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San Pio X, l’uomo più intelligente del mondo moderno

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Venezia e il Veneto hanno potuto vantare, nei tempi prerivoluzionari, una Repubblica che ha dominato i mari e stupito il mondo per la sua organizzazione e stabilità politica, per molti secoli; uno Stato che, pur con vicende umane alterne, ha promosso la religione e ne ha fatto il suo fondamento; uno Stato che ha vissuto di arte e bellezza quanto pochi altri.

 

Cessata quella gloria di un tempo, e caduta Venezia sotto l’altrui dominio, ancora doveva vedersi al Veneto riservata una gloria immortale, forse più grande di molte altre passate.

 

Il Veneto, lo diciamo senza timore, ha dato i natali all’uomo più intelligente del Novecento. Quest’uomo è Giuseppe Sarto, il Papa San Pio X.

 

Avremmo potuto dire semplicemente: «il Veneto ha dato i natali all’ultimo Papa Santo»; o anche «al più grande Papa degli ultimi secoli». Ma abbiamo preferito dire «all’uomo più intelligente del Novecento». Questo potrebbe stupire chi ricorda Papa Sarto come il simpatico parroco della campagna veneta, di buon cuore, sul quale circolano tanti piacevoli aneddoti, finito suo malgrado ad occupare una Cattedra fin troppo alta per la sua umiltà.

 

Tutte cose vere, ma che limiterebbero la figura del Santo Pontefice a una specie di pia macchietta.

 

Giuseppe Sarto (questo il suo nome al secolo) fu effettivamente un uomo semplice, nato nel 1835 a Riese, da una famiglia notoriamente povera. Il padre Giovanni Battista era un modesto cursore (una sorta di messo comunale) dell’amministrazione austriaca, la madre Margherita Sanson arrotondava con piccoli lavori di sartoria.

 

Compì i suoi studi in seminario grazie a una borsa di studio, fondata dal suo compaesano il Cardinale Monico, Patriarca di Venezia. Fu forse l’unico Papa ad aver svolto veramente e lungamente un vero ministero parrocchiale: dopo la sua ordinazione nel 1858 nel duomo di Castelfranco, divenne cappellano a Tombolo per nove anni, arciprete di Salzano per altri nove anni, poi cancelliere vescovile e direttore spirituale del seminario di Treviso per altri nove anni; per nove anni fu poi Vescovo di Mantova, scelto da Leone XIII per l’ottima fama di pastore di cui godeva, e poi Cardinale e Patriarca di Venezia per altri nove anni, prima di essere eletto Papa nel 1903, contro ogni sua aspettativa.

 

Non vogliamo fare questo articolo una raccolta degli aneddoti e dei fioretti di cui è riempita la biografia del Santo. A noi interessa mostrare in tre punti come il Pontefice veneto fu il più libero, il più intelligente e il più pastorale della storia moderna.

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Il Papa più libero

San Pio X fu il Papa più libero, in quanto più coraggioso, della storia recente. Senza nulla togliere ad altri Papi che nell’evo moderno si sono opposti al mondo senza paura, san Pio X affrontò il laicismo di fronte, a qualsiasi costo.

 

Privo del potere temporale, Pio X continuò la volontaria prigionia in Vaticano iniziata da Pio IX, a protesta per l’occupazione dei territori della Chiesa da parte del neonato e sedicente «regno d’Italia». Prigioniero volontario per non sottostare a nessuno, si trovò a sfidare altre potenze terrene: appena dopo la sua elezione, ribadì al mondo che nessun potere umano poteva intervenire nell’elezione del Pontefice Romano.

 

In effetti Francesco Giuseppe, pretestando un abusivo ed inesistente diritto di esclusiva, aveva voluto impedire al Cardinal Rampolla dall’elezione al Soglio. Il conclave aveva reagito aumentando il numero di voti per il Rampolla, ma poi sotto la spinta di altre considerazioni aveva prevalso la candidatura del Cardinal Sarto. Sarebbe falso dire che il veto austriaco fosse stato decisivo, anzi lungi dal provocare consenso provocò lo sdegno del Sacro Collegio, anche verso quel Cardinale polacco che se ne era improvvidamente fatto latore.

 

Pronto a continuare la prigionia volontaria a ribadire i diritti della Santa Sede di fronte al mondo, san Pio X fu anche fermissimo nella lotta con lo Stato francese, che aveva unilateralmente denunciato il concordato napoleonico e proclamato la separazione dello Stato e della Chiesa, confiscando tutte le proprietà ecclesiastiche, comprese le chiese parrocchiali e i beni del culto.

 

San Pio X non solo condannò in linea di principio la separazione, ricordando che per la rivelazione divina la società civile deve essere soggetta a quella ecclesiastica (enciclica Vehementer nos, 1906), ma impedì ogni sottomissione alle imposizioni del governo, che per concedere alla Chiesa l’uso dei beni confiscati imponeva condizioni che avrebbero snaturato la struttura e la libertà della Chiesa stessa, fu quindi pronto a rinunciare a tutti i beni ecclesiastici in Francia pur di restare libero.

 

Povero, ma libero, così come era nato. E a tale modello volle si conformasse l’episcopato francese, dando esempio di coraggio veramente evangelico. Personalmente, all’altare della Cattedra di san Pietro, consacrò quattordici nuovi vescovi, senza ingerenze del governo, mandandoli a reggere le diocesi galliche. Un’analoga situazione si verificò con la separazione dello Stato e della Chiesa in Portogallo nel 1911, e il Pontefice levò la sua voce libera con l’enciclica Iamdudum.

 

Quale differenza abissale con i moderni Papi, che sono diventati in modo sempre più marcato l’eco di poteri esterni alla Chiesa, i cui slogan ormai ripetono nei modi più beceri e triviali, e che non solo non hanno saputo rinunciare ai beni terreni, pur di piacere agli uomini, ma hanno svenduto la dottrina di Gesù Cristo pur di rimanere a galla.

 

Si sente a volte raccontare la fiaba del «povero» Ratzinger che ha abdicato perché sottoposto a minacce di ordine finanziario per il suo «conservatorismo»: ammesso e non concesso che fosse vero, e fermo restando il fatto che Benedetto XVI fu liberale e modernista, in che cosa crede un uomo che non è disposto a restar fermo al suo posto sotto minaccia di perdere dei beni? Un comportamento, se fosse andata così, che dimostra solo la grande differenza tra la fede di Papa Sarto e la filosofia mondana e moderna del Ratzinger.

 

Così pure, al clero e ai fedeli che capiscono la situazione della Chiesa, san Pio X insegna a non aver paura di rinunciare ad alcunché pur di restare fedeli.

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Il Papa più intelligente

Durante la sua vita, Papa Sarto fu criticato o preso in giro (in modo più o meno benevolo) come sempliciotto, uomo che aveva studiato poco, incapace di comprendere le novità del mondo accademico e della moderna filosofia.

 

Purtroppo per i suoi detrattori, san Pio X la «moderna filosofia» l’aveva capita davvero, ed è per questo che ebbe l’intelligenza di condannarla con tutto il vigore possibile. Perché aveva capito che dietro quella «cultura» pomposamente vantata si nascondevano l’orgoglio e l’eresia più tremenda, e in realtà anche una profonda sfiducia nelle capacità metafisiche della ragione umana.

 

Ci riferiamo ovviamente all’opera capitale del Pontificato di Papa Sarto, la condanna del modernismo. Il modernismo non è un errore comune, non è la classica eresia.

 

Al contrario, potrebbe anche esistere pur mantenendo tutte le formule dogmatiche del cattolicesimo, come di qualsiasi altra religione. Perché per il modernista Dio e la sua Rivelazione in realtà non sono conoscibili, ed ogni discorso su Dio è solo l’espressione di un sentimento interiore, non di una realtà esteriore. Ecco perché discorsi contraddittori o evolutivi sul dogma diventano possibili: perché tanto il dogma non esprime realtà eterne, ma risponde ad esigenze momentanee.

 

Se si capisce la portata di tali princìpi, che sono poi effettivamente entrati nelle teste della gerarchia cattolica, si capisce la vigorosa reazione di san Pio X: egli, nel concepire esattamente la gravità di questo male, si dimostrò di una penetrazione intellettuale non più raggiunta dai successori. Non che il coltissimo Leone XIII non avesse a suo modo cominciato a intervenire sull’argomento; ma è stato il santo Pio X che, contemplando la Realtà suprema, cioè l’Essere divino, che ha potuto capire la malizia profonda di coloro che avevano pervertito completamente la Verità.

 

L’enciclica Pascendi (1907) e i durissimi provvedimenti contro quei sacerdoti e intellettuali che si dicevano cattolici, ma che avevano vuotato di senso ogni dogma, furono sotto ogni aspetto il capolavoro del pontificato di Papa Sarto, il compimento perfetto dell’ufficio papale di confermare nella fede e di escludere gli eretici. Un capolavoro, lo abbiamo detto, innanzitutto di penetrazione intellettuale.

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Il Papa più pastorale

Il clero moderno e modernista, da Giovanni XXIII a Papa Francesco, ha fatto delle esigenze «pastorali» una chiave di cambiamento della dottrina, appunto per rispondere ad esigenze umane, invece che trasmettere la pura dottrina rivelata. A sentir loro sembra che, prima del loro avvento, nessun Pontefice si fosse preoccupato del proprio gregge, visto che non aveva adattato la dottrina alle presunte esigenze dell’uomo di oggi.

 

San Pio X non aveva solo versato sul popolo inquinato l’acqua della dottrina celeste con il suo celeberrimo catechismo; non solo aveva fornito in san Tommaso d’Aquino un altissimo modello di formazione intellettuale ai saggi incantati dal demone modernista; ma aveva soprattutto compiuto ciò che ogni Pastore ha come primo incarico: nutrire il gregge. Lo lasciamo spiegare a Tolkien, il famoso scrittore inglese, che così dice in una lettera del 1963 al figlio Michael, poco prima dell’apertura del Concilio Vaticano II:

 

«Ma per me quella Chiesa di cui il Papa è capo riconosciuto ha un merito maggiore, e cioè quello di aver sempre difeso il Santo Sacramento e di avergli reso sempre onore e di averlo messo (come Cristo voleva) al primo posto. “Nutri le mie pecorelle” fu il Suo ultimo incarico a San Pietro; e dato che le Sue parole vanno sempre intese alla lettera, suppongo che fossero riferite principalmente al Pane della Vita. È stato contro questo che venne lanciata la prima rivolta dell’Europa occidentale (la Riforma) – contro “la favola blasfema della messa” – e le opere della fede sono state una falsa pista. Credo che la più grande riforma del nostro tempo sia quella portata avanti da san Pio X: superando tutto quello, di cui pur c’era bisogno, che il Concilio deciderà. Mi chiedo in che stato sarebbe la Chiesa se non fosse per quella riforma».

 

La riforma a cui si riferisce è il decreto di san Pio X Quam singulari (1910), con il quale il Papa ripristinava l’età di sette anni per la comunione dei bambini, e la possibilità della comunione quotidiana e della distribuzione della Comunione a tutte le Messe, superando le incertezze delle diverse scuole di spiritualità sull’argomento e soprattutto gli orrori dello spirito giansenista

 

Come si vede leggendo Tolkien, una riforma che non è il simpatico favore fatto a una cerimonia per bambini da un caro nonnino, ma l’esercizio del tremendo ufficio di pascere il gregge con il Corpo e il Sangue della Vittima divina, unico nutrimento delle anime di cui il Successore di san Pietro è Padre e Pastore per volontà del Risorto.

 

L’esatto opposto dei moderni Papi elogiatori di Lutero, che hanno devastato la Messa e la fede nella presenza reale del Cristo nell’Ostia consacrata, e che si ingegnano di dare il Corpo adorabile del Cristo a chi non ne è degno, dagli eretici agli adulteri, per i quali non è nutrimento ma condanna.

 

Molte altre cose sarebbero da dire su un pontificato così grande, e molte delle dette sarebbero da approfondire. Ma basti quest’abbozzo per enunciare al mondo che il Papa veneto canonizzato nel 1954 da Pio XII è stato veramente il più grande uomo del Novecento, colui che capì e colpì la radice dei mali che oggi devastano la Chiesa e il mondo, colui senza il quale saremmo senza luce in questa crisi, colui senza il quale saremmo senza cibo in questa carestia spirituale.

 

Don Mauro Tranquillo

 

Articolo previamente apparso sul sito Cultura Animi.

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Spirito

La questione della Tradizione nell’agenda del Papa

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Il 5 marzo 2026, Papa Leone XIV ha concesso un’udienza privata a due autori di un importante studio sul dinamismo delle comunità legate alla Messa tradizionale negli Stati Uniti, segnando un passo nella serie di consultazioni condotte dal Pontefice sulla questione della Tradizione.   L’udienza è passata quasi inosservata, se non a coloro che conoscono i meccanismi interni del Vaticano: solo un breve articolo pubblicato dal bollettino quotidiano della Sala Stampa della Santa Sede, che indicava che «il Santo Padre ha ricevuto in udienza i professori Stephen Bullivant e Stephen Cranney la mattina del 5 marzo 2026». Ma potrebbe essere decisivo.  

Uno studio approfondito

I due accademici sono infatti i coautori di un libro intitolato Trads: Latin Mass Catholics in the United States («Tradizionalisti: la messa in latino cattolica negli Stati Uniti»), che sarà pubblicato il prossimo novembre dalla prestigiosa Oxford University Press e che il Papa ha probabilmente avuto il privilegio di leggere in anteprima.   A differenza dei dibattiti spesso accesi che circondano la Liturgia detta di San Pio V, questo libro, secondo i suoi autori, si basa su una metodologia rigorosa: sondaggi originali, ricerche sul campo e raccolta di testimonianze. Secondo i due ricercatori, i risultati del loro lavoro sfidano i cliché e le rappresentazioni caricaturali spesso perpetuate contro i cattolici legati al rito tradizionale.

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Un tour di consultazioni

Questa udienza al Palazzo Apostolico non sembra essere un evento isolato. Fa parte di un calendario di udienze particolarmente fitto dall’estate scorsa. Papa Leone XIV ha ricevuto una serie di figure di spicco del pensiero conservatore, persino tradizionalista, tra cui i cardinali Burke, Sarah, Zen e Müller, nonché vescovi come Athanasius Schneider. Per molti osservatori vaticani, questa raffica di scambi suggerisce la volontà di superare le divisioni scaturite dalla lettera apostolica Traditionis Custodes, pubblicata nel 2021 dal suo predecessore. Esaminando attentamente i dati sociologici della comunità tradizionalista americana – una delle più dinamiche al mondo – il Pontefice sta forse cercando una via per stabilizzare la situazione liturgica complessiva?   Sembra, quantomeno, che stia cercando di familiarizzarsi con una questione che, come lui stesso ha ammesso, gli era piuttosto sconosciuta all’inizio del suo pontificato, ma che il recente annuncio delle consacrazioni episcopali all’interno della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha riportato alla ribalta.  

Verso una nuova direzione?

Il messaggio trasmesso da quest’udienza potrebbe essere interpretato nel modo seguente: rifacendosi al lavoro dei sociologi Stephen Bullivant e Stephen Cranney, il primo pontefice americano della storia dimostra la sua volontà di affrontare la questione della Messa tradizionale non solo dal punto di vista del diritto canonico o della disciplina, ma anche tenendo conto delle realtà umane e spirituali dei fedeli che vi partecipano.   Sebbene sia ancora troppo presto per prevedere il futuro, l’udienza del 5 marzo ha il merito di dimostrare che la «questione della tradizione» è effettivamente entrata nell’agenda del Papa.   Va tuttavia notato che l’indagine non ha incluso i cattolici che frequentano le cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X. La ragione addotta è che le cappelle della Fraternità sono di gran lunga inferiori alle chiese autorizzate alla celebrazione della Messa tradizionale. Infine, uno degli obiettivi dello studio era dimostrare che i cattolici legati alla Messa tradizionale accettano il Concilio Vaticano II, che limita tale legame a una semplice «preferenza».   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
 
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San Giuseppe terrore dei diavoli: omelia di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella desta di San Giuseppe.

 

Mira sorte beatior

Omelia nella festa di San Giuseppe, Sposo della B.V.M.

 

 

In un mondo che cancella la figura del padre e criminalizza la società «patriarcale» per scardinare con essa il riferimento alla Paternità di Dio nella fratellanza in Cristo, la Santa Chiesa celebra oggi lo Sposo castissimo della Beata Semprevergine Maria, Padre putativo di Nostro Signore e discendente della stirpe regale di Davide, proles David inclyta.

 

La corona di Santità che splende sul capo di San Giuseppe rifulge di tre gemme preziose: la povertà, la castità e l’obbedienza. Queste virtù proprie alla perfezione cristiana costituiscono i Voti di molti Ordini religiosi, e sono il modello di vita per chiunque voglia santificarsi nella sequela Christi.

 

Si quis vult venire post me, abneget semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me (Lc 9, 23). Queste parole della Sapienza Incarnata ci mostrano come San Giuseppe abbia saputo conformarsi alla volontà di Dio, nella povertà, ossia nel distacco dai beni materiali e nel disprezzo del mondo; nella castità, ossia nel rinnegamento di sé e delle proprie concupiscenze; nell’obbedienza, ossia nel rinnegamento del proprio orgoglio e delle seduzioni del Maligno.

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Povertà: San Giuseppe ha saputo abbandonare tutto – anche l’attività di carpentiere che aveva a Nazareth – per mettere in salvo il Signore durante la persecuzione di Erode. Castità: egli ha accettato di vivere nella perfetta continenza come castissimo Sposo della Vergine delle vergini, l’Immacolata Madre di Dio. Obbedienza: San Giuseppe ha saputo conformare la propria volontà alla santa Volontà di Dio in ogni istante della sua vita.

 

Queste virtù sono state infine premiate in terra dall’unicità della Sacra Famiglia, modello di perfezione e di santità per tutti gli sposi cristiani; e in cielo, dalla gloria eterna di cui è coronato e che gli merita il titolo di Patrono della Chiesa universale, che è la famiglia spirituale in cui ogni anima battezzata ha Dio come Padre, Nostro Signore come fratello e la Vergine Santissima come Madre.

 

Se vogliamo seguire Nostro Signore rinnegando noi stessi e prendendo la nostra croce ogni giorno – quotidie – non possiamo non conformarci al modello di San Giuseppe. Nell’umiltà e nel silenzio egli ha veramente rinnegato se stesso, contrastando e vincendo sul mondo, con la santa Povertà, che non è miseria ma distacco dai beni terreni; sulla carne, con la santa Castità, che è immolazione quotidiana e preparazione alla condizione celeste che attende ciascuno di noi; sul diavolo, con la santa Obbedienza, che non è servilismo ma virile riconoscimento di un ordine gerarchico che pone Nostro Signore al centro di tutto, e che tutto a Lui riconduce, anche l’autorità temporale e spirituale vicarie dell’autorità di Cristo Re.

 

Gli esempi dell’odierna società ribelle sono l’esatto contrario. La ricchezza e il potere sono oggi l’aspirazione comune: per ottenerli si è disposti a qualsiasi compromesso, a qualsiasi tradimento – tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai (Mt 4, 9). Il mondo intero si prosterna agli idoli del denaro e dei beni materiali. La lussuria e le più innominabili abominazioni sono diventate normalità e vengono inculcate anche nei bambini, imposte dallo Stato nelle scuole con l’indottrinamento alla perversione, introdotte nella vita quotidiana dei giovani per corromperli e farne schiavi dei piaceri più distruttivi e sterili. L’orgoglio – il maledetto orgoglio di Lucifero – si è sostituito all’umiltà e all’obbedienza, traducendosi ora in folle anarchia, ora in sciagurato servilismo.

 

Anche il corpo ecclesiale, nel quale è stato fatto penetrare lo spirito della Rivoluzione, ha perso il senso di queste sante virtù. Molti sono i sacerdoti e i vescovi che preferiscono gli onori mondani e le ricchezze agli immensi tesori celesti di cui non vogliono più essere amministratori. La lussuria tiene molti di loro legati dalle catene del vizio e della fornicazione, rendendoli ciechi alla Luce della Verità cattolica, sordi alla voce della coscienza e della Grazia. Per essi l’obbedienza non è eroica testimonianza di sottomissione alla Maestà di Dio, ma servile prova di cortigianeria verso i potenti della terra, vile cooperazione con i mercenari e i traditori penetrati nel sacro recinto.

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Se vogliamo salvarci e salvare le anime che ci sono affidate, non possiamo non comprendere l’importanza dell’esempio di San Giuseppe. Egli è invocato come terror dæmonum – terrore dei diavoli – perché è proprio nella povertà, nella castità e nell’obbedienza che ogni anima trova i mezzi per sfuggire ai lacci che il Maligno ci tende per corromperci e dannarci. Satana odia e teme la povertà, la castità e l’obbedienza, perché sono difesa inviolabile contro le seduzioni del mondo, della carne e del diavolo. E ciò vale eminentemente per le nostre famiglie, che possono trovare nella Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe l’esempio perfetto di vita semplice, pura e fedele a Dio.

 

Poniamoci sotto la protezione di San Giuseppe: Tu vivens, Superis par, frueris Deo, mira sorte beatior. Tu, da vivo, fosti simile ai Santi, perché godesti della presenza di Dio, che ti fece beato in terra per sorte mirabile.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

19 marzo 2026

S.cti Joseph, Sponsi B.M.V.

 

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Immagine da Exsurge Domine

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Occulto

Emergono ulteriori foto del futuro papa Leone al rito idolatrico della Pachamama

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Nuove immagini del rito idolatrico della Pachamama a cui ha assistito nel 1995 il futuro pontefice Leone XIV emergono dagli archivi.   Dopo lo scoop di padre Murr per il sito nordamericano LifeSiteNews, anche il sito tradizionalista Novus Ordus Watch, che stava raccogliendo informazioni sul caso dall’anno passato, ha pubblicato nuovo materiale fotografico.   Le nuove immagini sembrano essere state raccolte in un video degli agostiniani dell’America Latina pubblicato su YouTube diversi anni fa.  

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«Per chi non lo sapesse: significa che l’attuale “Papa” si è macchiato di un atto di palese idolatria – un peccato mortale contro il Primo Comandamento – durante una conferenza sull'”ecoteologia” a San Paolo, in Brasile, nel gennaio del 1995» scrive Novus Ordus Watch. «All’epoca, Prevost lavorava come missionario in Perù per gli Agostiniani, dove era in missione dagli anni Ottanta».   Il simposio del 1995 sull’«ecoteologia» fu il quarto di una serie di conferenze sulla “rilettura” di Sant’Agostino «da una prospettiva latinoamericana». I tre simposi precedenti si erano svolti, rispettivamente, a Lima, in Perù, nel 1985 (su Sant’Agostino e la liberazione), a Cochabamba, in Bolivia, nel 1989 (su pratica e contemplazione) e a Moroleón, in Messico, nel 1992 (sull’inculturazione).   Il libro di Ecoteologia che contiene le foto di Prevost in adorazione di Pachamama è una traduzione spagnola dall’originale portoghese. L’edizione portoghese è stata pubblicata da Paulus a San Paolo nel 1996. Tuttavia, non contiene foto; solo l’edizione spagnola le include (e contiene anche più testo).   È da ricordare in questo contest la nomina recentissima, avvenuta il 19 gennaio 2026, di Sofía Nicolasa Chipana Quispe a consulente del Dicastero vaticano per il Dialogo Interreligioso è. Secondo il sito InfoVaticana la Chipana Quispe è «associata a correnti indigene, femministe e decoloniali, e sostiene di promuovere la “preghiera con Pachamama”; cita inoltre una dichiarazione del 2025: “Noi non siamo Pachamama… noi apparteniamo a Pachamama”».   «La domanda è: queste condanne si applicano ora anche a Papa Leone XIV? Ciò che Francesco ha scandalosamente permesso in sua presenza, Leone lo ha effettivamente fatto» si chiede John-Henry Westen di LifeSite.   Durante il Sinodo sull’Amazzonia del 2019, nei Giardini Vaticani si è svolta una cerimonia in onore di Pachamama alla presenza di papa Francesco, cardinali e vescovi. Un gruppo, tra cui frati francescani, si è inginocchiato e prostrato, con la fronte a terra, davanti a due statue lignee della dea della terra Pachamama. Il rituale è stato guidato da una donna con il volto dipinto e un copricapo, che in seguito si è avvicinata a papa Francesco e gli ha messo degli anelli al dito. Una seconda donna gli ha portato una statua di Pachamama, davanti alla quale Francesco si è benedetto, ha benedetto la statua e l’ha presa in dono dalla donna.   Dopo la cerimonia, le statue di Pachamama furono portate in processione nell’Aula Paolo VI, dove il papa, i cardinali e i vescovi si riunirono per discutere del Sinodo sull’Amazzonia. Successivamente, la statua di Pachamama fu portata in processione nella Basilica di San Pietro, dove, ancora una volta, il papa e i cardinali si riunirono intorno ad essa in preghiera.   Diversi ecclesiastici e intellettuali cattolici di spicco hanno condannato immediatamente il palese atto di idolatria. In una lettera aperta, il vescovo Athanasius Schneider ha definito la Pachamama il nuovo «vitello d’oro»: «in virtù della mia ordinazione a vescovo cattolico (…) condanno la venerazione del simbolo pagano di Pachamama nei Giardini Vaticani, nella basilica di San Pietro (…) La reazione onesta e cristiana alla danza intorno alla Pachamama, il nuovo vitello d’oro, in Vaticano dovrebbe consistere in una protesta dignitosa».   In un’intervista all’emittente televisiva indipendente francese TVLibertés, il cardinale Raymond Burke ha definito la Pachamama una «forza demoniaca» e ha chiesto riparazione per l’idolatria: «è accaduto qualcosa di molto grave… Un idolo è stato introdotto nella Basilica di San Pietro – la figura di una forza demoniaca (…) Perciò è necessaria una riparazione (…) affinché le forze diaboliche che sono entrate con questo idolo vengano sconfitte».   Renovatio 21 ha riportato negli anni le parole dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che tante volte ha tuonato contro l’idolo indio portato fin nel cuore della gerarchia cattolica per realizzare piani globalisti di morte e distruzione.    

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