Spirito
La vera questione in gioco nelle consacrazioni FSSPX secondo il cardinale Müller
Il cardinale critica la Fraternità per aver adottato l’atteggiamento di coloro che credono di poter risolvere le crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che imporrebbe la sua completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta». Non è forse piuttosto il contrario? Non è forse la Chiesa dei puri del Concilio Vaticano II in realtà l’ultimo baluardo trincerato del neomodernismo che imporrebbe una pseudo-unità della Chiesa, una «piena comunione ecclesiale», convertendo tutti i cattolici alla nuova liturgia e alla nuova teologia del Concilio?
Il cardinale Müller, il prototipo del conservatore nella Chiesa?
Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, nato a Magonza nel 1947, era un uomo molto caro a Benedetto XVI. Fu proprio Benedetto XVI, infatti, che il 2 luglio 2012 lo nominò Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e, allo stesso tempo, gli affidò la Presidenza della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Due anni dopo, il 12 gennaio 2014 – dopo le dimissioni ad interim di Papa Benedetto – Papa Francesco lo creò cardinale.
Fu proprio questo nuovo cardinale Müller che, nell’autunno del 2014, cinque anni dopo le prime discussioni dottrinali del 2009-2011, riprese – in qualità di presidente della Commissione Ecclesia Dei – il dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X e ricevette a Roma il vescovo Bernard Fellay, allora Superiore Generale della stessa. Il dialogo ha raggiunto un punto di non ritorno il 6 giugno 2017, quando il cardinale Müller, a nome della Santa Sede, ha inviato una lettera al vescovo Fellay chiedendo che, in caso di normalizzazione canonica della Fraternità, o di ripristino della «piena comunione», i membri della Fraternità «dichiarino esplicitamente la loro accettazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e di quelli del periodo post-conciliare, concedendo a tali affermazioni dottrinali il grado di adesione loro dovuto» e che riconoscano «non solo la validità, ma anche la legittimità del Rito della Santa Messa e dei Sacramenti, secondo i libri liturgici promulgati dopo il Concilio Vaticano II» (1).
Il resto è storia: incapace di accettare tali condizioni, il vescovo Fellay espresse nuovamente il suo rammarico a Roma, offrendo un’ulteriore spiegazione sulle cause profonde della crisi che affligge la Chiesa dal Concilio Vaticano II. Il 2018 vide l’elezione di padre Davide Pagliarani a capo della Compagnia di Gesù. Ma prima di ciò, appena un mese dopo l’invio della lettera al vescovo Fellay, il 1° luglio 2017, Papa Francesco rimosse il cardinale Müller dalla carica di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il suo successore, prefetto di quello che ora è diventato un dicastero, fu il gesuita Luis Ladaria Ferrer. Gerhard Müller si era già mostrato critico nei confronti degli orientamenti dottrinali e pastorali di Papa Francesco e proseguì su questa strada.
Il 20 dicembre 2023, il Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede ha denunciato, in una dichiarazione, la Dichiarazione Fiducia Suplicans , con la quale il Vaticano ha autorizzato la benedizione delle coppie in situazioni irregolari, delle coppie conviventi, dei divorziati risposati e persino delle coppie omosessuali. Secondo lui, questo documento dovrebbe essere considerato un «salto dottrinale» e un «rischio di blasfemia». Inoltre, durante una sessione di domande e risposte alla Conferenza «Call to Holiness 2025», tenutasi nel Michigan, il Cardinale Müller ha criticato l’attuazione del motu proprio Traditionis custodes, definendo «problematico» e «non pastorale» il fatto che alcuni vescovi stiano limitando la celebrazione del rito romano tradizionale secondo il Messale del 1962. In precedenza, il 20 maggio 2024, Gerhard Müller aveva celebrato, secondo l’antico rito del 1962, la messa pontificale del lunedì di Pentecoste al termine del pellegrinaggio di Chartres organizzato dall’Associazione Notre-Dame de Chrétienté, cosa che gli era valsa l’etichetta di «Amico dei tradizionalisti e nemico di Papa Francesco» sulla prima pagina del sito web del quotidiano Libération. (2)
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Le incoronazioni del 1° luglio: la conseguenza di una battaglia dottrinale
C’è però spesso un confine sottile tra il dire e il fare, e sarebbe stato del tutto sbagliato aspettarsi che il cardinale Müller prendesse posizione, insieme al vescovo Schneider e al vescovo Strickland, per giustificare e difendere le consacrazioni del 1° luglio 2026. Purtroppo, è accaduto esattamente il contrario (3). In un’intervista pubblicata sul sito web tedesco della rivista internazionale Communio, e realizzata il 19 marzo, il cardinale risponde a lungo alle domande di Jan-Heiner Tück in modo tutt’altro che favorevole alla decisione presa da don Davide Pagliarani, denunciando invece «un atteggiamento scismatico» e un «falso appello allo stato di necessità».
Al di là dei rimproveri e delle accuse di «scisma», questa dichiarazione del cardinale Müller ha il grande merito di porre il problema che contrappone Roma alla Compagnia di San Pio X sul suo vero piano. Ben lontano dalle dichiarazioni impoverite di un cardinale Sarah (4) o di un monsignor Eleganti (5) , questo tipo di discorso ha il grande vantaggio della chiarezza.
Il cardinale indica fin da subito con precisione dove risiede il punto di contesa: «Il vero problema non sta nella liturgia, cioè nelle forme rituali classica (post-tridentina) e rinnovata (post-conciliare), ma nella dottrina della fede, che essi [i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X] considerano compromessa dalla liturgia rinnovata. Alcune formulazioni del Concilio Vaticano II si prestano a interpretazioni dubbie, come l’idea che i musulmani, come i cristiani e gli ebrei nella tradizione abramitica, riconoscano il Creatore e adorino l’unico Dio con noi». Il cardinale indica poi i punti dell’insegnamento del Concilio Vaticano II in cui la Fraternità denuncia una contraddizione che rende tale insegnamento incompatibile con i costanti insegnamenti del Magistero della Chiesa: la dottrina sul valore delle religioni non cristiane in Nostra aetate ; la dottrina dell’ecumenismo in Unitatis redintegratio ; la dottrina della libertà religiosa in Dignitatis humanae .
Il Cardinale lo aveva ben compreso: la Fraternità Sacerdotale San Pio X vede in questi punti fallaci, fonte avvelenata del relativismo dottrinale e morale all’interno della Chiesa, la ragione profonda dello stato di necessità della Chiesa stessa. La decisione di procedere con le consacrazioni episcopali è semplicemente il mezzo adottato per porre rimedio a questo relativismo, garantendo la continuità di una predicazione autenticamente cattolica, libera da tali errori. «Ecco perché», concluse il Cardinale, «ho insistito, durante i colloqui con la Fraternità, sul fatto che le loro critiche ad alcune dichiarazioni del Concilio Vaticano II sarebbero giustificate solo se il Concilio avesse effettivamente insegnato ciò che gli veniva attribuito». Tuttavia, secondo lui, gli insegnamenti del Vaticano II non sono la fonte avvelenata del relativismo, perché non contengono gli errori che la Fraternità ritiene di riscontrarvi. «Piuttosto», disse, «coloro che attribuiscono gravi errori di fede al legittimo Concilio Vaticano II si sbagliano, contrariamente alla comprovata ermeneutica cattolica».
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La questione della dottrina, alla base dello stato di necessità
Ma è chiaro che è il cardinale a sbagliarsi quando tenta di scagionare i testi del Concilio dalle accuse mosse dalla Fraternità . «L’idea», afferma, «che i musulmani, come i cristiani e gli ebrei nella tradizione abramitica, riconoscano il Creatore e adorino l’unico Dio con noi» dovrebbe essere intesa nel testo della Nostra Aetate in conformità con «l’insegnamento cattolico classico secondo il quale la ragione umana è, in linea di principio, capace di riconoscere l’esistenza e l’unità di Dio, mentre i misteri della Trinità e dell’Incarnazione si rivelano solo attraverso la fede soprannaturale». È indubbiamente vero che la ragione naturale rimane capace, in ogni persona e indipendentemente dalla sua religione, di giungere alla conoscenza di un Dio Creatore.
Tuttavia, va notato che il testo della dichiarazione Nostra aetate va oltre, poiché, secondo esso, non è solo la ragione umana, ma anche le stesse «regole e dottrine» di queste false religioni che, «pur differendo per molti aspetti da ciò che [la Chiesa] stessa sostiene e propone, nondimeno spesso riflettono un raggio di verità che illumina tutti gli uomini» (§ 2). C’è una differenza tra dire che il raggio di verità che illumina tutti gli uomini è la luce della ragione naturale, presente in ogni persona, e dire che questo stesso raggio trova il suo riflesso nelle regole e dottrine delle false religioni. Nostra aetate non parla di ragione naturale, ma di regole e dottrine religiose. Il § 3 parla specificamente della «fede islamica». La sezione 4 genera confusione a livello del popolo ebraico, senza fare distinzione tra il popolo eletto dell’Antico Testamento e il popolo decaduto da questa elezione e infedele a Dio nel Nuovo Testamento; confusione che emerge quando si afferma che “«gli ebrei restano ancora, per via dei loro padri, molto cari a Dio, i cui doni e la cui chiamata sono irrevocabili» e quando il testo evoca la «grande eredità spirituale, comune a cristiani ed ebrei», mentre gli ebrei contemporanei continuano a rifiutarsi di riconoscere Gesù di Nazareth come il Messia annunciato nelle Scritture e come il Figlio stesso di Dio.
«Riguardo all’ecumenismo con i cristiani non cattolici, le comunità cristiane e le Chiese ortodosse», afferma il cardinale, «il Concilio non ha in alcun modo messo in discussione la necessità della Chiesa cattolica per la salvezza o la sua piena identità con la Chiesa degli Apostoli». Indubbiamente, e non è questo che la Fraternità critica nel decreto Unitatis redintegratio for . Ciò che critica è che ha oscurato, fino al punto di negare, l’idea che la Chiesa cattolica sia necessaria come unico mezzo di salvezza, escludendo tutte le comunità cristiane non cattoliche. Ciò che la Fraternità critica anche in questo decreto, così come nella costituzione Lumen gentium e nei successivi documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, è l’affermazione che, se la Chiesa cattolica è pienamente identica alla Chiesa degli Apostoli, le comunità cristiane non cattoliche le sono parzialmente identiche nella misura in cui vi sono «elementi di santificazione e di verità» (Lumen gentium n. 8) e nella misura in cui questa Chiesa di Cristo è ancora «presente e attiva» in quei luoghi (Dichiarazione Dominus Jesus del 6 agosto 2000, n. 17).
«E per quanto riguarda la libertà religiosa», ha continuato il cardinale, «la dichiarazione Dignitatis humanae insegna niente meno che il «diritto di ogni essere umano – naturalmente radicato nello spirito e nella libertà della persona – di difendersi dalle interferenze dello Stato nella propria coscienza», vale a dire, «il diritto di ogni persona di scegliere e praticare la propria religione libera da ogni costrizione esterna o manipolazione interna, secondo la propria coscienza». Il cardinale Müller qui non coglie alcune distinzioni fondamentali. Una cosa è usare la coercizione nel foro pubblico per indurre le persone a professare la vera religione, tutt’altra cosa è usare la coercizione nel foro pubblico per impedire alle persone di professare una falsa religione. La dottrina sociale della Chiesa richiede che lo Stato eserciti la sua autorità a favore della vera religione, usando la coercizione nel foro pubblico per prevenire o dissuadere la professione dell’errore. La Chiesa ha condannato solo l’uso della coercizione per imporre la vera religione.
Ciò che la Fraternità contesta al paragrafo 2 della Dignitatis humanae non è che affermi che «ogni essere umano ha il diritto di difendersi dalle interferenze dello Stato nella propria coscienza», né che affermi che «una persona ha il diritto di scegliere la propria religione, libera da ogni costrizione esterna o manipolazione interna». La Chiesa ha sempre insegnato questo, nel senso che ha sempre affermato che nessuna autorità può esercitare coercizione per indurre le persone ad abbracciare e professare la vera religione. Ma la Chiesa ha anche insegnato (questo è il significato della dottrina esposta da Pio IX nella Quanta cura) che le autorità hanno il dovere di impedire, nel foro pubblico, la pratica di una falsa religione. È quindi necessario distinguere qui tra «il diritto di scegliere» e «il diritto di praticare» la propria religione, liberi da ogni costrizione esterna. Secondo la dottrina della Chiesa, la scelta dovrebbe essere libera da ogni costrizione, ma la pratica, se si tratta di una falsa religione, non dovrebbe essere libera, bensì dovrebbe essere impedita da qualche costrizione, ed è sulla negazione di questo secondo punto che la Dignitatis humanae pone un vero problema.
Come dimostreremo ora, queste difficoltà poste dai testi del Concilio sono talmente gravi da creare un vero e proprio stato di necessità nella Chiesa, perché mettono a repentaglio la salvezza delle anime.
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Dov’è lo scisma?
Contrariamente a quanto affermato dal Cardinale Müller, le argomentazioni presentate dalla Fraternità non sono «argomentazioni fallaci volte a evitare di sottomettersi pienamente all’autorità del Papa». Esiste infatti una contraddizione, una rottura, se vogliamo, tra gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sui punti sollevati e la costante Tradizione del Magistero della Chiesa. A questa evidenza, imposta dal principio di non contraddizione, qual è la risposta del Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede? «Ammettere ciò non solo sarebbe fondamentalmente errato, ma costituirebbe anche l’autodistruzione ermeneutica della Chiesa, colonna e fondamento della verità (1Tim 3,15)».
Dobbiamo dunque ammettere che la Tradizione della Chiesa si riduce al solo Concilio Vaticano II e che la Chiesa stessa si riduce ai Papi post-conciliari? Dobbiamo ammettere che la Chiesa, pilastro e fondamento della verità, pratica una corretta ermeneutica predicando a volte sì e a volte no? Il Cardinale critica la Fraternità per aver adottato l’atteggiamento di coloro che credono di poter porre rimedio alle crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che vorrebbe imporne la completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta». Non dovrebbe essere piuttosto il contrario? Non è forse la Chiesa dei puri del Vaticano II in realtà l’ultimo baluardo trincerato del neomodernismo che vorrebbe imporre una pseudo-unità della Chiesa, una «piena comunione ecclesiale» convertendo tutti i cattolici alla nuova liturgia e alla nuova teologia del Concilio?
Potremmo dunque scagliarci a vicenda, all’infinito, l’accusa di autocefalia, o di scisma. Ma il criterio della vera comunione, quello dell’unità e dell’apostolicità della Chiesa, non è quello della maggioranza: il gruppo più piccolo non è necessariamente la roccaforte scismatica. Questo criterio ci è stato dato da San Vincenzo di Lérins: è il criterio della costanza e dell’universalità della professione di fede nel tempo. E questo criterio positivo è a sua volta accompagnato da uno negativo: ciò che attualmente contraddice l’esplicita professione di fede della Chiesa non può rappresentare il principio di unità e apostolicità. Ora, su tutti i punti sollevati, i documenti del Concilio citati dal Cardinale rappresentano ed esprimono questa contraddizione. Non è dunque la Fraternità che si allontana dall’unità della Chiesa rifiutando di ammettere questi punti dottrinali, bensì tutti coloro che vogliono imporli contro la costante Tradizione del Magistero cattolico.
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Quale dialogo?
Inoltre, il cardinale Müller presenta tutti questi punti dottrinali, chiaramente in contrasto con gli insegnamenti del Magistero della Chiesa, come aventi forza assolutamente vincolante, seppur in misura variabile (6). Pertanto, non si possono usare le parole di Giovanni XXIII, che presentò il presunto «Magistero» del Concilio come «un Magistero di tipo pastorale», per sminuire o addirittura negare la forza vincolante degli insegnamenti del Vaticano II. «L’idea di un cosiddetto concilio pastorale», afferma, «è più una questione di sensazionalismo mediatico e non ha alcun significato dogmatico. Un concilio ecumenico è la massima autorità nella Chiesa cattolica in materia di fede e disciplina». […] «Esiste, naturalmente», chiarisce, «una gerarchia di verità, che va dalla fede nella Trinità e nell’Incarnazione – necessaria per la salvezza – alla legittimità della venerazione delle immagini, che, pur non essendo necessaria per la salvezza, favorisce la pietà». Ciò che la Chiesa propone di credere deve essere determinato, nella sua autorità graduale, dal contesto dottrinale e dall’intenzione dei vescovi e del papa.
Resta però vero che il contesto impone sempre un certo grado di autorità. «Sebbene Nostra Aetate », aggiunge il cardinale a titolo di esempio, «sia, dal punto di vista letterario, una semplice dichiarazione, le sue affermazioni sono vincolanti come dogmi, ad esempio, quando afferma che tutti gli uomini formano un’unica comunità e hanno la loro origine e il loro fine in Dio (NA 1). Che cristiani ed ebrei adorino lo stesso Dio è un dogma vincolante della fede». E conclude in modo molto categorico: «Il Concilio deve essere accolto nella sua interezza da ogni cattolico, ciascuno secondo l’intenzione delle affermazioni: spiegazione dottrinale, insegnamento morale o indicazione di misure oggi necessarie, come il dialogo interreligioso o il confronto con la modernità».
Lo stato di necessità appare tanto più evidente. Da un lato, perché questi gravi errori, che rappresentano il principale ostacolo alla salvezza delle anime, sono innegabilmente presentati come oggetto di un insegnamento il cui valore è vincolante. Dall’altro lato, e soprattutto, perché non si può parlare di correggere nulla: lo scrisse il cardinale Müller nella sua lettera del 6 giugno 2017 al vescovo Fellay, in cui esigeva dalla Compagnia di Gesù l’adesione incondizionata ai testi del Concilio e del periodo post-conciliare.
Si chiarisce anche il significato del «dialogo teologico» recentemente proposto a padre Davide Pagliarani dal cardinale Fernandez durante il loro incontro del 12 febbraio. Questo dialogo aveva lo scopo di stabilire «i diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la loro interpretazione». Il cardinale Fernandez ha chiarito che, pur essendo possibile un dialogo sul Concilio, i suoi testi non possono essere corretti. Ciò si allinea perfettamente con le osservazioni del cardinale Müller. L’intenzione della Santa Sede è di proseguire con noi questo stesso dialogo, già intrapreso tra il 2009 e il 2011 su richiesta di Papa Benedetto XVI. Tale dialogo mirava a far sì che la Fraternità accogliesse la ben nota ermeneutica del «rinnovamento nella continuità», secondo la quale la rottura dei testi conciliari con la Tradizione della Chiesa è solo apparente, mentre la continuità è reale.
Un dialogo inutile e futile. Il suo unico scopo, se mai ce ne fosse uno, sarebbe quello di confermare l’urgenza dello stato di necessità e di giustificare l’iniziativa delle incoronazioni del 1° luglio 2026.
Padre Jean-Michel Gleize
NOTE
1) https://fsspx.news/fr/news/lettre-du-cardinal-muller-mgr-fellay-du-6-juin-2017-57307
2) https://www.liberation.fr/societe/le-cardinal-muller-ami-des-tradis-et-ennemi-du-pape-francois-20240520_UF3PDEDLU5HQ5DXZD2ZLM4LCIU/
3) https://www.herder.de/communio/theologie/kardinal-mueller-ueber-den-konflikt-mit-der-piusbruderschaft-die-rede-von-einer-abgestuften-zustimmung-zum-konzil-ist-problematisch-/
4) https://fsspx.news/fr/news/deja-trop-tard-57584 ; https://fsspx.news/fr/news/reponse-au-cardinal-sarah-57576
5) Si veda l’articolo «Monsignor Schneider e Monsignor Eleganti» in questo numero del Courrier de Rome.
6) Non si tratta di una novità e corrisponde a quanto già affermato dal vescovo Pozzo negli anni 2010. Si veda l’articolo “Niente di veramente nuovo” nel numero di aprile 2016 del Courrier de Rome.
(Fonte: Courrier de Rome n. 695, marzo 2026 – FSSPX News)
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Jolanta Dyr via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
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Spirito
Il parere di un sacerdote diocesano sulle consacrazioni
L’ultima Lettera ai nostri confratelli sacerdoti (n. 110, giugno 2026) pubblica estratti dell’omelia di un sacerdote diocesano francese, pronunciata il 10 maggio 2026. Ecco il riassunto che egli stesso fa della sua omelia.
«Giustifichiamo le consacrazioni della Società di San Pio X del 1° luglio . Spiego alcune sottigliezze del diritto canonico che giustificano determinate azioni. Lo stato di necessità è debitamente provato dalla situazione catastrofica della Chiesa. (…) La Società di San Pio X non chiede alcuna giurisdizione, ma solo l’autorità di trasmettere il sacro potere per la salvezza delle anime. È un po’ doloroso, ma non possiamo più rimanere in silenzio, a rischio di renderci colpevoli di complicità nell’autodistruzione della Chiesa!»
Ecco gli estratti più significativi:
Gesù ammonisce con il profeta: «Il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri d’udito e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non odano con gli orecchi, non comprendano con il cuore e non si convertano» (Mt 13,15, citando Is 6,9-10; cfr. Ger 5,21). I nostri gerarchi, accecati dall’ideologia, si rifiutano di affrontare la realtà e di aprirsi alle argomentazioni perfettamente giustificate della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
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Non scegliere gli standard che ti fanno comodo!
Se il Codice di Diritto Canonico prevede che sia necessario un mandato papale per consacrare («ordinare») un vescovo (CIC 1013) e che la pena prevista (CIC 1382) sia la scomunica latae sententiae, perché è già stata predisposta la censura o pena ferendae sententiae, modellata su quella del 1° luglio 1988?
Lo stesso Codice è più misurato e comprensivo, se lo si desidera (CIC 1323): «chiunque, quando ha violato una legge o un precetto: 4 e ) abbia agito costretto da grave timore, anche solo relativo, o spinto dalla necessità, o per evitare un grave inconveniente, non è punibile con alcuna pena, a meno che l’atto non sia intrinsecamente malvagio o arrechi danno alle anime (…); 7 e ) abbia creduto che si verificasse una delle circostanze previste ai punti 4 o 5».
Il Codice di Diritto Canonico 1324 invita alla moderazione nei casi citati, suggerendo la penitenza piuttosto che la scomunica. E soprattutto, perché questo doppio standard? In Cina, gli accordi segreti del 2018 con la Santa Sede, rinnovati più volte e validi fino al 2028, rappresentano in realtà una completa capitolazione della Chiesa alla politica del fatto compiuto dei comunisti. Un confronto con le dichiarazioni ufficiali è rivelatore: il governo cinese non menziona mai il Papa, e si sforza persino di sottolineare la preminenza della loro «elezione» rispetto a qualsiasi potenziale approvazione della Santa Sede, con la conseguente perdita di ogni autonomia da parte del Papa. La Chiesa ha di fatto messo da parte gli arcivescovi, perché il Partito Comunista Cinese esige l’uguaglianza tra tutti i vescovi. Perché non vengono scomunicati, visto che il Papa non ha avuto voce in capitolo?
I vescovi del mondo comunista non furono forse costretti a consacrare i successori, dato lo stato di emergenza che stavano vivendo? Nella sola Cecoslovacchia, una dozzina di vescovi ordinarono circa 300 sacerdoti (non senza abusi, tra l’altro!).
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Il declino del cattolicesimo in Francia [o «lo stato di necessità»]
Ecco i dati dell’INSEE, un ente che difficilmente si mostrerà indulgente nei confronti dei seguaci dell’arcivescovo Lefebvre. Nel biennio 2019-2020, il 51% della popolazione si è dichiarato senza religione (un aumento di 8 punti percentuali per la fascia d’età 48-59 anni rispetto al biennio 2008-2009). Gli immigrati hanno il doppio delle probabilità di appartenere a una religione (81%).
Il cattolicesimo è ora professato solo dal 29% della popolazione (10% per l’Islam e 9% per gli altri cristiani). È la religione meno praticata: solo l’8% dei cattolici frequenta regolarmente un luogo di culto, rispetto a poco più del 20% per gli altri cristiani, i musulmani e i buddisti, e al 34% per gli ebrei. La trasmissione religiosa è bassa in Francia: 67% tra i cattolici, rispetto al 91% tra i musulmani.
Secondo un sondaggio IFOP per Bayard-La Croix, entro il 2025 solo il 5,5% degli adulti (circa 3,7 milioni di persone) parteciperà alla Messa almeno una volta al mese. Di questi, solo l’1,5% vi parteciperà settimanalmente. E solo la metà si confessa! Tra il 2006 e il 2021, la partecipazione settimanale è diminuita di due terzi: dal 5% all’1,5%.
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Il continuo declino del clero
La Conferenza Episcopale Francese indica che nel 2023 in Francia erano in servizio 12.019 sacerdoti, di cui circa 5.000 di età inferiore ai 75 anni. Tra questi, il 30% è già straniero, poiché la Grande Sostituzione sta colpendo il clero cattolico ancor più della popolazione francese. L’annuario diocesano di Nizza del 2025 riportava 38 sacerdoti francesi di età inferiore ai 75 anni effettivamente in servizio nella diocesi, ma 17 sacerdoti stranieri, pari al 30% (la media generale francese). I neocolonialisti stanno depredando le vocazioni africane invece di dare a noi [sacerdoti fedeli alla Tradizione] un posto.
Tra il 2000 e il 2017, il numero dei seminaristi è diminuito del 31% (da 976 a 667). Di fronte a questo calo, si ricorre a un inganno, coinvolgendo ora anche la Comunità di San Martino, che rappresenta un sesto dei seminaristi (da 109 sacerdoti e diaconi nel 2019 a 208 nel 2026, e circa un centinaio di seminaristi). Da tempo rifiutati per aver indossato la talare e vissuto in comunità, questi rappresentano la nuova tendenza dopo l’illusione carismatica (Beatitudini, Parola di Vita, Emmanuel). Quanto tempo ancora prima che la Chiesa apra gli occhi e si degni di chiamare a raccolta i sacerdoti della Tradizione?
La Comunità di San Martino non critica il Concilio Vaticano II, rifiutandosi di affrontare la radice del problema. Rifiuta la Messa tradizionale, affermando di difendere, come Solesmes, il rito latino di Paolo VI, che in realtà utilizza solo nel seminario di Évron (diocesi di Laval). Inoltre, è attualmente sotto visita apostolica per fare luce sulle pratiche del suo fondatore.
Sono inclusi anche gli ex seminaristi di Ecclesia Dei , come quelli della Fraternità Sacerdotale di San Pietro (417 sacerdoti e diaconi, 162 seminaristi) o dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote. Persino con le irregolarità del 2018, perdiamo il 18% (da 828 a 679 nel 2023), nonostante un quarto di loro sia di nazionalità straniera. A N., nel 2002 avevamo 19 seminaristi (non tutti ordinati); oggi ne è rimasto solo uno!
Possiamo dunque davvero fare a meno dei 733 sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X (numero al giorno di Ognissanti 2025), con un’età media di 47 anni, e dei loro 264 seminaristi (al 1° novembre 2025 )?
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I vescovi ausiliari della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Qualunque cosa accada, la Fraternità Sacerdotale San Pio X consacrerà solo quattro vescovi. Lo stesso numero del 1988, nonostante il numero dei fedeli, dei sacerdoti e degli apostolati sia esploso in 38 anni. Stanno dimostrando una notevole moderazione, dato che probabilmente ne servirebbe il triplo per coprire ragionevolmente tutto il mondo.
La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha ormai solo due vescovi, ognuno responsabile delle anime di 300.000 giovani e vivaci fedeli! I poveri Vescovi de Galarreta e Fellay (rispettivamente di 69 e 68 anni) ordinano in 6 seminari, amministrano le cresime in 131 priorati e celebrano la Messa in 447 luoghi di culto in tutto il mondo. Viaggiano incessantemente per amministrare i sacramenti!
Conclusione: Silere non possumus , non possiamo più tacere!
La Fraternità Sacerdotale San Pio X non salverà la Chiesa, che è salvata solo da Cristo. «Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà forse la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Resteremo forse inattivi? Dio ci invita a fare ciò che possiamo e a chiedere ciò che non possiamo (DS 1536, Sesta Sessione sulla Giustificazione, Capitolo 11, del Concilio di Trento). E non è forse il fare ciò che possiamo contribuire ciascuno, al nostro livello, con le grazie ricevute da Dio, alla salvezza delle anime nella e attraverso la Chiesa? I fedeli hanno diritto ai sacramenti e i pastori hanno il dovere di amministrarli.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
Spirito
Il cardinale Sarah dichiara all’UE che l’ideologia di genere e il fondamentalismo islamico sono «bestie apocalittiche»
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