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Stragi

Israele ha ucciso il 75% di tutti i giornalisti morti nel 2023 mentre coprivano zone di conflitto

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Un’inchiesta del giornale britannico Guardian ha scoperto che l’esercito israeliano considererebbe legittimi obiettivi militari i media affiliati alla resistenza al genocidio di Gaza.

 

Parte del cosiddetto Gaza Project, uno sforzo della ONG Forbidden Stories con sede in Francia per analizzare l’uccisione di giornalisti a Gaza da parte delle Forze di difesa israeliane (IDF), l’inchiesta ha determinato che almeno 103 giornalisti sono morti nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre. Circa il 30 percento di loro lavorava per organi di informazione affiliati ad Hamas.

 

Almeno 23 dei giornalisti morti lavoravano per Al-Aqsa, che è considerato il più grande organo di stampa legato ad Hamas. Secondo Israele, i giornalisti legati ad Hamas sono l’equivalente dei militanti di Hamas, quindi le loro vite devono essere poste fine.

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Un importante portavoce dell’esercito israeliano ha commentato che non c’è «alcuna differenza» tra lavorare per un organo di stampa legato ad Hamas ed essere un membro delle Brigate Qassam, l’ala armata di Hamas.

 

«È una dichiarazione scioccante… un completo malinteso o semplicemente un deliberato disprezzo per il diritto internazionale», ha affermato Adil Haque, professore di diritto alla Rutgers University nel New Jersey, a proposito dello spietato disprezzo di Israele per la vita umana.

 

L’aggressione di Israele contro i giornalisti non è una novità dal 7 ottobre. È in corso almeno dal 2019, quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha firmato un ordine che designava la rete come organizzazione terroristica.

 

All’inizio del conflitto in corso a Gaza, il 7 ottobre, gli uffici di Al-Aqsa furono evacuati quasi immediatamente perché si riconobbe che Israele avrebbe sicuramente preso di mira la struttura per bombardarla.

 

Una fonte israeliana ha ammesso agli inquirenti che c’è stato «un approccio permissivo nel prendere di mira» l’esercito quando si tratta di decidere chi è autorizzato a sparare o bombardare in quanto «nemico».

 

Un’altra fonte a conoscenza della consulenza legale fornita ai militanti dell’IDF in merito a chi sia un obiettivo legittimo in tempo di guerra ha affermato che i giornalisti affiliati ad Hamas vivono in una «zona grigia» a causa di una «visione problematica» all’interno dell’esercito israeliano secondo cui “ogni volta che c’è qualcuno che riceve uno stipendio in ultima analisi da Hamas», diventa un obiettivo legittimo.

 

Il Committee to Protect Journalists (CPJ) con sede negli Stati Uniti ha appreso che oltre il 75% di tutti i giornalisti morti nel 2023 sono stati uccisi dall’esercito israeliano a Gaza: dei 99 giornalisti uccisi nel mondo lo scorso anno, 72 erano palestinesi. Le uccisioni di giornalisti sarebbero diminuite a livello globale di anno in anno se non fosse stato per le morti nella guerra in corso a Gaza, ha affermato il CPJ nel suo rapporto annuale pubblicato lo scorso febbraio.

 

«Nel dicembre 2023, il CPJ ha riferito che nei primi tre mesi della guerra Israele-Gaza sono stati uccisi più giornalisti di quanti ne siano mai stati uccisi in un singolo paese in un anno intero», ha affermato l’organizzazione.

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Il CPJ ha già attaccato quella che definisce la «persecuzione» dei giornalisti da parte delle forze israeliane e sta indagando se una dozzina di giornalisti uccisi nel conflitto di Gaza siano stati deliberatamente presi di mira dai soldati israeliani, il che costituirebbe un crimine di guerra.

 

«Questa guerra non ha precedenti in termini di minaccia per i giornalisti», ha detto al network qatariano Al Jazeera Jodie Ginsberg, la presidente del CPJ. «Ciò che è importante ricordare riguardo a questa guerra è che i giornalisti di Gaza sono gli unici giornalisti in grado di riferire su ciò che sta accadendo a Gaza. I giornalisti internazionali non sono riusciti a entrare, non gli è stato permesso di entrare, tranne che in viaggi molto, molto controllati e supervisionati dall’esercito israeliano. Quindi dipendiamo completamente da quei giornalisti [palestinesi], che stanno rischiando la vita per portarci questa storia».

 

A livello mondiale, il rapporto del CPJ afferma che il bilancio delle vittime di 99 reporter uccisi è stato il più alto dal 2015 e un aumento di quasi il 44% rispetto ai dati del 2022.

 

Secondo quanto riportato, molti dei giornalisti assassinati da Israele nel 2023 non avevano nulla a che fare con Hamas. Uno di loro, Hamza Dahdouh, figlio del capo dell’ufficio di Al Jazeera Wael Dahdouh, è stato bombardato a morte in un attacco aereo dell’IDF il 7 gennaio.

 

Dahdouh è morto insieme al collega giornalista Mustafa Thuraya mentre i due stavano documentando i danni causati dai militanti dell’IDF in un’area residenziale tra le città di Khan Yunis e Rafah, nella parte meridionale della Striscia di Gaza.

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Stragi

Migliaia e migliaia a Londra per protestare contro il genocidio di Gaza

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Sabato migliaia di persone sono scese in piazza a Londra chiedendo al governo britannico di interrompere la fornitura di armi a Israele e di boicottare gli scambi commerciali, a causa di quello che i manifestanti hanno definito tre anni di «genocidio» contro i palestinesi di Gaza.   Israele ha avviato la sua campagna militare a Gaza tre anni fa in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, in cui circa 1.200 israeliani sono stati uccisi e 250 presi in ostaggio. Le Nazioni Unite stimano che circa 1,98 milioni di persone, ovvero il 90% della popolazione di Gaza, siano state sfollate a causa delle operazioni militari da allora, mentre gran parte delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie dell’enclave è stata danneggiata o distrutta.   I filmati girati nel centro di Londra mostrano folle di manifestanti radunati lungo il Victoria Embankment: molti indossavano kefiah, sventolavano bandiere palestinesi e mostravano cartelli con scritte come «Basta al genocidio», «Palestina libera», «Disarmare Israele, salvare vite umane» e «Rendiamo di nuovo grande l’empatia», mentre marciavano verso il Parlamento.   Tra i partecipanti sembrava esserci anche una coppia di sposi.  

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La Gran Bretagna ha già imposto alcune restrizioni all’esportazione di armi verso Israele, tra cui la sospensione delle licenze per le attrezzature che potrebbero essere utilizzate dalle forze israeliane a Gaza. Londra ha inoltre adottato misure per limitare gli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi. Londra ha dichiarato che rifiuterà le richieste di licenza di esportazione per le merci che potrebbero contribuire materialmente all’occupazione, mentre altre restrizioni commerciali prendono di mira le attività legate agli insediamenti.   I manifestanti considerano tali misure come passi limitati, insufficienti a produrre un cambiamento significativo per i palestinesi. Ismail Patel, a capo del gruppo di attivisti britannico Friends of Al-Aqsa (FOA), ha criticato le restrizioni perché prendono di mira il commercio legato agli insediamenti israeliani anziché intraprendere azioni più ampie sulle esportazioni di armi e sugli scambi commerciali con Israele, accusando il governo britannico di adottare una posizione «di facciata» invece di un’azione concreta per proteggere i diritti dei palestinesi.   I parlamentari britannici hanno votato per mettere al bando Palestine Action, un gruppo di azione diretta fondato nel 2020 che prende di mira le aziende legate all’industria bellica israeliana, in particolare Elbit Systems, come organizzazione terroristica, equiparandola in pratica ad al-Qaeda e all’ISIS e rendendo reato sostenerla o farne parte. La decisione è arrivata dopo che due suoi attivisti erano entrati in una base aerea della RAF, spruzzando vernice nei motori di due aerei da trasporto Voyager e danneggiandoli con piedi di porco.   L’Alta Corte ha respinto la richiesta del gruppo di sospendere il provvedimento in attesa del ricorso, quindi il divieto è entrato in vigore a mezzanotte. Chi viola il divieto rischia fino a 14 anni di carcere. Il provvedimento ha suscitato forti critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, che hanno parlato di un rischio per la libertà di espressione e di riunione.  

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Geopolitica

Il ministro israeliano Smotrich appoggia il genocidio dei palestinesi dinanzi alle telecamere

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Nel corso di un evento filmato il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato che la «pulizia radicale» che Israele sta conducendo nel Libano meridionale è «senza precedenti». Smotrich ha sottolineato che «non si torna indietro» e che il mondo non fermerà Israele.

 

«La pulizia radicale, sia in superficie che nel sottosuolo, che stiamo effettuando ora nel Libano meridionale, nelle sue profondità, non ha precedenti».

 

«Questa è una purificazione totale senza precedenti, sia sopra che sotto terra. Non hanno nessun posto dove tornare! E comunque, il mondo non ci fermerà!» ha esclamato il ministro sionista.

 


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Queste dichiarazioni hanno riacceso il dibattito sulla campagna militare israeliana e sulla sorte dei civili sfollati dal Libano meridionale.

 

Come riportato da Renovatio 21, lo Smotrich cinque mesi fa aveva dichiarato che l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania procede con il pieno appoggio degli Stati Uniti.

 

Come riportato da Renovatio 21, lo Smotrich promuove la conquista della Striscia di Gaza. Nel maggio 2025 Smotrich è intervenuto su Canale 12 TV dichiarando che Israele occuperà completamente la Striscia di Gaza, dicendo praticamente agli israeliani che dovrebbero dimenticare gli ostaggi rimasti nelle mani di Hamas.

 

Oramai tutti riconoscono che si tratta del governo più estremista della Storia di Israele, sostenuto da sionisti religiosi e secolaristi, con tinte messianiche che interesserebbero lo stesso Netanyahu. Sullo sfondo, sempre più distintamente, l’idea del «Grande Israele», dove lo Stato degli ebrei si estende in tutta la regione.

 

Come riportato da Renovatio 21, lo Smotrich aveva citato il concetto dell’inesistenza dei palestinesi in un servizio commemorativo per un attivista del Likud a Parigi. Parlando da un podio decorato con una mappa di Israele che includeva la Giordania, aveva affermato che il popolo palestinese «non esisteva».

 

Come riportato da Renovatio 21 ad agosto 2024, Smotrich ha espresso il suo sostegno al blocco degli aiuti a Gaza, affermando che «nessuno ci permetterà di far morire di fame due milioni di civili, anche se ciò potrebbe essere giustificato e morale, finché i nostri ostaggi non saranno restituiti».

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Alla fine di febbraio 2024, il ministro sionista aveva affermato che lo Stato di Israele avrebbe dovuto «spazzare via» il villaggio palestinese di Huwwara, dopo che era stato oggetto di una violenta aggressione da parte dei coloni israeliani. Mesi prima lo Smotrich aveva legalizzato 5 nuovi insediamenti di coloni ebraici. A inizio dell’anno passato aveva dichiarato che cacciare il 90% degli abitanti di Gaza «non costa nulla».

 

Smotrich, assieme ad altri partiti sionisti, aveva annunciato di essere pronto a lasciare il governo (facendolo quindi cadere) qualora Netanyahu accettasse la tregua con Hamas proposta dapprima dal presidente americano Biden.

 

Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno lo Smotrich aveva chiesto apertis verbis l’annessione del Libano meridionale.

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Stragi

Sparatorie massive consecutive in Sudafrica: 27 morti

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Almeno 27 persone sono state uccise e 26 ferite in due sparatorie di massa in Sudafrica a poche ore di distanza, scatenando una vasta caccia all’uomo da parte della polizia.   L’attacco più grave è avvenuto sabato sera in un bar di Wedela, a Sud-Ovest di Johannesburg: otto uomini armati, presumibilmente con fucili AK-47 e pistole, hanno aperto il fuoco sugli avventori, uccidendo 17 persone e ferendone 15.   Secondo il Servizio di Polizia sudafricano (SAPS), alcune persone bevevano sia dentro sia fuori dal locale quando gli aggressori sono arrivati intorno alle 21:30 ora locale. Hanno sparato prima a chi stava all’esterno, poi sono entrati e hanno continuato. I sospetti avrebbero perquisito alcuni avventori e rubato i cellulari prima di fuggire su due veicoli non identificati. Altri due mezzi sono stati dati alle fiamme.   Tredici uomini e quattro donne sono stati dichiarati morti sul posto; i feriti sono stati portati in ospedale. Un filmato online sembra mostrare l’inizio della sparatoria: le persone tacciono a metà di una canzone, poi urlano al suono degli spari.  
La polizia ha mobilitato investigatori e unità specializzate. Non risultano arresti e il movente resta sconosciuto.   Poche ore dopo un’altra sparatoria di massa ha colpito un locale di intrattenimento a Lwandle, vicino a Città del Capo, a circa 1.000 km di distanza. Uomini armati sono entrati intorno alle 2:00 di domenica e hanno aperto il fuoco. Cinque persone sono morte sul posto e altre cinque in ospedale; undici sono rimaste ferite. È partita la caccia agli attentatori.   Le stragi si inseriscono nella lunga lotta del Sudafrica contro la criminalità violenta e gli omicidi con armi da fuoco. Il Paese ha uno dei tassi di omicidio più alti al mondo e tra i più elevati in Africa. I massacri sono avvenuti pochi giorni dopo un’altra sparatoria nella provincia di KwaZulu-Natal, vicino a Durban, dove uomini armati hanno fatto irruzione in una festa privata uccidendo 11 persone, tra cui una donna incinta.   All’inizio di quest’anno il presidente Cyril Ramaphosa ha definito la criminalità organizzata la «minaccia più immediata» per il Paese. A marzo ha autorizzato il dispiegamento di oltre 2.000 soldati a supporto delle forze dell’ordine nelle zone più colpite in cinque province: Eastern Cape, Free State, Gauteng, North West e Western Cape.   Nonostante gli sforzi, la violenza resta alta. Le ultime statistiche trimestrali della polizia indicano 5.427 omicidi da aprile a giugno. Il dato è in lieve calo rispetto ai 5.770 dello stesso periodo dell’anno scorso, ma equivale a quasi 60 omicidi al giorno.   Domenica Ramaphosa ha condannato le sparatorie, affermando che «non si può andare avanti così» e promettendo che le forze di sicurezza «faranno tutto il possibile» per contrastare la violenza, dicendo che le autorità useranno la tecnologia per rintracciare gli aggressori, ma ha sottolineato la necessità di un’azione più ampia per impedire che qualcuno «prendere semplicemente le armi e iniziare a sparare a caso».

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Immagine di Timothyallen60 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International   
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