Spirito
Liturgia con clowni alla «Giornata del cattolici»
In Germania, durante le celebrazioni della «Giornata dei Cattolici», si è svolta una liturgia con la partecipazione di 18 clown. Lo riporta LifeSite.
La «Katholikentag» (Giornata dei Cattolici) tedesca ha avuto luogo dal 14 al 16 maggio a Würzburg (città chiamata in italiano Erbipoli) e ha incluso centinaia di eventi, tra cui funzioni religiose, preghiere collettive, discussioni, dibattiti e attività culturali.
Tra questi, si è tenuto un «servizio religioso con i clown» presso la chiesa collegiata di Stift Haug il 14 maggio. La Liturgia della Parola ha visto la partecipazione di 18 clowni ed è stata celebrata sotto il motto «Eccessivamente sicuri di sé e retti» («Übermütig und aufrecht»).
Invece delle preghiere di intercessione, la funzione prevedeva la lettura di articoli di giornale, con i clowni che esprimevano reazioni come sorpresa o sconcerto. «Si tratta di coinvolgere le persone», ha detto Sabine Kamps, una delle co-organizzatrici, anch’essa vestita da clowno. «Vogliamo rappresentare in modo umoristico ciò che altrimenti verrebbe espresso a parole.»
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La diocesi di Münster (che la lingua italiana chiama Monaco di Vestfalia) ha scritto che il sermone «sul tema “Essere ritrovati e salvati” fu rappresentato attraverso varie scene – una scena di mercato, una caccia al tesoro, una danza – e culminò infine in una colorata orchestra comunitaria».
«Pertanto, durante questa funzione religiosa il canto è stato accompagnato dalle risate», ha affermato la diocesi nel suo rapporto.
Il termine «Messa dei clown» è diventato un’espressione usata dai cattolici tradizionalisti per indicare messe irriverenti, spesso organizzate da cattolici «progressisti» e talvolta caratterizzate da veri e propri abusi liturgici. Tuttavia, queste funzioni religiose irriverenti non prevedono necessariamente la presenza di veri clowni, come invece accaduto in questo caso a nella diocesi erbipolitana.
La «Giornata dei Cattolici» è stata criticata dai cattolici praticanti per aver ospitato numerosi eventi eterodossi che spesso contraddicevano la fede cattolica. Tra i partecipanti figurava il «Gruppo di lavoro ecumenico su BDSM e Cristianesimo», che aveva un proprio stand nella «miglio catolico». BDSM è l’acronimo che sta per la perversione del sadomasochismo.
Sul proprio sito web, il gruppo scrive: «Siamo cristiani di varie confessioni che esplorano l’erotismo e la sessualità, in particolare nell’ambito delle preferenze sessuali sadomasochistiche. Vogliamo far uscire questo argomento dal tabù. Non dobbiamo rinchiuderci in camera da letto per amore di Dio. E state certi: Dio vi ama, anche se continuate a navigare sulle nostre pagine proprio ora.»
Sul miglio cattolico era presente anche la «Network of Catholic Lesbians», che si descrive come una «rete di donne cattoliche, femministe, spiritualmente indipendenti e diversificate, che amano le donne».
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Spirito
Consacrazioni episcopali: ciò che don Pagliarani ha detto ai membri della Fraternità San Pio X
La preparazione dei cuori alle consacrazioni episcopali
Comunicato ai fedeli e agli amici della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Cari fedeli e amici, Nel contesto della preparazione alle consacrazioni episcopali previste a Écône il prossimo 1° luglio, desideriamo mettere eccezionalmente a vostra disposizione un editoriale che il Signor Superiore Generale ha indirizzato, lo scorso 7 marzo, ai membri della Fraternità. Questo testo non torna sulla questione delle consacrazioni in sé, ma si propone di ricordare lo spirito con cui devono essere preparate e vissute: spirito di fede, di carità, di fiducia soprannaturale e di amore per la Chiesa. Perché non basta illuminare la propria intelligenza, se allo stesso tempo non ci si dispone con il cuore. Pertanto, a poche settimane da questa cerimonia così importante per tutta la Chiesa, ci è sembrato opportuno condividere queste riflessioni con i fedeli e gli amici della Fraternità, affinché tutti possano unirsi più profondamente a questa preparazione nella preghiera, nel sacrificio e nella pace interiore. Vi si troverà in particolare un invito a mantenere, nelle circostanze attuali, uno sguardo profondamente soprannaturale, uno spirito di dolcezza e di forza, e una carità animata da una vera preoccupazione per il bene delle anime e della Chiesa. Augurandovi una buona lettura, vi ringraziamo di continuare a portare queste intenzioni nelle vostre preghiere, sotto lo sguardo di Nostra Signora Mediatrice di tutte le grazie. Don Foucauld le Roux Segretario generaleIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Editoriale ai membri della Fraternità
Et nos credidimus caritati. «E noi abbiamo creduto alla carità.» 1 Gv 4,16
Cari confratelli e membri della Fraternità, è con grande piacere che, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni e dopo tutta una serie di spiegazioni, posso finalmente rivolgermi a voi in modo più personale. Desidero condividere con voi alcuni consigli per aiutarci nella nostra preparazione morale e spirituale come membri della Fraternità. È questa preparazione che ci permetterà, a nostra volta, di accompagnare bene i fedeli.La necessità e il contesto delle consacrazioni
Non mancano certo gli argomenti apologetici: si tratta di preservare la fede e tutti i mezzi necessari per trasmetterla e farla vivere nelle anime. Se già nel 1988 si poteva parlare di uno stato di necessità, questa necessità è purtroppo ancora più evidente nel 2026. Ciò spiega perché la decisione della Fraternità susciti una comprensione che va ben oltre i suoi confini. Una constatazione positiva accompagna questa situazione: l’annuncio dello scorso 2 febbraio non ha lasciato nessuno indifferente nella Chiesa. Quasi tutti si sentono coinvolti e avvertono il dovere di esprimere la propria approvazione o disapprovazione. Questo è provvidenziale, perché a volte le parole, le prese di posizione e le dichiarazioni non bastano più. Devono essere accompagnate da atti significativi che la Provvidenza possa usare per scuotere le coscienze e la Chiesa stessa. Credo fermamente che la Provvidenza sia all’opera nel dibattito attuale.La prudenza soprannaturale
Quanto a noi, dobbiamo essere in grado di guardare un po’ dall’alto questo dibattito, pur rimanendovi pienamente coinvolti. La decisione di procedere alle consacrazioni episcopali deve essere guidata innanzitutto dalla prudenza soprannaturale. Questa prudenza non riguarda solo coloro che prendono questa decisione, ma anche coloro che la accolgono e la seguono. In altre parole, la posta in gioco è così importante che ogni membro della Fraternità deve poter, al proprio livello, comprendere e assumersi personalmente questa decisione davanti a Dio.Sostieni Renovatio 21
La carità
Ma la gravità di questa decisione è tale che non può essere guidata dalla sola prudenza soprannaturale. Affinché questa decisione sia ben compresa e spiegata come si deve, cioè dalle cause più alte, sub specie æternitatis – alla luce dell’eternità –, è fondamentale chiedere allo Spirito Santo di concederci la sua saggezza. Ora, non dobbiamo dimenticare che la vera saggezza, quella che deve guidarci in questa scelta eccezionale, è figlia della carità. Solo la virtù della carità può darci una certa connaturalità con Nostro Signore e, di conseguenza, renderci capaci di percepire la realtà un po’ alla maniera di Dio. È solo a questa condizione che possiamo averne una giusta valutazione. Abbiamo già detto e ripetuto che la ragione che fonda la decisione di procedere alle consacrazioni episcopali è la salvezza delle anime. Non bisogna vederci una semplice formula retorica né una semplice giustificazione di ordine canonico. Questa ragione di carità verso le anime e la Chiesa è quella che, in definitiva, deve veramente preparare le nostre anime e quelle dei fedeli alla cerimonia del 1° luglio. A volte, quando si parla di carità, alcuni hanno la sensazione che si ceda a una forma di debolezza o, almeno, che si mescoli una certa sdolcinatezza all’autentica professione della fede cattolica. Una tale sensibilità è incompatibile con lo spirito di Mons. Lefebvre, con quello della Fraternità, e ancor più con lo spirito della Redenzione: la forza di Nostro Signore nella sua Passione e sulla croce non è altro che la misura della sua carità. È con questa stessa carità che, ora più che mai, dobbiamo amare le anime e la Chiesa, anche se i suoi rappresentanti ufficiali dovessero – ancora una volta – dichiararci scomunicati e scismatici: «Vi ho detto queste cose, affinché non vi scandalizziate. Vi scacceranno dalle sinagoghe, e verrà l’ora in cui chiunque vi farà morire crederà di rendere omaggio a Dio. E vi tratteranno così perché non conoscono né il Padre né me. Vi ho detto queste cose affinché, quando sarà giunta l’ora, vi ricordiate che ve le ho dette» (Gv 16,1-4). La prova definitiva che siamo nella verità sarà la nostra capacità di mantenere questo spirito di carità, qualunque cosa accada e verso tutti senza distinzione.Aiuta Renovatio 21
In cosa consiste concretamente questa carità?
Si tratta innanzitutto di non cadere mai nell’amarezza: se certamente abbiamo il dovere di fare tutto il possibile per giustificare e spiegare le ragioni profonde delle consacrazioni, ciò deve avvenire con fermezza, ma mai con amarezza, né lasciando trasparire un accenno di zelo amaro. Naturalmente, si può cadere nell’amarezza per eccesso di zelo, ma anche perché avremmo preferito una certa data, un certo candidato, o che le cose andassero diversamente. Qualunque sia la causa materiale dell’amarezza, il rimedio è sempre lo stesso: caritas patiens est – la carità è paziente. Nei confronti dei nostri interlocutori, chiunque essi siano, che ci capiscano o meno, dobbiamo sempre testimoniare la bontà. Quando non c’è comprensione di fronte a noi, quando non c’è nemmeno la disponibilità ad ascoltare il nostro discorso e a coglierne le ragioni, è molto facile, umanamente parlando, cadere nel rancore. Caritas benigna est – la carità è benevola. Dobbiamo sempre ricordarci che se la Provvidenza ci ha concesso la misericordia di darci un po’ di luce, di permetterci di conservare la Tradizione della Chiesa e di prendere i mezzi per difenderla, ciò corrisponde a una grazia eccezionale che non abbiamo meritato. Questa consapevolezza deve condizionare interamente il nostro atteggiamento. Se le consacrazioni rappresentano una grazia per tutta la Fraternità – grazia per la quale dobbiamo sin d’ora ringraziare la Provvidenza –, questa gioia profondamente soprannaturale non deve confondersi con un trionfalismo fuori luogo, come se si trattasse di una vittoria umana che attribuiremmo a noi stessi, il che ne diminuirebbe inevitabilmente il valore intrinseco. Caritas non agit perperam, non inflatur – la carità non è avventata, non si gonfia d’orgoglio. Seguendo l’esempio di monsignor Lefebvre, in tutto ciò che facciamo non dobbiamo cercare il nostro interesse personale né la sopravvivenza di un’opera personale, ma il bene delle anime e della Chiesa. La Fraternità non è altro che un mezzo per rimanere fedeli alla Chiesa. Se oggi adottiamo mezzi eccezionali per preservare la fede, il santo sacrificio della Messa e il sacerdozio, è perché vogliamo che un giorno tutta la Chiesa e ogni anima, senza distinzione, possano liberamente beneficiarne. Tutto questo appartiene alla Chiesa e noi ne siamo solo i custodi. Non chiediamo nulla per noi stessi: la nostra unica ricompensa sarà quella di vedere un giorno tutta la Chiesa riappropriarsi della sua Tradizione. Caritas non quærit quæ sua sunt – la carità non cerca i propri interessi. Se dobbiamo dispiegare tutti i nostri sforzi per difendere bene i sacramenti – e la Fraternità dispone già, a tal fine, di un intero «arsenale» –, se una santa ira è più che mai necessaria di fronte alle terribili deviazioni che scuotono la Chiesa, non dobbiamo tuttavia manifestare né disprezzo né irritazione nelle nostre spiegazioni nei confronti dei nostri interlocutori, e soprattutto non nei confronti della gerarchia della Chiesa. Bisogna saper rimanere fermi e miti allo stesso tempo. Ma ciò è possibile solo con l’aiuto di Nostro Signore. Caritas non irritatur – la carità non si irrita per nulla. Se venissimo dichiarati scomunicati e scismatici, ciò non significherebbe che cerchiamo una tale sanzione né che ne gioiamo, poiché sarebbe oggettivamente ingiusta. Una cosa è rallegrarsi di avere una nuova umiliazione da offrire a Dio; un’altra sarebbe rallegrarsi, in uno spirito di sfida, di un male e di un’ingiustizia oggettiva, che provoca scandalo per l’intera Chiesa. Caritas non gaudet super iniquitatem – la carità non si rallegra dell’ingiustizia. Se invece, nella Chiesa, c’è una parte consistente che accoglie positivamente e sostiene la decisione della Fraternità, se le consacrazioni diventano l’occasione provvidenziale di un rinnovato coraggio ed entusiasmo sia all’interno che all’esterno della Fraternità, non possiamo che rallegrarcene, come Dio stesso può rallegrarsene. Caritas congaudet veritati – la carità si rallegra della verità. Nessuno meglio di san Paolo ha saputo riassumere in quattro parole il programma dei quattro mesi che ci separano dalle ordinazioni e la forza che deve caratterizzare la nostra carità: omnia suffert, omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet – sopporta tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto. Questo vale per il momento presente e per sempre: caritas numquam excidit – la carità non finirà mai.Iscriviti al canale Telegram ![]()
L’esempio della Santissima Vergine Maria
Ora più che mai, il Cuore Immacolato di Maria deve essere il rifugio della Fraternità e il modello di ciascuno di noi. Nessuno meglio di lei ha avuto il senso delle anime e il senso della Chiesa. È per amore delle anime e per amore della Chiesa che ha accettato di offrire il proprio Figlio sul Calvario. La sua volontà era una cosa sola con quella dell’Eterno e Sommo Sacerdote, proprio nel momento in cui questi si offriva al Padre come vittima di espiazione. Sono questa carità e questo dolore incommensurabili che hanno fatto di Nostra Signora la Corredentrice del genere umano e che le hanno dato una gloria unica nel tempo e nell’eternità. Eppure, nonostante tutto ciò che quel Cuore Immacolato, trafitto da una spada di dolore, ha potuto soffrire, mai la minima amarezza né il minimo risentimento hanno offuscato, nemmeno per un solo istante, lo splendore della sua carità, anche nei confronti di coloro che avevano messo a morte il suo divino Figlio. Così come non ha esitato un solo istante nel compiere il sacrificio fino in fondo, così la sua carità verso i peccatori non ha mai vacillato. Mistero insondabile di forza, di dolcezza e di amore. È con questi sentimenti e con questa carità che dobbiamo preparare la cerimonia del 1° luglio e impegnarci a preparare ad essa tutti i fedeli di cui siamo responsabili. Dio vi benedica! Menzingen, 7 marzo, nella festa di san Tommaso d’Aquino Don Davide Pagliarani Superiore generaleIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Il leader della Chiesa armena esorta Leone XIV a convocare il Concilio Vaticano III
Papa Leone XIV e il leader della Chiesa apostolica armena Aram I hanno discusso della convocazione di un «Terzo Concilio Vaticano» durante un incontro privato in Vaticano il 18 maggio. Lo riporta LifeSite.
Papa Leone XIV ha ricevuto Aram I in udienza privata in Vaticano lunedì, dove i due capi religiosi hanno affrontato diverse questioni ecumeniche e geopolitiche, tra cui la proposta di convocare un Terzo Concilio Vaticano. Secondo una dichiarazione pubblicata il giorno successivo dalla Santa Sede di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, Aram I ha sollevato direttamente la questione con il Papa, definendola urgente per la Chiesa cristiana universale.
Secondo quanto riportato dalla Chiesa apostolica armena, «l’istituzione di una data unificata per la Pasqua, la designazione di una giornata commemorativa per tutti i martiri e la convocazione di un Concilio Vaticano III» sono stati tra i principali temi sollevati da Aram I durante l’incontro.
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La stessa dichiarazione armena affermava che «in risposta ai punti sopracitati, Sua Santità Papa Leone XIV ha espresso la sua comprensione e il suo sostegno, fornendo al contempo i necessari chiarimenti dal suo punto di vista».
Il bollettino ufficiale del Vaticano non menzionava esplicitamente la proposta di un Terzo Concilio Vaticano, ma confermava che il pontefice e Aram I si erano incontrati in privato, si erano scambiati indirizzi e doni e avevano poi partecipato a una preghiera comunitaria nella Cappella Urbano VIII del Palazzo Apostolico. Nel suo discorso, Leone XIV ha sottolineato la storia del dialogo teologico tra Roma e le Chiese ortodosse orientali ed ha espresso la speranza che le discussioni ecumeniche in corso potessero proseguire «con rinnovato vigore».
Leone ha inoltre elogiato Aram I per il suo impegno di lunga data nelle iniziative ecumeniche, facendo riferimento al suo lavoro in seno al Consiglio Ecumenico delle Chiese e al Consiglio delle Chiese del Medio Oriente. Leone XIV ha osservato che il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali prosegue dal 2003 attraverso una commissione internazionale congiunta che ha già prodotto documenti riguardanti la Chiesa, i sacramenti e la comunione nel cristianesimo delle origini.
Il comunicato armeno aggiungeva: «Va inoltre notato che, a seguito dell’incontro, il Catholicos [il capo della Chiesa armena] e il Papa hanno avuto un ulteriore colloquio privato, scambiandosi opinioni e preoccupazioni su questi e altri argomenti correlati». Il contenuto di questo secondo incontro privato è sconosciuto.
L’incontro si è svolto nel contesto dei più ampi sforzi vaticani per ristabilire e approfondire le relazioni con le Chiese orientali e ortodosse dopo le tensioni legate alla dichiarazione vaticana Fiducia Supplicans del 2023, che autorizzava benedizioni non liturgiche per le coppie in «unioni irregolari», comprese le «coppie» dello stesso sesso. Pochi giorni prima di ricevere Aram I, il 15 maggio, Leone XIV ha avuto una conversazione telefonica con Tawadros II della Chiesa copta ortodossa e, in precedenza, il 4 maggio, gli aveva inviato una lettera pubblica in cui auspicava un rinnovato dialogo teologico tra Roma e i copti.
Nel suo discorso del 18 maggio ad Aram I, Leone XIV ha riconosciuto che il dialogo ecumenico aveva incontrato «recenti difficoltà», ma ha affermato che «non può esserci ristabilimento della comunione tra le nostre Chiese senza unità nella fede».
È interessante notare che la proposta di un Terzo Concilio Vaticano non è partita dalle autorità cattoliche, ma è stata esplicitamente avanzata da rappresentanti di Chiese separate durante i colloqui ecumenici con Roma. Nel corso della storia della Chiesa, i gruppi eretici e scismatici si sono opposti ai concili perché questi venivano tradizionalmente convocati per condannare l’errore dottrinale e definire con precisione i punti di fede controversi.
Al contrario, a partire dal periodo intorno al Concilio Vaticano II, le comunità non cattoliche hanno incoraggiato sempre più nuove iniziative conciliari legate a obiettivi ecumenici piuttosto che a chiarimenti dottrinali.
La questione di stabilire una data pasquale comune tra cattolici e ortodossi è anteriore all’attuale incontro tra Leone XIV e Aram I. Nel 2025, durante le commemorazioni legate al 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea, Leone XIV fece pubblicamente riferimento alla possibilità di una celebrazione pasquale condivisa.
I sostenitori della proposta sostengono che una data unificata rafforzerebbe la testimonianza cristiana e migliorerebbe le relazioni tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa. Lo stesso Leone XIII affermò che ciò che unisce cattolici e ortodossi è «più forte, sia quantitativamente che qualitativamente, di ciò che li divide».
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Questa visione è stata condannata dal magistero cattolico come «latitudinarismo», poiché tutte le verità rivelate possiedono un’autorità vincolante e non possono essere classificate in base alla loro importanza percepita.
In effetti, il Concilio di Nicea I stabilì un calcolo pasquale comune per salvaguardare l’unità dottrinale e liturgica all’interno di un’unica Chiesa già unita nella fede, non come compromesso diplomatico tra corpi ecclesiali separati. Al contrario, le attuali proposte ecumeniche rischiano di subordinare la dottrina alla negoziazione istituzionale e potrebbero creare l’apparenza di unità senza risolvere i disaccordi teologici fondamentali, comprese le controversie sul primato papale. In quest’ottica, una celebrazione pasquale comune senza una piena comunione dottrinale potrebbe rischiare di alimentare il relativismo religioso anziché l’unità.
La Chiesa apostolica armena occupa un posto di rilievo nella storia del cristianesimo perché l’Armenia fu il primo regno ad adottare ufficialmente il cristianesimo come religione di stato, un evento tradizionalmente fatto risalire all’inizio del IV secolo sotto il regno di Tiridate III.
Tuttavia, la Chiesa apostolica armena è separata da Roma e dottrinalmente eterodossa dopo aver rifiutato il Concilio di Calcedonia del 451 e essersi successivamente sviluppata al di fuori della comunione con la Sede romana. La teologia cattolica distingue tra le Chiese ortodosse orientali – come la Chiesa armena, copta e siriaca, che hanno rifiutato Calcedonia – e le Chiese ortodosse orientali, che si sono separate da Roma dopo il Grande Scisma del 1054 pur continuando ad accettare Calcedonia e i successivi concili bizantini.
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Spirito
Le Suore Consolatrici di Narni crescono: una nuova chiesa in costruzione
Di fronte a questa crescita, la congregazione ha intrapreso la costruzione di una nuova chiesa durante l’estate. Il progetto, la cui durata stimata è di due anni e tre mesi, comprende anche l’ampliamento degli edifici: nuovi spazi per il lavoro apostolico, alloggi per i sacerdoti, dodici stanze aggiuntive per le suore – che attualmente condividono le stanze – un chiostro centrale e un parcheggio.
Presente anche in India e negli Stati Uniti, la comunità continua, in collaborazione con la Fraternità San Pio X, la sua missione di consolazione del Sacro Cuore e santificazione delle anime.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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