Militaria
«Il Discombobulatore»: Trump ammette l’uso di un’arma segreta nell’operazione per catturare Maduro
Il presidente Donald Trump ha rivelato che le forze armate statunitensi hanno impiegato un’arma segreta per neutralizzare l’equipaggiamento militare venezuelano durante l’operazione del 3 gennaio, culminata con l’arresto del leader venezuelano Nicolas Maduro. Lo riporta Epoch Times.
«Il Discombobulator. Non mi è permesso parlarne», ha dichiarato Trump in un’intervista al New York Post pubblicata il 24 gennaio.
Secondo il presidente, l’arma ha reso inoperante l’armamento venezuelano nel corso dell’azione, permettendo alle forze statunitensi di catturare Maduro e sua moglie Cilia Flores all’interno della loro residenza nella capitale, Caracas.
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«Non sono mai riusciti a far decollare i loro razzi. Avevano razzi russi e cinesi, e non ne hanno mai fatto decollare uno. Siamo arrivati, hanno premuto i pulsanti, e non ha funzionato niente. Erano tutti pronti per noi», ha affermato.
Trump non ha fornito dettagli sul funzionamento dell’arma né sulle modalità del suo impiego. Le dichiarazioni del presidente sono in linea con il presunto resoconto di un testimone oculare, già riportato in precedenza su Renovatio 21, con una «guardia di sicurezza: A un certo punto, hanno lanciato qualcosa… non so come descriverlo… è stato come un’onda sonora molto intensa. Improvvisamente ho sentito come se la mia testa stesse esplodendo dall’interno. Abbiamo iniziato tutti a sanguinare dal naso. Alcuni vomitavano sangue. Siamo caduti a terra, incapaci di muoverci».
In un’intervista trasmessa su Fox News il 3 gennaio, Trump aveva già sottolineato che le forze speciali coinvolte nel raid «hanno fatto prove e si sono esercitate come nessuno aveva mai visto prima» e avevano ricostruito un modello esatto del luogo dell’operazione. Aveva descritto la residenza di Maduro come «più simile a una fortezza che a una casa».
«Aveva porte d’acciaio. C’era quello che chiamano lo spazio di sicurezza, dove, sapete, tutto acciaio massiccio», aveva spiegato Trump al telegiornale.
«Non è riuscito a chiudere quello spazio. Stava cercando di entrarci, ma è stato travolto così velocemente che non ci è riuscito. Eravamo preparati».
Almeno 32 ufficiali cubani, inviati per proteggere Maduro in Venezuela, sono rimasti uccisi durante l’attacco statunitense, secondo quanto denunciato dal governo cubano.
Il 4 gennaio il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che l’apparato di sicurezza interna di Maduro era «interamente controllato dai cubani».
«Quelli che hanno in un certo senso colonizzato, almeno all’interno del regime, sono i cubani. Sono stati i cubani a proteggere Maduro. Non era sorvegliato da guardie del corpo venezuelane», ha precisato Rubio.
Come riportato da Renovatio 21, Trump ora sta minacciando direttamente anche l’Avana.
Dopo la rimozione di Maduro, la vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez è stata nominata leader ad interim dalla Corte Suprema del Venezuela e ha prestato giuramento il 5 gennaio.
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A seguito dell’operazione statunitense, Trump ha ammonito Rodriguez che il suo destino potrebbe risultare peggiore di quello di Maduro – attualmente detenuto negli Stati Uniti con accuse legate a traffico di droga e armi – qualora non «faccia ciò che è giusto».
Il governo provvisorio venezuelano ha liberato centinaia di prigionieri politici per dimostrare la propria «ampia intenzione di cercare la pace»: oltre 100 detenuti politici sono stati rilasciati il 25 gennaio, secondo quanto riferito da Alfredo Romero, direttore del Foro Penal con sede a Caracas.
Il 5 gennaio Maduro e sua moglie si sono dichiarati non colpevoli di tutte le accuse formulate dagli Stati Uniti.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr; modificata
Militaria
L’India ricomincia a produrre i caccia russi Sukhoi
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Militaria
Epidemia di suicidi colpisce gli hacker militari USA
Il Comando cibernetico degli Stati Uniti sta analizzando un numero anomalo di suicidi tra i propri membri, concentrati in un arco di circa un mese durante l’estate.
La testata, citando messaggi interni delle forze armate, documenti ufficiali e colloqui con persone informate, ha riferito giovedì che almeno cinque individui impiegati nel comando o in stretto contatto con esso si sono tolti la vita tra l’inizio di giugno e i primi di luglio.
Questa sequenza di decessi ha spinto il Cyber Command a qualificare gli eventi come un cosiddetto «cluster di suicidi», espressione utilizzata dal Pentagono per indicare una serie di suicidi verificatisi a intervalli più stretti del consueto e tali da richiedere misure specifiche.
Gli operatori del comando hanno il compito di difendere le reti informatiche militari americane e, al tempo stesso, di penetrare nei sistemi digitali delle forze armate straniere per compromettere comunicazioni, difese aeree e altre capacità operative. Gran parte di queste attività si svolge all’interno di strutture ad altissima sicurezza e resta classificata.
Il costo psicologico di questo lavoro rappresenta da tempo una fonte di preoccupazione per i responsabili militari. Uno studio finanziato dall’esercito e richiamato da Bloomberg ha evidenziato che gli specialisti informatici soffrono spesso di insonnia, deficit di memoria, ruminazioni ossessive e patologie fisiche.
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Le criticità relative alla salute mentale degli hacker delle forze armate erano già emerse in sede congressuale. Una norma della legge sulla difesa del 2025 ha imposto al Cyber Command di mettere a disposizione esperti di salute mentale dedicati, compresi consulenti autorizzati a operare con personale che tratta materiali secretati.
I recenti decessi hanno riportato il tema all’attenzione del Congresso. Secondo Bloomberg, la Commissione per le Forze Armate del Senato sta valutando con il comando la possibilità di destinare risorse aggiuntive al supporto psicologico, mentre l’omologa commissione della Camera ha definito l’aumento dei suicidi una «questione critica».
Fonti di Bloomberg riferiscono che il carico di lavoro degli operatori è cresciuto in modo drastico a causa dei conflitti in corso all’estero, in particolare della guerra in Iran. I suicidi sono coincisi con una delle fasi più intense dello scontro.
È noto come il suicidio sia contagioso, tanto più che si può parlare di vere epidemie, che si propagano per imitazione o trasmissione sociale dei comportamenti suicidari (noto come effetto Werther o contagio suicidario).
L’effetto Werther è il fenomeno per cui la notizia del suicidio di una persona, diffusa dai media, provoca un aumento di suicidi emulativi nella popolazione.Il termine è stato coniato dal sociologo David Phillips nel 1974. Prende il nome dal romanzo di Giovanni Wolfgango Goethe del 1774, I dolori del giovane Werther, dopo la cui pubblicazione si registrò una catena di suicidi tra i giovani lettori che usavano lo stesso metodo del protagonista.
I giornalisti vengono quindi formati alla delicatezza totale nel parlare del tema del suicidio, perché un articolo pubblicato potrebbe di fatto far scattare a catena altri suicidi.
Tuttavia, la stampa sembra infischiarsene ampiamente, magari glorificando pure il suicida, in ispecie nel caso che questo scelga la morte eutanatica.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Droni
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