Droga
DMT, riprendono gli esperimenti umani sulla droga più potente ed enigmatica
La N,N-Dimetiltriptamina, meglio conosciuta come DMT, è un tema che da anni suscita attenzione.
Si tratta di un allucinogeno noto per creare viaggi intensi e profondamente metafisici simili a esperienze di pre-morte.
Durante le esperienze con la DMT, gli utilizzatori descrivono visioni di mondi abitati con esseri (elfi, insetti, pagliacci, robot, creature rettiloidi) con cui, a differenza di ogni altra droga, è possibile interagire con consistenza.
Mentre la DMT ha attratto una comunità di fedeli devoti che si rivolgono ad essa per una ricerca dell’illuminazione spirituale per via chimica, ora sta iniziando ad attirare l’attenzione degli investitori farmaceutici.
Il business delle sostanze psichedeliche sta attualmente subendo un boom, poiché è sempre più diffuso l’uso di sostanze psicotrope per il trattamento di problemi di salute mentale, tra cui il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e la depressione.
Mentre molte aziende farmaceutiche stanno studiando i potenziali benefici per la salute delle droghe da festa tra cui LSD, MDMA, ketamina e psilocibina, alcuni stanno ora esplorando anche la DMT.
I sostenitori della molecola affermano che offre alcuni dei risultati più promettenti, soprattutto per i pazienti con depressione resistente ai trattamenti. Forse la cosa più intrigante, alcuni suggeriscono addirittura che le «entità» che lo sperimentatore incontra frequentemente durante l’assunzione di DMT potrebbero svolgere un ruolo unico nel processo terapeutico, riporta Futurism.
Small Pharma, una farmaceutica interessata alle potenzialità psicoterapica della DMT, ha come obiettivo principale la combinazione della DMT con sessioni terapeutiche regolari di persone affette da grave depressione.
Il processo non richiederà ai pazienti di viaggiare in un deserto remoto o nelle terre selvagge dell’Amazzonia per prendere l’ayahuasca (di cui la DMT è il principio attivo) da uno sciamano, ma i pazienti verranno portati in una confortevole sala di dosaggio completa di lampade al sale e luci soffuse per creare un ambiente rilassante. Il paziente si sottopone anche a una terapia iniziale per prepararsi all’esperienza.
Fatto ciò viene somministrata loro una dose endovenosa di DMT e il terapeuta siede tranquillamente con loro per tutta la durata del loro viaggio per circa 20-25 minuti. Dopo il «viaggio» allucinatorio, il paziente si sottopone a una sessione di terapia di integrazione che è in parte post-terapia e in parte debriefing, dove risponderà alle domande e descriverà in dettaglio le sue esperienze psichedeliche.
A settembre, l’azienda ha completato gli studi clinici di fase uno in cui ha somministrato a dei volontari senza una grave depressione, solo per dimostrare che il processo è fisicamente sicuro. Ora, sta entrando nella fase due della sperimentazione che doserà i pazienti con disturbo depressivo maggiore, in un test più serio della sua tesi.
Tuttavia, ci sono alcuni indicatori che potrebbero non solo funzionare, ma forse anche avere un impatto profondo e positivo sulla psiche dei pazienti.
Un elemento sorprendente dei viaggi della DMT è che potrebbe aiutare le persone con disturbo depressivo maggiore sono le suddette entità spesso conosciute come «elfi», che sono esseri che molti dipendenti da DMT affermano di incontrare durante i loro viaggi.
«Quando sei nel mondo DMT, appaiono e basta», ha spiegato Rick Strassman, professore di psicofarmacologia che per primo negli anni 2000 studiò scientificamente la DMT, per poi scrivere il libro DMT: The Spirit Molecule. «Possono fondersi o fondersi fuori dalle forme geometriche vorticose in corso. Possono anche assomigliare a qualsiasi cosa: alieni, api, un cactus, una macchina, un robot o una principessa guerriera africana».
Strassman, che fu praticamente il primo a effettuare esperimenti sulla DMT su soggetti umani, sostiene che se «sottoscrivi l’idea» che le entità sono lì per aiutarti, allora ci sono buone probabilità che ti aiutino nel superare problemi psicologici specifici come la depressione maggiore o il disturbo da stress post-traumatico.
Uno studio del 2020 pubblicato sul Journal of Psychopharmacology, ha intervistato 2.500 individui che hanno incontrato entità dopo aver assunto una dose di DMT per via endovenosa o inalatoria. I ricercatori hanno scoperto che la maggior parte degli intervistati attribuiva emozioni come «amore, gentilezza e gioia» alle entità che gli apparivano in visione.
I partecipanti tendevano anche ad attribuire alle entità etichette positive associate alla crescita, come «essere, guida, spirito, alieno e aiutante». In effetti, la maggior parte degli intervistati ha affermato che i loro incontri con gli esseri sono stati «tra le esperienze più significative, spirituali e psicologicamente perspicaci» della loro vita.
Forse il più sorprendente è stato l’ennesimo dato che mette in evidenza il potere della sostanza: più della metà dei partecipanti che si identificavano come atei prima dell’esperienza non si identificavano più come tali dopo il loro incontro con le entità.
In altre parole, i risultati dello studio sono in linea con la convinzione di Strassman che, poiché il contatto tra entità avviene relativamente spesso e intensamente con la DMT rispetto a sostanze psichedeliche più comuni come l’ LSD o la psilocibina, potrebbe offrire una «caratteristica benefica unica» ai pazienti che credono che gli esseri li stanno aiutando.
Ci sono storie che potrebbero indurre alcuni a riconsiderare questo come un trattamento. Ad esempio, un caso di studio del 2017 ha rivelato che il tentativo di un medico di automedicare il suo disturbo bipolare con la DMT ha provocato un episodio psicotico che lo ha portato in ospedale.
Il suddetto medico prendeva un grammo di DMT al giorno, che è una dose sorprendentemente alta e oltretutto era anche bipolare. La mania ti espone a un rischio molto più elevato di sperimentare la psicosi dopo aver usato la DMT.
Come riportato da Renovatio 21, l’uso di droghe per curare le malattie mentali è un trend che dura da anni, e che ha interessato quella che è la carne da cannone della biomedicina, cioè i veterani dell’esercito USA, su cui sperimentano ecstasy, LSD e ketamina per vedere se queste droghe possono spegnere il disturbo da stress post-traumatico (PSTD).
Non si tratta di uno sforzo solo farmacologico: nel 2013 Obama assegnò svariate centinaia di milioni di dollari alla DARPA (l’ente di ricerca e sviluppo del Pentagono) che preparò diversi esperimenti, spesso utilizzando come cavie i veterani, con microchip impiantati nel cervello.
Intanto, l’attenzione si volge verso la droga più misteriosa e potente che si conosca, la DMT.
Per chi ha una visione spirituale della vita, ha un certo significato sapere che l’industria farmaceutica sta per commercializzare esperienze con entità sconosciute.
Immagine di EnvaEnkaqti via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)
Droga
Storia geopolitica dell’oppio
Il 26 giugno 2026 le Nazioni Unite hanno presentato il loro rapporto annuale sulla droga: nel 2024 avrebbero fatto uso di stupefacenti circa 331 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni. Di queste circa 63 milioni consumano oppioidi, la seconda famiglia di droghe più diffusa al mondo dopo la cannabis. Dietro queste cifre si nasconde una storia lunga più di cinquemila anni in cui un fiore ha accompagnato riti religiosi, cure mediche, imperi commerciali, guerre coloniali e operazioni dei servizi segreti.
Nella bassa Mesopotamia i Sumeri coltivavano il papavero già intorno al 3000 a.C. chiamandolo hul gil, cioè pianta della gioia. Da lì la pianta passa agli Assiri, ai Babilonesi e agli Egizi, poi ai Greci e ai Romani. Omero ne celebra le virtù nell’Odissea mentre i medici dell’antichità la usano per indurre il sonno e calmare il dolore.
Il papiro di Ebers, uno dei più antichi trattati medici egizi, ne raccomanda l’uso perfino per calmare i bambini che piangono. Per millenni però l’oppio resta legato soprattutto alla medicina e alla religione: un consumo ristretto di cui non esiste alcuna misura.
La svolta arriva nel Seicento quando in India e in Persia si comincia a mangiare e bere oppio a scopo ricreativo. In Cina il consumo esplode dopo che il fumo dell’oppio prende il posto del tabacco appena messo al bando: nascono le fumerie che più tardi si diffonderanno in mezzo mondo.
È a questo punto che il papavero diventa un affare di Stato. Nel 1729 l’imperatore Yongzheng (1678-1735) ne vieta il fumo. In quell’anno le importazioni nell’impero sono di circa 200 casse da 63,5 chili ciascuna: poco più di dodici tonnellate. Poi entra in scena la Compagnia britannica delle Indie Orientali e le casse diventano circa 1.000 nel 1767. Nemmeno i divieti ribaditi dall’imperatore Jiaqing (1760-1820) nel 1796 e nel 1800 fermano la crescita: le casse arrivano a 10.000 l’anno tra il 1820 e il 1830 fino alle 40.000 del 1838, secondo i dati dell’Enciclopedia Britannica.
Il meccanismo era semplice: la Compagnia pagava in argento il tè, la seta e le porcellane cinesi per poi riequilibrare i conti esportando a Canton l’oppio coltivato nel Bengala. Nel 1839 il commissario imperiale Lin Zexu (1785-1850) fa sequestrare ai mercanti stranieri oltre mille tonnellate di oppio che distrugge in pubblico. Lord Palmerston (1784-1865) manda la flotta a difendere gli interessi dei trafficanti: è la Prima guerra dell’oppio che William Gladstone (1809-1898) definirà «la guerra più ingiusta di cui avesse mai sentito parlare».
Con il trattato di Nanchino del 1842 la Cina cede Hong Kong ma soprattutto paga un’indennità di cui sei milioni di dollari d’argento servono a risarcire i trafficanti per l’oppio distrutto. Lin Zexu invece viene destituito ed esiliato. Pochi anni dopo i ribelli Taiping inseriranno nel loro programma il divieto di oppio, alcol e prostituzione.
La sconfitta cinese non chiude la partita. Dopo la Seconda guerra dell’oppio le importazioni toccano nel 1858 le 70.000 casse e il commercio viene legalizzato, come annotano i documenti dell’amministrazione coloniale britannica di Hong Kong: circa 4.500 tonnellate. In 130 anni il flusso verso la Cina si è moltiplicato per 350.
Intanto anche l’Europa si scopre consumatrice. Nel 1821 Thomas De Quincey (1785-1859) pubblica le Confessioni di un mangiatore d’oppio in cui racconta il consumo quotidiano di laudano, all’epoca un antidolorifico venduto legalmente in farmacia. La chimica fa il resto. Nel 1804 il farmacista tedesco Friedrich Sertürner (1783-1841) isola la morfina, dieci volte più potente dell’oppio.
Con l’invenzione della siringa la morfina entra negli ospedali da campo: durante la guerra civile americana si stima che circa 400.000 soldati ne siano diventati dipendenti.
Nel 1898 la Bayer mette in commercio l’eroina presentandola come un sostituto della morfina privo di rischi di dipendenza oltre che come rimedio per la tosse. Il successo è immediato: la produzione passa dai 45 chili del primo anno ai 970 del 1913. Più di venti volte tanto in quindici anni. Eppure già nel 1899 un medico ne denunciava la pericolosità in un articolo scientifico.
Il picco storico arriva all’inizio del Novecento. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga nel 1906-07 la produzione mondiale di oppio è stimata in circa 41.600 tonnellate, quasi cinque volte quella illecita di un secolo dopo. In Cina quasi un quarto degli uomini consuma oppio mentre circa il 5% dell’intera popolazione ne è dipendente.
Il primo importatore mondiale è la Cina con 3.300 tonnellate mentre il maggiore importatore europeo è il Regno Unito con 386 tonnellate, in gran parte riesportate. È da qui che nasce il proibizionismo moderno: la Commissione internazionale di Shanghai del 1909 apre la strada alla Convenzione dell’Aia del 1912 cioè al primo trattato internazionale sulle droghe. Il trattato limita oppio, morfina e cocaina all’uso medico: dopo il 1919 entra nei trattati di pace della Grande guerra diventando di fatto globale mentre il consumo non medico passa dalle farmacie al mercato nero.
La produzione legale crolla ma il mercato non scompare: cambia padroni. Lo storico Alfred McCoy lo ha documentato nel libro Politics of Heroin che la CIA cercò di vedere prima della pubblicazione. In Laos il traffico del nord-est era controllato dal generale Vang Pao (1929-2011), il comandante dei mercenari sostenuti dall’agenzia, mentre gli aerei e gli elicotteri della Air America affittati dalla CIA trasportavano regolarmente oppio.
Negli anni Ottanta in Afghanistan la guerra segreta contro i sovietici fa esplodere la produzione al confine con il Pakistan. Dopo l’invasione americana del 2001 la parabola si ripete: la produzione afghana di oppio passa da circa 180 tonnellate nel 2001 a oltre 8.000 nel 2007. Nel 2009 il Paese arriva a produrre il 92% dell’oppio mondiale fino al record di 9.000 tonnellate del 2017. Sotto l’occupazione occidentale la produzione si moltiplica per cinquanta.
Negli stessi anni in cui l’eroina afghana inonda i mercati gli oppioidi tornano dove erano nati nell’Ottocento: in farmacia. Protagonista è la Purdue Pharma, acquistata nel 1952 dai fratelli Arthur (1913-1987), Mortimer (1916-2010) e Raymond Sackler (1920-2017), una famiglia celebre per le donazioni a musei e università. Nel 1996 l’azienda lancia l’OxyContin, un antidolorifico a base di ossicodone presentato come poco rischioso grazie al rilascio lento: bastava però frantumare la compressa per ottenere tutta la dose in un colpo.
Le vendite passano dai 45 milioni di dollari del primo anno ai 3,1 miliardi del 2010. La crisi degli oppioidi che ne è seguita avrebbe causato circa 700.000 vittime in due decenni. L’azienda si è dichiarata colpevole di frode per il marketing del farmaco per poi chiudere con i Sackler un accordo da 7,4 miliardi di dollari. La famiglia non ha mai ammesso di aver commesso illeciti. Nel 2010 la Purdue cambia la formula per renderla difficile da frantumare. Molti consumatori ormai dipendenti passano allora all’eroina di strada più economica e poi al fentanyl prodotto nei laboratori clandestini.
Oggi la mappa del papavero è stata ridisegnata. Dopo il divieto talebano del 2022 la produzione afghana è crollata mentre il Myanmar è passato da 420 tonnellate nel 2021 a oltre 1.000 nel 2025 senza però compensare le oltre 6.000 prodotte dall’Afghanistan nel 2022, come riferiscono i rapporti ONU. Le stesse Nazioni Unite parlano di una svolta nel mercato con la diffusione di oppioidi sintetici come fentanili e nitazeni. Il conto si paga in vite: secondo le stesse Nazioni Unite nel 2023 le morti per overdose sono state 172.000, in gran parte causate da oppioidi.
Se si guarda soltanto al papavero la parabola sembra chiudersi: dalle dodici tonnellate entrate in Cina nel 1729 alle oltre 41.000 prodotte nel mondo nel 1906 fino alle poche migliaia di oggi. È un’illusione. La morfina è dieci volte più forte dell’oppio mentre il fentanyl lo è fino a cento volte più della morfina.
Il mondo coltiva una piccola frazione del papavero di un secolo fa ma consuma una potenza farmacologica che nessun fumatore cinese dell’Ottocento poteva immaginare. Sono cambiati i padroni del commercio: la Compagnia delle Indie, poi i servizi segreti della guerra fredda, infine una famiglia di industriali farmaceutici e i laboratori clandestini dei cartelli. Cartelli che oggi sono vere imprese: in Messico contano circa 175.000 affiliati che ne fanno il quinto datore di lavoro del Paese.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di George Chernilevsky via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Droga
Le carceri canadesi forniranno ai detenuti kit per l’inalazione sicura di droghe
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Droga
Ritrovati 1.600 denti da latte in una fossa comune di un narcocartello messicano
Un gruppo di volontari in Messico sostiene di aver rinvenuto 1.600 denti da latte tra i resti umani in una fossa comune legata a un cartello della droga.
Il collettivo Buscando Cuerpos en Todo México («Alla ricerca di cadaveri in tutto il Messico») nel 2021 ha indagato su un sito vicino a Zacapu, nello Stato di Michoacan, associato al cartello di Sinaloa.
Lì ha trovato resti, tra cui un dente di bambino. Da allora ha continuato a setacciare l’area in cerca di resti umani. Questa settimana ha dichiarato di aver individuato ben 1.600 denti da latte.
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La deputata del Michoacan Margarita Lopez, che ha contribuito a fondare il gruppo, sostiene che i denti appartengano probabilmente a bambini vittime di tratta, eventualmente sfruttati sessualmente o per gli organi.
L’ufficio del procuratore generale dello Stato ha finora rifiutato di verificare le affermazioni.
«Dal 2021 ad oggi, non è pervenuta alcuna denuncia, segnalazione alle autorità o richiesta di intervento forense in relazione a questi eventi», ha dichiarato l’ufficio.
La Lopez ha replicato con tono accesa so Facebook: «Vogliono minimizzare l’incidente, ma l’operazione per recuperare i 1.600 denti da latte ha coinvolto agenti della Procura generale dello Stato di Michoacán, che agivano in virtù di un mandato ufficiale per garantire la sicurezza del perimetro, e tutto è documentato nell’indagine preliminare», ha scritto.
La deputata aggiunto che un procuratore federale e personale forense erano presenti durante il recupero dei resti, chiedendo l’intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa per contribuire alle indagini.
«Da quando è scoppiato il caso dei “1.600 dentini”, il governo messicano è rimasto in silenzio o ha negato la scoperta», ha affermato la Lopez.
Le fosse comuni sono il simbolo più duro della violenza legata al narcotraffico in Messico.
Un rapporto governativo di marzo 2026 conta 132.534 persone scomparse, mentre la Comisión Nacional de Búsqueda parla di circa 135.000 casi. Il 97% di chi risulta nel registro è scomparso dopo il 2006, cioè dall’inizio della guerra ai cartelli lanciata dal governo Calderón. Prima dei Mondiali il governo Sheinbaum ha rivisto i dati, portando i casi attivi a circa 43.000, una scelta criticata da parenti e ONG perché minimizzerebbe il problema. Il ritmo dei desaparecidos messicani resta alto: nel 2025 risultavano scomparse 34.554 persone, e tra ottobre 2024 e metà settembre 2026 i casi registrati sono 62.378, di cui 20.072 non ancora rintracciati e 3.457 ritrovati morti.
Tra il 2007 e il 2023 le autorità hanno trovato quasi 5.700 fosse comuni clandestine. La maggior parte è stata scoperta dai collettivi di familiari (le madres buscadoras, le madri e i parenti che scavano in proprio). Un collettivo di Sonora da solo ha ritrovato 1.230 corpi in fosse clandestine dal 2019. Chi cerca è a rischio: ad aprile 2025 due madri cercatrici sono state uccise in Jalisco.
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Proprio lo Stato di Jalisco ha oltre 16.000 scomparsi ancora nel registro, il dato più alto del Paese. Secondo un collettivo locale, intorno a uno stadio dei Mondiali sarebbero stati trovati 456 sacchi con resti umani. Un’analisi del Mexico Peace Index rileva inoltre che un terzo dei corpi recuperati dalle fosse clandestine dal 2006 proviene da Jalisco.
Un’inchiesta giornalistica ha rilevato oltre 72.000 resti classificati come non identificati dal 2006 al 2023, per lo più sepolti in fosse municipali. Un’altra fonte parla di 38.891 corpi non identificati, di cui 27.271 sepolti in fosse comuni, a fronte di oltre 275.000 omicidi registrati dal 2006.
Il governo ha annunciato un calo degli omicidi del 30% nel 2025, ma alcuni analisti sospettano che parte delle vittime sia finita in categorie diverse, come sparizioni o corpi nascosti nelle fosse. L’impunità è molto diffusa: secondo Human Rights Watch, solo il 17% degli omicidi volontari tra il 2010 e il 2022 ha portato a mandati d’arresto o procedimenti. L’ONU ha dichiarato che ci sono «prove fondate» che le sparizioni forzate siano diffuse o sistematiche, e quindi crimini contro l’umanità.
Molte fosse non sono depositi di singole «stragi» con un numero preciso di vittime: sono luoghi dove i corpi si sono accumulati nel tempo.
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