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La Casa Bianca: supersoldati USA schierati nel raid contro Maduro

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La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt la scorsa settimana ha rilanciato le affermazioni secondo cui i membri delle forze speciali americane, definiti «super soldati», avrebbero fatto ricorso a tecnologie militari avanzate durante l’operazione di cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro.

 

Leavitt ha condiviso su X un presunto resoconto di una guardia di sicurezza del complesso di Maduro, originariamente pubblicato dall’attivista politico californiano Mike Netter – noto per la sua campagna contro il governatore della California Gavin Newsom. Il racconto descrive l’arrivo degli operatori della Delta Force in condizioni di buio totale, dopo l’improvvisa disattivazione dei sistemi radar.

 


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«Il giorno dell’operazione, non abbiamo sentito nulla arrivare. Eravamo di guardia, ma improvvisamente tutti i nostri sistemi radar si sono spenti senza alcuna spiegazione. La cosa successiva che abbiamo visto sono stati droni, molti droni, che sorvolavano le nostre posizioni. Non sapevamo come reagire», ha dichiarato la guardia di sicurezza del complesso di Maduro. Questo resoconto è apparso sufficientemente credibile da indurre Leavitt a ripubblicarlo.

 

Il resoconto completo della guardia, che sottolinea l’incapacità delle forze venezuelane di fronteggiare un campo di battaglia moderno dominato da droni, armi soniche e ottiche avanzate con Intelligenza Artificiale integrate nei caschi, include la descrizione di un vero e proprio «massacro». La guardia ha affermato: «sì, ma è stato un massacro. Eravamo centinaia, ma non avevamo alcuna possibilità. Sparavano con tale precisione e velocità… sembrava che ogni soldato sparasse 300 colpi al minuto. Non potevamo fare nulla».

 

«Il giorno dell’operazione, non abbiamo sentito nulla arrivare. Eravamo di guardia, ma improvvisamente tutti i nostri sistemi radar si sono spenti senza alcuna spiegazione. La cosa successiva che abbiamo visto sono stati dei droni, molti droni, che sorvolavano le nostre posizioni. Non sapevamo come reagire» dice la guardia.

 

«E le tue armi? Non ti sono state d’aiuto?» chiede l’intervistatore.

 

«Nessun aiuto» risponde la guardia. Perché non erano solo le armi. A un certo punto, hanno lanciato qualcosa… non so come descriverlo… è stata come un’onda sonora molto intensa. Improvvisamente ho sentito come se la mia testa stesse esplodendo dall’interno. Abbiamo iniziato tutti a sanguinare dal naso. Alcuni vomitavano sangue. Siamo caduti a terra, incapaci di muoverci».

 

« E i tuoi compagni? Sono riusciti a resistere?» viene domandato.

 

«No, per niente. Quei venti uomini, senza una sola vittima, hanno ucciso centinaia di noi. Non avevamo modo di competere con la loro tecnologia, con le loro armi. Lo giuro, non ho mai visto niente del genere. Non siamo riusciti nemmeno a stare in piedi dopo quell’arma sonica o qualunque cosa fosse».

 

«Quindi pensa che il resto della regione dovrebbe pensarci due volte prima di affrontare gli americani?»

 

«Senza dubbio. Sto lanciando un avvertimento a chiunque pensi di poter combattere gli Stati Uniti. Non hanno idea di cosa siano capaci di fare. Dopo quello che ho visto, non voglio mai più trovarmi dall’altra parte. Non bisogna scherzare con loro» risponde la guardia.

 

«E ora che Trump ha detto che il Messico è nella lista, pensa che la situazione cambierà in America Latina?» viene chiesto ancora

 

«Tutti ne parlano già. Nessuno vuole passare quello che abbiamo passato noi. Ora tutti ci pensano due volte. Quello che è successo qui cambierà molte cose, non solo in Venezuela ma in tutta la regione» conclude il venezuelano intervistato.

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Secondo un articolo del New York Times che ha approfondito i dettagli dell’Operazione Absolute Resolve, nessun operatore della Delta Force ha perso la vita durante l’azione. Tuttavia, il rapporto ha precisato che «uno degli elicotteri è stato colpito» e che, secondo due funzionari statunitensi, circa una mezza dozzina di soldati americani sono rimasti feriti nell’intera operazione.

 

Non esiste al momento una verifica indipendente del post su X di Netter, e l’intera vicenda appare come parte di una guerra narrativa, amplificata dalla Casa Bianca, probabilmente finalizzata a intimorire i governi latinoamericani di orientamento socialista.

 

La rimozione di Maduro si inserisce pienamente nella strategia di difesa emisferica del presidente Trump, nota come «Dottrina Donroe» (una crasi tra Donald e Monroe), volta a riaffermare il dominio incontrastato degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale e a contrastare l’influenza cinese, russa e socialista.

 

A un livello più profondo, la Dottrina Donroe sembra estendersi oltre il Venezuela, indicando un progetto per integrare le economie dell’emisfero occidentale in un blocco fortemente allineato agli USA, che inizia a somigliare a una sorta di Superstato, scrive Zerohedge.

 

Questo potrebbe rappresentare l’obiettivo a lungo termine per una futura amministrazione guidata da figure come JD Vance.

 

Il tema dei supersoldati è emerso varie volte pubblicamente in questi anni in America.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un rapporto del Pentagono esplorava la guerra basata sulla biotecnologia parlando di «peste, cyborg e supersoldati». Cinque anni fa è stato detto che l’esercito americano stava testando sui suoi soldati pillole anti-invecchiamento.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Cina – hanno negli anni accusato apertamente i funzionari dell’Intelligence americana – sta lavorando alacremente da tempo alla produzione di supersoldati geneticamente modificati.

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Gli Stati Uniti rimandano i bombardamenti notturni sull’Iran a dopo la finale dei Mondiali

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Gli Stati Uniti hanno avviato la loro nona notte consecutiva di offensive contro l’Iran soltanto dopo la fine della finale dei Mondiali di calcio e della relativa cerimonia di premiazione, determinando così un avvio insolitamente ritardato rispetto alla consueta campagna di bombardamenti notturni di Washington.   Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha reso noto che i nuovi attacchi sono cominciati alle 19:00 ora della costa orientale, a differenza dei precedenti raid notturni che erano stati generalmente lanciati tra le 14:00 e le 16:00.   «Il CENTCOM ha iniziato oggi alle 19:00 ET una nuova ondata di attacchi contro l’Iran per la nona notte consecutiva», ha affermato il comando, precisando che le operazioni mirano a indebolire le capacità militari iraniane, presumibilmente impiegate contro le navi mercantili nello Stretto di Ormuzzo.   Gli Stati Uniti hanno concluso i bombardamenti all’alba, secondo la prassi abituale, chiudendo così una delle missioni notturne più brevi, durata appena tre ore.   Il CENTCOM non ha fornito motivazioni sulla scelta dei tempi né ha suggerito che l’operazione fosse stata intenzionalmente sincronizzata con l’evento calcistico globale. Tuttavia, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva assistito alla partita al MetLife Stadium nel New Jersey, conclusasi ai tempi supplementari, e aveva preso parte alla cerimonia di premiazione, terminata poco prima dell’inizio degli attacchi.   Il comunicato non faceva inoltre riferimento a ritorsioni per la morte di soldati americani né indicava il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (i pasdaran) come bersaglio specifico. Al contrario, il comunicato della sera precedente descriveva l’azione come volta a «punire rapidamente» i responsabili.  

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Il numero di militari statunitensi confermati morti in seguito ai recenti attacchi iraniani in Giordania e Iraq è salito a tre, mentre altri resti ancora da identificare sono stati rinvenuti tra le macerie. Trump ha definito le perdite una «vergogna», ma ha respinto le critiche alla guerra paragonandole alle perdite ben più elevate registrate in Vietnam e Afghanistan.   Le perdite si sono verificate in un clima di crescente inquietudine a Washington per la maggiore efficacia dell’Iran nel superare le difese aeree americane. Il New York Times ha riferito che Teheran dispone ancora di ingenti scorte di missili ed è diventata più capace nell’eludere i sistemi di intercettazione statunitensi, mentre il Wall Street Journal ha sostenuto che le forze iraniane si sono adattate impiegando missili veloci e manovrabili.   Secondo le fonti, le forze statunitensi in Giordania sono state colpite da attacchi missilistici e con droni da parte dell’Iran in almeno quattro occasioni nel corso della settimana. Gli assalti avrebbero ferito decine di militari americani e danneggiato vari elicotteri Black Hawk, mentre Teheran ha sostenuto di aver distrutto aerei da combattimento e altri velivoli statunitensi presso la base aerea di Al-Azraq.   Washington e Teheran si sono affrontate con attacchi quasi quotidiani dal fallimento dell’ultimo cessate il fuoco della settimana scorsa. L’Iran ha sospeso i suoi impegni previsti dal memorandum d’intesa di Islamabad, mentre Trump ha dichiarato la tregua «terminata».   L’escalation del conflitto ha indotto il dipartimento di Stato a emettere un avviso di viaggio a livello mondiale, invitando gli americani a prestare attenzione al rischio di un aggravamento improvviso.  

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La Russia continua a colpire Kiev con missili e droni

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La capitale ucraina e la sua periferia sono state colpite da un attacco su larga scala, condotto con armi di precisione e droni nelle prime ore di domenica mattina, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Difesa russo. Mosca sostiene di colpire esclusivamente installazioni militari e a duplice uso in risposta agli «attacchi terroristici» indiscriminati dell’Ucraina.

 

Le prime esplosioni a Kiev si sono udite poco dopo l’una di notte, ora locale, seguite da ulteriori deflagrazioni in diverse ondate. I media locali hanno riportato oltre 40 attacchi missilistici entro le 3 del mattino. Il sindaco Vitaly Klitschko ha segnalato numerosi incendi nei pressi di edifici residenziali, centri commerciali e strutture «non residenziali» non specificate.

 

Diversi video non verificati condivisi sui social media mostravano numerose esplosioni e incendi successivi dentro e intorno alla capitale ucraina.

 

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Il ministero della Difesa russo ha affermato che armi di precisione lanciate da aria e da terra, nonché droni d’attacco, hanno preso di mira impianti militari-industriali e centri logistici ucraini a Kiev e nella regione circostante.

 

Secondo il ministero della Difesa di Mosca, l’operazione ha preso di mira anche le infrastrutture del porto di Yuzhny, nella regione di Odessa, utilizzate per ricevere e immagazzinare merci militari e rifornimenti di carburante destinati a sostenere le forze ucraine.

 

A fronte delle significative battute d’arresto sul campo di battaglia, l’Ucraina ha intensificato i raid con droni a lungo raggio in profondità nel territorio russo, colpendo spesso edifici residenziali e prendendo di mira deliberatamente altre infrastrutture civili.

 

Sabato, sette lavoratori del turno di notte sono stati uccisi e altri 25 feriti in un attacco mirato a un centro logistico gestito dal rivenditore online russo Wildberries nella regione di Tambov. Contemporaneamente, un altro centro logistico di Wildberries è stato attaccato durante la notte a Elektrostal, a circa 50 km a Est di Mosca, provocando il ferimento di altre 24 persone.

 


Kiev accusa regolarmente la Russia di colpire deliberatamente obiettivi civili, ma ha una lunga storia di utilizzo di strutture civili, tra cui magazzini, edifici pubblici e siti industriali, per scopi militari.

 

Il mese scorso, i media ucraini hanno accidentalmente rivelato la presenza di un impianto di produzione di droni all’interno di uno studio cinematografico colpito dalla Russia. Nel corso del conflitto, Kiev ha compiuto notevoli passi per decentralizzare la sua catena di produzione di armi, creando piccoli siti di assemblaggio che producono principalmente droni FPV e ad ala fissa a lungo raggio utilizzando componenti provenienti dall’estero.

 

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Il Lussemburgo va alla guerra

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Durante un Consiglio dei Ministri del governo Berlusconi, nel 2000, Gianfranco Fini, allora ministro degli Esteri, si lasciò scappare l’epressione «imbelle Lussemburgo». La frase, forse maturata su alcune indicazioni storiche, fu pronunciata durante un acceso dibattito politico riguardante la partecipazione dell’Italia al programma militare per l’aereo da caccia tattico Airbus A400M. Fini sosteneva fermamente l’adesione dell’Italia al progetto militare. Per rafforzare la sua tesi, sottolineò che persino una nazione storicamente non militarizzata e priva di un esercito offensivo come il Lussemburgo vi prendeva parte.   Si tratta di una delle tante cose sbagliate dette dall’ormai dimenticato (sepolto dagli scandali para-amorosi e dal suo tradimento politico) ex missino. Perché il Lussemburgo, a guardare gli ultimi sviluppi, è tutto meno che imbelle.   C’è il Lussemburgo, infatti, nella spinta al riarmo della NATO. Il primo ministro lussemburghese è il co-iniziatore, insieme al premier canadese ed ex governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney, della cosiddetta Banca per la Difesa, la Sicurezza e la Resilienza – cioè la Banca della NATO.   Il Lussemburgo è un minuscolo granducato, il cui monarca appartiene alla famiglia aristocratica Nassau-Orange (discendente di Guglielmo d’Orange). Con circa 680.000 abitanti, ha un «esercito» delle dimensioni di un battaglione. Nessuna aviazione, nessuna marina, nessun carro armato, due droni. Il ministro della difesa Yuriko Backes, già ministro della finanze e maresciallo della Corte granducale, è anche, al contempo, ministro dell’equità di genere e della diversità.   Tuttavia, il granducato possiede un settore bancario con attività equivalenti a circa 12 volte il suo PIL. Il suo settore dei fondi di investimento gestisce circa 7.600 miliardi di euro di attività, circa 77 volte il PIL del Paese, il che lo rende il secondo paese al mondo per numero di fondi di investimento dopo gli Stati Uniti. «Definirlo un paradiso fiscale alla Epstein non è un’esagerazione» scrive EIRN.   Al recente vertice NATO, la Backes e il primo ministro hanno annunciato che la Banca della NATO avrà due sedi, una in Canada e l’altra in Lussemburgo. La ministra è nota per le sue posizioni intransigenti a sostegno dell’Ucraina e per il suo appoggio al riarmo. «Se vuoi la pace, devi prepararti alla guerra», aveva tuonato in un’intervista del 2025.   Yuriko è anche una fiancheggiatrice del Digital Services Act (DSA), la grande legge per il bavaglio elettronico europeo.

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