Immigrazione
Una canzone dance diviene l’inno dei giovani tedeschi contro l’immigrazione massiva. Ora è proibita
I video che circolano sui social media mostrano che i giovani tedeschi ballare e cantare sorridenti una canzone del DJ dance italiano Gigi D’Agostino, «L’amour toujours» (1999), solo che il testo viene cambiato in «Ausländer Raus» («fuori gli stranieri»), divenendo una sorta di un inno che esprime l’opposizione all’immigrazione di massa che ha investito le città tedesche ed europee.
Un primo video, dove almeno uno di questi giovani si toccava il labbro superiore nel probabile intento di evocare l’immagine caricaturale dello Hitler, ha sconvolto il Paese. Le cronache riportano che alcune delle persone riprese, mentre si divertono nella non irresistibile località turistica di Sylt nel Mar del Nord, sarebbero state denunziate.
«Ausländer raus! Ausländer raus! Deutschland den Deutschen, Ausländer raus!».
«Fuori gli stranieri» cantano i teutonici ventenni seguendo il tunza-tunza. «La Germania ai tedeschi, fuori gli stranieri».
AUSLANDER RAUS !!! ⚡⚡ pic.twitter.com/jtrQMVL91k
— Jo.Pernas (@JMiguelPernas) May 25, 2024
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Sui giovani, definiti dalla stampa tedesca con un’espressione inglese «Rich Kids von Sylt» («i ragazzi ricchi di Sylt») sta indagando la polizia federale di sicurezza tedesca, che normalmente si occupa di terrorismo e di bande criminali internazionali, riferisce Die Welt.
La giornalista tedesca e «consulente per la diversità» Ferda Ataman, nominata commissaria federale del governo per la lotta alla discriminazione nel 2022, ha affermato che la canzone cantata mostra che «le persone vengono discriminate e degradate».
La canzone, ha detto Ataman, è «puro razzismo, che si sta sempre più radicando in tutti i gruppi sociali e in tutte le fasce d’età e viene espresso apertamente».
Die Welt ha anche citato il ministro per l’Integrazione del governo statale del Partito Verde, Aminata Touré, la quale ha espresso la sua opinione secondo cui cantare la canzone non può essere liquidato come uno «scherzo da ragazzi», ma che deve essere visto come «urla naziste… Dovrebbero vergognarsi di se stessi! Ora devono seguire le indagini penali».
In un men che non si dica, il video, la musichetta, la questione stessa sono divenuti, come si usa dire, virali.
“Deutschland den Deutschen, Ausländer raus!” has gone viral! pic.twitter.com/FDrPdgKvzN
— Dane (@UltraDane) May 26, 2024
Ora è arrivata la scomunica di una delle più importanti istituzioni tedesche, l’Oktoberfest, la cui organizzazione ha annunciato che la canzone di dance elettronica del popolarissimo DJ torinese (il quale è innocente, nulla può fare dinanzi ad usi ulteriori della sua musica) divenuta segnale anti-immigrazionista quest’anno tra i boccali di birra monacensi sarà proibita.
Nonostante la repressione, la canzone si sta diffondendo a macchia d’olio, come attestano un video effettuato a Stoccarda, in Germania, dopo la vittoria della squadra di calcio turca del Galatasaray durante il fine settimana. Nel filmato diversi tifosi che cantano il nuovo inno popolare dopo la partita. (Va detto che alcuni tifosi dello Stoccarda nel video sembrerebbero turchi…)
Hundreds of football fans chant “Ausländer raus!” in Stuttgart, Germany. pic.twitter.com/I5hSbwcdAB
— Klaus Arminius (@Klaus_Arminius) May 27, 2024
Allemagne : À Stuggart, tous les supporters reprennent dans le stade le slogan “Ausländer Raus” pic.twitter.com/Z86cPIRLNP
— Réalité Actuelle (@ReaActuelle) May 28, 2024
Supergau für die Bunten: Jetzt trällern auch stramme #Türken in Stuttgart lautstark “Ausländer raus”!
🙂https://t.co/sIAoy7nzmk #döpdödödöp #Sylt #Syltistüberall pic.twitter.com/ZYvAelULvH— Hartes Geld (@Hartes_Geld) May 28, 2024
Giovani tedeschi sono stati osservati divertirsi con «Ausländer Raus» anche in una delle destinazioni turistiche preferite dal turismo di massa tedesco, l’isola di Maiorca.
It just keeps coming and coming – Germans in Mallorca sing ‘AUSLÄNDER RAUS’. Incredible things are happening in Germany! pic.twitter.com/5mFpccte7m
— ɖʀʊӄքǟ ӄʊռʟɛʏ ???????????????? (@kunley_drukpa) May 27, 2024
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La rete si è ovviamente scatenata con video, remix e meme di tutti i tipi.
May the German people end the century of shame and humiliation. Ausländer Raus! ???? pic.twitter.com/4y6krdtS1i
— WilliamA33 (@WilliamA_33) May 27, 2024
#AusländerRaus
pic.twitter.com/yGyibO5ZTG— The Daily Sneed™ (@Tr00peRR) May 27, 2024
#AusländerRaus
Sing it please ???? pic.twitter.com/Skjv2fTrQV— EUROPA INVICTA (@DON_QUIOXTE) May 27, 2024
#AusländerRaus pic.twitter.com/LG2VsRKcz1
— ◽⨁ The Ferryman’s Toll ⨁◽ (@ferryman4747) May 27, 2024
Auslander Raus! pic.twitter.com/KQJfzPZS5L
— America (@BestAmericaUSA) May 28, 2024
I can’t believe it, techno viking is joining the movement.. AUSLÄNDER RAUS ! pic.twitter.com/cwxBMdgCbb
— Godefroy de Bruxelles (@JVDEBXL) May 28, 2024
I can’t get the Ausländer Raus tune out of my head. Goes hard and impossible to censor. pic.twitter.com/fT6jeQD0tD
— WilliamA33 (@WilliamA_33) May 27, 2024
AUSLANDER RAUS pic.twitter.com/USV4DO6SSf
— Nomad Groyper (@NomadGroyper2) May 27, 2024
Get em the fuck outttt boys #AusländerRaus pic.twitter.com/CfZUoHtV9Y
— Bullzeye ????⚡️ (@utism_) May 28, 2024
It’s going to make people uncomfortable at first, but its time to normalize the concept of mass deportations.
Canada is for Canadians ????????
Ireland is for the Irish ????????
Germany is for Germans ????????#AusländerRaus pic.twitter.com/yGsSolBjjD— ⭐️ Bethan Nodwell ⭐️ (@BethanNodwell) May 26, 2024
This is SPARTA! #AusländerRaus pic.twitter.com/e2uj6wYHL3
— Milena Zellweger (@AHiedler83662) May 29, 2024
Já deviam ter aprendido há muito que não se consegue parar uma ideia. #AusländerRaus pic.twitter.com/9nn1EwU5G8
— Pedro the Ranter (@pedrotheranter) May 28, 2024
GM mein frens! \o
????????#HappyHedgehog#AusländerRaus pic.twitter.com/2yUNR0xB6z
— CueBacca (@CueBacca17) May 28, 2024
#AusländerRaus #Dampflok pic.twitter.com/1krtZWWhIp
— Steam Age Mindset (@1894gang) May 29, 2024
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Alcuni mettono in relazione il successo della canzonetta manipolata, e la conseguente repressione da parte delle autorità della Repubblica Federale, con l’ascesa del partito Alternativa per la Germania (AfD), che si oppone, oltre che all’Europa (per uscire dalla quale promette un referendum) e alla guerra alla Russia, all’immigrazione massiva, tema per il quale parla utilizzando il termine remigrazione, cioè la deportazione degli immigrati arrivati nel Paese.
Come riportato da Renovatio 21, un dirigente parlamentare AfD ha recentemente promesso la remigrazione di milioni di stranieri. Un documento politico dell’AfD vergato lo scorso anno scriveva che le politiche migratorie, climatiche e monetarie della UE avevano «completamente fallito».
Il mese scorso una giovane sponente AfD è stata condannata in tribunale per aver denunciato il problema degli stupri da parte di un gruppo etnico di immigrati citando dati forniti dal governo tedesco.
L’establishment politico tedesco sta tentando di bandire completamente l’AfD come entità politica, designata come «estremista» proprio nel nome della «protezione della democrazia», nonostante il sostegno al partito non cresca solo nei sondaggi – AfD sarebbe arrivato ora al 24%, con un distacco di 9 punti sui socialisti dell’SPD al governo – ma anche con le continue vittorie alle elezioni locali.
Nel mese di ottobre, l’AfD ha registrato la sua migliore performance di sempre in uno land della Germania occidentale, ottenendo il 18,4% dei voti alle elezioni regionali dell’Assia. La Sassonia è diventata la terza regione tedesca ad agire contro l’AfD, dopo la Turingia e la Sassonia-Anhalt. Il partito aveva già ottenuto il 27,5% dei voti nelle ultime elezioni regionali in Sassonia nel 2019.
Il leader AfD Tino Chrupalla è stato assaltato e punto con una misteriosa siringa. Poco prima, aveva rivelato di essere stato debancarizzato: Postbank, una divisione bancaria al dettaglio del grande istituto finanziario Deutsche Bank, avrebbe chiuso il suo conto perché membro dell’AfD, ha lamentato il politico. Altri membri del partito hanno subìto la chiusura del conto corrente da parte delle banche.
Ad agosto 2023 la deputata AfD Beatrix von Storch è stata attaccato da un uomo che l’ha imbrattata di escrementi di cane durante un evento nel land della Renania-Palatinato.
Nel frattempo, la città di Dusseldorf ha la sua prima via con cartello stradale arabo, e Francoforte è la prima città tedesca ad installare luminaria per il Ramadan.
Come riportato da Renovatio 21, l’immigrazionismo istituzionale tedesco ha creato recenti episodi di grottesco spinto come l’elezione di una 39enne iraniana attivista pro-migranti come Miss Germania 2024.
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Immagine screenshot da Twitter
Immigrazione
Funzionari dell’immigrazione tedeschi accusati di traffico di immigrati
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Immigrazione
Velo e disintegrazione
Una conoscente, che non posso dire essere troppo polarizzata politicamente, mi racconta una sua sensazione.
Tutte le mattine, per portare i figli a scuola nella circolazione sempre più impazzita a causa della demenza degli assessorati al traffico, deve passare per una strada secondaria, che dalla periferia porta verso il centro, arrivando ai margini di un quartiere popolare del dopoguerra creato dagli allievi di Aldo Rossi, architetto celebrato dai soloni e dagli studenti della materia senza sapere bene perché.
Di fatto, i quartieri popolari altro non erano – altro non sono – che ingegneria sociale. Pensati per trasportare masse dalle campagne alle città, o dal Sud al Nord, certo arricchendo gli appaltatori che ronzavano attorno a qualche ras democristiano zonale, essi imponevano nella loro stessa esistenza un’idea fortissima, quella di poter assiepare geometricamente quante più persone possibili, unite solo dal bisogno primario della casa e dalla promessa del risparmio.
Come ha dimostrato incontrovertibilmente l’Unione Sovietica con i suoi satelliti del «socialismo reale», l’ingegneria sociale verticale, quella fatta di cemento autoritario, tende a fallire. I quartieri popolari italiani sono considerati dalla vox populi come esperimenti catastrofici da forse mezzo secolo e più. Potete pensare alla plastica immagine di Scampia, con le vele dove se non fanno da set a Gomorra vengono platealmente abbattute (per far spazio, magari, ad altri esperimenti di ingegneria sociale, come l’università).
Ora il fallimento dell’idea di quartiere popolare sintetico arriva ad un’altra conseguenza, possibilmente ancora più disastrosa – più degradante – di quanto già non fosse. Il fenomeno storico dell’immigrazione massiva ha esacerbato la condizione, creando uno spettacolo spaventoso anche se solo visto in superficie, senza andare a parlare di spaccio, maranza e accoltellamenti. Anche solo osservando i marciapiedi al mattino.
«Ma questo è il mio Paese?» chiede la mia amica, che confessa un pensiero che un po’ mi sorprende: «io mi vergogno, se questa è l’Italia». E poi, la domanda abissale: «ma allora che cosa è l’Italia?»
Molto semplicemente, le strade che deve attraversare, che dal quartierino danno verso la campagna dove vive, al mattino si riempiono di un numero impressionante di donne immigrate. Portano i figli in una scuola lì vicino, che a giudicare dall’affluenza non deve avere molti studenti italiani.
Sono tutte velate. Tutte. Tradiscono origini diverse: ci sono le tante nordafricane, le immancabili bengalesi, le africane nerissime che s’ciabattano con la flemma eterna della specie. Nessuna, si può notare, sorride mai. Non hanno troppa fretta, ma dalle smorfie si capisce che vivono le macchine che passano accanto con fastidio.
E poi, certo: sono tutte tracagnotte. Tutte, indistintamente. Stessa corporatura mini-cicciotta, coperta dai cappottini del mercato e sotto i vestitini tradizionali in parure con l’hijab. Il motivo è ovvio: la donna, per l’islam, non deve cagionare tentazione, non deve farsi bella. Semplifico, ma è così, soprattutto se penso che in tanti anni (dalla sciagura della legge Martelli del 1990 in poi) in cui mi è stata inflitta l’invasione terzomondiale, mai ho visto una bella immigrata musulmana. Pazzesco.
Mai davvero: non ne ricordo una. Anzi, no, non è vero, ce ne sono alcune che, almeno dalle foto dei giornali, sembrano delle belle ragazze davvero: per esempio Sanaa Dafani, la 18enne di origine marocchina sgozzata dal padre in un bosco perché voleva vivere liberamente come le sue coetanee italiane ed era fidanzata con un pordenonese non musulmano di 31 anni. Anche Hina Saleem (2006), Sana Cheema (2018), Saman Abbas (2021) apparivano dalle fotografie come belle ragazze – ragazze normali, dove la bellezza irradia automaticamente dalla giovinezza e dalla femminilità. Tutte uccise: non assomigliavano al modello umano che vediamo ora per strada.
In pratica, le donne immigrate non assomigliano in nulla alle donne italiane. E qui bisogna esplicitare: non vogliono, non è loro permesso anche se volessero, ma non crediamo lo vogliano (e sappiamo cosa succede se si mettono in testa certe idee). Il velo sta a significare questo: il velo islamico è il simbolo della disintegrazione.
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È qui che manca il ragionamento della classe politica ed intellettuale, pagata per essere in ritardo sulla lettura della realtà (cioè, come nel welfare sanitario, salariata perché ritardata): ogni proposito sull’integrazione degli immigrati è da considerarsi morto, ridicolo solo a pensarci.
L’integrazione è rifiutata apertamente, open air, in faccia al contribuente italiano che paga all’immigrato tutto, l’appartamento nel quartiere popolare, l’assistenza medica, l’assistenza legale (sì: i «rifugiati» ne hanno diritto, ad oltranza, voi no), più nei vari casi vestiti, telefonini, scooter elettrici.
Il messaggio delle donne hijabbate alle nostre donne, quello che percepisce la mia amica, è: noi non vogliamo essere come voi, ma siamo qui lo stesso. E quindi, da qui a capire che quello che stanno facendo è sostituirci, quanto ci vuole? Nessuno che abbia la sensibilità umana rimasta intatta, non narcotizzata sino all’overdose dai giornali degli Agnelli e dei De Benedetti, lo può capire, anche solo passando per strada in macchina.
La disintegrazione è ovunque, è agita con una boria spaventosa dagli immigrati, e tollerata in modo indecente dalle autorità – persino l’autorità scolastica.
Nella classe del figlio di un amico, 11 anni appena compiuti, ci sono già bambine velate. Gli 11 anni, va detto, sono da considerare come il limite inferiore per l’età del velo: l’hijab diventa un obbligo islamico a partire dal raggiungimento della pubertà (in arabo bulugh), generalmente quindi tra gli 11-12 e i 14 anni. Potrei pensare che, più che interpretazioni giuridiche di qualche tradizione islamica, le famiglie vogliano, anche qui, dare da subito un segno a tutti i compagni italiani. Un segno di distinzione – noi siamo diversi, mia figlia non vuole essere come voi. Un segno di disintegrazione.
Le autorità della scuola non possono obiettare nulla sul velo alle bambine, certo, e ci mancherebbe nel nostro Regno-Repubblica di origini massoniche. Esse, tuttavia, dovrebbero aver qualcosa da ridire sugli studenti che non parlano italiano, e che continuano tuttavia a frequentare le medesime classi senza, incredibile dictu per chi come me ricorda la scuola di qualche decennio fa, essere mai bocciati.
È il caso del figlio di un altro amico, ragazzo di 12 anni sveglio davvero, la mamma dell’Est Europa. Ha in classe un compagno bengalese, che non parla una parola di italiano, e siamo già alla seconda media. Non è che l’asiatico sia timido: è proprio che non spiccica una parola della lingua del Paese che lo ospita, chissà da quanto, anche perché, mi raccontano, proprio non capisce.
Il figlio dell’amico mi racconta di essersi fatto una domanda semplice-semplice: ma se questo non capisce una parola di italiano, perché mai deve venire a scuola? Senza malizia alcuna, mi dice con logica: passa sei ore a scaldare il banco? Si sta ad ascoltare centinaia di ore di lezione di tutte le materie, senza comprendere nulla? Che senso ha?
Ad un certo punto, morso dal dilemma, beata innocenza, il ragazzino lo chiede all’insegnante di religione (essì), che si adombra e si adira per una domanda del genere, e non poteva essere altrimenti: il datore di lavoro, la diocesi, è gravemente immischiata nel business dell’accoglienza, che dà alla Chiesa italiana tanti danari pubblici (e pure della carne fresca, e non per conversioni, ma questi sono scandali di cui qui non vogliamo parlare).
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Un bambino da solo si rende conto di quanto il sistema sia innaturale ed insostenibile, di quanto l’autorità sia completamente illogica, e stupida, incomprensibile. Di più: il bambino cresce già con l’idea dell’ingiustizia sistemica nei suoi confronti. Lui, infatti, deve studiare, sottoporsi ai riti ciclici delle verifiche e delle interrogazioni, dei rimproveri e delle pagelle. Il bambino immigrato, invece, no: promosso ogni anno senza capire una parola della lingua. Protetto dalla disintegrazione.
Sappiamo che i problemi sono più gravi di questi. La disintegrazione è ciò che ora guida la teppa di ragazzini extraeuropei che stanno distruggendo Parigi, Milano e tante altre città. La disintegrazione portata nel cuore dagli immigrati come un valore irrinunziabile, sancito dallo Stato moderno «laico», si propaga dall’individuo alla società.
Tuttavia, il fenomeno è uno solo, ed è visibile ad occhio nudo, anche senza vetrine spaccate, guardando le moltitudini di donne velate, per strada o nelle scuole medie. Si tratta di un sintomo diverso della stessa malattia. Hijab e Piazza Duomo in fiamme sono segni della medesima sostanza.
È per questo che abbiamo ritenuto ridicolo il decreto legge meloniano che vieta l’uso del velo integrale (burqa e niqab) nelle scuole. I casi di velo integrale immaginiamo siano pochissimi, mentre l’hijab è entrato in ogni classe (altro che Crocifisso). È come se, in ogni aula, si fosse fatta entrare una bandiera, che certo non rappresenta il Paese, lo Stato, e nemmeno, diciamo cos’, la religione concordataria.
È perfino peggio, se ci pensiamo: la donna burqa ti respinge al punto che è impossibile non pensarla come estranea, mentre il velo libero porta tutti (specialmente i ragazzi) a pensare che sia normale. Conosciamo lo stile democristiano: fingi di fare qualcosa di giusto e morale, ma stai facendo l’opposto, e probabilmente pure lo sai, perché tanto quello che desidera il politico è il compromesso per andare avanti per ancora un po’ di stipendi («Meglio tirare a campare che tirare le cuoia», diceva Andreotti, enucleando involontariamente l’esatto opposto di quello che è un eroe, cioè ciò di cui ha bisogno uno Stato)
La Meloni ha voluto fare «qualcosa di destra», come quella volta con la buffonata dell’utero in affitto «reato universale». Cioè non ha fatto nulla: ha solo puntato il dito sul sintomo, senza considerare neanche lontanamente la malattia, e, soprattutto, senza avere neanche la minima idea di come la malattia possa degenerare, e stia degenerando.
Perché sappiamo che per l’immigrato, lo sappia o no, il piano è quello della disintegrazione. Della distruzione dell’Italia e del suo tessuto sociale per come lo ricordiamo – è questo che scandalizza la mia amica, anche senza pensarci a fondo. È questo che già si immagina il dodicenne vedendo la follia e l’ingiustizia dell’immigrazione nelle scuole.
È impossibile pensare che tutto questo non abbia l’avallo del potere, che sta lasciando liberi i maranza nel saccheggio della città di Ambrogio mentre con i no-vax in pandemia erano botte e arresti, vecchietti inclusi.
Lo scopo di un sistema è ciò che fa. La Grande Sostituzione è in atto per volere dei vertici, che magari non si vedono, ma le loro idee sono trapelate fugacemente da opere come quelle del conte Calergi. Vogliono instaurare l’anarco-tirannia, per schiacciare gli europei (cittadini difficili, perché pretendono uno Stato che li protegga, pretendono diritti inalienabili, e di base la dignità umana, eredità del Cristianesimo) e dominarli, se necessario eliminarli tutti.
Vi sostituiranno, vi disintegreranno. Un velo islamico alla volta.
Roberto Dal Bosco
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Immigrazione
Mons. Viganò contro la barbarie orchestrata
Contro la barbarie orchestrata
Le scene di guerriglia urbana che in questi giorni hanno devastato Parigi, Lione, Marsiglia, Limoges e – in Italia – Milano, Torino, Bologna e altre città non possono ridursi a semplici disordini di piazza: sono manifestazioni di violenza e di barbarie che trasformano le strade in campi di battaglia. Saccheggi, incendi di edifici pubblici e di negozi, attacchi alle forze dell’ordine, feriti a centinaia, arresti a migliaia: ciò che viene presentato come protesta contro il carovita è in realtà uno degli strumenti principali della pianificazione scientifica con cui l’élite tecnocratica globalista intende introdurre e alimentare focolai di guerra civile nella popolazione. Il disagio economico è reale, ma viene scientemente esasperato e poi dirottato. Gruppi organizzati — black bloc, nuclei dell’ultra-sinistra, bande di giovani per lo più extra-comunitari che agiscono “senza ordini” secondo il modello francese — trasformano manifestazioni teoricamente pacifiche in caos controllato e fomentato. L’obiettivo è chiaro: creare il pretesto per legittimare nuove forme di repressione, di controllo sociale e di compressione delle libertà residue. In tutto questo non vi è nulla di spontaneo. Condanno la complicità dei governanti. Essi hanno contribuito a generare le condizioni di impoverimento e di alienazione, e ora si servono del disordine per rafforzare l’apparato repressivo, mentre pronunciano condanne di facciata. Condanno altresì il tradimento della gerarchia della chiesa conciliare-sinodale, totalmente asservita all’élite tecnocratica globalista. Invece di richiamare le anime all’ordine, alla giustizia e alla Verità perenne, essa tace, o peggio acconsente, preferendo il dialogo con i poteri del mondo alla fedeltà al Vangelo e al Magistero di sempre. Quando l’autorità — civile ed ecclesiastica — cessa di trattenere l’errore e ne diventa veicolo, si consuma quella frattura che San Paolo descrive come mysterium iniquitatis (2 Ts 2, 7-8). La divisione è opera del divisore, Satana. Chi alimenta deliberatamente il caos per poi imporvi il proprio ordine non agisce per il bene delle anime, ma per il consolidamento di un potere che ha ripudiato Cristo Re. Finché questa pianificazione non sarà smascherata, ogni pretesto di “rinnovamento” o di “giustizia sociale” resterà al servizio dell’iniquità. Raccogliamoci intorno alla Verità immutabile e alla Tradizione apostolica. Non ratifichiamo l’errore, non consentiamo alla menzogna. “State saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso” (2 Ts 2, 15). — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) October 19, 2026
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