Al contrario di una convinzione largamente diffusa, il presidente Joe Biden non vuole garantire «l’uguaglianza davanti alla legge» di tutti gli statunitensi, senza distinzione di razza. Vuole invece essere paladino dell’«equità razziale», ossia di una forma di uguaglianza non tra individui, bensì tra gruppi razziali che considera distinti. In questo articolo Thierry Meyssan utilizzerà il termine «razzismo» in senso letterale e non nel senso correntemente attribuito di «comportamento discriminatorio». Dimostrerà che Biden e il Partito Democratico, annunciando di voler estendere al mondo intero «l’equità razziale», in realtà minacciano la pace mondiale.
Pensiero
Joe Biden reinventa il razzismo
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire.
In uno Stato federale, in qualche parte nel mondo, il ministero dell’Istruzione ha deciso che nelle scuole primarie e secondarie s’insegni che l’umanità è divisa in razze differenti fra loro.
È il ritorno del «razzismo scientifico» che causò la seconda guerra mondiale e i suoi 70 milioni di morti. Nessuno sembra però accorgersi del pericolo; anzi, molti ritengono i Democratici statunitensi esempio di apertura verso gli altri
Benché le razze siano distinte, gli accoppiamenti sono consentiti, nonché la procreazione, che però porterà frutti sterili, come i muli che nascono dall’unione di un asino con una giumenta. Per questa ragione, le statistiche di questo Stato federale conteggiano bianchi, neri, e altre razze, ma non i meticci.
Siccome tra le diverse razze sussiste una gerarchia implicita e siccome, sfortunatamente, i meticci non sono sterili, questi ultimi vanno automaticamente conteggiati fra gli appartenenti alla razza inferiore: bisogna preservare la razza superiore da ogni contaminazione.
Questo Stato federale era il Reich nazista, ma lo sono anche gli Stati Uniti di Joe Biden e del segretario all’Istruzione, Miguel Cardona.
È il ritorno del «razzismo scientifico» che causò la seconda guerra mondiale e i suoi 70 milioni di morti. Nessuno sembra però accorgersi del pericolo; anzi, molti ritengono i Democratici statunitensi esempio di apertura verso gli altri.
Ricordiamoci che il razzismo degli anni Trenta aveva tutti i connotati della scienza. Era oggetto di ricerca in molti istituti scientifici ed era insegnato nelle università, sia negli Stati Uniti sia in Europa occidentale. Per preservare la razza superiore, molti Stati «moderni» vietarono i matrimoni interrazziali ancor prima della prima guerra mondiale.
Ricordiamoci che il razzismo degli anni Trenta aveva tutti i connotati della scienza
Il razzismo non è né di destra né di sinistra
Nell’immaginario collettivo il razzismo si diffonde solo negli ambienti della destra nazionalista. È assolutamente falso.
Ne è un esempio quanto accadde dopo la prima guerra mondiale, quando la Francia occupò militarmente per due anni la regione carbonifera della Ruhr. Fra le truppe francesi vi erano anche africani del Senegal e del Madagascar. In Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Canada si diffuse velocemente un movimento di protesta per denunciare l’ignominia dei francesi che avevano mandato nella regione 20 mila neri per dominare i tedeschi e violentarne le donne. Questo movimento razzista, diretto dalla principale figura dell’antirazzismo d’inizio secolo, E.D. Morel (1), riunì nelle più grandi manifestazioni la totalità delle organizzazioni femministe (2).
Nell’immaginario collettivo il razzismo si diffonde solo negli ambienti della destra nazionalista. È assolutamente falso.
Nella stessa Francia vi aderirono i socialisti, fra i quali il nipote di Karl Marx, Jean Longuet, giornalista all’Humanité e futuro dirigente della SFIO (Sezione Francese dell’Internazionale Operaia, partito socialista).
Va riconosciuto che in frangenti torbidi come quello fra le due guerre mondiali o quello che stiamo vivendo ora, le persone tendono a seguire l’istinto, prescindendo dalle proprie idee. Sono spesso in totale contraddizione con sé stesse, senza rendersene conto.
Il passato schiavista e razzista dei Democratici statunitensi
Negli Stati Uniti lo schiavismo e il razzismo sono stati difesi soprattutto dai Democratici, in opposizione ai Repubblicani.
Negli Stati Uniti lo schiavismo e il razzismo sono stati difesi soprattutto dai Democratici, in opposizione ai Repubblicani.
– I programmi del Partito Democratico del 1840, 1844, 1848, 1852 e 1856 affermano che l’abolizionismo riduce il benessere del popolo e mette in pericolo la stabilità e la continuità dell’Unione.
– Il programma del 1856 intende consentire agli Stati dell’Unione di decidere se praticare o meno la schiavitù domestica e d’inserirla nella propria Costituzione.
– Il programma del 1860 irride gli sforzi degli Stati abolizionisti, che si rifiutavano di arrestare gli schiavi in fuga in quanto sovversivi e rivoluzionari.
La Convenzione Nazionale del Partito Democratico del 1924, al Madison Square Garden di New York, fu chiamata Klan-Bake per l’influenza del Ku-Klux Klan in seno al partito
– Il 14° Emendamento, che concede la piena cittadinanza agli schiavi liberati, fu adottato nel 1868 dal 94% dei parlamentari del Partito Repubblicano e dallo 0% dei parlamentari del Partito Democratico.
– Il 15° Emendamento, che concede il diritto di voto agli schiavi liberati, fu adottato nel 1870 dal 100% dei parlamentari del Partito Repubblicano e dallo 0% dei parlamentari del Partito Democratico.
– Nel 1902 il Partito Democratico fece votare in Virginia una legge che negava il diritto di voto a oltre il 90% degli afroamericani.
– Il presidente Woodrow Wilson istituì la segregazione razziale per gli impiegati federali e rese obbligatoria una foto sulle domande di lavoro.
Le cose cambiarono davvero solo nel 1964, quando, a seguito dell’impegno dei Kennedy, il presidente Lyndon Johnson fece adottare il Civil Rights Act. Un cambiamento di rotta che avvenne non senza dolore: alcuni parlamentari democratici riuscirono a bloccarlo per 75 giorni
– La Convenzione Nazionale del Partito Democratico del 1924, al Madison Square Garden di New York, fu chiamata Klan-Bake per l’influenza del Ku-Klux Klan in seno al partito.
Le cose cambiarono davvero solo nel 1964, quando, a seguito dell’impegno dei Kennedy, il presidente Lyndon Johnson fece adottare il Civil Rights Act. Un cambiamento di rotta che avvenne non senza dolore: alcuni parlamentari democratici riuscirono a bloccarlo per 75 giorni.
Il 1619 Project
L’amministrazione Biden si proclama antirazzista e nessuno dubita della sua buona fede. Ma Biden è antirazzista come lo fu il Partito Democratico negli anni dal 1840 al 1961, ossia per niente. È vero il contrario.
Biden è antirazzista come lo fu il Partito Democratico negli anni dal 1840 al 1961, ossia per niente. È vero il contrario
Le decisioni di Biden in materia d’istruzione mirano a promuovere l’ideologia del 1619 Project, secondo cui gli Stati Uniti non furono fondati con la guerra d’Indipendenza contro la Corona britannica, bensì due secoli prima, nel 1619, con l’idea di ridurre i neri in schiavitù.
Il 1619 Project è stato messo a punto a cominciare dal 2019, da una serie di supplementi, nonché di articoli, del New York Times.
Il quotidiano ha così smesso di cercare di raccontare la verità, per diventare strumento di propaganda dell’ideologia puritana. Secondo il NYT, gli amerindi erano schiavisti come lo erano gli europei, quantunque gli spagnoli liberassero gli amerindi schiavi che fuggivano dal padrone, a condizione che si convertissero alla vera fede, il cattolicesimo. In sostanza, le colonie europee delle Americhe ebbero un vero sviluppo soltanto nel 1619, con l’arrivo, sul territorio degli odierni USA, degli schiavi neri dall’Angola.
La teoria del 1619 Project: la guerra d’Indipendenza non fu una ribellione contro le imposte ingiuste della Corona britannica, ma una lotta per salvaguardare il sistema schiavista. Gli Stati Uniti sono perciò razzisti in maniera sistemica. È dovere di ogni uomo bianco prendere coscienza del privilegio indebito di cui gode e riparare i crimini del patriarcato bianco
La guerra d’Indipendenza non fu una ribellione contro le imposte ingiuste della Corona britannica, ma una lotta per salvaguardare il sistema schiavista. Gli Stati Uniti sono perciò razzisti in maniera sistemica. È dovere di ogni uomo bianco prendere coscienza del privilegio indebito di cui gode e riparare i crimini del patriarcato bianco.
Questa teoria non ha fondamento storico (3). Confonde schiavitù e razzismo (per esempio, gli amerindi riducevano in schiavitù i nemici, ma non per questo erano razzisti). Prescinde dagli schiavi bianchi (gli inglesi condannati dalla giustizia furono tra i primi schiavi dell’America del Nord). Disprezza l’emancipazione dei coloni nei confronti dell’Inghilterra. Da ultimo, non furono gli statunitensi, bensì i portoghesi a portare la schiavitù nelle organizzazioni dei coloni e a farne commercio. Per di più questa teoria è americano-centrica, non tiene infatti conto degli arabi, che per un millennio ridussero in schiavitù i neri e li castrarono sistematicamente.
È una teoria religiosa: riprende, trasformandolo, il mito del peccato originale e lo fa ricadere su ogni uomo bianco. Come gli iconoclasti, i puritani e i wahhabiti, i suoi sostenitori distruggono le raffigurazioni impure dei peccatori, a cominciare dai generali sudisti.
Ogni menzogna ne genera un’altra: i sudisti non difendevano la schiavitù (che abolirono prima della fine della guerra di Secessione), bensì il diritto di ogni Stato confederato ad avere la propria dogana.
È una teoria religiosa: riprende, trasformandolo, il mito del peccato originale e lo fa ricadere su ogni uomo bianco. Come gli iconoclasti, i puritani e i wahhabiti, i suoi sostenitori distruggono le raffigurazioni impure dei peccatori, a cominciare dai generali sudisti
I fautori del 1619 Project agiscono esattamente come coloro che vogliono combattere: gli uomini non sono colpevoli per quanto fanno, ma per nascita, per eredità.
L’istituzionalizzazione del razzismo da parte di Joe Biden
Quando il segretario all’Istruzione dell’amministrazione Biden, Miguel Cardona, ha deciso di promuovere il 1619 Project nelle scuole primarie e secondarie, un movimento di contestazione ha attraversato il Paese.
La reazione più interessante è stata quella dell’Oklahoma, dove il Congresso ha adottato una legge, immediatamente firmata dal governatore Kevin Stitt, indiano Cherokee, nonché jacksoniano come Donald Trump.
Questa legge, HB1775, vieta a chiunque d’insegnare queste otto affermazioni razziste:
I fautori del 1619 Project agiscono esattamente come coloro che vogliono combattere: gli uomini non sono colpevoli per quanto fanno, ma per nascita, per eredità.
1. Una razza o un sesso è intrinsecamente superiore a un’altra razza o a un altro sesso.
2. A causa della propria razza e del proprio sesso, un individuo è, consapevolmente o inconsapevolmente, intrinsecamente razzista, sessista o oppressore.
3. Una persona dovrebbe essere oggetto di discriminazione o subire un trattamento discriminante soltanto, o in parte, a causa della razza o del sesso cui appartiene.
4. I membri di una razza o di un sesso non possono e non devono tentare di trattare gli altri senza tener conto della loro razza o del loro sesso.
Il testo che vieta l’insegnamento nelle scuole dell’Oklahoma di tutte o parte di queste otto affermazioni è stato adottato dal 100% dei parlamentari Repubblicani e dallo 0% dei parlamentari Democratici
5. Il carattere morale di un individuo è necessariamente determinato dalla razza o dal sesso cui appartiene.
6. Un individuo è responsabile degli atti commessi in passato dai membri della razza o del sesso cui appartiene.
7. Ogni individuo deve provare disagio, senso di colpa, angoscia e ogni altra forma di smarrimento psicologico per la razza o il sesso cui appartiene.
8. La meritocrazia o altri aspetti, quali l’etica del lavoro accanito, sono razzisti o sessisti o sono stati istituiti dagli appartenenti a una razza particolare per opprimere gli appartenenti a un’altra razza.
Il testo che vieta l’insegnamento nelle scuole dell’Oklahoma di tutte o parte di queste otto affermazioni è stato adottato dal 100% dei parlamentari Repubblicani e dallo 0% dei parlamentari Democratici.
Dobbiamo valutare le conseguenze dell’ideologia del 1619 Project, che il Partito Democratico e l’amministrazione Biden vogliono applicare non soltanto negli Stati Uniti, ma estendere al mondo intero. Essa non può che condurre a immani violenze.
Dobbiamo valutare le conseguenze dell’ideologia del 1619 Project, che il Partito Democratico e l’amministrazione Biden vogliono applicare non soltanto negli Stati Uniti, ma estendere al mondo intero.
Essa non può che condurre a immani violenze.
Thierry Meyssan
NOTE
1) E.D. Morel denunciò il trattamento crudele dei congolesi da parte del re del Belgio, Leopodo II.
2) “Black Horror on the Rhine”: Idealism, Pacifism, and Racism in Feminism and the Left in the Aftermath of the First World War, Peter Campbell, Histoire sociale/Social history, Volume 47, Number 94, Juin/June 2014. DOI: https://doi.org/10.1353/his.2014.0034.
3) The New York Times’ 1619 Project: A racialist falsification of American and world history, Niles Niemuth & Tom Mackaman & David North, World Socialist Web Site (2020). 1620: A Critical Response to the 1619 Project, Peter W. Wood, Encounter Books (2020).
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Joe Biden reinventa il razzismo», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 4 maggio 2021,
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Pensiero
Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione
La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.
Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.
Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.
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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.
La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.
Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.
A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).
Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.
Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.
Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.
Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.
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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.
La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.
A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.
Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.
Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.
Taro Negishi
Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone
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Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
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Essere genitori
Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema
Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.
Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».
È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.
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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.
Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.
A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.
Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.
Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.
Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.
Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.
Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.
E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.
Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.
La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.
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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.
Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.
Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.
La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.
Elisabetta Frezza
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