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Si dimette il primo ministro scozzese «anti-bianchi»

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Humza Yousaf, il primo ministro scozzese che ha inveito contro i bianchi in Parlamento e poi ha supervisionato l’approvazione di leggi estreme sui «crimini d’odio» nel Paese, è stato costretto a dimettersi.

 

L’annuncio di Yousaf è arrivato dopo che è diventato chiaro che non sarebbe sopravvissuto a due voti di fiducia, uno a lui e un altro al suo governo dello Scottish National Party, presentati al Parlamento scozzese dai partiti di opposizione.

 

Yousaf aveva concluso un accordo di condivisione del potere con il Partito dei Verdi scozzesi ed era diventato evidente che non sarebbe stato in grado di ottenere un sostegno sufficiente per guidare un nuovo governo di minoranza, perché aveva promosso un’ideologia di genere radicale e supervisionato il passaggio in legge della legislazione sui «crimini d’odio» più draconiana della storia.

 


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La settimana scorsa, lo Yousaf ha tentato disperatamente di rimanere al potere implorando i conservatori di allinearsi con lui, ma poi, durante le sue dimissioni, ha affermato di non essere disposto a svendere i suoi principi, quindi ha deciso di dimettersi.

 

Ai sensi della nuova legislazione sui «crimini d’odio» introdotta in Iscozia dal premier musulmano, chiunque sia ritenuto essere stato verbalmente «abusante», di persona o online, nei confronti di una persona transgender, potrebbe essere colpito con una pena detentiva fino a sette anni.

 

Fughe di notizie provenienti dalla polizia hanno accresciuto le preoccupazioni sulla legislazione poiché hanno rivelato che attori e comici erano elencati come obiettivi. Il primo ministro Yousaf ha giustificato le nuove leggi, dichiarando che i graffiti rivolti contro di lui comparsi vicino a casa significavano che la necessità di un approccio di «tolleranza zero» nei confronti dell’odio.

 

Non appena la legge è entrata in vigore, migliaia di persone hanno colto l’occasione per denunciare lo stesso Yousaf per aver inveito contro i bianchi che ricoprivano posizioni di autorità in Scozia, un Paese che è bianco al 96%. Lo Yousaf fa ha conseguentemente dichiarato che chiunque faccia questo dovrebbe essere considerato «di estrema destra».

 

La faccenda, tuttavia, è diventata ben più grottesca di così.

 

È emerso che al personale di polizia che rispondeva alle chiamate per «crimini d’odio» per denunciare il Primo Ministro era stato detto di leggere una trascrizione preparata in anticipo in difesa dal premier, in cui si affermava che quando Yousaf si riferiva ai «bianchi», che sono in maggioranza in posizioni di autorità in Iscozia (cosa che secondo lui era sbagliata) aveva solamente «sottolineato un dato di fatto».

 


La polizia scozzese ha ricevuto qualcosa come 8.000 denunce di «crimini ispirati dall’odio» solo nella prima settimana dall’entrata in vigore della legge, pari a più del totale annuo di tutte le denunce di crimini ispirati dall’odio per tutti gli anni precedenti.

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Le forze dell’ordine sono quindi costrette a pagare «centinaia di migliaia» di straordinari agli agenti nella sua sala di controllo per far fronte al diluvio di denunce di «crimini ispirati dall’odio», che potrebbero essere, in larga parte, delazioni sul tipo di quelle proposte durante il COVID anche in Italia, che in Scozia avevano trovato applicazione, con la polizia a visitare case dove qualcuno segnalava esserci un «assembramento».

 

Ad ogni modo, per la prima settimana è stata trasmessa alla polizia una denuncia ogni minuto. Il segretario generale della Federazione di polizia scozzese David Kennedy ha tuttavia osservato che «il numero di denunce che si sono tradotte in vere e proprie indagini su crimini ispirati dall’odio è estremamente piccolo», affermando che costituisce meno dell’1%.

 

Un sondaggio dell’inizio di questo mese ha rivelato che, dopo l’introduzione della legge, lo Yousaf aveva un indice di gradimento di meno 32, equivalente a un calo di 15 punti dall’inizio dell’anno. Il sondaggio rileva che anche tra le persone che hanno votato per il suo partito, più credevano che stesse facendo un pessimo lavoro rispetto a quelli che pensavano che stesse facendo bene.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Scozia è al centro anche di altri episodi di folle legislazioni e arresti riguardo tempi del politicamente corretto, come la cosiddetta «transfobia».

 

È emerso di recente che genitori scozzesi contrari alla transessualizzazione dei figli ora rischiano 7 anni di prigione. La legge pensata a proposito vieterebbe le cosiddette «pratiche di conversione» che spesso hanno luogo in un «contesto familiare». Ciò significa che se i genitori tentassero di impedire ai loro figli di «vestirsi in un modo che rifletta il loro orientamento sessuale o identità di genere», potrebbero affrontare sanzioni penali anche se credono di agire nel migliore interesse del bambino.

 

Nel 2021 una madre di 50 anni  di un «crimine d’odio transfobico» dopo aver ritwittato l’immagine di un nastro delle suffragette. La donna rischiava fino a due anni di prigione.

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La Scozia è pure teatro di grotteschi casi in cui maschi che commettono vili aggressioni sessuali contro donne e bambini vengono protetti dallo Stato e spediti in carceri femminili dopo essersi opportunamente dichiarati trans. L’anno scorso, l’ex leader scozzese Nicola Sturgeon, paladina woke poi arrestata e rilasciata su accuse legate al Partito Nazionale Scozzese, ha affermato che i criminali transgender condannati per aver violentato donne sono donne, nonostante siano biologicamente uomini.

 

Nello stesso mese, il governo scozzese ha rifiutato di rimuovere uno stupratore transgender da un carcere femminile nonostante fosse condannato per aver violentato due donne.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Scozia sta legalizzando l’eutanasia, e apre dibattiti legali sulla conservazione dello sperma dei trans.

 

Solo poco tempo fa, nei giornali scozzesi si potevano trovare sondaggi deliranti come quelli sulla possibilità di introdurre campi di concentramento COVID, mentre nel Paese in lockdown la polizia faceva irruzione a feste di compleanno di bambini di 10 anni su soffiata dei vicini delatori.

 

Nel frattempo, una inspiegata ondata di neonati morti – con aumento statistico cospicuo – si è manifestata nel Paese.

 

Come riportato da Renovatio 21, il «musulmano non osservante» Humza Yousaf fu preferito nel rush finale dopo le strane dimissioni della Sturgeon alla cristiana praticante Kate Forbes, contraria al matrimonio omosessuale, così come alle nascite extramatrimoniali, e difensore accorato della famiglia tradizionale.

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Immagine di Scottish Government via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

 

 

 

 

 

 

 

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La BBC paga i dipendenti bianchi meno di quelli appartenenti a minoranze etniche

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Secondo il rapporto annuale 2025/26 dell’emittente britannica, i dipendenti bianchi della BBC guadagnano meno dei colleghi appartenenti a minoranze etniche in sei delle sette fasce salariali. I dati riaprono il dibattito sull’impegno dell’azienda a far avanzare il personale di origine minoritaria e sul possibile effetto di quelle politiche sulle retribuzioni.   Nel rapporto della BBC sul divario retributivo 2025/26, rilanciato mercoledì dal Telegraph, i dipendenti di colore, asiatici, di etnia mista e di altre minoranze guadagnano in media il 13,2% in più all’ora rispetto ai colleghi bianchi nella fascia più bassa. Anche tra i dirigenti di vertice il divario resta al 5,3%.   I dipendenti bianchi risultano davanti in una sola categoria, dove la retribuzione oraria mediana supera dello 0,6% quella delle minoranze. Nell’insieme della BBC, però, il personale bianco guadagna ancora lo 0,7% in più, soprattutto perché occupa una quota maggiore delle posizioni meglio pagate.

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I numeri hanno riportato l’attenzione sui programmi con cui la BBC promuove i dipendenti delle minoranze etniche. L’emittente gestisce percorsi speciali di tutoraggio e sviluppo di carriera per il personale di origine africana, asiatica e di altre minoranze, e ciò solleva il dubbio che tali iniziative possano contribuire alle differenze di retribuzione.   La BBC si è data l’obiettivo che le minoranze etniche rappresentino il 20% sia della forza lavoro sia dei ruoli dirigenziali. L’emittente insiste che si tratti di obiettivi e non di quote, e sostiene che non incidono sulle decisioni salariali.   L’ex ministro della Cultura britannico John Whittingdale ha messo in discussione le politiche retributive della BBC, dichiarando al Telegraph che l’emittente «dovrebbe retribuire il personale esclusivamente in base al valore e al merito che apporta al lavoro che svolge».   Il Whittingdale ha ricordato che la BBC si era già mossa in passato per correggere le disparità di genere e che dovrebbe applicare lo stesso principio di «equa retribuzione» a prescindere da razza, orientamento sessuale o genere.   L’emittente è stata più volte al centro di scandali sulle differenze di stipendio. Nel 2020 la giornalista Samira Ahmed ha vinto una causa storica al tribunale del lavoro, dopo che i giudici avevano stabilito che era stata pagata meno del presentatore Jeremy Vine per un lavoro equivalente.   Nel 2024 quattro presentatrici della BBC hanno accusato l’emittente di discriminazione sessuale e di età dopo un rimpasto della divisione notizie. Nel novembre 2025 la BBC ha reso pubblici sei casi interni di parità salariale, tra cui due ricorsi.   La BBC ha respinto l’idea che gli ultimi dati dimostrino un trattamento diseguale, affermando di essere «impegnata a garantire una retribuzione equa e paritaria per tutti».   La BBC sembrerebbe inoltre avere un problema con la pedofilia, con vari collaboratori accusati dell’osceno crimine. Jimmy Savile, Stuart Hall e Rolf Harris hanno tutti abusato di bambini mentre lavoravano per l’emittente, e gli ultimi due hanno scontato pene detentive per aggressioni sessuali a danno di bambine anche di soli sette anni.   Nel 2024, il presentatore televisivo Huw Edwards è stato condannato per possesso di immagini indecenti di minori. Edwards ha ricevuto una pena di sei mesi, sospesa per due anni, il che significa che andrà in prigione solo se commetterà nuovamente reati durante tale periodo.   Nel 2012 deflagrò nel cuore della BBC lo scandalo pedofilo di Jimmy Savile, popolare presentatore e DJ (aveva inventato il format Top of the Pops) che fu accusato di aver molestato un numero spaventoso di ragazzi e ragazze (prepubescenti o anche in età più adulta) per oltre 50 anni.   Nel gennaio 2013, un rapporto congiunto di NSPCC e Metropolitan Police, Giving Victims a Voice, affermava che 450 persone avevano presentato denunce contro Savile, con il periodo di presunti abusi che si estendeva dal 1955 al 2009 e l’età dei denuncianti al momento del gli assalti vanno dagli 8 ai 47 anni.

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Le vittime sospette includevano 28 bambini di età inferiore a 10 anni, di cui 10 di età inferiore a 8 anni. Altri 63 erano ragazze di età compresa tra 13 e 16 anni e quasi tre quarti delle sue presunte vittime avevano meno di 18 anni. Sono stati registrati circa 214 reati, con 34 stupri segnalati a 28 forze di polizia.   Le voci sulla pedofilia di Savile si rincorrevano al punto che una lettera anonima del 1998 chiedeva ad una commissione di non assegnargli alcuni titolo onorifico, in quanto sarebbe potuta emergere in seguito una componente pedofila della sua vita privata.   Il silenzio della BBC durante questo periodo fu esso stesso un ulteriore tema di scandalo. Non solo non venne mai indagato nessun caso segnalato riguardo Savile; pare che nel 2012 non venne mandato in onda un reportage che indagava proprio sul caso.   Savile avrebbe abusato di ben 450 vittime, la maggior parte delle quali bambini o giovani, nel corso di cinque decenni. I suoi presunti crimini hanno sconvolto il Regno Unito dopo la sua morte nel 2011, portando a un’indagine senza precedenti su come la BBC ha gestito la vicenda. Di fatto Savile morì impunito.

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Immagine Fixing the BBC, Stratford by Paul Harrop via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
 
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Ben-Gvir come i nazisti: «ci sono persone che non meritano di vivere»

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Dichiarazioni del ministro ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir tornano a far discutere.

 

Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir ha recentemente chiesto in maniera pubblica l’assassino sistematico quotidiano di diecine di palestinesi.

 

Intervenendo domenica al podcast di Rom Braslavski e contestando l’adesione temporanea di Netanyahu alla posizione di Trump sulla riduzione del numero di gazani uccisi ogni giorno, il responsabile delle carceri israeliane, il Ben-Gvir, ha auspicato l’uccisione di 30-40 gazani ogni notte: «Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro. Credo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone».

 

Le parole del potente ministro dello Stato Ebraico hanno ricordato immediatamente a molti l’espressione nazista «Lebensunwertes Leben» («vita non degna di essere vissuta»), una definizione usata dal regime nazista per indicare quelle fasce della popolazione che, secondo il regime nazista, non avevano diritto alla vita e venivano destinate al programma di «eutanasia involontaria», Aktion T4.

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Il termine deriva dal saggio del 1920 Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens di Karl Binding e Alfred Hoche, che proponeva l’eliminazione di malati mentali, disabili gravi e “vite senza valore” per ragioni etiche ed economiche. I nazisti lo radicalizzarono all’interno della Rassenhygiene (igiene razziale) e del darwinismo sociale.

 

A partire dal 1939, con l’Aktion T4, il regime organizzò l’uccisione sistematica di decine di migliaia di bambini e adulti con disabilità fisiche o psichiche (incluso l’autismo, il cui studio fu iniziato proprio da un medico austriaco, il dottor Hans Asperger), attraverso gas, iniezioni e fame. I medici selezionavano le vittime in base a criteri di «produttività» e «purezza razziale»: chi non poteva lavorare o generare prole «sana» era considerato un peso per la Volksgemeinschaft (comunità del popolo) e quindi eliminabile.

 

Il concetto non si limitò ai disabili: fu esteso a ebrei, rom, omosessuali, «asociali» e prigionieri politici, presentando lo sterminio come atto «scientifico» (anche a quell’epoca c’erano «gli esperti») e «umanitario», liberando risorse economiche e sociali e purificando la razza ariana.

 

Il programma quindi si estese ai campi di concentramento, ma anche al ghetto di Varsavia, i cui profughi hanno con probabilità discendenti tra coloro che ora perpetrano la pulizia etnica Striscia di Gaza.

 

Il ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels descrisse costantemente il popolo ebraico come «subumano» e dotato di «caratteristiche marcatamente parassitarie». Goebbels si suicidò il 1° maggio 1945 a Berlino, dopo aver ucciso la moglie e i sei figli con il cianuro.

 

Hans Frank, capo del regime nazista sulla Polonia occupata, rinchiuse gli ebrei nei ghetti, ridusse le loro razioni e sovrintese alla liquidazione del ghetto di Varsavia. «In ogni caso, inizierà una grande migrazione ebraica. Ma cosa dovremmo fare con gli ebrei? Pensate che si insedieranno nell’Ostland, nei villaggi? A Berlino ci dissero: “Perché tutta questa fatica? Non possiamo fare nulla con loro né nell’Ostland né nel Reichskommissariat. Quindi liquidateli voi stessi”. Signori, vi chiedo di liberarvi da ogni sentimento di pietà. Dobbiamo annientare gli ebrei ovunque li troviamo e ogniqualvolta sia possibile». Frank fu impiccato a Norimberga.

 

Dopo il 1945 il termine «Vita indegna di essere vissuta» era divenuto simbolo della barbarie nazista e dell’abisso etico raggiunto quando lo Stato decide chi merita di vivere. Con evidenza, i tempi stanno cambiando.

 

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E l’avvocato israeliano disse: la vita di un ebreo vale 10 milioni di palestinesi

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Un avvocato israeliano legato a coloni della Cisgiordania, Yehuda Shimon, ha rilasciato dichiarazioni controverse in un’intervista alla BBC all’inizio di agosto 2026, dopo una sparatoria mortale vicino all’avamposto di Havat Gilad che ha ucciso due israeliani, incluso un ufficiale delle Forze di Difesa israeliane.   Le sue parole stanno facendo il giro della rete, scatenando indignazione e prese di coscienza. Dopo l’uccisione di un israeliano, lo Shimon ha dichiarato che «dobbiamo uccidere tutte le persone di Tal, Sarra, anche Jit e Farata», cioè villaggi palestinesi vicini.   «Una vita ebraica vale 10 milioni» di vite palestinesi» ha detto l’avvocato dei coloni.   Alla domanda se suonasse razzista, ha risposto: «Sì, lo so. Ma questa è la verità, perché Dio ci ha scelti. Per questo siete gelosi».  

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Le affermazioni nazi-giudaiche dell’avvocato sono state riportate dal Jerusalem Post, dalla BBC e da altri organi di stampa e hanno suscitato forti reazioni. Lo Shimon rappresenta legalmente israeliani accusati di violenza contro palestinesi e parla da posizioni estreme di coloni religiosi.   Riguardo alla questione della legge, ha dichiarato esplicitamente che, nonostante sia avvocato, l’unica legge che conta per lui è la Bibbia – e quindi non quella israeliana né il diritto internazionale.     Nella stessa intervista, ha criticato l’esercito israeliano perché, secondo lui, «non uccide i palestinesi, li separa solo» quando ci sono scontri con i coloni. Sui palestinesi della Cisgiordania ha indicato tre opzioni: 1) Accettare il dominio israeliano e vivere quietamente sotto di esso; 2) Emigrare volontariamente in altri paesi arabi/musulmani; 2) Se non accettano né se ne vanno: «Se non volete fare la pace con noi e non volete andarne, non ho scelta: devo uccidervi, e vi uccido tutti».   Queste dichiarazioni sono state fatte all’interno dell’avamposto di Havat Gilad, a pochi giorni dalla sparatoria del 24 luglio 2026 che aveva causato morti da entrambe le parti. Shimon rappresenta legalmente israeliani accusati di violenza contro palestinesi.   Il suprematismo ebraico ha basi religiose che affondano nel concetto biblico di «popolo eletto» (am segulah), presente nel libro del Deuteronomio (7,6 e 14,2). Secondo questi passi Dio sceglie Israele come popolo particolare. Alcune correnti, soprattutto all’interno del sionismo religioso radicale e di gruppi come quello ispirato a Meir Kahane 0 il maestro del ministro israeliano Itamar Ben Gvir, il cui partito sionista secolarista Otzma Yehudit («Potere Ebraico» è la continuazione del movimento kanahista – leggono questa elezione in senso gerarchico: una vita ebraica avrebbe valore superiore e il popolo ebraico avrebbe diritti esclusivi sulla Terra di Israele, vista con confini che spaziano per tutto il Medio Oriente (la teoria del «Grande Israele»).   Sul piano ideologico, tali visioni si combinano con rivendicazioni territoriali assolute e con l’idea che la legge divina (Torah) prevalga su quella internazionale o statale. Espressioni di questo tipo emergono periodicamente in ambienti di coloni – e non solo – dove si sostiene che una vita ebraica valga molteplici vite non-ebraiche e che la resistenza palestinese debba essere repressa fino all’eliminazione.  

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