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Vaccini e obiezione di coscienza: come producono le linee cellulari da feto abortito

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Pubblichiamo la trascrizione dell’ intervento della dottoressa Martina Collotta al convegno organizzato da Renovatio 21 «Fede, Scienza e Coscienza» tenutosi a Roma il 13 marzo 2019.

 

 

 

Buona sera a tutti,

 

come avete sentito io sono un medico e una quasi mamma tutti gli effetti, quindi l’invito che farò in questo incontro è quello all’obiezione di coscienza per quanto riguarda i vaccini ottenuti da linee cellulari provenienti da feti abortiti, [invito] che non va unicamente ai genitori ma anche agli operatori sanitari e ai medici prima di tutto, che sono coloro che sono chiamati a somministrare questi vaccini. 

 

Vorrei spiegarvi brevemente e come vengono ottenute queste linee cellulari a partire dalle tecniche di aborto, che vedremo, sono a dir poco degli omicidi efferati.

 

È vero che da un punto di vista della ricerca scientifica, per ottenere dei vaccini da virus, vaccini contro dei virus, sono necessarie delle cellule. Questo perché i virus non possono crescere da soli se non hanno un macchinario della cellula in cui replicarsi.

 

Queste cellule devono essere delle cellule sane: i feti provengono quindi da aborti volontari e non da aborti spontanei

Quello che non è vero, come è stato detto anche nella relazione precedente, è che queste cellule debbano essere umane, tanto meno che debbano essere necessariamente cellule di feti.

 

Questo fa ovviamente comodo perché, come abbiamo visto, una cellula proveniente da un feto abortito è una cellula estremamente giovane, cioè una cellula che in laboratorio per il ricercatore ha una resa grandissima perché si può replicare molte più volte rispetto alla cellula di un individuo anziano. Ma si tratta di una questione che è meramente economica.

 

L’altro punto fondamentale è che queste cellule devono essere delle cellule sane: i feti provengono quindi da aborti volontari e non da aborti spontanei. Un aborto spontaneo, soprattutto a delle età gestazionali così basse come quelle da cui sono state ottenute le linee cellulari, è un aborto che in molti casi è dovuto a degli errori genetici importanti e questo, da un punto di vista meramente utilitaristico, dal punto di vista del ricercatore, significa che quelle cellule sono inutili.

 

Un aborto spontaneo quindi non è materia utile. Cercano aborti esclusivamente volontari.

 

L’altro motivo è che gli aborti volontari permettono di essere organizzati, pianificati. Permettono di avere a disposizione un ricercatore o un tecnico di laboratorio che immediatamente va, preleva quei tessuti quegli organi, stacca le cellule le separa chimicamente e le prepara per essere coltivate in laboratorio. Se tutto questo non fosse stato organizzato prima, per il ricercatore non ci sarebbe nulla da fare.

 

Questo quindi non solo ci porta a dire che l’aborto è ovviamente un omicidio, ma in questo caso è un omicidio premeditato, il che è una aggravante.

 

Ora vi voglio spiegare brevemente le tecniche perché alcune sono state già citate, e sono essenzialmente quella dell’isterotomia addominale, che possiamo tradurre semplicemente con un taglio cesareo. Solo che in questo caso il bambino non viene tolto dal grembo per essere lasciato vivere ma per essere ucciso.

 

Gli aborti volontari permettono di essere organizzati, pianificati. Permettono di avere a disposizione un ricercatore o un tecnico di laboratorio che immediatamente va, preleva quei tessuti quegli organi, stacca le cellule le separa chimicamente e le prepara per essere coltivate in laboratorio

Gli altri casi sono ancora più crudeli e qui mi permetto di dire che utilizzerò delle parole che sono dei tecnicismi, ma questo non significa che non si riconosca quello che chiamo o embrione o feto come persona umana, perché lo è dal concepimento. Non ci sono immagini anche perché le immagini di questo tipo di aborti sono veramente cruente e quindi se qualcuno ha interesse le guardi separatamente.

 

Le due tecniche infatti che sono principalmente utilizzate prevedono, sostanzialmente, lo smembramento del corpo del feto, perché il canale cervicale viene dilatato o meccanicamente o con l’ausilio di farmaci e all’interno di esso vengono introdotti degli strumenti come il forcipe o delle pinze, attraverso cui il feto viene afferrato generalmente per un arto, una gamba o un braccino e viene estratto a forza dal corpo della mamma.

 

Questo significa che non certo in tutti i casi il corpo del feto esce integro, e anche qualora uscisse integro viene semplicemente lasciato morire perché in quel momento il bambino è vivo.

 

In molti casi invece succede che viene di fatto dilaniato:  un feto muore per smembramento ma questo poco importa chi sta raccogliendo quelle cellule, perché i metodi vengono definiti non traumatici per i tessuti fetali che non significa affatto che non siano traumatici per il feto.

 

 

L’altra tecnica invece, quella che si usa addirittura fino alle ultime settimane di gravidanza, prevede di praticare un foro con delle forbici nel cranio del piccolo bambino e di aspirarne il contenuto: questo permette alla testa di collassare. La testa è la parte più voluminosa e quindi tutto il corpo può essere quindi estratto dall’utero della madre. 

 

Queste due procedure, lo sottolineo,  sono fatte con il feto che è vivo: alcuni abortisti dicono che cercano di tagliare il cordone ombelicale, come atto di misericordia in qualche modo, per provocare prima la morte del feto in utero, ma nella maggior parte dei casi questo non avviene perché di fatto è una complicazione tecnica e che ben poco interessa a chi sta praticando l’aborto in quel momento.

 

Isterotomia addominale, che possiamo tradurre semplicemente con un taglio cesareo:  in questo caso il bambino non viene tolto dal grembo per essere lasciato vivere ma per essere ucciso

Per di più se pensiamo all’utilizzo in cui servono dei tessuti o degli organi che sono vivi, vitali, perfusi, tagliare prima del tempo il cordone ombelicale significherebbe esporre inutilmente le cellule, che sono questo prezioso materiale, a un danno da asfissia.

 

In tutto questo il feto che è vivo sente dolore.

 

E il tema del dolore fetale, che è molte volte trascurato, ha delle prove scientifiche che sono forti. Alle obiezioni come il feto sta dormendo, il feto è in uno stato di sonno,  è facile rispondere che anche noi durante il sonno da un forte stimolo, a maggior ragione doloroso, veniamo risvegliati e comunque il sogno del feto non copre tutto il tempo della sua vita nel grembo uterino, nel grembo materno.

 

Ancor più sappiamo che il feto ha una sensibilità al tatto molto molto sviluppata: è vero questo addirittura nel neonato fino a un anno di vita, quindi possiamo immaginarci, non solo che senta in maniera ancora più intensa di noi il tocco o la presa delle pinze, ma che senta ancora più fortemente uno stimolo doloroso che gli venga comunicato proprio attraverso la cute.

 

Un’altra obiezione che viene fatta e che apparentemente sembra più scientifica è che il feto non ha ancora una corteccia cerebrale sviluppata, ma basta uno studio della neuroanatomia per dire che le vie del dolore sono in realtà delle vie molto profonde che in coinvolgono il talamo, coinvolgono dei nuclei che nel feto si sviluppano prestissimo. Quindi di fatto il dolore viene avvertito o perlomeno nulla ci permette di dire che non ci sia stato di coscienza nel feto, quindi nel momento in cui quel bimbo viene ucciso con queste tecniche così crudeli è vivo.

 

Abbiamo dunque parlato di un aborto che è di fatto un omicidio premeditato, con in più l’aggravante dell’efferatezza. C’è una crudeltà estrema nelle tecniche di aborto che vengono utilizzate in questi casi. Tanto più se il feto dovesse essere estratto vivo, essere sopravvissuto, a queste tecniche, di fatto viene vivisezionato perché quello che conta è raccogliere gli organi, raccogliere i tessuti. Altrimenti viene lasciato morire di fame di sete e di freddo perché in quel momento il bambino non ha nessuna protezione nessuna difesa contro l’ambiente esterno. 

 

In tutto questo il feto che è vivo sente dolore

La crudeltà di un aborto eseguito  in questo modo, di un aborto che è un omicidio,  neanche di fronte alla legge potrebbe cadere in prescrizione:  un omicidio premeditato con l’aggravante dell’efferatezza non cade in prescrizione.

 

Un omicidio non cade in prescrizione e questo è valido anche dal punto di vista morale eppure c’è qualcosa che lascia sconcertati: c’è stato un cambio di paradigma, possiamo dire, dal documento della Pontificia Accademia per la Vita del 2005 [che vi è stato appena presentato] a un documento della nuova Pontificia Accademia per la Vita del luglio del 2017. 

 

Io vi cito testualmente quello che c’è scritto in questo documento:

 

«le linee cellulari attualmente utilizzate sono molto distanti dagli aborti originali e non implicano più quel legame di cooperazione indispensabile a una valutazione eticamente negativa del loro utilizzo».

 

Non appare più quel legame di cooperazione indispensabile per una valutazione eticamente negativa: sulla base di che cosa?

 

Si dice che queste linee cellulari sono distanti. Io mi sono interrogata sul possibile significato di questo distanti sotto due punti di vista: uno diciamo così filosofico e l’altro prettamente biologico. Possiamo dire innanzitutto che non c’è una distanza se non nel tempo, nel senso che si ha una perfetta continuità: per il principio di continuità, dal momento stesso del concepimento che è l’unico momento in cui sia un cambio sostanziale, tutto il resto del processo di crescita dell’embrione prima del feto poi del bambino e dell’adulto è in perfetta continuità.

 

Non c’è una distanza tanto più che lo riprova anche la biologia stessa: la genetica ci dice che quelle cellule sono le stesse, 50 anni fa come oggi, sono semplicemente invecchiate. Se a quel bambino fosse stata data la possibilità di venire al mondo sarebbe lo stesso di 50 anni fa, solo più vecchio.

 

C’è una crudeltà estrema nelle tecniche di aborto che vengono utilizzate in questi casi. Tanto più se il feto dovesse essere estratto vivo, essere sopravvissuto, a queste tecniche, di fatto viene vivisezionato perché quello che conta è raccogliere gli organi, raccogliere i tessuti

Quindi questa distanza non sembra essere una valida giustificazione per dire che non c’è più un appiglio per questa valutazione eticamente negativa.

 

In questo documento, oltre a ripetersi che gli aborti fatti sono stati solo due, mentre abbiamo visto questo contraddice ogni evidenza, si dice anche che esiste un obbligo morale che è quello di garantire la copertura vaccinale.

 

È scomparso un obbligo morale che era presente nel primo documento del 2005 [ed è quello che siamo qui a ribadire], cioè l’obbligo morale di richiedere un’alternativa etica a questi vaccini, perché se [da un lato] c’è un rischio significativo è vero che questa è una giustificazione,  perché:

 

  •  la cooperazione che viene esercitata da parte dei genitori o degli operatori sanitari che somministrano i vaccini è esclusivamente una cooperazione di tipo materiale, cioè non formale, che non condivide l’intenzione 

 

  • è una cooperazione mediata cioè in cui non si ha partecipazione diretta all’atto in sé malvagio dell’aborto 

 

  • ed è una cooperazione remota nello spazio e nel tempo e anche concettualmente. 

 

[Dall’altro lato] tutto questo però non esonera dall’obbligo morale di chiedere un’alternativa.  

 

Per di più sembra esserci un apertura inquietante in questa frase:

 

«Il male in senso morale sta nelle azioni non nelle cose o nella materia in quanto tale».

 

Il male sta nelle azioni non nelle cose o nella materia. Attenzione che se leggiamo questa frase suona un po’ come il fine giustifica i mezzi, ma quel che è peggio è che qui stiamo parlando di una materia che non è assolutamente moralmente neutra, la materia qui sono delle cellule che provengono da degli esseri umani uccisi.

 

Qui stiamo parlando di una materia che non è assolutamente moralmente neutra, la materia qui sono delle cellule che provengono da degli esseri umani uccisi

Quella materia può diventare, se così concepita, come qualcosa di fatto ridotto a neutro o qualcosa che non è né bene né male, può diventare oggetto di scambio di trattative commerciali: già sappiamo che Planned Parenthood ha fatto una serie di cataloghi, sostanzialmente dei prezzari, di parti del corpo fetali.

 

Quindi il primo dovere morale, seppure non esista questa cooperazione formale, questa volontà di condividere l’intento che scusa, giustifica l’utilizzo di vaccini in assenza di un’alternativa etica, è quella di chiedere questa alternativa e di farlo a gran voce.

 

Il diritto dovere dell’obiezione di coscienza ce lo ribadisce quello che è il magistero di sempre in un documento, l’Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II, al numero 73: troverete proprio l’invito, il forte invito, che suona proprio come un dovere morale all’obiezione di coscienza nei casi di aborto, per tutto quello che riguarda l’aborto di esseri umani.

 

Se poi ci rifacciamo a quello che è l’insegnamento che, grazie a Dio finora non è stato messo in discussione, sugli embrioni umani [e] sulla ricerca per esempio sulle staminali embrionali, dove troviamo un forte divieto da parte del magistero della Chiesa, dobbiamo dire lo stesso per tutto quello che riguarda la ricerca sui feti umani, perché come ho detto, non c’è differenza, non c’è soluzione di continuità tra il concepito, l’embrione, il feto e il bambino poi.

 

Quindi ancora una volta, e lo dico prima di tutto a me stessa, il nostro diritto ma soprattutto il nostro dovere è quello di chiedere un’alternativa etica.

 

 

Martina Collotta

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Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?

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Qualcuno, per tipo cinque minuti, è rimasto scioccato dalle notizie che arrivano dallo Stato statunitense del Massachussets, dove la governatrice – democratica, ovviamente, e cattolica, ovviamente – Maura Healey ha firmato una legge che abbatte il limite temporale dell’aborto massimo a 24 settimane (con i soliti «paletti» cripto-hitleristi: per gravi anomalie del feto l’aborto è sempre consentito).

 

Ora il Prioritizing Patient Access to Care Act permette in pratica di uccidere il bambino in grembo fino al limite della nascita.

 

«Abbiamo ascoltato le storie strazianti di donne e famiglie che si preparavano ad accogliere un bambino e che, in fase avanzata di gravidanza, hanno ricevuto notizie devastanti» ha confidato alla stampa la Healey. «Costringerle a viaggiare per centinaia di miglia e a pagare di tasca propria in un momento di enorme dolore è inaccettabile. In Massachussetts crediamo che le decisioni sanitarie debbano essere prese esclusivamente tra le donne, le loro famiglie e i loro medici, non dai politici».

 

Nella foto finita su tutti i giornali la governatrice appare sorridente attorniata da un sabba di donne ghignanti. L’effetto dell’immagine è impressionante: sì, queste femmine stanno rivendicando, e con la ridarella, l’uccisione di bimbi pronti a venire al mondo.

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Altrettanto impressionante è la foto della Healey che incontra papa Francesco. Anche quella sta circolando in rete. Così come circola la rabbia di quanti si chiedono perché nessuno, né dalla Conferenza Episcopale USA né dal Vaticano stesso, abbia detto qualcosa. Ecco che è stata avviata l’ennesima, inutile petizione per indurre il vescovo a scomunicare, come dovrebbe, la governatrice della legge feticida.

 

Invece, da Roma e dagli zucchetti è il silenzio. Il motivo, per chi davvero si stupisce ancora, è presto detto: il compromesso con l’aborto è stato fatto dalla Chiesa post-conciliare da un bel pezzo. Ricordiamo che in Italia la legge autogenocida 194/78, la firmò un governo democristiano. Tutte le successive mosse del papato wojtylano sembravano puntare ad un deciso compromesso sottocutaneo: in superficie proclami e soldoni dell’8 per mille ad enti pro-vita solo di nome, in profondità accettazione della legalizzazione dell’uccisione del bambino nel ventre materno – e questo in sprezzo assoluto della religione che, ai tempi del Credo della vecchia messa, ancora si inginocchiava al momento di dire Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine

 

L’unica religione che festeggia Dio che si fa feto, la gravidanza e la maternità), accettava di scendere a patti con l’impero della Morte. Così dobbiamo leggere l’appoggio dato dal Sacro Palazzo nel 1981 al referendum sull’«aborto minimale» (eccolo lì, il maleminorismo: uccidiamo pure i bambini, ma con moderazione) e poi alla resistenza simbolica offerta contro il feticidio legalizzato dai buffoni politici longa manus dei vescovini.

 

Allo stesso modo va letta l’altra grande, catastrofica legge bioetica del tardo papato polacco, la 40/2004, quella che sdoganava i bambini prodotti in laboratorio, e di conseguenza, il loro spreco, cioè un aborto moltiplicato per enne volte. La «legge cattolica» sulla provetta fa ora, il lettore di Renovatio 21, più morti dell’aborto chirurgico e pure chimico – e in più inganna la popolazione piazzandoci la maschera della vita, del massacro che sta dietro il bimbo sintetico in braccio non interessa nulla a nessuno (se non a noi, poveri scemi).

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Ora, va compreso che in America avanza da tempo questa cosa dell’aborto fino alla nascita, e oltre: non hanno un limite gestazionale legale sull’aborto Alaska, Colorado, Maryland, Michigan, Minnesota, Nuovo Jersey, Nuovo Messico, Oregon e Vermont, più Washington DC. Se andiamo fuori dagli USA, notiamo uno strano riflesso, che può dire moltissimo: Canada, Cina, Vietnam e Corea del Nord sono tra quelli in cui la legge non indica un limite gestazionale fisso.

 

Bizzarra coincidenza: il capitalismo occidentale avanzato collima, ma guarda, con il comunismo asiatico. Chi ci segue conosce un pezzo in più della storia: sappiamo come la legge del figlio unico fu iniettata nel governo di Deng Xiaoping da agenti dell’antiumanismo antinatalista del Club di Roma di Aurelio Peccei. Tuttavia, questa è un’altra questione.

 

Chi ha figli potrebbe sapere che il feto è con certezza definito con un calco anglicista «viabile», cioè «a termine» una volta arrivato ai sette mesi. Un’operazione che riguarda il piccolo viene rinviata, per quanto possibile, oltre quella data, oltre la quale il bambino può sopravvivere tranquillamente fuori dal ventre materno. La situazione è conosciuta dallo scrivente: la secondogenita non voleva girarsi, era podalica, non si metteva a testa in giù.

 

Le (brave) ginecologhe dell’ospedale ci dissero di aspettare la 36ª settimana per fare la versione, cioè una manovra di pressione sul feto per metterlo a testa in giù – una pratica che un tempo le levatrici di paese lo facevano senza preoccupazioni prima del parto, oggi invece, che l’arte maieutica (quella vera, letterale) è sparita, si è ritornati a praticare la manovra in punta dei piedi, con equipe medica pronta ad estrarre il bambino in caso di rischio.

 

E quindi, chiunque sa che abortire poco prima della nascita significa abortire un bambino in grado di sopravvivere fuori dal ventre materno da settimane. Questa semplice verità, conoscibile da qualsiasi donna, non sembra toccare nessuno.

 

Perché siamo andati molto oltre l’idea dell’aborto come rimozione di un «grumo di cellule» che non sarebbe in grado di vivere da sé (e quindi, sempre per la legge nazista del più forte, da eliminare a piacimento). Tale concezione, tipica della filosofia utilitarista, era già stata portata a conseguenze terrificanti dal celebratissimo filosofo animalista Peter Singer basandosi sul concetto, tutto goscista e abortista, dell’autonomia.

 

Definendo «persona» un essere capace di autocoscienza, di concepire se stesso come esistente nel tempo, di avere preferenze sul futuro (razionalità, autonomia), il Singer, ebreo australiano, aveva sostenuto che neonati umani (anche sani…) non hanno ancora queste capacità: non sono “persone” nel senso tecnico che usa lui.

 

Uccidere un neonato non è quindi moralmente equivalente a uccidere un adulto umano o, eccoci, un essere autocosciente – cuccioli di animale che sono più «autonomi» rispetto ai neonati non meritano di morire quanto i cuccioli umani. L’utilitarismo – filosofia che segretamente si è incistata nello Stato moderno tutto – con Singer era già andato oltre: dall’aborto si vola verso l’eutanasia.

 

Il Singer ha sostenuto che, in casi di gravi disabilità, i genitori dovrebbero poter scegliere di porre fine alla vita del neonato (anche in modo attivo), se ciò porta a maggiore benessere complessivo, il grande fine dell’utilitarismo, che vede la massimizzazione matematica del piacere contro il dolore come fine ultimo, anche a costo della morte di minoranze o maggioranze.

 

Ecco che il filosofo, che nei dibattiti accademici americani viene salutato da scroscianti applausi degli studenti vegani e non, aveva proposto un periodo di circa 28 giorni dopo la nascita prima di riconoscere pieno diritto alla vita. L’idea è contenuta nel libro Should the Baby Live? The Problem of Handicapped Infants (1985), cioè «Il bambino dovrebbe vivere? Il problema dei neonati disabili». Bel titolo: come vedete, ancora quaranta anni fa la finestra di Overton sull’infanticidio legalizzato si muoveva con scioltezza.

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Siamo giunti quindi alla questione dell’aborto post-natale, finito in bocca in queste ore ai tanti ebeti con canale Telegram o raccolte firme a pagamento. Il termine (in inglese after-birth abortion) è un’espressione coniata in un articolo accademico del 2012, intitolato «After-birth abortion: why should the baby live?» («Aborto dopo la nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?»), pubblicato sul Journal of Medical Ethics dai bioeticisti italiani ma di stanza all’Estero Alberto Giubilini e Francesca Minerva, affiliati a centri australiani di bioetica fortemente legati alla tradizione utilitarista-singeriana.

 

Nel testo i due sostenevano che, dal punto di vista etico, non ci sia una differenza rilevante tra un feto e un neonato – nessuno dei due, secondo la loro tesi, possiederebbe ancora lo status morale di «persona», concetto legato, nel solco del Singer, a caratteristiche come autoconsapevolezza, capacità di attribuire valore alla propria esistenza, progettualità futura.

 

Di conseguenza, sostenevano che le stesse ragioni che possono giustificare moralmente l’aborto, ad esempio situazioni in cui il bambino comporterebbe un peso serio per la famiglia, anche non necessariamente per malformazioni dovrebbero poter giustificare, in linea di principio, anche la soppressione di un neonato appena nato — da qui il termine «aborto post-natale», cioè dopo la nascita anziché prima.

 

Ictu oculi, si tratta di pura e semplice sostituzione del termine «infanticidio», così da connetterlo al dibattito sull’aborto (stravinto nei decenni dai necrocultisti contro pavidi democristiani di ogni latitudine) e fargli quindi guadagnare terreno.

 

Mentre i sapientoni dibattono, e le verginelle strillano scandalizzate, il mondo moderno va avanti secondo la pista preparatagli dalla Necrocultura. Nel gennaio 2019, la questione dell’infanticidio legale arriva nelle cronache grazie alle dichiarazioni di un alto ufficiale del potere americano, il governatore della Virginia Ralph Northam, che parlò con una certa franchezza ad una trasmissione radio locale.

 

Commentando un disegno di legge proposto dalla delegata democratica Kathy Tran – che aveva detto che l’aborto sarebbe stato possibile anche se la donna fosse in travaglio – atto ad allentare le restrizioni sugli aborti nel secondo e terzo trimestre in Virginia, il governatore disse:

 

«La prima cosa che vorrei dire è che decisioni come questa dovrebbero essere prese dagli operatori sanitari, dai medici e dalle madri e dai padri coinvolti. Quando parliamo di aborti nel terzo trimestre, questi vengono eseguiti con il consenso, ovviamente, della madre e dei medici – più di un medico, tra l’altro. E vengono eseguiti in casi in cui potrebbero esserci gravi malformazioni. Potrebbe esserci un feto non vitale. Quindi, in questo particolare esempio, se una madre è in travaglio, posso dirvi esattamente cosa succederebbe. Il bambino verrebbe fatto nascere. Il neonato verrebbe tenuto in condizioni confortevoli. Il neonato verrebbe rianimato se questo fosse ciò che la madre e la famiglia desiderassero, e poi seguirebbe una discussione tra i medici e la madre».

 


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Se il bambino nato vivo può continuare a vivere lo decidono la madre e i dottori. Il potere di vita e di morte, come nemmeno in un lager, ce lo hanno i più forti. Tutto questo detto pacificamente da un progressista, un democratico – perché la democrazia, crediamo di capire, a questo porta, al suo esatto contrario, al democidio.

 

Siamo alla negazione non solo di Ippocrate, e degli istinti materni, della legge naturale. Siamo alla negazione della civiltà cristiana tutta – siamo all’instaurazione incipiente del Regno Sociale di Satana.

 

Tuttavia qui voglio spezzare una lancia a favore dei mostri – bisogna farlo, per la logica, e per rifiutare una volta per tutte il compromesso democristiano con essi, e chiamare la battaglia.

 

Gli utilitaristi, i servitori della Morte, filosofi o governatori, hanno ragione: che differenza c’è tra un neonato e un feto? Solo una questione di tempo, forse nemmeno quello (un neonato può essere settimino, o ancora più prematuro: ho visto bambini usciti tanto prima pesare un chilo e ora essere campioncini sportivi) e di spazio, cioè sei dentro o fuori il grembo materno.

 

Se per loro ciò indica che il bambino è continuativamente una non-persona, per noi vale l’esatto contrario: è una persona quanto lo è Dio stesso, è Imago Dei, è un essere perfettamente formato dal logos creatore, è figlio della Divinità , è fatto a sua immagine, è ciò che naturalmente è chiamato ad esistere, consistere e moltiplicarsi, è un pezzo unico e insostituibile del disegno dell’umanità e del cosmo.

 

E quindi no, non c’è differenza tra un uomo ed un feto, tra l’aborto e l’aborto post-natale.

 

Potete capire dove stiamo andando a parare: non lo chiamiamo «aborto», ma ogni procedimento della Necrocultura, che umilia e uccide l’essere umano, svolge la medesima funzione.

 

L’eutanasia è un aborto applicato in vecchiaia o in malattia.

 

La predazione degli organi è un aborto su chi ha avuto un incidente, ma il cuore gli batte ancora.

 

Il suicidio – magari con l’aiutino delle droghe psichiatriche – è l’aborto delle persone tristi.

 

La riproduzione artificiale è l’aborto di un numero immane di embrioni, morti nell’impianto o nella crioconservazione, oppure fusisi mostruosamente nelle chimere umane.

 

Spingiamoci fino a parlare delle bestie feroci scagliateci contro: lupi, orsi, orche lasciati liberi di assalirci sono strumenti della Necrocultura, agenti animali dell’aborto della specie.

 

E la guerra, cosa è se non il modo con cui si abortiscono le nazioni, con la guerra nucleare che si dà come aborto globale definitivo, come finale trionfo della morte sull’umanità.

 

Tutta l’umanità deve essere abortita: questo è quanto ci sta dicendo il progresso, questo è quanto lo Stato moderno si prepara a fare in modo meccanico: un sacrificio umano massivo, più grande e terrificante di quello che chiedevano gli dèi pagani.

 

E quindi, non facciamo gli sconvolti. Sappiamo con cosa abbiamo a che fare.

 

L’aborto è solo una maschera di una lotta contro l’inferno che coinvolge ogni aspetto del nostro tempo. Fortunato chi ha capito, è uscito dal recinto pro-life (fatto dal potere politico-ecclesiastico per pastorizzare gli animi caldi) e medita sulle dimensioni spaventose della guerra spirituale necessaria oggi.

 

Questo è ciò che siamo chiamati a fare ora: combattere la Morte, combattere il Male che ha messo radici nel nostro mondo.

 

Se leggete queste pagine, è probabile che in cuor vostro abbiate già iniziato a farlo. Siete, lo vogliate o no, protagonista della battaglia contro le forze del Male – come in un film, solo sul serio.

 

Questo ruolo onora la vostra anima come niente altro.

 

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Bioetica

Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi

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Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.   Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.   Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.   Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?   Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.

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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.   Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.    La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.   Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.    È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.   Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.   È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?

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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.   Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.   Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.    Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.   Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?   Alfredo De Matteo  

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Bioetica

Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto

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Un gruppo di associazioni favorevoli alla legalizzazione dell’aborto ha lanciato una nuova iniziativa referendaria in Liechtenstein, il piccolo principato di lingua tedesca incastonato tra Svizzera e Austria. Lo riporta LifeSite.

 

Il Paese, sesto Stato più piccolo al mondo e tra i più ricchi d’Europa, mantiene una delle legislazioni più restrittive del continente in materia di interruzione di gravidanza. Nel principato l’aborto è vietato nella quasi totalità dei casi, con eccezioni limitate a grave pericolo per la vita della donna o violenza sessuale subita. Anche la diffusione di informazioni sull’aborto è soggetta a restrizioni legali. Secondo i dati citati dagli organizzatori dell’iniziativa, circa 40 donne all’anno si recano in Svizzera o in Austria per sottoporsi all’intervento.

 

I precedenti tentativi di riforma si sono scontrati con la posizione della famiglia regnante, che governa il paese ininterrottamente dal 1806, anno della dissoluzione del Sacro Romano Impero.

 

Nel 2011 fu indetto un referendum per legalizzare l’aborto entro la dodicesima settimana di gestazione e in caso di malformazioni fetali. Poco prima del voto, il principe ereditario Luigi — cattolico praticante — annunciò l’intenzione di esercitare il diritto di veto riconosciutogli dalla Costituzione qualora la proposta fosse stata approvata. La consultazione si chiuse con il 51,5% dei voti favorevoli alla legalizzazione contro il 48,5% contrario: un margine che gli attivisti pro-aborto attribuirono proprio all’annuncio del principe.

 

Nel sistema costituzionale del Liechtenstein, il monarca regnante dispone del potere di veto sulle leggi approvate dal Parlamento, oltre ad altre prerogative come la facoltà di sciogliere o aggiornare l’assemblea legislativa. Un referendum del 2003 aveva già confermato e ampliato questi poteri in seguito a tensioni istituzionali tra la Corona e il Parlamento.

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Nel 2013 i movimenti pro-aborto risposero con un’iniziativa popolare volta a limitare il potere di veto del principe sui referendum futuri. Attraverso la sua portavoce, Alois definì il proprio precedente intervento «un segnale chiaro che l’aborto non rappresenta una soluzione accettabile a una gravidanza indesiderata», aggiungendo che, in caso di approvazione della misura, avrebbe rinunciato alle proprie funzioni istituzionali lasciando il paese. Il referendum si concluse con una netta sconfitta per i promotori: il 76% degli elettori confermò il potere di veto della Corona.

 

A distanza di oltre dieci anni, un nuovo tentativo è ora in corso. L’iniziativa, denominata «Fristenlösung für Liechtenstein» («Soluzione del limite temporale per il Liechtenstein»), è sostenuta da organizzazioni femministe, con un testo propone la depenalizzazione dell’aborto entro la dodicesima settimana di gravidanza, l’abolizione del divieto di informazione sul tema e l’inclusione dell’interruzione di gravidanza nella copertura assicurativa sanitaria. Il 31 luglio gli organizzatori hanno depositato 4.970 firme, ampiamente superiori alla soglia minima di 1.000 richiesta per l’avvio della procedura referendaria.

 

Gli organizzatori sostengono di godere del sostegno della maggioranza della popolazione, ma segnalano nell’ostacolo istituzionale rappresentato dal principe ereditario il nodo principale della vicenda. In un articolo pubblicato il 3 agosto sul Guardian, l’attivista Gabriella Alvarez-Hummel ha scritto che Luigi avrebbe già anticipato l’intenzione di porre il veto a qualsiasi modifica legislativa, ancor prima dello svolgimento del voto.

 

Secondo quanto riportato, il principe avrebbe minacciato di ricorrere al veto reale in due occasioni: nel 2011, in occasione del precedente referendum, e a giugno di quest’anno, in relazione alla nuova iniziativa.

 

Resta da vedere se il nuovo tentativo referendario riuscirà a superare l’ostacolo istituzionale che ha bloccato i precedenti percorsi di riforma.

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 Immagine di IKR/Eddy Risch via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International ; immagine tagliata

 


 

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