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Geopolitica

Victoria Nuland si dimette. La sua storia di morte e distruzione non verrà dimenticata

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Si è dimessa Victoria Nuland, il sottosegretario del dipartimento di Stato USA considerabile come la grande pupara dietro alla catastrofe ucraina degli ultimi dieci anni sfociata nella guerra cruenta che ha ucciso centinaia di migliaia di persone. La notizia, che è di grande portata, è stata data pochi minuti fa da un comunicato firmato dallo stesso segretario di Stato Anthony Blinken comparso sul sito governativo del dicastero degli Esteri statunitense.

 

«Victoria Nuland mi ha fatto sapere che intende dimettersi nelle prossime settimane dalla carica di Sottosegretario di Stato per gli affari politici, un ruolo in cui ha incarnato l’impegno del presidente Biden a riportare la diplomazia al centro della nostra politica estera e a rivitalizzare l’economia e la leadership globale dell’America in un momento cruciale per la nostra Nazione e il mondo» scrive il Blinken, che attacca quindi a chiamare la Nuland (vero cognome «Nudelman») con l’affettuoso diminutivo «Toria».

 

«Il mandato di Toria corona tre decenni e mezzo di straordinario servizio pubblico sotto sei presidenti e dieci segretari di Stato. A partire dal suo primo incarico come funzionario consolare a Guangzhou, in Cina, Toria ha ricoperto la maggior parte dei lavori in questo dipartimento. Funzionario politico e funzionario economico. Portavoce e capo dello staff. Vice segretario aggiunto e vice segretario. Inviato Speciale e Ambasciatore. Queste esperienze hanno dotato Toria di una conoscenza enciclopedica di un’ampia gamma di questioni e regioni e di una capacità senza pari di utilizzare l’intero kit di strumenti della diplomazia americana per promuovere i nostri interessi e valori».

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«Ciò che rende Toria davvero eccezionale è la feroce passione che mette nel combattere per ciò in cui crede di più: libertà, democrazia, diritti umani e la capacità duratura dell’America di ispirare e promuovere quei valori in tutto il mondo. Questi erano i principi che guidavano Toria quando ci incontrammo per la prima volta più di 30 anni fa. Sono gli stessi principi che ha portato nel suo lavoro di Sottosegretario e di Vice Segretario di Stato ad interim – un ruolo che ha ricoperto senza interruzioni per sette mesi».

 

«Negli ultimi tre anni, Toria ha guidato questo Dipartimento su tutto, dall’affrontare le crisi complesse nel Sahel, ad Haiti e nel Medio Oriente, all’ampliamento e al rafforzamento delle alleanze e dei partenariati americani in tutta Europa e nell’Indo-Pacifico».

 

Le parole di circostanza, tuttavia, lasciano il posto al tema centrale della carriera di «Toria»: l’Ucraina, cioè la guerra alla Russia.

 

«È proprio la leadership di Toria sull’Ucraina che i diplomatici e gli studiosi di politica estera studieranno negli anni a venire» assicura Blinken, anche lui discendente di ebrei fuggiti dall’Ucraina.

 

«I suoi sforzi sono stati indispensabili per affrontare l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte di Putin, schierando una coalizione globale per garantire il suo fallimento strategico e aiutando l’Ucraina a lavorare verso il giorno in cui sarà in grado di reggersi con forza sulle proprie gambe – democraticamente, economicamente e militarmente».

 

«C’è così tanto da ammirare in Toria oltre la sua abilità diplomatica. Dice sempre quello che pensa, a mio vantaggio e a vantaggio della nostra politica estera. Lei difende e investe sempre nei diplomatici americani, facendo loro da mentore, incoraggiandoli e assicurando che loro e le loro famiglie abbiano ciò che meritano e ciò che la nostra missione richiede. Trova la luce nei momenti più bui, ti fa ridere quando ne hai più bisogno e ti copre sempre le spalle» dice Blinken, che non tenta nemmeno di nascondere quanto la Nuland, di fatto, fosse più importante di lui, chitarrista fallito, nelle decisioni vere della geopolitica americana e mondiale – decisioni che hanno incendiato il mondo.

 

«Siamo così grati per il servizio di Toria e per il segno duraturo che ha lasciato in questa istituzione e nel mondo». Il segno della Nuland, per quanto vediamo noi, è una scia di morte e distruzione della quale ancora non vediamo la fine.

 

La notizia delle dimissione della pupara della politica antirussa arriva nel momento in cui, bizzarramente, un articolo del New York Times con oltre 200 (duecento) fonti rivelava che la CIA ha poderose basi piazzate sul territorio ucraino dal 2014 – ossia dall’anno del colpo di Stato di Maidan organizzato con i famigerati 5 miliardi di dollari che la Nuland aveva dichiarato di aver investito a Kiev, dall’alto dei quali, nella famosa telefonata intercettata all’ambasciatore Pyatt, si permetteva di dire «Fuck the EU», ossia «fanculo all’Unione Europea».

 

Il video con l’intercettazione sta gradualmente sparendo da YouTube, ma su qualche canale ancora resiste.

 

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La tempistica farebbe quindi pensare all’ipotesi, già discussa sulle colonne di Renovatio 21, che stia per andare in atto un grande sbaraccamento: gli USA si potrebbero ritirare dall’Ucraina, oramai considerata per persa, anche rispetto ad un elettorato che a breve andrà al voto e non vuole assistere allo scialo ulteriore delle risorse nel grottesco teatro politico-militare di Kiev.

 

L’altra ipotesi, più inquietante, è quella per cui si tratta di una finta: fanno rivelazioni sul fatto che sostanzialmente Putin aveva ragione e allontanano la sua acerrima nemica «Toria» per poi procedere ad un attacco diretto – il famoso scontro diretto NATO-Russia di cui parlano i giornali europei e pure i presidenti, da avviarsi magari con un bel false flag fatto scattare magari proprio quando la Russia si ferma a tirare il fiato. Anche Mosca, come noto, a breve va alle elezioni…

 

Blinken dice che assieme a Biden ha già chiesto al sottosegretario alla gestione John Bass di ricoprire l’incarico di sottosegretario di Stato ad interim per gli affari politici fino alla conferma della sostituzione della Nuland. Chi prenderà certe decisioni, insomma, non è ancora noto. Di certo il Bass non potrà mai sostituire la Nuland, che, come ricordato, da decenni tirava i fili più oscuri e cruenti della trama mondiale.

 

A quanti sostengono che con chiunque verrà dopo di lei non cambierà nulla, anzi magari sarà peggio, diciamo che non conoscono la portata personale, famigliare, metafisica dell’odio che la Nuland cova verso la Russia.

 

La Nuland è una cosiddetta neoconservatrice. I neocon sono un gruppo di discepoli, in genere di origini ebraiche, del filosofo ebreo tedesco trapiantato in USA Leo Strauss. Si dice, professore all’Università di Chicago, lo Strauss aveva un lato essoterico – le sue lezioni pubbliche – ed uno esoterico, a cui impartiva un insegnamento segreto ad un gruppo di studenti scelti.

 

Lo Strauss insegnava, tra le altre cose, l’uso della «nobile menzogna». Secondo quanto riportato, il professore invitava gli studenti più vicini a lui ad organizzare azioni di disturbo nei confronti di professori avversari.

 

Un numero consistente di straussiani, riconducibili al movimento autonominatosi «neoconservatore» che ha derivazione originariamente trotskista, è riuscito ad infiltrarsi in amministrazioni sia repubblicane che democratiche sin dai tempi di Ronaldo Reagan: Paul Wolfowitz arrivò ad essere piazzato a capo della Banca Mondiale, William Kristol fu capo di gabinetto del vicepresidente Dan Quayle, Lews «Scooter» Libby fu considerato un’eminenza grigia dell’amministrazione Bush junior, dove anche l’onnipotente vicepresidente Dick Cheney si diceva essere influenzato da Strauss e dai neocon, che domandavano una guerra frontale e permanente con tutti i Paesi che non si genuflettevano del tutto all’egemonia della superpotenza americana: Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Iran… Qualcuno fa notare che si trattava quasi sempre di Nazioni in conflitto con lo Stato Ebraico.

 

La Nuland è una neocon per formazione e matrimonio, avendo sposato Robert Kagan, attivissimo fulcro, con il fratello e il padre, dei think tank neocon che hanno stabilito la politica estera americana degli anni 2000, per esempio la guerra in Iraq. Sono gli stessi, che, all’interno di un gruppo chiamato Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC) nel 2000 vergarono il rapporto Ricostruire le difese dell’America dove si parlava della necessità di «una nuova Pearl Harbor», poi per coincidenza concretatasi con il megaterrorismo dell’11 settembre 2001.

 

Ad ogni modo il marito Kagan, anche lui proveniente da una famiglia di ebrei fuggiti dalla Russia, è, teniamo a mente, un anti-trumpiano zelota che all’elezione di Biden scrisse per il Washington Post un editoriale in cui sosteneva che il fatto che Donald avesse perso le elezioni non era abbastanza e la società americana trumpizzata era il vero problema – il vero nemico? – a cui bisognava pensare.

 

Qualcuno sostiene che i neocon abbiano in odio almeno da quando mandò lo zio di Christian De Sica ad uccidere a colpi di ascia Leone Trotskij. Secondo alcuni teorie circolanti in ambienti americani, alcuni neocon godrebbero di fortune che Trotskij avrebbe portato con sé fuggendo dall’Unione Sovietica, e dell’aiuto di servizi segreti e di circoli di potere interessati ad utilizzare la rivoluzione permanente – divenuta, di fatto, per i discendenti neoconi, «guerra permanente» – come strumento di dissoluzione degli ordini sociali e nazionali necessaria all’instaurazione della sinarchia tecnocratica definitiva.

 

Va notato, tuttavia, che la «Toria» ha un conto aperto con la Russia a livello transgenerazionale, in quanto il nonno sarto ebreo fuggì dai Pogrom in Bessarabia a inizio Novecento, ma a rimanerne segnato fu essenzialmente il padre, il chirurgo e bioetico Shervin B. Nuland.

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Nato nel Brox come Shepsel Ber Nudelman, divenne medico e storico della medicina, con specializzazione in chirurgia, e cambiò il suo cognome nel più american sounding Nuland perché, disse, testimoniò episodi di discriminazione antisemita.

 

Agnostico dichiarato ma ebreo ortodosso praticante, nella sua carriera di esperto di bioetica e filosofia medica l’uomo dichiarò di aver un «rapporto unico» con la morte, dedicando specifici saggi.

 

Nuland senior è ricordato come, in verità, come vittima della malattia mentale. In un discorso TED del 2001, pubblicato nell’ottobre 2007, parlò della sua grave depressione e dei suoi pensieri ossessivi nei primi anni ’70, probabilmente causati dalla sua infanzia difficile (il nonno ebreo moldavo di Toria era forse molto severo) e dalla fine del suo primo matrimonio.

 

Poiché la terapia farmacologica risultava inefficace, fu suggerita una lobotomia, tuttavia il suo medico curante optò per una terapia elettroshock, la quale, assicura Nuland il vecchio, lo portò alla guarigione.

 

Curiosamente, Nuland padre morì nella sua casa di Hamden, nel Connecticut, di cancro alla prostata, il 3 marzo 2014, ossia proprio nei giorni in cui il golpe di Maidan, progettato dalla figlia Victoria, stava trovando sfogo tra rivolte di piazza e misteriosi cecchini che sparavano indiscriminatamente su manifestanti e polizia.

 

Oltre all’odio genetico, patologico, transgenerazionale – e atomico – per Mosca, possiamo ricordare altri punti salienti della recente carriera della straussiana.

 

Come riportato da Renovatio 21, è significativo anche il video in cui, mesi fa, annunziava in conferenza stampa che il Nord Stream 2 sarebbe stato terminato nel caso la Russia avrebbe invaso l’Ucraina.

 

Dopo la sua ammissione in udienza al Senato riguardo ai biolaboratori USA in Ucraina, la Duma – il Parlamento russo – l’ha invitata a Mosca a spiegarsi, tuttavia la Nuland-Kagan non pare aver accettato l’invito.

 

Ad agosto era volata in Niger per incontrare la giunta golpista e metterla in guardia contro l’arruolamento dell’appaltatore militare privato russo Wagner. Prigozhin, al sentirlo, gioì.

 

Lo scorso maggio aveva dichiarato che la Crimea costituiva un «obiettivo legittimo» dell’esercito ucraino. In Sudafrica aveva definito la titanica questione della de-dollarizzazione globale in corso «una chiacchiera».

 

Poche settimane fa era tornata a Kiev, facendo scattare, anche simpaticamente, la diplomazia del Cremlino, che disse che, come l’altra volta nel 2014, quando distribuì biscotti alla gente in piazza Maidan, la visita del vicesegretario per gli affari eurasiatici non portava nulla di buono.

 

Il nome di Victoria Nuland è stato fatto in messaggio di Donald Trump contro la prospettiva della Guerra Mondiale.

 

«Per decenni, abbiamo avuto le stesse persone, come Victoria Nuland e molte altre come lei, ossessionate dall’idea di spingere l’Ucraina verso la NATO, per non parlare del sostegno del Dipartimento di Stato alle rivolte in Ucraina… Queste persone hanno cercato lo scontro per molto tempo, proprio come nel caso dell’Iraq e di altre parti del mondo, e ora stiamo vacillando sull’orlo della Terza Guerra Mondiale. E molte persone non lo vedono, ma io lo vedo e ho avuto ragione su molte cose».

 

Ricordiamo, infine, il messaggio finale di Gonzalo Lira, registrato al confine tra Ucraina e Ungheria, dove stava cercando di scappare in moto per chiedere asilo politico. Negli ultimi attimi di libertà prima di essere catturato e messo in prigione – dove ha trovato la morte – Lira rivelò che lo avevano informato che Victoria Nuland conosceva bene il suo caso, e che lo odiava visceralmente.

 

La tragica morte di Gonzalo, è, in fondo, solo una delle tante, delle tantissime, che discendono da «Toria». Una generazione intera di ragazzi ucraini è stata spazzata via.

 

Di questo, non di altro, gli storici onesti scriveranno. Il giudizio finale, ad ogni modo, lo darà qualcun altro.

 

Roberto Dal Bosco

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Geopolitica

Netanyahu porta all’ONU un cercapersone assassino

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Il primo ministro israeliano Benjamino Netanyahu ha esibito un cercapersone all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, alludendo a un’operazione di sabotaggio segreta del 2024 contro Hezbollah in Libano, che provocò decine di morti e migliaia di feriti gravi, tra cui donne e bambini.   Il 17 settembre 2024 migliaia di cercapersone in mano a membri di Hezbollah esplosero in tutto il Libano; il giorno dopo seguirono centinaia di ricetrasmittenti trasformate in armi. Gli attacchi causarono decine di morti e fino a 4.000 feriti, tra cui molti civili, operatori sanitari e le loro famiglie. Israele rivendicò in seguito la responsabilità dell’operazione.   Parlando giovedì all’Assemblea Generale, Netanyahu ha mostrato un cercapersone dicendo: «Vi ricordate i cercapersone? Vi ricordate questi?». E ha aggiunto: «Hezbollah se li ricorda di sicuro».

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La scena con un arma esibita all’ONU ha in verità ricordato, per paradosso, quella del leader palestinese Yasser Arafat, che nel 1974 parlò all’ONU (che l’anno successivo ammise l’OLP come osservatore) pronunziando il discorso, divenuto celeberrimo, del «mitra e dell’ulivo»: ben visibile, all’arrivo dell’Arafat nel Palazzo di vetro, era la pistola tenuta nella fondina.   Tuttavia il caso di Netanyahu è diverso: all’Arafatto non fu permesso di portare l’arma nell’aula della plenaria. L’israeliano, invece ne ha portato almeno un simulacro del dispositivo di morte.     Diecine di delegati hanno lasciato l’aula appena Netanyahu ha iniziato a parlare, lasciandola in gran parte vuota. La missione palestinese aveva invitato le altre delegazioni a unirsi alla protesta.   Netanyahu ha tenuto un tono di sfida per tutto il discorso, definendo «codardi morali» i delegati che se ne sono andati e attaccando diversi critici regionali e internazionali di Israele, definendo il presidente turco Recep Tayyip Erdogan un «tiranno» e accusando il Qatar di tentare di «fare il lavaggio del cervello» ai giovani americani e ha predetto che il governo iraniano alla fine cadrà.   Il premier dello Stato Giudaico ha inoltre alzato un terminale Starlink, dicendo che lo avrebbe lasciato a disposizione della delegazione iraniana perché lo usasse quando i suoi membri «inevitabilmente disertassero».   Nel novembre 2024 Netanyahu confermò pubblicamente il ruolo di Israele nell’attacco con i cercapersone, mentre il suo portavoce dichiarò che il primo ministro lo aveva approvato personalmente. Due ex alti funzionari del Mossad rivelarono in seguito alla CBS che l’agenzia di Intelligence israeliana aveva impiegato anni a preparare l’operazione, usando società di comodo per inserire di nascosto gli esplosivi nella catena di approvvigionamento di Hezbollah.   Durante un incontro alla Casa Bianca nel febbraio 2025, Netanyahu ha donato al presidente degli Stati Uniti Donald Trump un cercapersone placcato in oro e uno normale, in riferimento all’attentato. Secondo quanto riportato, Trump lo definì «una grande operazione». Molti, tuttavia, videro nel gesto una tracotante, e neanche tanto celata, minaccia da parte del vertice dello Stato Ebraico a quello americano.

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L’attacco con i cercapersone segnò quella che i funzionari israeliani descrissero come una «nuova fase» della guerra di Israele contro Hezbollah e fu seguito da un’intensificazione della campagna militare in Libano. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, fu ucciso in un raid aereo israeliano su Beirut più tardi quello stesso mese, prima che le forze israeliane lanciassero incursioni di terra nel Libano meridionale.   Gli scontri sono ripresi nel marzo 2026, quando Hezbollah ha lanciato razzi contro Israele dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti a giugno ha in gran parte fermato i principali attacchi israeliani su Beirut, anche se le forze israeliane continuano a occupare parti del Libano meridionale e a condurre attacchi in altre zone del Paese.   Secondo il ministero della Salute libanese, più di 4.000 persone sono state uccise e oltre 12.000 ferite negli attacchi israeliani contro il Libano da marzo.   All’epoca della strage dei cercapersone Renovatio 21 aveva analizzato la tecnologia possibilmente utilizzata chiedendosi se non si trattasse di qualcosa di più spaventoso: non esplosivi inseriti (per anni…?) nei dispositivi, ma una forma di hacking software che abbia fatto surriscaldare le batterie rendendole di fatto degli esplosivi.   Le implicazioni di una tale notizia sarebbero terrificanti: tutta l’umanità che dispone di un telefonino, o di qualsiasi altro strumento con batterie a litio remotamente raggiungibile sarebbe a rischio di venire eliminata con un clic.

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«Annientare» l’Iran: la minaccia nel discorso all’ONU di Trump

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di «annientare» l’Iran nel caso in cui i negoziati fallissero, sostenendo di trovarsi di fronte a una «decisione importante» e prevedendo che nessun accordo con Teheran arriverà prima delle elezioni di medio termine americane di novembre.

 

Martedì, parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, Trump ha difeso il conflitto che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran e ha accusato Teheran di far slittare volutamente un’intesa.

 

«Ma devo prendere una decisione importante. Si raggiungerà un accordo con l’Iran che permetta loro di ricostruire e creare un Paese di gran lunga più grande di quanto non sia mai stato prima?», ha chiesto Trump, prima di indicare l’alternativa: «Oppure anniento la Repubblica islamica, e lo faccio in fretta?».

 

«Dovrei forse condurli all’inferno, senza alcuna possibilità di sopravvivenza e senza speranza di grandezza futura o di generazioni a venire?», ha proseguito.

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Trump ha comunque detto di ritenere che un accordo sarebbe stato raggiunto «subito dopo le elezioni». Più avanti nel discorso ha aggiunto che Washington e Teheran «ci sarebbero sicuramente riuscite… in un modo o nell’altro».

 

Il presidente americano ha invitato altri Paesi a unirsi agli Stati Uniti nell’imporre il «completo isolamento economico» dell’Iran finché Teheran non accetterà le condizioni poste da Washington.

 

I membri della delegazione iraniana hanno lasciato l’aula dell’Assemblea Generale, restando seduto un solo delegato di rango inferiore, mentre Trump giustificava il conflitto in corso da quasi sette mesi e accusava Teheran di voler dotarsi di armi nucleari, di sostenere il terrorismo e di colpire navi mercantili.

 

Qualche ora dopo, tuttavia, Trump ha assunto un tono più conciliante, rivelando che i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner avevano avuto un «incontro molto produttivo» con i rappresentanti iraniani. Witkoff ha spiegato che i mediatori si sono alternati tra le delegazioni americana e iraniana per l’intera giornata e hanno chiuso una serie di colloqui che Washington sperava si rivelassero «costruttivi e promettenti».

 

I media di Stato iraniani hanno confermato che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha incontrato i negoziatori statunitensi a margine dell’Assemblea Generale, su richiesta di Washington. Secondo quanto riferito, Teheran ha usato l’incontro per avanzare le proprie condizioni per la riapertura dello Stretto di Ormuzzo, tra cui la fine del blocco navale americano e lo sblocco dei beni iraniani congelati.

 

Nel frattempo l’esercito iraniano ha risposto con tono di sfida alle parole di Trump, avvertendo che un’ulteriore escalation da parte degli Stati Uniti o di Israele sarebbe stata contrastata con attacchi di rappresaglia più duri.

 

Come riportato dai Renovatio 21, in settimana era emerso che Trump stava valutando la possibilità di «far saltare in aria» l’Iran, dicendo di essere disposto a parlare con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian..

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Geopolitica

L’Iran offre la riapertura di Ormuzzo

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Lo Stretto di Ormuzzo potrebbe riaprire entro sette giorni se gli Stati Uniti riducessero la pressione militare e togliessero il blocco dei porti iraniani. Lo riporta la stampa iraniana, citando un alto funzionario della Repubblica Islamica.   Lo Stretto ormusino è una delle vie energetiche più rilevanti al mondo e in condizioni normali fa transitare circa un quinto delle spedizioni globali di petrolio e gas naturale liquefatto. Il traffico marittimo si è quasi fermato dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele con l’Iran alla fine di febbraio, con interruzioni nelle forniture e rialzo dei prezzi dell’energia.   Teheran ha chiesto che Washington dichiari la volontà di chiudere il conflitto per via diplomatica e definisca una tempistica per i passi successivi, ha detto martedì un funzionario a Reuters. La proposta è stata inoltrata agli Stati Uniti tramite mediatori la settimana scorsa, mentre i leader mondiali erano riuniti a Nuova York per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

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L’evento rappresenta una «occasione d’oro per gli Stati Uniti per tornare alla diplomazia», ha detto il funzionario, precisando che la delegazione iraniana aveva pieni poteri per riavviare i negoziati. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato alla NBC che l’amministrazione era disposta a parlare con Teheran se i colloqui avessero avuto prospettive di un esito positivo.   Il funzionario ha sottolineato che non erano previsti incontri diretti tra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il presidente statunitense Donald Trump all’Assemblea Generale, anche se Trump domenica aveva fatto intendere di essere aperto a un incontro del genere.   L’Iran ha avanzato condizioni più ampie per la fine del conflitto. Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei, ha detto sabato che Teheran ha trasmesso a Washington, tramite mediatori, sette richieste, tra cui la cessazione delle ostilità, lo sblocco dei beni iraniani congelati e la revoca del blocco navale.   I tentativi precedenti di fermare i combattimenti non hanno avuto successo. Un memorandum d’intesa raggiunto a giugno tra Stati Uniti e Iran è stato seguito da una ripresa delle ostilità e da luglio non risultano colloqui diretti.   Secondo i dati del governo americano, il flusso di petrolio attraverso Ormuzzo è sceso da 21,6 milioni di barili al giorno nell’ultimo trimestre del 2025 a 4,9 milioni nel secondo trimestre di quest’anno.   Le tensioni sono tornate a salire questa settimana dopo che Trump ha detto di essere in «fase decisionale» sull’Iran e di stare valutando ulteriori azioni militari, pressioni economiche o un accordo. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane ha risposto avvertendo che un nuovo attacco statunitense spingerebbe Teheran ad allargare il conflitto e a impiegare armi diverse.   Washington ha anche minacciato ulteriori pressioni economiche. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato lunedì che alle aziende che forniscono carburante, servizi aeroportuali o biglietti alle compagnie aeree iraniane potrebbe essere precluso l’accesso al sistema del dollaro statunitense.

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