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Pensiero

Occidente, isola dei morti che divora se stessa

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Se vogliamo ricomporre la dinamica del caos in cui oggi siamo immersi, mettendo da parte il destino e la necessità, dobbiamo affidarci al principio di causalità, che è il cardine di ogni riflessione. E poiché si tratta appunto di un caos tutto umano, non possiamo non risalire alle possibili degenerazioni di quella ragione, distintiva degli umani, che del vivere comune dovrebbe essere il principio ordinatore e di cui l’occidente in particolare si è preteso l’elaboratore privilegiato.

Del resto, che il dono del pensiero nascondesse anche il veleno della sua pericolosità, se malamente impiegato, era stato ben compreso dagli antichi. Essi avevano già presagito il rischio contenuto anche nel vantaggio del progresso tecnico in cui la razionalità si è manifestata, nonché le implicazioni morali e spirituali per le quali i vantaggi oggettivi possono rovesciarsi nel loro contrario e determinare il deterioramento delle coscienze e dell’autocoscienza, con il superamento di quel limite, e di quella misura, che per i Greci devono governare tutta l’esistenza umana.

 

Il Prometeo eschileo ammette con lungimirante consapevolezza: «ho impedito agli uomini di rendersi conto della propria condizione mortale. Ho dato a loro le cieche speranze». Dunque, egli vede già le conseguenze di ogni miserabile illusione di onnipotenza, mentre il Coro impietosamente aggiunge: «adesso gli uomini possiedono il fuoco fiammeggiante. Ma la tecnica è molto più debole della necessità». Il progresso della tecnica va di pari passo, inoltre, con la evoluzione in senso scientista del pensiero filosofico.

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Non per nulla è proprio nella modernità che comincia a riaffiorare la coscienza che la degenerazione del pensiero occidentale avrebbe potuto condurre a conseguenze catastrofiche. Non occorre arrivare alla critica nicciana portata alla filosofia socratica, nella Nascita della tragedia, o a quella della ragione filosofica di Voltaire.

 

Già potentissima era stata la critica di Vico al razionalismo cartesiano e alla estenuazione della metafisica. Nella Scienza Nuova, nell’Italia tra sei e settecento, e in particolare in una Napoli conquistata appunto dal pensiero cartesiano, egli preconizzava una «seconda barbarie» prossima ventura, quale esito della degenerazione del pensiero filosofico e della falsa civiltà che su di esso si intendeva costruire.

 

Al centro della sua critica sta la considerazione che il metodo matematico non è applicabile all’uomo. Infatti «i popoli maturi distruggono con la ragione tutti i valori e tendono a disgregare la società, e si preparano la barbarie della riflessione», una barbarie che deriva dal distacco del verum dal factum, i quali invece si «convertono vicendevolmente». Insomma, quella «aedequatio rei et intellectus» di Tommaso.

 

Del resto, da una distorta percezione dei fatti e della loro intrinseca verità deriva una distorta formazione del giudizio, una distorta concezione dell’etica, della politica, della cultura e, alla fine, una diversa antropologia. Fenomeni che ora tocchiamo con mano.

 

La critica di Vico sarà ripresa dopo di lui anche in una prospettiva teologica. E tornerà con insistenza nell’insegnamento di Benedetto XVI, mai abbastanza studiato e compreso dai benpensanti cattolici. Ma era tornata con prepotenza nella analisi sociologica e anche filosofica dei pensatori della cosiddetta Scuola di Francoforte, a cavallo tra le due guerre mondiali, e poi ripresa nel dopoguerra con la pubblicazione della Dialettica dell’Illuminismo, in cui si analizza appunto come la supposta forza liberatrice dei «lumi» portati dalla ragione si sia rovesciata in una forma totalitaria di dominio.

 

Tanto che il suo incipit folgorante continua a rappresentare l’immagine che meglio di ogni altra rispecchia la realtà del nostro tempo. «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura».

 

La profezia eschilea vi figura totalmente realizzata. Eppure, il mondo contemporaneo continua a rimanere abbarbicato alla sempre rinnovata e pervasiva visione scientista, e ad ignorare la ricerca di un bene superiore comune quale valore assoluto e imprescindibile. Continua a inverare il motto di Bacone «scientia propter potentia».

 

Horkheimer e Adorno hanno analizzato quale sia stata la applicazione del pensiero calcolante ai processi economici moderni a partire dalla rivoluzione industriale e come essa abbia prodotto la reificazione dell’uomo, con un conseguente vero e proprio mutamento antropologico. Un mutamento che oggi ha assunto aspetti grotteschi.

 

Di qui la Dialettica dell’illuminismo è incentrata sulla torsione della ragione occidentale che, dopo avere preteso in via filosofica di liberare l’uomo da ogni forma di superstizione, in primis da quella individuata nella dottrina e nella fede cattolica, di cui si doveva fare tabula rasa, ha creato nuove forme di assoggettamento e nuove superstizioni. «La liberazione andò ben oltre le intenzioni e la economia mercantile scatenata era insieme la figura attuale della ragione e la forza dava scacco alla ragione». Infatti, essa, intesa come pensiero calcolante fondato sulla quantità misurabile matematicamente, nella nuova civiltà mercantile nata dalla rivoluzione industriale si è trasformata in uno strumento di dominio.

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Un rovesciamento paradossale, dunque, foriero di catastrofi morali e materiali. Infatti «la ragione è affine alla violenza o alla mediazione, a seconda di chi l’adopera. La pace e la guerra, la tolleranza e la repressione viene fatta apparire come un “dato” a seconda delle situazioni dell’individuo e dei gruppi. Il pensiero diventa completamente un organo e retrocede a “natura”».

 

Quegli studiosi avevano avuto modo di osservare in profondità i fenomeni da esuli nel pianeta americano, dove quell’assetto socioeconomico che si andava formando anche in Europa era già radicato. Si fermarono ad analizzare le ricadute del pensiero calcolante sulla società di massa e gli effetti già evidenti della industria culturale destinata a diventare progressivamente una delle manifestazioni più appariscenti del potere e una delle armi più potenti per la sua conservazione.

 

Se «l’illuminismo si era impegnato in senso liberatorio e aveva dato corso alla libera economia, alla luce della ragione illuminata si è dissolta come mitologica ogni devozione che si ritenesse oggettiva e fondata sulla realtà, e tutti i vincoli tradizionali sono incorsi nell’interdetto, compresi quelli che erano necessari all’esistenza dello stesso ordine borghese e a quel minimo di fede senza il quale il mondo borghese non può esistere».

 

Non solo, come abbiamo ora sotto gli occhi più che mai, «il principio antiautoritario doveva rovesciarsi nel proprio opposto: la liquidazione di ogni norma direttamente vincolante permette al dominio di decretare sovranamente gli obblighi che via via gli convengono e di manipolarlo a suo piacimento». Una profezia che non potrebbe essere più puntuale di fronte alla messa al bando in via governativa di ogni principio costituzionale e al sovvertimento dei poteri istituzionali.

 

Tuttavia, quegli autori non avevano ancora potuto osservare in profondità come quella degenerazione si fosse estesa dalla teoria e alla prassi con riguardo ad altri fenomeni catastrofici che hanno preso forma compiuta nei decenni successivi.

 

Basti prendere in considerazione due campi in cui quel pensiero calcolante libero da orpelli di ordine morale si è manifestato in modo stupefacente: quello della guerra e dei cosiddetti rapporti internazionali, e quello della morale individuale e dell’etica comunitaria.

 

Come è noto, negli anni della pubblicazione di Dialettica dell’Illuminismo, l’equilibrio dei rapporti tra le potenze dotate di armi atomiche teneva ancora congelata la volontà di espansione indiscriminata statunitense, che esploderà trionfalmente con la prima guerra del Golfo, imponendo ufficialmente allo stesso concetto di guerra un contenuto e un significato che doveva cambiarne anche la percezione comune.

 

Di certo l’imposizione di questo cambiamento era già stata tentata alla fine della prima guerra mondiale con la criminalizzazione del nemico, non più hostis ma criminale, appunto, cosa che Schmitt aveva già colto ante litteram. Una criminalizzazione ad uso dei vincitori prima dei bombardamenti a tappeto sulle popolazioni civili e prima delle bombe atomiche impiegate a scopo sperimentale e correttivo insieme e che godranno paradossalmente della più completa impunità.

 

Il pensiero calcolante si contrappone a un pensiero guidato da una logica benevola, cioè teleologicamente al servizio dell’uomo e non ad un utile parziale, all’interesse «di parte» di una oligarchia di potere spinta ossessivamente dallo spirito di conquista mascherato con ideali fasulli.

 

Un orizzonte in cui anche il significato della guerra viene reimpostato, con il ripudio implicito dello jus ad bellum e dello jus in bello faticosamente elaborati da un pensiero filosofico che aveva sperato di correggere le tentazioni distruttive sempre fatalmente riaffioranti nel tempo.

 

L’utilitarismo angloamericano traccia tutto un nuovo nefasto orizzonte «ideologico» sulla guerra, che impone la distruzione mirata e pedagogica della popolazione civile attraverso il bombardamento a tappeto e, secondo la dottrina di Churchill già applicata in Europa, la distruzione delle città d’arte allo scopo di fiaccare gli animi cancellando la storia. E questa è forse la forma fra le più barbariche in cui si è espresso il pensiero calcolante.

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Nel dopoguerra, il Vietnam, con i suoi esiti tragici, contiene già il paradigma micidiale della guerra statunitense, del resto risalente al tempo della prima conquista, dove la sproporzione dei mezzi cambia la guerra in massacro. Mentre anche la logica diabolica della produzione bellica si sposa felicemente con l’ossessione della conquista e del dominio.

 

Ma è stata la prima guerra del Golfo ad arricchirsi di un nuovo elemento: la spettacolarizzazione che, almeno nelle battute iniziali, doveva fornire una nuova percezione della guerra, del tutto lontana dalla realtà oggettiva, e a produrre, smaterializzando gli eventi, la sublimazione di ogni disvalore etico, neutralizzato insieme al possibile giudizio morale.

 

Molti di noi possono ricordare di avere assistito a quel film surreale trasmesso in via televisiva, in cui comparivano soltanto tante luci intermittenti nella notte e senza ombra di morte. Non vi sarebbero comparsi i centocinquantamila morti a fronte dei centoventiquattro americani caduti anche per fuoco amico. Tuttavia, l’illusione filmica durò poco e presto si ebbero anche le immagini della distruzione dall’alto dell’esercito iracheno in fuga.

 

Intanto è stata creata un’etica truffaldina di supporto. È nata con stupefacente insolenza la guerra umanitaria e in seguito, con grande sprezzo del ridicolo, anche la generosa esportazione della democrazia che, tra l’altro, manca del tutto nei magazzini degli esportatori, insieme ai limitrofi e altrettanto equivoci diritti umani, recipiente linguistico a contenuto variabile ma fornito di una studiata capacità suggestiva.

 

Sul tema, prima del Bombardamento etico di Costanzo Preve, venne pubblicato in quegli anni un libro doppiamente profetico: Fuori dall’ Occidente di Alberto Asor Rosa, dove il tema della guerra, che si riproporrà con tutte le altre guerre puntualmente inscenate dall’impero statunitense, viene messo in relazione con l’Apocalisse di San Giovanni.

 

Doppiamente profetico, perché da un lato vediamo previsti in controluce più o meno tutti fenomeni di cui siamo oggi impotenti spettatori. Dall’altro, perché associa lo svolgimento mostruoso degli avvenimenti presenti e presentiti, che di fatto si sono succeduti dalla prima guerra del Golfo ai giorni nostri, al quadro apocalittico giovanneo, cioè alla visione profetica della lotta estrema tra Bene e Male.

 

In questo spazio temporale, la degenerazione del pensiero «occidentale» si è dispiegata in pieno come volontà di potenza di quel nuovo Occidente politicamente definito che ha risucchiato in sé l’antico Occidente europeo ormai reso impotente sia materialmente sia intellettualmente in quanto sottomesso del tutto al primo.

 

Altre micidiali «guerre» programmate a tavolino, hanno inscenato gratuitamente e in forma delittuosa immani catastrofi di morte e distruzione, e proprio quando, con il nuovo 89, era sembrato nella euforia di un momento che dovesse ormai instaurarsi la pace universale nel superamento del dissidio ideologico.

 

Ma la prima guerra del Golfo era venuta appunto a mostrare che a una pace fittizia fondata sull’equilibrio delle forze era succeduta l’era della guerra come programma planetario istituito stabilmente e gestito da una sola potenza egemone. Che non solo non sarebbe stata ammessa contraddizione, ma anzi sarebbe stata dettata anche la lettura obbligatoria di quel programma di cui dovevamo rimanere spettatori impotenti.

 

Non per nulla Asor Rosa esordisce ricordando di avere tratto l’ispirazione per la sua «scrittura» nella fase tragica e decisiva della guerra del Golfo, perché gli «sembrò incredibile che potesse restare senza risposta sia l’immanità dell’evento, sia l’immanità della rimozione che subito dopo ne fu compiuta, con la stessa disinvoltura con cui si può sopprimere uno schermo luminoso, azionando il pulsante di un televisore».

 

«La spettacolarizzazione senza vera rappresentazione della realtà» aveva neutralizzato l’orrore della guerra. Da quella rappresentazione mancavano le ragioni, mancava il conflitto. Il nichilismo potenziale che il conflitto mortale porta con sé è arrivato alla sua massima risoluzione agghiacciante; è restata la guerra senza il principio del conflitto: la fine del conflitto ha istituzionalizzato e legittimato il governo del male.

 

Di qui anche l’idea, per l’autore, di una rilettura dell’Apocalisse che, per la contiguità impressionante delle immagini evocate, avvicina gli eventi contemporanei ai temi del libro profetico. Temi che una stupefacente serie di arazzi antichissimi conservati nel castello di Angers aveva tradotto in impressionanti immagini allegoriche capaci di rispecchiare ancora perfettamente l’eternità e quindi l’attualità del messaggio apocalittico.

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È oggi più che mai sotto i nostri occhi come quella torsione dello stesso concetto di guerra, diventata prassi consolidata, si sia ripresentata puntualmente nella soluzione finale allestita a Gaza dal potente vassallo israeliano. Appare tutta dispiegata quella concezione barbarica alla quale si era cercato un antidoto in epoca moderna, quando un pensiero veramente evoluto aveva relegato quel fenomeno in un passato da cui la civiltà del secondo millennio dopo Cristo intendeva prendere le distanze.

 

In una visione di certo ottimistica, pensatori come Grozio e Alberigo Gentili avevano cercato di teorizzare la messa in forma della guerra e di gettare le basi di quel diritto internazionale tanto fragile e velleitario da non costituire un argine sicuro per le prepotenze umane, ma capace comunque di rappresentare un richiamo stabile al primato della retta ragione sulle incontrollate pulsioni e passioni del potere e dei popoli.

 

Ora, invece, il modello ispiratore di questo occidente ideologicamente definito sembra essere quello dello sterminio sistematico dei Sassoni allestito da Carlomagno; uno diventato, per ironia della sorte, il patrono della nuova Europa partorita dal feudatario statunitense in virtù dei «valori comuni».

 

Come è noto, Apocalisse è Rivelazione, ricorda il nostro autore, ma il senso comunemente attribuito è quello di catastrofe, e «c’è una immensa sapienza in questa storia di parole. Perché per la prima volta nella storia c’è uno stato che può farsi da solo giudice, gendarme e boia. Infatti, chi ha assunto di fatto il potere egemone, si è dato anche la funzione di giudice e il potere insindacabile di intraprendere impunemente tutte le guerre inanellate dopo il secondo conflitto mondiale di cui si è eletto a vincitore perpetuo. Lo stesso diritto internazionale elaborato dal pensiero europeo è stato definitivamente soppresso perché ridotto a mera figura retorica dai sedicenti portatori di “valori” politici pubblici e privati detti riassuntivamente “democratici”. In altre parole, non è stato eliminato da chi, violandolo, ne ha confermato l’esistenza, ma da quanti hanno rivendicato, per fatti concludenti, il diritto di negarne l’esistenza».

 

A cominciare da quello che ne dovrebbe essere il cardine etico, ovvero il principio del «pacta sunt servanda», seppellito con irridente disinvoltura dai sottoscrittori «occidentali» degli accordi di Minsk.

 

Ma altrettanto appariscente è la degenerazione del pensiero occidentale che, invadendo il campo dell’etica, sembra trapassare semplicemente nella demenza.

 

Il sovvertimento di ogni principio morale applicato alla sfera della vita famigliare e sessuale, con il miraggio primario e ossessivo di catturare la coscienza infantile, mostra come quella degenerazione sia giunta a forma compiuta.

 

Qui si squadernano tutti gli equivoci alimentati anche dal pensiero filosofico attorno al concetto di natura e a quello limitrofo di legge naturale. Qui la manipolazione delle parole e dei concetti e la arbitrarietà delle definizioni mettono in moto il congegno perverso con cui una logica fasulla pretende di funzionare a partire da premesse arbitrarie.

 

È indubbio che i giochi di prestigio allestiti con lo sventolio delle bandierine delle libertà e dei diritti, delle emancipazioni e delle uguaglianze e delle simmetriche oppressioni, abbiano alzato una cortina fumogena sulle capacità cognitive di molti «operatori culturali» nella politica, nella scuola di ogni ordine e grado, per non parlare di una Chiesa afflitta da insolubili problemi tecnici di ristrutturazione.

 

In ogni caso, la stessa campagna omosessualista, insieme a quelle contigue del neofemminismo linguisticamente attrezzato e del genderismo dai larghi orizzonti, è il prodotto organizzato e ben orchestrato secondo i canoni della industria capitalistica dai potentati dell’impero in dissoluzione morale e culturale.

 

Sulla strada imboccata dalla degenerazione del pensiero occidentale a trazione statunitense, si è posta obbediente l’Europa alacremente impegnata a creare una nuova illuminata antropologia. Mentre imperdonabile è stata considerata anche dai vassalli occidentali la resistenza della Russia e della sua Chiesa. E si capisce: il male, se non risulta condiviso, comincia a perdere la propria forza propulsiva.

 

Gli autori della Dialettica dell’Illuminismo non avevano fatto in tempo a considerare questo sbocco concreto e particolare del pensiero occidentale. Ma ne avevano messo in conto la possibilità analizzando la parte assunta da De Sade nella distruzione illuministica della morale familiare e sessuale. Quel pensiero nefando e nefasto si era calato tutto senza riserve di sorta nelle pagine di Juliette e Justine, sulle quali essi si soffermano a lungo. Anche su quel versante, infatti, l’illuminismo aveva dato il meglio di sé, rovesciandosi nell’abominio.

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Senza contare però che il rivoltante disfacimento morale, propagandato da De Sade, alla fine si trovò a cozzare con le altrettanto distruttive esigenze pratiche napoleoniche quando il grande conquistatore, anche egli figlio di una rivoluzione illuminata, si trovò a dover convincere le madri di Francia a mandare al massacro i propri figli. Cosa che gli riuscì se, alla fine della sua mortifera parabola, quello era rimasto solo un Paese di donne.

 

Ora il genderismo di importazione si articola soprattutto in transgenderismo e su questo si appunta l’illuminata attenzione di amministratori pubblici, autorità accademiche e clinici in carriera.

 

Questo robusto impegno culturale non lascia inutile spazio ai venti di guerra che soffiano da ogni parte a distanza ravvicinata, non rientra nel mansionario di amministratori e accademici studiare la deriva economica di un Paese sotto ricatto, e tanto meno le difficoltà esistenziali di tanti amministrati e concittadini, per non dire di quelle legate alla dissoluzione programmata del sistema sanitario. L’ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Padova organizza un importante convegno su «La salute delle persone transgender».

 

Ma le metastasi del pensiero occidentale ridotto allo stremo, e non per questo meno dannoso, si esprimono in tanti modi. Non ultimo il conferimento della laurea post mortem alla vittima di un delitto di sangue. Qui non c’è neppure il rovesciamento della funzione liberatrice della ragione illuminata, c’è soltanto la sua dismissione per non uso, secondo il tranquillizzante principio di irresponsabilità.

 

Ma forse il buon senso finirà per prevalere, magari quando le vittime di questa demenza presenteranno il conto del proprio tempo perduto.

 

In fondo, se si riattiva questa facoltà primordiale che ha a che fare più propriamente con la ragione, e mantiene di fronte a ogni avversità la propria funzione salvifica, tutto questo ciarpame può tornare a liquefarsi nel secchio dei rifiuti.

 

Forse l’occidente europeo potrebbe ritrovare la funzione autentica di una razionalità al servizio della verità delle cose.

 

Nelle pagine conclusive di Fuori dall’occidente leggiamo: «una Riforma si ha soltanto in interiore homini: ovvero passando attraverso la propria anima si può uscire dall’Occidente, e dalla seconda barbarie da cui siamo travolti».

 

Un’anima che ovviamente non ha nulla a che fare con quella che la Thatcher intendeva conquistare in nome del neoliberismo, e che anzi si pone contro l’orizzonte assiologico della signora. Si tratta di ritrovare l’orientamento al Bene anche se bisogna superare l’ostacolo dell’indifferentismo. Che è un modo di vita al servizio del potere, ed è la forma compiuta e perversa della degenerazione della ragione.

 

L’indifferentismo è lo strumento aggiornato con cui il potere politico militare ed economico riesce a prevenire ogni moto di rivolta, o a renderlo innocuo. Quello che è riuscito a far crollare le antiche mura della Chiesa, sopra una massa dei fedeli incapaci di pensiero e di giudizio. Che ha fatto dismettere tutto il patrimonio culturale accumulato dall’Occidente europeo sotto il peso invasivo di un altro occidente.

 

Solo contro questa forma di nichilismo è forse possibile tentare la risalita.

 

Patrizia Fermani

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».   Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.   C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.   Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.   La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.   Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.   Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.   Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.   Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.   Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?   Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?   E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.   Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?   Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.   Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.   Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.   Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.   «Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.   È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie. A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.   Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.   E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».   Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.   L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.   E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?   Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.

 

Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.

 

Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.

 

Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine. 

 

Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.

 

Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883. 

 

 

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta. 

 

Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.

 

Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.

 

È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.

 

Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.

 

E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.

 

Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.

 

Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!

 

Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.

 

Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.

 

Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.

 

Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.

 

Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.

 

Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.

 

Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.

 

Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?

 

È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».

 

Questo vi basta? Siete dei poveracci.

 

Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.

 

Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.

 

Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.

 

Anche questo non sorprende.

 

Avv. Renzo Magalozzi

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Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).     (…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.   Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.   Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.   La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.    

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.   George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.   Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.   La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.   La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.   Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno   Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.   Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.   Krzysztof Szczawinski

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