Spirito
Vescovo cattolico «co-consacra» un vescovo anglicano. Verrà scomunicato?
Il 18 aprile 2026, nella cattedrale episcopale di St. James a Fresno, in California, si è svolta la presunta «ordinazione e consacrazione» di Gregory Kimura a «vescovo» della Comunione anglicana negli Stati Uniti. Questo evento, di per sé privo di realtà sacramentale per la Chiesa cattolica, ha assunto un significato particolare a causa della partecipazione attiva del vescovo Joseph V. Brennan, vescovo cattolico della diocesi di Fresno.
Un video ampiamente diffuso dal sito web Novus Ordo Watch mostra chiaramente il prelato cattolico partecipare attivamente al rito. Non si tratta di una presenza discreta, nella navata, in abito corale, come è consuetudine nel movimento ecumenico promosso dopo il Concilio Vaticano II. Il vescovo Brennan appare al centro dell’azione liturgica, accanto ai ministri anglicani, compiendo i gesti essenziali della cosiddetta consacrazione.
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Una partecipazione innegabile al rituale
Le immagini sono esplicite. Mostrano l’uomo ordinato inginocchiato, mentre i vescovi anglicani tendono le mani su di lui. In quel preciso istante – che qualsiasi osservatore che abbia familiarità con l’ordinazione anglicana riconosce come il momento destinato a conferire l’episcopato – il vescovo Brennan si unisce al gesto e alla preghiera di consacrazione. La formula di ordinazione recitata da tutti i presenti si basa sul testo ufficiale contenuto nel Libro della Preghiera Comune (edizione 2016).
Non c’è spazio per interpretazioni: la partecipazione è diretta, formale e pienamente integrata nel rito.
Un simile atto è estremamente grave; per comprenderne il significato, è necessario richiamare un punto dottrinale fondamentale. Nella lettera apostolica Apostolicae Curae (1896), Papa Leone XIII dichiarò che gli ordini anglicani sono «assolutamente nulli e del tutto privi di valore» (absolute nullas et omnino irritas). Questa decisione, confermata dal magistero successivo e persino riaffermata come dottrina definitiva dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1998, vincola irrevocabilmente l’insegnamento della Chiesa.
La partecipazione a un rito di ordinazione anglicano non può essere interpretata in chiave ecumenica come un mero gesto simbolico o pastorale. La liturgia ha un suo linguaggio specifico e l’imposizione delle mani accompagnata dalla formula consacratoria significa oggettivamente la volontà di trasmettere il potere sacramentale. Compiere questi gesti in un contesto che la Chiesa dichiara invalido equivale a contraddire, con l’atto stesso, la verità professata e a fomentare scismi ed eresie.
In this 32-second clip of an Anglican ordination, see Fresno ‘Catholic bishop’ Joseph Brennan, far left, participate by reciting the formula of ordination and extending his hands. Some are insistent this is not a ‘co-consecration’, but call it what you like, this is what he did. pic.twitter.com/eL9xXKzfxQ
— Novus Ordo Watch (@NovusOrdoWatch) April 24, 2026
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L’ecumenismo è superato
Alcuni citeranno il Direttorio Ecumenico del 1993 per minimizzare l’importanza dell’evento. Le disposizioni inaccettabili di questo testo, che promuovono l’eresia, consentono, in determinate circostanze, la presenza di ministri cattolici a celebrazioni non cattoliche, per cortesia o per la preghiera comune. Ma non arrivano ad autorizzare la partecipazione agli elementi costitutivi del rito, cioè al suo presunto contenuto e alla sua forma; la co-attuazione del rito è esclusa.
La Chiesa condanna questo tipo di atto come communicatio in sacris . Il Codice di Diritto Canonico del 1917 stabilisce: «Non è lecito ai fedeli, in alcun modo, assistere attivamente o partecipare ai riti sacri dei non cattolici» (Canone 1258 §1).
La conseguenza immediata della violazione di questo canone, che è chiaramente un peccato mortale, è che il colpevole incorre automaticamente nel sospetto di eresia: «Chiunque, in qualsiasi modo, volontariamente e consapevolmente, aiuti alla propagazione dell’eresia o comunichi in materia divina con eretici contro la prescrizione del Canone 1258, è sospettato di eresia» (Canone 2316).
Anche il nuovo codice promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983, che tuttavia apre le porte all’ecumenismo, respinge tale atto nel canone 844 §1: «I ministri cattolici amministrano legittimamente i sacramenti solo ai fedeli cattolici, i quali li ricevono legittimamente solo dai ministri cattolici».
A prescindere dalla rigorosa classificazione penale, lo scandalo pubblico e la confusione dottrinale causati ai fedeli da questo atto sono evidenti, ma è solo la logica conseguenza dei presupposti di un ecumenismo abituale che suggerisce costantemente che le differenze dottrinali tra la vera fede e l’eresia sarebbero secondarie, che i veri ministri e quelli di culti non cattolici sarebbero intercambiabili e che l’appartenenza all’unica Chiesa di Gesù Cristo, quella cattolica, non sarebbe più un elemento essenziale per la salvezza delle anime.
Ciò che rende la situazione ancora più preoccupante è la palese ingiustizia nell’applicazione della disciplina ecclesiastica. Quando la Fraternità Sacerdotale San Pio X effettua consacrazioni episcopali per evidente necessità, la reazione delle autorità romane è immediata: richiami alle sanzioni esistenti, dichiarazioni pubbliche, minacce di scomunica. Nel 1988, durante le consacrazioni a Écône officiate dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, Roma impose sanzioni immediate.
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Una confusione istituzionalizzata
Qui, al contrario, non si tratta di trasmissione della Tradizione, ma di partecipazione a un rito invalido che veicola eresia. Il caso Fresno, per la sua oggettiva gravità, esige una risposta non solo disciplinare, ma anche dottrinale, commisurata al turbamento che ha provocato: in materia di fede, il silenzio non è mai neutrale. Purtroppo, la realtà concreta osservata da diversi anni ai più alti livelli della Chiesa tende piuttosto a suggerire l’assenza di una reazione significativa, come se questo tipo di scandalo appartenesse ormai a una forma di normalità implicita.
I precedenti recenti puntano in questa direzione. Nel 2026, Papa Leone XIV offrì parole di incoraggiamento all’Arcivescovo di Canterbury per il suo «fecondo servizio», una posizione che tuttavia derivava da una rottura storica con la Chiesa. Nel 2024, sotto il pontificato di Francesco, un’Eucaristia anglicana – necessariamente invalida secondo la dottrina cattolica – fu tollerata in una basilica romana. L’anno precedente, nel 2023, una «messa» anglicana fu autorizzata nella Basilica di San Giovanni in Laterano, la cattedrale del Ppapa stesso.
Questi eventi non sono isolati. Già nel 2017, una liturgia anglicana è stata celebrata nella Basilica di San Pietro, il cuore pulsante del cattolicesimo. Nel 2014, Papa Francesco in persona ha ordinato che l’anglicano Tony Palmer fosse sepolto come vescovo cattolico, un gesto carico di significato. Tra queste date, altri episodi hanno confermato una tendenza persistente: prelati che partecipano a riti non cattolici, gesti liturgici ambigui e dichiarazioni che minimizzano le differenze dottrinali. Persino membri della gerarchia che avevano criticato gli ambienti tradizionali definendoli «protestanti» hanno partecipato a celebrazioni anglicane.
A tutto ciò si aggiunge ora quella che sembra una vera e propria consacrazione simbolica di questi scandali: la farsa dell’accoglienza ufficiale da parte della Santa Sede, a Roma, da sabato 25 a martedì 28 aprile, dell’«arcivescova» anglicana Sarah Mullally, che è stata addirittura ricevuta da Papa Leone XIV lunedì 27 aprile.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Arte
Notre-Dame: il caso delle vetrate contemporanee finisce in tribunale
A meno di un anno dalla fine del suo mandato come presidente francese, Emmanuel Macron sta portando avanti con tenacia il suo piano di sostituire le vetrate di Viollet-le-Duc con vetrate moderne. L’autorizzazione per i lavori di rimozione e sostituzione delle vetrate è stata appena affissa sulla cattedrale di Notre-Dame a Parigi.
Per impugnare in tribunale il permesso di lavoro, era necessario affiggere questo avviso (la data di inizio dei lavori non è specificata, il che è normale). L’associazione Siti e Monumenti presenterà ricorso nei prossimi giorni, poiché il termine legale è di due mesi dalla data di affissione.
È opportuno ricordare che la causa iniziale è stata persa in primo grado dinanzi al Tribunale Amministrativo di Parigi, sentenza attualmente oggetto di appello. La controversia riguardava la legittimità dell’ente pubblico – il cui ruolo, come definito dalla legge, è quello di «preservare» e «restaurare» Notre-Dame – ad essere il committente del progetto per questa operazione.
La sostituzione delle vetrate tutelate di Viollet-le-Duc non rientra chiaramente né nell’ambito della conservazione né in quello del restauro. La decisione del tribunale amministrativo, che ha respinto la richiesta, è incomprensibile. È stato presentato ricorso alla Corte d’Appello Amministrativa di Parigi.
Ora si può aprire un secondo fronte. L’autorizzazione a sostituire le vetrate, tutelate come monumenti storici, che non sono state danneggiate dall’incendio né restaurate (o pulite) successivamente, è assolutamente contraria al codice di tutela dei beni culturali.
Critiche per la modifica degli elementi protetti
I critici del progetto sottolineano che le vetrate sono tutelate come monumento storico e che la loro rimozione violerebbe lo spirito della legislazione francese in materia di beni culturali. La sostituzione di elementi storici conservati in buono stato non può essere giustificata come «restauro».
Sottolineano inoltre che la Commissione nazionale francese per il patrimonio e l’architettura ha espresso un parere negativo sul progetto nel luglio 2024, nonostante l’intervento sia proseguito come previsto.
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Oltre 335.000 firme contro il ritiro
Anche l’opposizione sociale è stata significativa. La petizione «Salviamo le vetrate di Viollet-le-Duc a Notre-Dame de Paris», promossa da La Tribune de l’Art e sostenuta da Sites & Monuments, ha già raccolto oltre 335.000 firme, diventando di gran lunga la petizione per la tutela del patrimonio più firmata al mondo. Ciò influenzerà senza dubbio la decisione del tribunale amministrativo.
L’associazione insiste sul fatto che, anche se i ricorsi legali dovessero fallire e i tetti di vetro venissero rimossi, continuerà a chiedere l’annullamento dell’intervento e il ripristino dello stato progettato da Viollet-le-Duc.
La decisione finale spetta ora ai tribunali amministrativi, che dovranno stabilire se la rimozione delle vetrate rientri nel quadro giuridico di tutela del patrimonio storico francese.
Articolo previamente apparso su FSSPX. News
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Immagine di Jean de l’Auxois via Wikimedia pubblicate su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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