cui hanno preso parte una cinquantina di monaci riconosciuti dal governo cinese.
Un episodio che riaccende le tensioni con il Dalai Lama, il leader dei buddhisti tibetani in esilio in India, che – ci si aspetta – dovrebbe annunciare i piani per la sua successione entro il prossimo anno.
Secondo il sito filo-cinese Tibet.cn, all’incontro del 3 settembre è stato ribadito che le politiche per la «reincarnazione dei buddha viventi nel buddhismo tibetano» devono essere «compatibili con la società socialista». Secondo il Collegio di alto livello del buddhismo tibetano di Pechino, che si occupa della formazione dei monaci ufficialmente riconosciuti dal Partito comunista cinese e che ha organizzato l’incontro, le usanze storiche, compresa l’approvazione del governo, sono «un principio importante da seguire nella reincarnazione».
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Come per tutte le religioni riconosciute sul suolo cinese, Pechino chiede che i membri del clero giurino fedeltà al PCC, ma per le autorità cinesi la questione della reincarnazione si intreccia con la sovranità sul Tibet.
La Cina teme infatti che la morte dell’attuale Dalai Lama possa generare instabilità sociale nella regione che dal 1950 cerca di opporsi alle ingerenze cinesi. La guida spirituale e premio Nobel per la pace aveva affermato che avrebbe affrontato la questione della reincarnazione a 90 anni, cioè a luglio dell’anno prossimo.
Secondo la tradizione tibetana, il Dalai Lama, al momento della morte, si reincarna in un bambino, da secoli identificato attraverso un complesso processo di rituali e ricerche. Ma Pechino insiste che la reincarnazione deve seguire le regole cinesi. Pechino ha così introdotto il rito dell’Urna d’Oro, un’antica pratica imperiale ripresa dal Partito comunista e dal 2007 incorporata nei regolamenti ufficiali cinesi.
Con questo metodo, nel 1989 la Cina individuò un Panchem Lama, titolo di un altro importante leader religioso del buddhismo tibetano che secondo la tradizione dovrebbe approvare il riconoscimento del prossimo Dalai Lama. Ma l’attuale guida spirituale del Tibet, sottolineando l’illegittimità del processo, non ha mai riconosciuto il Panchem Lama di Pechino, ma ha fatto intendere di voler porre fine alla sua linea di reincarnazione, in modo da escludere Pechino dalla possibilità di avere voce in capitolo.
Da tempo le autorità cinesi organizzano incontri rivolti ai monaci per «sinicizzare» il buddhismo tibetano e portarlo sotto il proprio controllo. A marzo si è tenuto nella capitale un seminario simile a quello di Lanzhou, mentre a metà ottobre si terrà, nella città orientale di Ningbo, il World Buddhist Forum, a cui, dal 2006, il Dalai Lama non è mai stato invitato.
Secondo gli esperti, Pechino vuole dimostrare ai Paesi asiatici che «al posto dell’India, dove il buddhismo è nato, è la Cina ad avere maggiore influenza», ha commentato a Radio Free Asia Sana Hashmi, ricercatrice del think tank Taiwan-Asia Exchange Foundation.
Un modo per far credere al mondo che la Cina stia preservando il buddhismo tibetano. «Dal 2020, sotto la guida del presidente Xi Jinping, il PCC ha intensificato gli sforzi per “sinicizzare” il buddismo tibetano, assegnando questo compito all’Associazione buddista cinese, che organizza conferenze ed eventi, strumenti di manipolazione del soft power», ha spirgato Tenzin Dorjee, membro della Commissione per la libertà religiosa internazionale degli Stati Uniti.
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Immagine di Christopher Michel via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine tagliata
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Cina
IA cinese esce dal sistema di sicurezza integrato
Un modello di Intelligenza Artificialecinese di punta è riuscito a eludere le restrizioni durante un test controllato di sicurezza informatica, intensificando le preoccupazioni sull’efficacia delle misure di sicurezza dell’IA, secondo quanto dichiarato dalla società di ricerca sulla sicurezza informatica statunitense Frontier Security.
I ricercatori hanno individuato il modello in Kimi K3, il principale prodotto della startup Moonshot, spiegando che ha avuto accesso a informazioni online durante una valutazione condotta in un ambiente di test isolato sviluppato dall’AI Security Institute del Regno Unito. Il sistema è concepito per mantenere i modelli di intelligenza artificiale scollegati da Internet mentre vengono valutate le loro capacità.
Anziché portare a termine il compito basandosi esclusivamente sulle informazioni fornite per il test, Kimi K3 ha individuato un modo per accedere a dati online, secondo Frontier Security. I ricercatori hanno precisato che il modello ha sfruttato una debolezza nella configurazione dell’ambiente di test, senza violare direttamente la sua sicurezza.
A differenza di alcuni modelli di intelligenza artificiale coinvolti in recenti episodi di test, Kimi K3 non ha tentato di accedere o attaccare siti web o sistemi informatici esterni, ha dichiarato Frontier Security. Tuttavia, i ricercatori hanno evidenziato che l’incidente indica come il modello sia privo di alcune delle misure di sicurezza informatica integrate presenti nei sistemi di IA concorrenti e possa comportare rischi maggiori, poiché è già disponibile pubblicamente per gli sviluppatori che possono scaricarlo, modificarlo e utilizzarlo.
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Questo episodio si inserisce in una serie di inconvenienti analoghi emersi durante i test, segnalati nelle scorse settimane da OpenAI e Anthropic, i cui modelli di AI sono anch’essi usciti dagli ambienti di test previsti nel corso di valutazioni controllate. In alcuni di questi casi, i sistemi hanno interagito con servizi online esterni mentre cercavano di completare i compiti assegnati.
Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa anche Meta è diventata la terza grande azienda tecnologica a comunicare che la propria Intelligenza Artificiale ha perso il controllo e ha violato i sistemi di un’azienda terza.
Le più recenti scoperte accrescono il controllo sui sistemi di IA avanzati, mentre governi, ricercatori e aziende tecnologiche lavorano per rafforzare i test di sicurezza. Valutazioni recenti hanno mostrato che i modelli di IA, sempre più sofisticati, possono sfruttare debolezze impreviste negli ambienti di test o operare al di là dei limiti stabiliti dai ricercatori.
Nel frattempo, è emerso che nei recenti attacchi l’IA ha preso di mira persona reali durante i test.
Come riportato da Renovatio 21, a maggio 2025 era emerso che un modello di IA Anthropic, Claude Opus 4, ha tentato di ricattare gli ingegneri durante dei test interni minacciando di rivelare dati personali se fosse stato spento.
Lo scorso mese il direttore della CIA John Ratcliffe ha affermato che gli strumenti cibernetici basati sull’IA possono essere paragonati alle «armi nucleari digitali», avvertendo che potrebbero alimentare le rivalità tra le potenze globali.
Negli stessi giorni, le agenzie di sicurezza informatica di Five Eyes, l’unione internazionale dei Paesi anglofoni per lo spionaggio, hanno dichiarato che modelli avanzati di Intelligenza Artificiale potrebbero presto fornire agli hacker la capacità di paralizzare governi, aziende e sistemi critici. In pratica saremmo «a pochi mesi di distanza» dallo scenario in cui interi governi di nazioni terrestri possono essere rovesciati dall’AI.
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Immagine generata artificialmente
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