Economia
La necessità di ricostituire l’IRI
Renovatio 21 pubblica, su gentile concessione dell’autore, lo studio «La necessità di ricostituire l’IRI: un’analisi concreta della situazione concreta» del professor Mario Pagliaro, chimico dell’Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati del CNR che, con Parisi e Rizzolatti, è fra i membri italiani della Academia Europæa nonché docente di nuove tecnologie dell’energia al Polo Fotovoltaico della Sicilia, uno studioso che sul tema dell’energia ha dato a Renovatio 21 diverse interviste. Il paper è stato previamente pubblicato su Reasearchgate.
La necessità di ricostituire l’IRI: un’analisi concreta della situazione concreta
Sommario
La tesi di questo studio è che l’Italia ha la necessità di rifondare l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) affidando alla nuova IRI il compito di reindustrializzare la nazione attraverso la costituzione di aziende di proprietà dello Stato in tutti i settori strategici delle economie industriali avanzate. La rifondazione dell’IRI, di fatto, è già iniziata. La gravità della situazione delle relazioni internazionali e il fallimento del modello economico liberista non fanno che avvicinarne l’ineludibile rifondazione.
Collasso demografico
Giunta al termine del trentennio della seconda grande globalizzazione (1992-2022) che non casualmente coincide con la fine della cosiddetta «Seconda Repubblica», in Italia le uniche grandi imprese industriali rimaste – Fincantieri nella cantieristica navale, la ex Finmeccanica nel settore dell’aeronautica e degli armamenti, ENI in quello degli idrocarburi, ed STMicroelectronics nella microelettronica – sono tutte società in cui il maggiore azionista è lo Stato.
Effetto di una cronica crisi economica e industriale, il Paese è in pieno collasso demografico. La natalità nel 2023 è la più bassa dell’unità d’Italia, con sole 379mila nuove nascite: 6 neonati e 11 decessi ogni mille abitanti [1]. La popolazione di cittadinanza italiana, 53 milioni 682mila unità nel 2023, in un solo anno è scesa di 174mila unità [1].
Il Mezzogiorno si spopola ad un tasso simile a quello degli anni ‘50: nel solo 2023 il Meridione ha perso ben 126mila italiani residenti (-0,6 per cento) [1].
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2008: Inizia la grande crisi
Nel 2008, in Europa deflagra la crisi finanziaria. Nel 2020, sopraggiunge una crisi sanitaria. La Banca centrale europea crea 6.000 miliardi di euro con cui acquista fino al 2022 tramite due programmi di acquisto (PSPP e PEPP) titoli di Stato da pressoché tutti i Paesi europei. A fine 2022 i BTP (Buono del tesoro poliennali) detenuti da BCE e Banca d’Italia ammontano a circa 697 miliardi (444 nel PSPP e 253 nel PEPP): il 25% del debito pubblico italiano [2].
I governi trasferiscono parte di questo denaro a imprese e famiglie, particolarmente durante e dopo i «lockdown». Il risultato è che i depositi di famiglie e imprese in Italia fra il 2008 e il 2023 aumentando di 800 miliardi di euro. Ma il credito alle imprese, pari nel 2008 a 930 miliardi, nel 2023 scende a 637 miliardi [3].
Nel corso del trentennio 1992-2022 l’economia italiana deindustrializza. E diminuisce ulteriormente la dimensione, già minuscola, dell’impresa italiana. Che nel 2019 (quando le imprese nell’industria e nei servizi erano 4,2 milioni) era pari a 4 addetti per impresa: 6,3 nell’industria e 3,4 nei servizi [4].
Di qui, l’esigenza ormai ineludibile di ricostituire l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI).
Quando nel 2022 la seconda Grande Globalizzazione (dopo quella della Belle Époque antecedente la Prima guerra mondiale) si conclude con la fine dei vari «lockdown» con cui l’economia globale vive una prolungata fase di semi-paralisi nel biennio 2020-21, la distruzione delle catene globali di fornitura dal Sud-Est asiatico, e in particolare dalla Cina, rende chiara la fragilità del sistema di approvvigionamento di beni industriali delle nazioni europee, divenute tutte importatrici nette sia in termini di valore economico che di volumi di merci importate [5].
Fra di esse, la situazione dell’Italia è la più grave. La nazione, che aveva intrapreso la via delle privatizzazioni di IRI e delle sue controllate «per abbattere il debito pubblico» alla fine del 1992, trent’anni dopo – alla fine del 2023 – si ritrova con 2.863 (2862,8) miliardi di euro di debito pubblico [6], il 154% del Prodotto interno lodo (Pil).
Nel 1992, anno della crisi finanziaria che porterà alla svalutazione della lira del 7% e all’uscita dell’Italia dal Sistema monetario europeo [7], il rapporto era pari al 105,5% [8]. Nel 2007 il rapporto era sceso a poco più del 100%, ma da allora è cresciuto drasticamente fino a superare il 154% nel 2020. Come sottolineerà Artoni nel 2018 con riferimento al rapporto debito/PIL, «per la prima volta nella storia d’Italia non stiamo riuscendo a riassorbirlo» [9]. E questo nonostante l’Italia abbia chiuso il bilancio statale con entrate superiori alle spese (al netto degli interessi sul debito) in 22 bilanci pubblici su 23 tra il 1995 e il 2017.
A differenza del Giappone, però, il debito pubblico italiano è nella stessa valuta di Germania e Francia: una valuta che l’Italia non può svalutare per facilitare le sue esportazioni (come avvenne alla fine del 1992). Inoltre, avendo perso il controllo delle banche pubbliche di proprietà dell’IRI, tutte vendute, il governo non può influenzare il credito alle imprese se non promettendo garanzie pubbliche sui crediti.
In Italia, così i prestiti non restituiti («crediti deteriorati») in soli quattro anni (tra fine 2011 e fine 2015) raddoppiano (+93%), passando da 104,3 a 201 miliardi [10]. Cresceranno ancora per raggiungere i 360 miliardi al 31 maggio 2016 [11]. Le banche se ne libereranno in gran parte vendendoli ad una frazione del valore, ma il credito in Italia ne risentirà in modo significativo. Come detto, il credito alle imprese, pari nel 2008 a 930 miliardi, nel 2023 scende a 637 miliardi [3]. In altre parole, in quindici anni il credito alle imprese diminuisce del 25%.
IRI: motore dello sviluppo italiano (1933-1992)
Fondato nel 1933 con il fine di salvare le tre maggiori banche italiane dall’insolvenza [12], l’IRI proseguirà la sua opera anche dopo la fine della guerra, l’occupazione del Paese, e la nascita della Repubblica (1948), trasformando in pochi anni l’economia italiana in quella di una grande nazione industrializzata.
All’apice della sua penetrazione nell’economia italiana, nel 1991, l’Italia era la quarta potenza economica mondiale dopo USA, Giappone e Germania Federale. Il 15 maggio 1991 il ministro degli Esteri, De Michelis, rende noto un rapporto dell’Economist secondo cui l’Italia con un prodotto interno lordo pari a 1.268 miliardi di dollari aveva superato Francia (1.209 miliardi) e Regno Unito (1.087 miliardi [13].
Nel 1992, tuttavia, all’IRI viene cambiata natura giuridica: da ente economico di diritto pubblico viene trasformato in società per azioni, ovvero in una società sottoposta al diritto privato, e non più al diritto pubblico. Inizia la stagione delle privatizzazioni. Tanto le banche pubbliche di proprietà dell’IRI (Credito italiano, Banca di Roma, Banca Commerciale Italiana, fallite dopo la crisi del 1929 e poi assorbite dall’IRI che le definirà «Banche di interesse nazionale») che la totalità delle sue industrie vengono vendute.
Nel Giugno 2000, il governo pone l’IRI in liquidazione [14].
Le privatizzazioni non causano tuttavia alcuna riduzione del debito pubblico, che alla fine del 2023 raggiunge i 2.863 (2862,8) miliardi di euro [6]: il 154% del Pil (nel cui calcolo peraltro adesso risultano incluse pure le attività illegali). Mentre l’Italia in soli 30 anni (1992-2022) ha perso buona parte della sua enorme base industriale.
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La deindustrializzazione italiana’
Per comprendere l’entità della deindustrializzazione italiana bastano tre coppie di cifre.
In Italia nel 2023 sono stati prodotti meno di 800mila autoveicoli (751mila il maggiore produttore, e il resto altri piccoli produttori). Erano 1,45 milioni nel 1981.
In Italia nel 2023 sono state consumate 57,4 milioni di tonnellate di petrolio. Nel 1981 se ne consumarono 95 (94,6) milioni.
In Italia nel 2023 la ex ILVA ha prodotto a Taranto meno di 3 milioni di tonnellate di acciaio. La capacità dell’impianto è di 10 milioni di tonnellate.
E questo, nonostante la popolazione residente sia continuata ad aumentare, grazie essenzialmente ai 5 milioni e 308mila residenti stranieri presenti alla fine del 2023, per raggiungere i 59 milioni (58,99) di persone [1].
Illudersi che la reindustrializzazione dell’Italia possa avvenire ad opera non della nuova IRI ma dei privati è puerile. Nessuna grande impresa internazionale e nessun giovane con la vocazione imprenditoriale può essere interessato ad aprire un’impresa dove il carico fiscale e contributivo del lavoro è pari al 60% [15]. In Italia, a fronte di 300 miliardi di salari lordi corrisposti in media ogni anno nel settore privato, lo Stato preleva 180 miliardi: circa 100 di contributi previdenziali e 80 miliardi di tasse sotto forma di IRPEF [15]. Tutti a carico di datori di lavoro e lavoratori. Pagati questi, poi ci sono le tasse sul reddito d’impresa eventualmente generato e molte altre di varia natura, incluse quelle regionali.
Ed infatti i giovani fuggono in massa dall’Italia, mentre quelli che rimangono si guardano bene dal fare figli. La natalità, come detto, è al minimo storico dall’unità della nazione (1861) [1].
Oltre 100mila persone lasciano ogni anno l’Italia. Nel 2022, il 44% di loro era un giovane tra i 18 e i 34 anni: due punti percentuali in più rispetto al 2021 [16].
Di nuovo, per comprendere l’entità della nuova emigrazione italiana è sufficiente un dato, puntualmente monitorato dalla Fondazione Migrantes: nel 2022 risiedevano all’estero circa 6 milioni (5.933.418) di italiani. Erano 3,1 milioni (3.106.251) nel 2006. Un aumento del 91% [16].
La rifondazione dell’IRI è già iniziata
Come spiegava l’economista e uomo politico Amintore Fanfani, evidenziando i problemi economici e sociali, occorre anche indicarne la soluzione, e non limitarsi alla loro identificazione. Non esiste alcun altro modo, per rendere nuovamente attrattiva l’Italia (e il suo Mezzogiorno) nei confronti dei giovani che vogliano viverci e lavorarvi, che quello di reindustrializzare la nazione attraverso la nuova IRI.
Come già avveniva con la prima IRI e le sue controllate con le loro Scuole di formazione manageriale, costituendo l’Istituto Italiano di Management [17] sarà la nuova IRI a formare l’élite manageriale necessaria alla guida delle grandi imprese che occorre fondare in tutti i settori strategici: costruzioni, acciaio, chimica, microelettronica, aeronautica, nuove tecnologie dell’energia, cementi, turbine elettriche, agroalimentare, e credito.
Il processo è già iniziato. Lo Stato tramite la Cassa Depositi e Prestiti è già entrato nel capitale della maggiore azienda italiana di costruzioni. Ovvero, ha acquisito il controllo della ex ILVA, tramite un’altra società pubblica controllata dal Tesoro (oggi, Ministero dell’economia e delle finanze). Ha fondato la nuova compagnia aerea «di bandiera», cambiandole il nome da Alitalia a ITA-Airways, società di cui controlla la totalità del capitale. E ha riacquistato le autostrade costruite dall’IRI e dalle sue controllate, costituendo la nuova Autostrade dello Stato.
La crisi delle relazioni internazionali ormai in pieno dispiegamento farà il resto, rendendo evidente a tutti la necessità di ritornare all’intervento diretto dello Stato nell’economia. In Italia, come in tutti i Paesi europei.
In Francia, lo stato ha già nazionalizzato EDF oltre ad aver finanziato con 5 e 7 miliardi di euro Renault, di cui lo Stato francese è maggiore azionista, e Air France, anch’essa di proprietà dello Stato, già nel 2020 [18]. Analogamente, la Germania, oltre a mantenere da sempre in mano pubblica buona parte del credito tramite le Casse di risparmio regionali, lo Stato ha nazionalizzato l’azienda di distribuzione del gas naturale Uniper, oltre ad avere finanziato già nel 2020 la compagnia di bandiera (di cui lo Stato tedesco è secondo maggiore azionista) con 6 miliardi di euro [18]. In entrambi i due maggiori Paesi europei, inoltre, le imprese hanno ricevuto enormi finanziamenti «a fondo perduto» come risarcimento sulle perdite dovute ai «lockdown» del 2020-2021.
In breve, il ciclo politico del liberismo economico, ritornato in auge con la fine dell’Unione Sovietica nel 1991 e l’avvio della seconda grande globalizzazione (1992-2020) basata sull’importazione a basso costo dal Sud-Est asiatico di prodotti finiti e semilavorati in cambio del marco divenuto «valuta comune» anche di Italia, Francia e Spagna (oltre che dei Paesi europei più piccoli), è concluso.
Gli Stati, a partire da quelli europei largamente privi di risorse energetiche primarie (petrolio e gas naturale), hanno la necessità di salvare le proprie economie dalla deindustrializzazione e dal collasso demografico.
In Italia, la ricostituzione dell’IRI metterà ordine all’intervento pubblico in economia. Tutte le società finanziarie fondate tanto dallo Stato che dalle Regioni andranno accorpate nella nuova IRI. Tutti i fondi «europei» andranno affidati alla nuova IRI. E nessun ruolo economico o industriale, dopo il trentennale fallimento delle politiche di sviluppo fra il 1992 e il 2022, dovrà restare in capo alle Regioni.
Come avveniva fino al 1991, sarà l’IRI ricostituita come Ente pubblico economico ad operare come unico Ente pubblico di controllo delle società pubbliche partecipate e motore del nuovo sviluppo italiano, regione per regione. Nel 1933, la gravità dei tempi fece emergere uomini come Beneduce, Menichella, Nitti e Giordani. Negli anni della ricostruzione post-bellica ne emergeranno altri come Bernabei, Preziosi, Cortesi, Pescatore, Petrilli e molti altri (fra cui De Rita).
La gravità dei tempi odierni, e l’aggravarsi della crisi delle relazioni internazionali, oggi e nel prossimo futuro (2024-2030), ne farà emergere di altrettanto grandi.
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Il fallimento delle politiche di sviluppo 1992-2022
In breve, la fragilità del capitalismo italiano fin dalla fondazione della nazione nel 1860-61 va acquisita come un dato storico. In Italia, per motivi storici e geografici, l’unico soggetto capace di sostenere gli investimenti industriali necessari allo sviluppo generale è lo Stato.
Lo spiegherà bene proprio il grande sociologo De Rita intervenendo nel 2006 al CNR di Palermo al seminario dedicato alla memoria del geochimico e raffinato intellettuale siciliano Marcello Carapezza [19]:
«L’IRI quale grande gruppo polisettoriale integrato era figlio di una politica di opzione culturale che era quella dello Stato come soggetto generale di sviluppo».
«Sviluppo per una società che usciva dalla guerra senza soggetti perché l’Italia degli anni ’50 e ’60 era un’economia senza soggetti: dai trasporti alle telecomunicazioni non c’era nessuno. A Roma ad esempio il servizio telefonico era garantito dalla Teti. Oggi ci sono 5 milioni di piccoli imprenditori. Fra il ’71 e l’81 le imprese sono passate da 470mila a 950mila. E nel 1961 ne avevamo 200mila».
«Quindi, nacque questa idea – della quale anche io sono responsabile – dello Stato che aveva il diritto-dovere di essere soggetto dello sviluppo indicando quali fossero le prospettive e il modo di perseguirle. Schema sviluppo del reddito 1955-1965: era il Piano Vanoni. E se fa la programmazione, lo Stato, allora può e deve anche intervenire nell’economia e nel Mezzogiorno. Quindi, si fa la Cassa per il Mezzogiorno.
«Io ho scritto con De Vito la legge sullo sviluppo della soggettività meridionale nel 1986. Ma nel 1955, l’intervento diretto dello Stato aveva senso perché al Sud non c’era alcuna soggettualità. Nel 1993 forse no. Ma allora, sì».
D’altra parte, il completo fallimento degli investimenti dei fondi «europei» per lo sviluppo del Meridione nell’intero trentennio della seconda Repubblica (1992-2022), rende evidente come senza la programmazione pubblica affidata ad IRI e Cassa per il Mezzogiorno, per il Meridione l’unica opzione sia il regresso sociale ed economico. Dirà ancora De Rita nel 2006 intervenendo a Palermo [19]:
«Recentemente, ho incontrato in aereo Nicola Rossi, l’economista che D’Alema si portò a Palazzo Chigi, che ha scritto un piccolo libro di grande spessore: l’ho letto e sono rimasto sconvolto e ora lo presentiamo insieme al CNEL. Dal 1998 al 2004 nel Mezzogiorno sono stati spesi 124mila miliardi di lire di cui 55mila come cifra straordinaria. La cifra è pari alla dotazione di 8 anni della Casmez ed è pari al 40% dei 40 anni di dotazione della Casmez».
«Ma dove stanno questi soldi? Nei teatri e nei rifacimenti dei marciapiedi? E guardate che in questi anni, una parte dei soldi è stata spesa dal Governo di Centrosinistra e un’altra dal Centrodestra. Il direttore generale del Ministero era ed è lo stesso».
«Intervenire e non vedere il frutto. Perché è tutto disperso nel clientelismo e nel malaffare. Dicevo a Rossi che a quel punto è meglio ripensare le Partecipazioni statali e ad un governo delle risorse che non sia così demenziale. Altrimenti, chi lo fa lo sviluppo del Sud se non c’è una partecipazione pubblica significativa?»
«E poi, dicono, “abbiamo imparato a spendere i soldi… Abbiamo speso tutti i fondi europei…“»
«Ma se li avete buttati! Non si sa cosa ne avete fatto!
«Ritorniamo cioè ad una cultura arcaica dello sviluppo in cui lo Stato deve essere depredato e dare i soldi “a sportello”. Ma dare i soldi non è un modo degno di chiamare in causa lo Stato nello sviluppo».
La necessità della Scuola nazionale di management
Il ritorno dello Stato nell’economia avrà successo se a guidarlo saranno giovani manager con un forte ethos individuale che li renda consapevoli di lavorare per lo sviluppo generale e l’interesse nazionale. Per formarli, servirà l’Istituto nazionale di management. Nel fondarlo, i manager della nuova IRI e il ministro del Tesoro del governo pro tempore ricorderà un altro insegnamento di De Rita. Che a Palermo raccontò nel 2006 come e perché gli accademici italiani ne impedirono la costituzione [19]:
«Tutte le imprese statali le Scuole di management se le crearono da sé: l’IRI aveva la sua scuola progettata nel ’58 e nel ’59 da Felice Balbo che poi è andata deperendo. La Banca di Roma aveva il centro dell’Olgiata. La Comit il centro di Varenna, sul lago. Anche l’Eni aveva la sua che poi si è spenta perché non avevano più bisogno di manager nazionali».
«La Scuola italiana di management era stata progettato e doveva essere la Scuola superiore della pubblica amministrazione nata con il governo Moro, ministro Giuseppe Medici. Si era già pensato alla Reggia di Caserta e a farci la Scuola. Lo dico perché ero nel comitato scientifico con Martinoli, il più grande esperto di organizzazione e management d’Italia».
«Dopo 6 mesi di rottura di scatole ci dimettemmo perché i professori universitari di diritto costituzionale volevano essere i padroni; e ancora oggi in via Diaz a Roma presso la sede della Scuola ci sono loro».
«Nel ’64-’65 la battaglia fra questi dodici professori e noi due amici del ministro finì male. L’ENA francese qui da noi non è possibile perché scatta automatico il corporativismo dei docenti di diritto. Nel 1964 noi parlavamo di macroeconomia e loro dicevano: ‘ma che è ‘sta macroeconomia?‘ E questo quando in Banca d’Italia avevano già fatto il loro, di modello macroeconomico».
«Se volevamo fare i seminari andava bene, ma niente insegnamenti. In questo sono d’accordo con Giavazzi: le corporazioni nel nostro Paese sono invincibili. Ancora oggi, se mi chiamassero a far parte da un comitato per la costituzione della Scuola mi chiamerei fuori».
Conoscere a fondo la formidabile storia delle Partecipazioni Statali [19] e quella dell’IRI [12,14] sarà il primo passo per fare dei giovani manager della nuova IRI il motore della rinascita industriale ed economica italiana guidata dallo Stato: soggetto dello sviluppo generale.
Mario Pagliaro
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Riferimenti
[1] Istat, Indicatori demografici anno 2023, Roma: 2024. www.istat.it/it/archivio/295586
[2] Osservatorio Conti Pubblici Italiani, «Quantitative Tightening: cosa succede con il Qe alla rovescia e quanto in fretta scenderanno i Btp “in pancia” alla Bce», la Repubblica, 29 Luglio 2023.
[3] G. Zibordi, «Tanti profitti, pochi prestiti: la verità sul sistema banche», nicolaporro.it, 16 Agosto 2023. https://www.nicolaporro.it/tanti-profitti-pochi-prestiti-la-verita-sul-sistema-banche/
[4] Istat, Annuario statistico italiano, Roma: 2022; p.562.
[5] J. Pisani-Ferry, B. Weder di Mauro, J. Zettelmeyer, How to de-risk: European economic security in a world of interdependence, Europe’s Economic Security, second Paris Report, Centre for Economic Policy Research, Paris: 2024.
[6] Banca d’Italia, Finanza pubblica, fabbisogno e debito, Roma: Febbraio 2024.
[7] P. G. Gawronski, «1992, una lezione per l’oggi. Quando svalutare la lira fu il punto di partenza per la ripresa», Il Fatto Quotidiano, 13 Settembre 2019.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/09/13/1992-una-lezione-per-loggi-quando-svalutare-la-lira-fu-il-punto-di-partenza-per-la-ripresa/5450527/
[8] R. Artoni,S. Biancini, «Il debito pubblico dall’Unità ad oggi», in: P. Ciocca, G. Toniolo (a cura di), Storia economica d’Italia, Laterza, Bari: 2004
[9] R. Artoni, cit. in E. Marro, «Debito pubblico: come, quando e perché è esploso in Italia», Il Sole 24 Ore, 21 Ottobre 2018. https://www.ilsole24ore.com/art/debito-pubblico-come-quando-e-perche-e-esploso-italia-AEMRbSRG
[10] CGIA Mestre, «Sofferenze raddoppiate negli ultimi 5 anni. Aumenti boom al Sud», 30 gennaio 2016. https://www.cgiamestre.com/boom-di-sofferenze-soprattutto-al-sud/
[11] Ministero dell’Economia e delle Finanze, «Quanto pesano le “sofferenze”», 27 Luglio 2016. https://www.mef.gov.it/focus/sistema_bancario/Quanto-pesano-le-sofferenze-00001/
[12] V. Castronovo (a cura di), Storia dell’IRI, 1933-1948. Dalle origini al dopoguerra, Laterza, Bari: 2012.
[13] «Italia quarta potenza», Corriere della Sera, 16 maggio 1991.
[14] Centro Metodologie e Applicazioni di Archivi Storici – MAAS del Consorzio Roma Ricerche, La storia dell’IRI, Archivio storico IRI, Roma: 2012. http://www.maas.ccr.it/archivioiri/archivio/TestoIRI.pdf
[15] E. De Fusco, G. Pogliotti, «Lavoro, tasse e contributi si “mangiano” lo stipendio: il vero cuneo è al 60%», Il Sole 24 Ore, 7 Giugno 2022. https://www.ilsole24ore.com/art/tasse-lavoro-vero-cuneo-fiscale-italia-e-60percento-i-piu-alti-dell-ocse-AEc8J4dB
[16] Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2023, Roma: 2023. https://www.migrantes.it/rapporto-italiani-nel-mondo-2023/
[17] M. Pagliaro, «Un Istituto nazionale per il management», L’Impresa, N.4 Luglio-Agosto 2006. https://t.ly/0L-lh
[18] Openpolis, «L’Europa verso la nazionalizzazione delle imprese», 14 Giugno 2021. https://www.openpolis.it/leuropa-verso-la-nazionalizzazione-delle-imprese/
[19] G. De Rita, Le partecipazioni statali, Seminario «Marcello Carapezza», CNR, Palermo, 2006. https://t.ly/_RsRQ
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Economia
Volkswagen richiama 4 milioni di auto per problemi di sicurezza
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Economia
L’UE dinanzi alla peggior crisi energetica della sua storia: parla il capo del fondo sovrano russo
L’Europa si trova ad affrontare «la peggiore crisi energetica della storia», ha avvertito l’inviato del Cremlino Kirill Dmitriev, definendo la situazione «autoprodotta». Ha indicato ripetutamente la decisione dell’UE di ridurre le importazioni di energia dalla Russia come fattore decisivo della crisi.
Il Dmitriev ha fatto queste dichiarazioni dopo le segnalazioni di un peggioramento della carenza di carburante in tutta l’UE. I dati governativi di domenica hanno mostrato che il 15% delle stazioni di servizio francesi stava affrontando problemi di approvvigionamento per almeno un tipo di benzina o diesel.
Anche la stampa tedesca ha riferito prezzi record per i carburanti, con la benzina Super E10 intorno a 2,3 euro al litro e il diesel a un prezzo medio record di 2,45 euro. In tutta l’UE i prezzi della benzina sono saliti del 24% rispetto a un anno fa, quelli del diesel del 38% e il carburante per aerei costa più del doppio. I prezzi di riferimento del gas sono aumentati del 150% su base annua, arrivando a 81 euro per megawattora, e gli analisti avvertono che potrebbero toccare i 100 euro.
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«Finalmente l’Europa capisce di trovarsi di fronte alla peggiore crisi energetica della storia», ha scritto Dmitriev in una serie di post su X sabato, definendola «una crisi autoinflitta, senza alcun tentativo di analizzare le cause profonde e correggere la rotta».
Quest’anno il blocco ha dovuto affrontare crescenti pressioni sull’approvvigionamento a causa della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha interrotto lo Stretto di Ormuzzo, rotta cruciale per il petrolio e il GNL a livello globale.
Insieme agli attacchi degli Houthi contro le navi nel Mar Rosso e le infrastrutture energetiche saudite, le interruzioni hanno fatto salire i prezzi del petrolio di circa il 50%, con quotazioni intorno ai 100 dollari al barile, spingendo al rialzo i costi di carburanti e gas. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato questa settimana che l’UE ha speso oltre 90 miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili dall’inizio della guerra.
Tale spesa aggiuntiva è stata scaricata sulle famiglie. Bruxelles ha inoltre riconosciuto in precedenza che i prezzi del gas industriale e dell’elettricità restano da due a quattro volte superiori a quelli dei principali partner commerciali.
Il conflitto in Medio Oriente ha però aggravato ulteriormente i mercati energetici, già sotto pressione per il taglio netto delle forniture russe deciso dall’Europa dopo le sanzioni seguite all’escalation in Ucraina nel 2022. Prima di allora la Russia copriva circa il 45% delle importazioni di gas e il 27% del petrolio greggio dell’UE. Entro il 2025 la sua quota era scesa al 12% delle importazioni di gas e a circa il 2% del petrolio greggio.
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Anche i sostenitori delle sanzioni, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron, hanno collegato le difficoltà energetiche dell’Europa alla perdita delle forniture russe a basso costo. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha avvertito all’inizio di questo mese che l’UE non può restare competitiva finché i costi dell’energia restano proibitivi.
Nel frattempo l’UE si appresta ad affrontare la stagione del riscaldamento con i livelli di stoccaggio del gas più bassi degli ultimi 15 anni. Secondo Gas Infrastructure Europe (GIE), sabato le infrastrutture sotterranee erano occupate solo al 69,3%, sotto la media dell’85% registrata in questo periodo dell’anno negli ultimi cinque anni, alimentando il timore di una maggiore volatilità dei prezzi e di bollette più salate quest’inverno.
Nonostante la situazione critica, von der Leyen ha ribadito nel discorso sullo Stato dell’Unione di questa settimana che l’UE proseguirà con il piano REPowerEU per chiudere in modo definitivo la dipendenza energetica dalla Russia, con l’uscita completa del GNL russo dal mercato UE entro la fine del 2026 e del gasdotto entro l’autunno del 2027.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);
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L’Arabia Saudita annulla le spedizioni di petrolio verso l’Europa dopo l’attacco all’oleodotto
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