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Satira

Turista a Venezia fa i suoi bisogni sotto il ponte di Calatrava. Le possibili ragioni storiche, metafisiche, architettoniche del gesto

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Giusta indignazione pubblica per una foto che ha fatto il giro della rete e dei giornali.  Quella che è presumibilmente una turista a Venezia, è stata immortalata mentre defecava – riportano i quotidiani locali – sotto il passaggio pedonale che collega Piazzale Roma alla Stazione di Santa Lucia il famigerato «ponte di Calatrava».

 

«La persona risulta sconosciuta ai Servizi sociali e la polizia locale ricorda che invece di fotografare sarebbe stato meglio avvertire, visto che ci sono pattuglie sempre a piazzale Roma, che avrebbero potuto darle un aiuto, visto che certamente ne avrebbe bisogno» scrive il Gazzettino.

 

Gli agenti, quindi, brancolano nel buio, come si dice di solito in gergo giornalistico, e pure sono seccati perché non bisognava fare una foto alla donna che «usava il Canal Grande come un WC», come è stato riportato.

 

 

Lo sdegno è tanto, anche perché Venezia è abituata a scene di belluina inciviltà turistica, dove le secrezioni del corpo umano la fanno da padrone. In questi anni di fatto non si sono visti solo tuffi nei canali (auguri), tizi seminudi seduti ai tavolini dei bar in Piazza San Marco sommersa dall’acqua alta e perfino la profanazione del Canal Grande attraversato da australiani in surf elettrico (sacrilegio!), ma anche casi ripetuti di «pellegrini» del turismo decerebrato che hanno fatto la pipì ovunque, persino dinanzi al Palazzo Ducale.

 

Video di inciviltà urinaria contro Venezia continuano ad essere trasmessi impunemente sulle piattaforme video: e vorremmo tanto che i colpevoli fossero individuati e perseguiti.

 

 

 

E come non ricordare il trauma dei traumi, il visionario concertone dei Pink Floyd per la Festa del Redentore 1989, che sommerse Venezia di esseri umani e rifiuti, con apocalittiche immagini di urina contro i beni culturali?

 

La sconvolgente esperienza fu cantata nei versi di Pin Floi, canzone che rende allora celebri i Pitura Freska

 

 

Tuttavia l’atto estremo della signora defecatrice – che potrebbe essere stato, comunque, una performance di un’artista per la Biennale, anche se un po’ fuori tempo – porta alla mente questioni di rilievo: su un piano storico, metafisico ed architettonico.

 

La prima cosa su cui ci interroghiamo sulla questione arrivata sin nel titolo dei giornali, quel «Canal Grande usato come un WC». Il cittadino veneto medio, con cognizione storica o fede calcistica, conosce vari epiteti per gli abitanti di tutte le città – avente presente, quella cosa per cui «vicentini magnagati/veronesi tuti mati».

 

I veneziani, nella filastrocca erano detti «gran signori», tuttavia un altro modo di definirli, in senso dispregiativo, i veneti dell’entroterra lo hanno sempre avuto «cagainacqua».

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Il sistema fognario veneziano per secoli prevedeva lo scarico diretto nel rio, cioè nella via d’acqua sottostante.  «In epoca medioevale solo gli edifici più prestigiosi avevano dei bagni privati, mentre la popolazione disponeva di bagni comunitari che venivano posti vicino ad un rio» apprendiamo dal sito Venezia da esplorare. Capitava spesso che i canali più stretti divenissero delle vere e proprie latrine a cielo aperto che poi l’acqua alta ripuliva».

 

«La parte liquida degli scarichi finiva direttamente nei canali, mentre bisognava operare manualmente alla rimozione della componente solida. Tutti gli scarti delle cucine e i reflui spesso erano scaricati al di sopra del livello medio delle maree e pertanto erano spesso visibili».

 

«Nel basso medioevo, con l’aumentare della popolazione, diventarono sempre più evidenti i problemi di carattere igienico. Oltre alla propagazione delle malattie, il sistema medievale del rio delle latrine non funzionava più: troppe zone della città erano impraticabili», cioè, crediamo significhi che intere aree della Serenissima erano ufficialmente sommerse dalla pupù.

 

Nel XX secolo, è stata reso «obbligatorio l’uso di una fossa settica prima dello scarico nel rio. Questo adeguamento fu però realizzato da pochi proprietari, visto che era obbligatorio solo per coloro che richiedevano un permesso per ristrutturare casa».

 

L’idea per cui Venezia poggia poggerebbe sui bisogni dei suoi abitanti era stata al centro di un vecchio episodio, ovviamente assai grossolanamente razzista nei confronti degli italiani, del cartone satirico South Park relativo alle persone che facevano la pipì in piscina.

 

E quindi, la signora dello scandalo ha fatto qualcosa che, in realtà, è di per sé molto veneziano? Magari infrangendo la legge e dando a tutti lo spettacolo del degrado, la signora ha come detto, «il re è nudo»? «L’acqua di Venezia contiene escrezioni umane»!

 

Vi è un tuttavia anche un ulteriore livello metafisico di lettura dell’evento. Il lettore foresto deve sapere che ogni bimbo veneto, e quindi ogni adulto, conosce bene una filastrocca. Si tratta di una «conta», cioè una canzoncina per decidere a chi tocca il ruolo di un particolare gioco, del tipo «ambarabaciccicoccò».

 

Tale filastrocca, che ha inquietato l’immaginario di generazioni di veneti, dice che «sotto il ponte di Verona / c’è una vecchia scoreggiona / che cuciva le mutande
per non fare il buco grande /Ma il buco si allargò / e proprio a te uscir toccò».

 

 

Varianti formulari, molto diffuse nel veneto centrale, sostengono che «sotto il ponte di Verona / c’è una vecchia scoresona / che scoresa tutto il dì /A-B-C-D / ci stai fuori proprio tì».

 

Ora, il lettore può capire lo sgomento che il bambino veneto che dentro a ciascun cittadino della regione (e non solo) può provare dinanzi a tale approssimativo inveramento della cantilena: la donna non è vecchia (pare giovane), non è a Verona (ma a Venezia), e non emette precipuamente flatulenze (ma comunque si impegna in attività non dissimili), tuttavia la sostanza, è il caso di dire, c’è tutta.

 

Verrà aggiornata la filastrocca scaligero-meteoristica? «Sotto il ponte di Venezia / c’è una giovane …»? È uno di quei casi in cui davvero l’ardua sentenza sarà data dai posteri, sperando che il tempo lenisca le menti dallo shock ingenerato da tale evento.

 

Tuttavia potrebbe esserci un ulteriore significato profondo della scandalosa e illegale oscenità vista in Laguna.

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E se la signora stesse volontariamente esprimendo un giudizio dopo una giornata a Venezia? Se fosse un rebus, potremmo ipotizzare che sta cercando di dire che «Venezia è una cagata», ma non lo riteniamo possibile, perché la capitale della Repubblica Veneta è la città oggettivamente più magica al mondo.

 

Era allora una forma di protesta contro l’idea – sulla cui costituzionalità non abbiamo le idee chiarissime, ma forse siamo noi a sbagliarci – di mettere l’ingresso alla città a pagamento? Si sarebbe trattata quindi di una protesta contro la Venezia a pagamento, effettuata tramite una forma estrema di mooning?

 

Riguardo alla protesta, circola, fra chi si interroga sulla vicenda, un’ulteriore ipotesi, quella architettonica. Il gesto della signorina con i capelli colorati potrebbe essere correlato ad un giudizio sul controverso Ponte della Costituzione (lei), più noto come Ponte di Calatrava, il ponte pedonale che unisce i parcheggi di Piazzale Roma alla Stazione Ferroviaria.

 

Il ponte, che ha visto i suoi costi praticamente raddoppiare, a fine anni 2000 fu oggetto di una inchiesta conoscitiva a cui prese parte anche l’allora procuratore aggiunto, ora ministro della Giustizia, Carlo Nordio. L’inchiesta fu archiviata, ma Nordio sottolineò «i gravissimi errori caratterizzanti sia la fase progettuale sia quella esecutiva, sia quella relativa allo stesso bando di gara, errori rappresentativi di una radicale incapacità (…) di comprendere la complessità tecnica di un’opera così ambiziosa, errori ripetutisi in una sorta di clonazione esponenziale hanno dilatato i tempi di realizzazione e i costi dell’opera (…)» riporta un articolo del La Nuova Venezia del 2010 intitolato «Ponte Calatrava, incapaci e cinici».

 

Apprendiamo dalla nota enciclopedia online che «il 13 agosto 2019, dopo averlo precedentemente assolto in primo grado, la Corte dei Conti ha condannato Calatrava in appello a pagare la somma di 78.000 euro in favore dell’erario, essendo stato ritenuto responsabile di un aggravio dei costi dell’opera legati alla sottostimazione delle dimensioni di alcuni tubi (una “macroscopica negligenza”, secondo i giudici contabili) nonché in relazione ai tempi di usura dei gradini, che sono stati sostituiti dopo soli 4 anni, piuttosto che dopo i 20 stimati da Calatrava, in quanto fortemente danneggiati».

 

La Corte dei Conti tuonò quindi contro l’archistar parlando di «negligenza», dicendo che la questione è «tanto più grave e meritevole di essere stigmatizzata in quanto proveniente da uno stimato professionista di fama mondiale di elevatissima competenza, con lunga e provata esperienza proprio nella costruzione di ponti.»

 

Al di là dei risvolti giudiziari, vi è la questione dei gradini irregolari, che costringono il pedone ad aggiustare il passo, con la quantità di cadute che ci si deve quindi attendere: fratture alle gambe, alle spalle, al volto, e relativi risarcimenti, esosissimi, da parte del Comune. Gli stessi veneziani accusarono il ponte voluto fortemente dal sindaco-filosofo Cacciari (il Socrate lagunatico che bevve la cicuta mRNA) di essere «troppo pericoloso».

 

Qualcuno può fantasticar che sia a causa di tali controversie che nel 2011 quattro giovani di Jesolo furono motivati ad inforcare il ponte in automobile, ma è ben più verisimile l’ipotesi alcolica, visto che il conducente fu denunziato per guida in istato di ebrezza: tuttavia egli, secondo quanto riportato all’epoca dai giornali, aveva mantenuto la parola con i suoi amici: «vado a prendere l’auto e vengo a prendervi» avrebbe detto loro dopo una serata tra i locali della città.

 

 

Il ragazzo, all’arrivo degli agenti, avrebbe enigmaticamente buttato le chiavi in Canal Grande, proprio lì dove, una dozzina d’anni dopo, avrebbe fatto pluf la deiezione della signora ora al centro delle polemiche.

 

In ogni caso, lo sfregio al ponte dell’archistar rimane.

 

E quindi, alcuni si chiedono: la ragazza della cacca sotto quei controversi gradini, è per caso un’architetta in rivolta contro l’architettura moderna?

 

Come riportato da Renovatio 21, sappiamo che tali gruppi esistono, e cominciano a farsi largo un po’ ovunque, in Isvezia, per esempio, con gli Arkitetkturupproret.

 

E quindi, la soluzione del rebus posto dalla scandalosa immagine è «il ponte di Calatrava è una cagata»? Oppure «l’architettura moderna è una cagata»?

 

Non lo sappiamo, non lo sapremo mai, e ricordiamo, prima che qualcuno si offenda, che questo è un pezzo di satira.

 

Forse era satira anche quella che voleva fare l’impavida ragazza?

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Immagine di Yair Haklai via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

 

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Draghi torna a bruciare. Come le nostre città

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Ha parlato: e luce si è fatta in noi.   I tempi sono incerti e burrascosi. Guerre e tensioni internazionali, crisi energetiche, crisi economiche, l’Intelligenza Artificiale, il calo demografico; e ora ci si mettono pure le rivolte sociali.   Come nelle calamità il pellegrino greco andava a interrogare la Pizia, così Lisa Abramowicz, giornalista di Bloomberg, è andata a interrogare il Pizio in cerca di responsi. E mica un Pizio qualsiasi: nientepopodimeno che Draghi Mario.   È un po’ che da queste parti non lo si vedeva. In questi anni il Draghi è diventato ancora più simile a un Pizio di quanto non sia mai stato. Il volto si è affinato, la fronte ha una maggiore evidenza, lo sguardo è arretrato in ulteriori abissi di opacità, la bocca ha assunto un pronunciato taglio sardonico. Però la voce è sempre in registro acuto, e le sue parole escono, complice l’inglese, svogliate e moscette.   Questo un po’ stona, giacché dal portavoce del Nume ci si attende non solo la ieraticità e la posa frontale, ma anche un timbro cavernoso e assertivo.   Ma attenti, c’è un perché. La candida Abramowicz, forse per l’ingenuità e la buona fede che ci si compiace di attribuire agli statunitensi-eterni-ragazzoni, pone domande e sorbisce le risposte come se valessero per quello che suonano, senza sospettare alcunché.   È un errore marchiano in cui molti sono caduti e cadono, americani e no, non comprendendo che Mario Draghi è essenzialmente e intimamente un antifrastico.   Antifrastico, per capirci, è esclamare «che piccolino!» per indicare un gigante; commentare una pietanza salatissima con le parole: «è forse un po’ insipido»; soprannominare il pelato «capellone»; e così via. È un tipo di ironia capovolta in cui eccellono i sardi, che spesso ne traggono espressioni affilate e lucenti come lame.   Ma il Draghi non è sardo, e benché sia nato a Roma ormai non è probabilmente ben chiaro neppure a lui a quale tribù appartenga, tanto e tale è stato il suo girovagare nell’orbe terracqueo. Non essendo essendo né greco, né romano, né ebreo, né gentile, né inglese, né belga, né tedesco, né statunitense, soffre prevedibilmente di un problema di comunicazione che lo espone a incomprensioni. In particolare il suo profondo umorismo antifrastico, a cui non rinuncia perfino nei frangenti più drammatici e che è solo suo, non viene mai colto.   Chi lo ascolta è di regola tratto in inganno dalle sue pose di autorevolezza e dalla deferenza supina che – suo malgrado, occorre dire – gli tributano gli intervistatori. Distratti da questo carisma di princisbecco, non si pone mente a quel che dice e come lo dice: all’incongruenza delle sue parole, al timbro da tenore di grazia e all’inflessione lenta e molle che intenzionalmente assume per lasciar intendere che non deve essere preso sul serio.   Quintali di umorismo di buona lega vanno sprecati ogni volta che Draghi apre bocca; e quel che è peggio, non si comprende mai quello che di importante vuole dire. Le sue analisi sembrano un concentrato di banalità e di idee senza splendore di intelligenza, mentre si sa, lui è una mente acutissima e quasi un profeta.   E sì che lo spirito antifrastico del Draghi si è mostrato in plastica evidenza più di una volta.   Tutti ricordiamo, ai tempi del coronavirus, la tripletta che resterà incisa nel bronzo perenne delle scempiaggini:   «Non ti vaccini – ti ammali – muori»

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Che fosse una cretinata era già palese all’epoca. Un uomo come lui non avrebbe potuto uscirsene, senza offesa dell’intelletto suo e degli ascoltatori, con una robetta del genere. Era quindi chiaro che il primo ministro, antifrasticamente, voleva in realtà dichiarare:   «Ti vaccini – ti ammali – muori»   Per accorgersene bastava notare la pausa e il sorriso sbieco che il premier aveva fatto seguire alla frase, in piena aderenza alle più frequentate regole della commedia dell’arte. L’attor comico sul palcoscenico dice la battuta un po’ fine, quella che arriva un po’ dopo, e lascia al pubblico il tempo di capirla e di mettersi a ridere; nel frattempo si arresta e accenna con un sorrisetto il risultato che si aspetta.   Niente: la risata non è arrivata e nessuno, drammaticamente, ha compreso l’ironia del Draghi. I risultati di questo enorme fraintendimento sono le rassegne che Renovatio 21, unica testata in Italia, offre ai lettori ogni settimana che Dio manda in terra.    E che pensare del perentorio dilemma, anch’esso ingiustamente passato alla storia delle fesserie:   «Volete la pace o il condizionatore acceso?»   Ovviamente il nostro, permeato di umore antifrastico, voleva dire che non c’era bisogno di scegliere, andiamo: si poteva avere sia la pace sia, e di conseguenza, il condizionatore acceso.   Macché. Non si è capito nemmeno quella volta, e siamo ancora impigliati in una guerra che, se non finisce in un puff nucleare, farà spegnere ben altro che il condizionatore. Come cantavano Enzo Jannacci e Paolo Rossi: «Né rava, né fava».   Si ricorderà anche quando si buccinava insistentemente di spedirlo sulla vetta dell’empireo italiano, ossia alla presidenza della Repubblica. Beh, avete mai sentito Mario Draghi dichiarare: «Vorrei ascendere al Colle»? Mai. Per il codice antifrastico una frase del genere, pronunciata da lui, avrebbe voluto significare il contrario: «Non vorrei ascendere al Colle».   Siccome la presidenza non lo disgustava affatto, la proposizione giusta sarebbe stata, appunto: «Non vorrei ascendere al Colle». Ma c’era il rischio fondato che, come al solito, lo prendessero in parola. Così per non saper che fare non disse niente, e fu eletto di nuovo Mattarella.   Il poveruomo non riesce a farsi capire.   Tornando all’intervista di Bloomberg, Mario Draghi ha affrontato tra l’altro il tema delle manifestazioni e delle violenze esplose in Europa. Sull’argomento il direttore di Renovatio 21 ha praticamente già detto tutto o quasi, però confessiamo con vergogna di avere avuto ancora delle oscillazioni nel giudicare e inquadrare quanto accaduto a Milano.   Le parole di Draghi ci hanno tolto dalle ambasce e dato l’interpretazione definitiva dei fatti.   «Non è affatto semplice spiegare queste rivolte in tre Paesi diversi; ognuno ha le proprie motivazioni specifiche. L’unico elemento che accomuna tutti e tre i casi è che, l’anno prossimo, si terranno elezioni di estrema importanza. Tuttavia, questa è solo la cornice».

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In pochi periodi l’ex capo della BCE, uno degli uomini più «addentro» della terra, spazza via la frotta dei saputi sociologi e dei masanielli da ribalta, e con loro tutti i distinguo, i colpanostra e i blablà.   Sdipanato il pensiero dalla spira dell’antifrasi, il verbo autentico è questo: «è semplicissimo spiegare queste rivolte in tre Paesi diversi; la motivazione è la stessa. Che in tutti e tre i casi l’anno prossimo si terranno elezioni sembra quasi una combinazione. Tuttavia, questo è il dato che conta».   In altri termini, Mario Draghi ci dice che i tumulti sono indotti e funzionali solo alle votazioni del prossimo anno. L’elettore è caldamente invitato ad avere paura e a scegliere il candidato che gliela faccia passare.   L’analisi peraltro prosegue: «A mio avviso, la spiegazione più solida risiede nel blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti». Interpretato alla lettera, l’appunto potrebbe benissimo essere preceduto dalle parole «Come se fosse antani». Ma chi possiede il codice antifrastico del Draghi ne carpisce subito il contenuto dirompente: «non è un’idea mia, è un fatto: spiegare i disordini con un blocco delle aspettative dei giovani o con la loro sensazione che nessuno li ascolti è completamente insensato».   Ergo, il disagio dei ragazzi, se c’è, importa zero e di per sé non muove niente. Ci vuol ben altro, un primum movens, una mano che susciti e poi spinga al calor bianco i malesseri dell’età e li incanali dove serve. Mens agitat molem: è inutile stare a disquisire su quello che pensa la massa, tanto pensa quello che vogliono lassù dove si puote quel che si vuole, eccetera.   Sul tema il nostro ci fa pure il birignao, aggiungendo civettuolamente la sensazione che «i giovani percepiscano le dinamiche sociali come bloccate: fanno fatica a trovare un lavoro e si sentono impreparati di fronte a una società che sta vivendo una trasformazione tecnologica rapidissima».

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Un’apoteosi di sarcasmo in puro draghese, che resa al vero suona così: «i giovani non pensano di sicuro che la società sia bloccata. Sanno perfettamente e sperimentano ogni giorno che si sta vivendo una trasformazione tecnologica rapidissima fatta per loro, e capiscono che trovare lavoro sarà sempre più facile».   E infatti saranno i vecchi a essere fatti fuori dall’accelerazione compulsiva della tecnica. Quelli che adoperano il cellulare usando l’indice, che sul posto di lavoro resistono non si sa come, che ogni giorno sospirano la pensione ma non hanno l’età, che pasticciano con il pc e vedono l’avvenire sempre più fosco.   I giovani, spiega il Draghi, nascono con il cellulare in mano, imparano a usare il tablet prima della lingua e stanno dentro la tecnologia come topi nel formaggio. Non sono certo loro gli impreparati. Il futuro sta davanti ai giovani con l’aspetto familiare della consolle, e nell’attesa il mondo somiglia in modo affascinante a GTA.   L’esercizio di decrittazione potrebbe proseguire, ma si preferisce lasciare all’avveduto lettore il piacere di sviscerare passo dopo passo il vero pensiero di Mario Draghi.   Le sue parole ci guidino come oracoli divini alla comprensione degli avvenimenti e delle ragioni che li generano.   Massimo Zanetti

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Immagine di Gurnpfnul via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
 
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Flydubai, no ai complotti sull’aereo più pazzo del mondo

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Il 30 settembre scorso su un velivolo della compagnia privata Flydubai è successo il finimondo.

 

Un pilota del volo 1073 Dubai-Tel Aviv ha cercato di uccidere il comandante e di far precipitare l’aereo con i 174 passeggeri a bordo, per la maggior parte israeliani. Al segnale di allarme si sono levati in volo due caccia dello Stato ebraico, ma grazie all’intervento dei passeggeri è stato ripreso il controllo dell’aereo, che è infine atterrato con procedura di emergenza in Arabia Saudita.

 

Le notizie date dalla stampa sono state all’apparenza discordanti e addirittura contraddittorie. Le oscillazioni hanno riguardato la nazionalità dei piloti, l’arma dell’aggressore, il significato dei segnali di allarme, i soggetti che hanno raddrizzato l’aereo dopo la picchiata. Ce n’è stato d’avanzo per far gridare al complotto, all’operazione false flag, al canovaccio scucito, e per scatenare le congetture più strampalate. Qualcuno, per colmo d’irriverenza, ci ha perfino fatto sopra un video satirico.


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No. Noi non ci stiamo a questo gioco al massacro.

 

Si inizia a mettere in discussione la veridicità della stampa, poi quella dei governi, e si arriva al crollo della civiltà. Niente affatto. Noi ci opponiamo. Non ci spareremo sul piede. Noi crediamo che i governi siano poco meno che la voce del Signore, e che la stampa sia sincera come il vino d’uva e immacolata come il primo dei gigli.

 

In questa vicenda, che ha il solo torto di essere ingarbugliata, dichiariamo che i giornalisti hanno sempre detto il vero. Siamo qui per provarlo. Credano i signori complottisti che non c’è bisogno di scegliere fra una versione e l’altra: basta metterle insieme. E siccome le prime notizie trapelate sono quelle più genuine, ci atterremo a quelle.

 

Vediamo.

 

Innanzitutto, è stato dichiarato che nella cabina si era accesa una lite fra un pilota russo e uno ucraino. Poi la nazionalità dei due è diventata emiratina e omanita, infine indiana e omanita. 

 

C’è poco da ridere. È tutto vero. Inizialmente i piloti erano chiaramente un russo e un ucraino. Com’è possibile, si dirà. Possibile, possibilissimo. Si può immaginare quanto alla Flydubai riescano a distinguere fra un russo, un serbo, un ucraino, un bielorusso. Gli slavi sono tutti uguali, recita un motto. E comunque, si tratta di piloti professionisti, no? Qualcuno poteva forse indovinare che avrebbero attaccato briga durante il volo? Sì? E allora diciamo che c’è stata qualche superficialità, o che il diavolo ci ha messo la coda, ma non stiamo a sfregiare la verità con inutili illazioni.

 

Dunque, è successo questo: l’aereo decolla, si stabilizza, viene inserito il sistema automatico. I piloti si rilassano. Certo, non sono felici l’uno dell’altro, ma cercano di intavolare una conversazione civile ed educata. A un certo momento, però, vien fuori che il russo ha un fratello al fronte, e la che sua compagnia ha catturato un mucchio di nemici a Konstantinovka. Si dà il caso che il cognato dell’ucraino sia proprio fra quelli. Questo, è evidente, non distende gli animi.

 

Una parola tira l’altra, si accendono i toni, si arriva a qualche parola forte. Uno dei due alza le mani, e qui non può esserci alcun dubbio: è stato il russo, ovviamente, perché c’è un aggressore e un aggredito. Insomma, se le danno di santa ragione, come solo fanno due fratelli che un tempo si sono voluti bene. A un primo maschio scambio di vedute, subentra un momento di pausa: succede sempre nelle risse. Uno dei due apre la cabina e l’altro lo segue. Vanno dall’assistente di volo più anziana, che se li vede davanti sgualciti e tumefatti.

 

– Io con questo cretino non ci volo – fa uno.

– Idem – dice l’altro. – Se andiamo avanti così lo butto fuori dall’aereo.

– Provaci.

– Ne vuoi un altro po’?

 

Le assistenti di volo sono ammirevoli. Hanno già individuato fra i passeggeri due piloti fuori servizio, un saudita e un omanita. Fanno sedere il russo al posto 10 e l’ucraino al posto 36, all’estremo opposto. A distanza continueranno per un bel pezzo, a intervalli, ad insultarsi:

 

– Cretino. 

– Imbecille.

– Fallito.

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Intanto il saudita e l’omanita sono entrati nella cabina e prendono posto. L’omanita, lo dicono i giornali, è un estremista e sogna da tempo di schiantarsi su Tel Aviv. Ora, la possibilità gli viene servita sul piatto d’argento, ed essendo colto di sorpresa è comprensibilmente agitato. Pure troppo, perché senza neanche volerlo attacca lite con il saudita.

 

– Quante mogli hai, Mohamed? – chiede per rompere il ghiaccio.

– Una.

– Io cinque – millanta – con il beneplacito dell’Onnipotente.

– Mmm.

– Che vuol dire, mmm? Pensi che menta?

– No, Hamam, che dici?

– Il Misericordioso ti perdoni, tu pensi che io menta!

 

Il nervosismo fa questi scherzi. Il saudita, che ricordiamolo è fuori servizio, a un bel momento si rompe, toglie le cuffie, apre la cabina e chiama l’assistente di volo anziana.

 

– Io con questo non ci volo.

 

Sullo sfondo continuano gli insulti.

 

– Cretino – dice dal fondo l’ucraino.

– Fallito – replica il russo.

– Silenzio! – urla voltandosi l’assistente di volo.

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L’omanita, che non vuole perdere l’occasione d’oro, assicura l’assistente che può fare da solo. L’assistente di volo fa tacere pure lui. Tra i passeggeri sta dormendo della grossa un terzo pilota, un indiano mastodontico col turbante. 

 

Svegliato di soprassalto, ancora assonnato accetta di assumere il ruolo di comandante e caracollando come un’oca, piano piano, si avvia verso la cabina. La porta si chiude.

 

L’omanita è furioso, ma non è minimamente intenzionato a mollare l’osso. Si dimena sul suo posto come un luccio nella rete, tanto che l’indiano pensa che gli scappi di andare in bagno. Invece gli scappa una preghiera, dice, e chiede di appartarsi. L’orario non è quello giusto, ma l’indiano che ne sa. Permesso accordato. La cabina non è una reggia, però lo spazio per inginocchiarsi in qualche modo lo si trova. L’omanita nell’ombra si prepara ad agire.

 

Si è detto che il primo pilota è stato colpito con un coltello, poi si è parlato di un’accetta. Embè? È successa l’una e l’altra cosa. E’ più che ovvio: l’indiano possedeva un kriss, quei pugnali ondulati di origine malese, diffusi anche in India. Sentiamo già il raglio degli scettici: e come avrebbe fatto un kriss a passare il metal detector? Beata ingenuità. Ma vi pare che un pilota non possa saltare i controlli, solo che lo voglia? Magari l’omanita avrebbe destato qualche diffidenza in più, ma un pilota indiano, obeso, col turbante, fa solo simpatia. Capace pure di esserselo infilato tra le bende, per avere le mani libere con il trolley.

 

Ritorniamo all’omanita, che inginocchiato vede dunque il kriss fra gli effetti dell’indiano e se ne impossessa avidamente. Poi, siccome a un esame più attento gli sembra una robetta un po’ da parata, scivola verso la parete e stacca l’ascia di emergenza. Striscia alle spalle del comandante e per sicurezza lo colpisce alle spalle con il pugnale e con l’accetta: prima con l’uno e poi con l’altra, come un percussionista sul tamburo.

 

Il kriss, in effetti non è granché e, come si dice in terra di Lombardia, fa rosina. La cotenna del primo pilota, del resto, è tanto spessa da ricevere solo ferite superficiali, simili a quelle che i tafani fanno sul cuoio delle vacche. Quanto all’ascia, va a centrare la testa dell’indiano, ma è attutita dalle fasce e fasce di cui è composto il turbante. Riportano gli articoli che il comandante inizialmente non avrebbe nemmeno compreso l’accaduto. C’è da crederci. Con quel po’ po’ di fasciatura, i colpi affondano come in un materasso, esasperando il magro omanita.

 

Alla lunga, però, l’indiano finisce con il provare uno strano dolore alla nuca e si accorge che il secondo pilota lo sta colpendo alla disperata. Reagisce.

 

A questo punto la scena passa all’esterno.

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La storia racconta che della collutazione si sia accorta, per combinazione, una signora mentre accompagnava la figlia al bagno. Strillano i malpensanti: e le hostess, le hostess dov’erano? Ma vivaddio, una dal russo e l’altra dall’ucraino, no? Fila 10 e fila 36, ricordate? Ben lontane dagli eventi. Il compito delle assistenti di volo non è forse quello di tranquillizzare i passeggeri? Non si esclude che si siano fatte agganciare dal fascino slavo, e stiano facendo un po’ le sciocchine.

 

Sulle grida della donna una frotta di passeggeri israeliani si porta sull’ingresso della cabina. Un giornale, per spiegare il loro rapido attivarsi, accenna pudicamente al fatto che in Israele si sciroppano tre anni di leva obbligatoria. Ma diciamola tutta: erano di certo dei militari. Un israeliano, in fondo, che ci va a fare a Dubai? Evidentemente gli aerei militari erano tutti pieni, oppure il comando si è imbattuto in un’offerta last minute di Flydubai, e ha deciso di rimpatriare i soldati con un volo di linea. Sarà mica proibito, no?

 

E così si spiega, malfidenti, perché non ci sia traccia delle due guardie che sempre accompagnano i voli civili con passeggeri israeliani. Si deve credere che non ci fossero affatto, essendo palesemente superflui in quell’aereo carico di soldati in licenza.

 

Altro finto punto dolente: la porta della cabina era chiusa, ma qualcuno ha detto che era socchiusa, e che si vedevano i due contendenti e tanto sangue. La contraddizione non esiste: si tratta di due momenti diversi.

 

Torniamo infatti nella cabina. L’indiano sta combattendo valorosamente, ma è grasso, lento e spaventato, mentre l’omanita è smilzo e svelto. Per di più, a forza di botte il turbante gli è scivolato sugli occhi. Bisognoso di soccorso, digita il codice per aprire la porta, mentre il secondo pilota ormai stanchissimo continua a martellarlo senza successo. Il problema è che per consentire l’accesso da fuori, subito dopo il codice qualcuno deve tirare la maniglia.

 

Qui la fortuna prende il sopravvento contro il povero omanita.

 

Il primo colpo gobbo è che, accalcandosi i passeggeri contro l’entrata, tra un urto e l’altro la magica combinazione si realizza e la porta si schiude. Dallo spiraglio si vedono i due corpi avvinghiati e il sangue. Voilà, svelato l’arcano della porta chiusa e aperta.

 

L’omanita, vistosi perduto dinanzi alla folla che irrompe, scivola come un’anguilla e si impadronisce dei comandi quanto basta per buttare l’aereo in picchiata verso il deserto della Giordania. In teoria, come l’aereo perde 4.267 metri di quota in neppure 30 secondi, dovrebbero essere tutti sbalzati sul soffitto. Ma siccome la stampa non ha riportato niente del genere, si deve concludere che nella cabina siano così tanti e talmente pressati da rendere impossibile qualsiasi movimento che non sia un lento slumacare gli uni contro gli altri.

 

Qui arriva la seconda botta di fortuna. Capita che in prima fila, non impedito da nulla, si trovi a caso un idraulico israeliano, coi suoi bravi tre anni di naja sul groppone. Come molti altri guarda la TV, ma non è questo il dettaglio vincente. Se fosse stato un patito di X Factor, non avrebbe potuto far altro che intonare una canzone, tipo «Fly me to the moon», o «Nel blu dipinto di blu». Se avesse seguito Amici, avrebbe potuto al massimo accennare a un passo di danza. Ma fortuna vuole che l’idraulico guardi regolarmente il programma televisivo Air crash investigation, noto in Italia come «Indagini ad alta quota». Giunta alla ventiquattresima serie, la trasmissione si occupa allegramente di disastri aerei, ricostruendo gli eventi anche con simulazioni sceneggiate.

 

In questo modo l’idraulico ha imparato tutto e sa tutto. Impugna sicuro la cloche, si destreggia abilmente sul quadrante pieno di lucine e pulsanti, e in men che non si dica raddrizza il velivolo e salva tutti. Già che c’è invia il segnale 7770, emergenza generale, e qui per la verità sbaglia. Quello giusto è 7750, interferenza illecita in cabina. Ma è perdonabile, in fondo è solo un idraulico.

 

Comunque, un eroe. Incontrando Netanyhau, ancora imbrattato di autentico sangue indiano, si fa sfuggire la frase: «purtroppo non l’abbiamo ucciso». Quanto ci si può ricamare intorno a queste parole. Ma signori, non dimentichiamo che si tratta di un mezzo militare. Spesso i soldati, specie quelli israeliani, ragionano in codice binario: acceso-spento; 1-0; vivo-morto. La figura dell’attentatore, presso l’IDF non si associa al positivo, ma al negativo: l’attentatore per essere tale deve essere morto. Che non lo sia diventato è uno sgarro al manuale di istruzioni. E su questo basta così.

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Si va verso l’epilogo. Fuori dalla cabina si sentono dei borbottii: «Imbecille»; «Cretino»; «Ma vaffa». Sono i piloti russo e ucraino che tornano in scena. Si incuneano fra un corpo e l’altro, scivolano e slittano, e sbaccellano infine davanti ai comandi che non mollano più, scuri in volto, fino all’atterraggio a Tabuk, in Arabia Saudita.

 

L’omanita viene espulso da una ventina di mani, legato con i cavi di alcuni auricolari e stipato nello sgabuzzino delle scope. Si rotola l’indiano in un angolo e lo si fascia con le bende del turbante.

 

La polizia saudita ricovera il secondo e arresta il primo. I passeggeri escono illesi o quasi. E tutto finisce per il meglio.

 

Questa la storia ricostruita senza offesa alla verità, al di là di retropensieri, dubbi e sospetti malevoli. Non era poi così difficile.

 

Si impari una buona volta a non dubitare dell’attendibilità della stampa.

 

Avv. Renzo Magalozzi

 

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Immagine di Max Benidze via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0

 

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Satira

Scomuniche, la grande profondità teologica della TV dei vescovi e del vostro 8 per mille

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TV2000, il canale televisivo della della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) con un servizio giornalistico ci informa, senza nominarli, della situazione dei fedeli della FSSPX.   La clip, che immaginiamo sia passata sull’etere, è visibile sullo YouTubo con il titolo «Lefebvriani, le conseguenze della scomunica: ecco cosa significa». Clicchiamo fiduciosi.   Compare un tizio barbuto e canuto con una camicia scuro-violacea e delle bretelle a pois.   Il giornalista gli porge il microfono episcopale e gli chiede «cosa è la scomunica e perché un cattolico dovrebbe temerla?»   Il signore intervistato, un giardino sullo sfondo con un forte sottofondo di grilli che cantano, risponde: «la deve temere perché significa essere fuori dalla comunione con la chieza. Non riguarda solo chi magari compie gesti particolari di rottura, ma anche chi aderisce a questi gesti». L’accento centroitaliano è forte, ma è un’altra informazione che ci colpisce: il tizio è un prete, anzi, deppiù: un teologo della Pontificia Università Lateranense. Confessiamo che quando parla genericamente di «gesti», non sappiamo a cosa si riferisce: il gesto dell’ombrello? Il gesto delle corna? Un beau geste?   Non importa: l’importante è capire che dentro allo scomunicone tuchone ci sono dentro anche i fedeli, cosa che non sembra turbare il nostro.  

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Il denso minutino di intervista antilefebvriana continua: cosa non può fare uno scomunicato?   «Non può partescipare alla comunione eugaristiga, per ezempio. Né agli altri sacramenti» ammonisce don Barba, mentre il montaggio manda le immagini della folla oceanica di Econe attraversata dall’infinita processioni di religiosi FSSPX, lasciando ancora in sottofondo, per qualche ragione, i grilli. «Ciò che invece deve fare è più importante: cioè deve convertirsi, deve cercare un gammino di riconciliaziòne con la comunità». Eccerto.   «Con lo scisma lefebvriano quindi il rischio c’è non solo per i vescovi ma anche per i fedeli laici» chiede l’invisibile giornalista con una domanda che sgorga spontaneissima, neanche un po’ programmata per terrorizare lo spettatore con tendenze tradizioniste.   Il rischio, dice don bretella, è «per chi aderisce, ovviamende convindamende, poi nella coscienza dell persone penzo che non può andare nessuno, nemmeno il Sant’Uffizio». È un’ammissione oscura che non sappiam bene come prendere.   «Però nel momendo in cui si aderisce, e si sa, consapevolmente, a una comunidà che si sa fuori della Chiesa cattolica, si aderisce e si è sco-municati» continua don camicia, senza metterci troppo significato, ma con la manina che a questo punto va su è giù.   Infine arriva la perla.   Scorrono i filmati della potente cerimonia ad Econe. «La gente è affascinata dalla ricchezza, dalla solennità delle liturgia dei tradizionalisti» attacca il giornalista. «Lei guardando le immagini cosa ha pensato?».   «Ho pensato che… pure è un po’ colpa nostra» risponde il teologo scomunicatore. «Perché forse abbiamo troppo banalizzato la celebrazione… la celebrazione è divendada un momendo quasi insomma di volemose bene.. di ztare insième bbène eccètera».   La microintervista scomunicatrice finisce così, alla grandissima, con la rivelazione che la Chiesa non vuole più il volemose bene almeno non con i lefebvriani, mentre con l’arcivescovessa canterburina, i transessuali di Ostia, i maomettani e i gommonauti afrolampedusani tutti dobbiamo volerse bbèene, e tantissimo.

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Occhei. Solo un dettaglia da specificare al lettore: TV2000 è finanziata in modo significativo attraverso i fondi dell’8 per mille destinati alla Chiesa Cattolica.   La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) destina annualmente una quota del gettito totale dell’8 per mille alla gestione dei propri mezzi di comunicazione sociale, raggruppati sotto la società Rete Blu S.p.A. Questo budget serve a coprire i costi di produzione e trasmissione di TV2000, del circuito Radio InBlu e dell’agenzia di stampa Agenzia SIR. Accanto a questi fondi ecclesiastici, il canale si sostiene anche attraverso la normale raccolta pubblicitaria commercializzata sulla propria rete.   Cioè, si prendono le vostre tasse (magari facendo spot pietosi in cui si vedono i preti che aiutano i poveri, i drogati, etc.) e poi si fanno un canale dove c’è pure la réclame, oltre che il terrorismo conciliare.   Come per dire: se non lo avete ancora fatto, dismettete da subito il vostro 8 per 1000 alla Chiesa cattolica. Con la certezza che prima o poi, visto che è quello che solamente gli interessa (assieme all’IMU e alle scuole paritarie: i veri temi che infiammano la chiesa italiana, non l’aborto, la provetta, l’eutanasia) lanceranno, immaginiamo, anche uno scomunicone per i renitenti alla kirchensteuer italica.  

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