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Vaccini e perdita della patria potestà: una testimonianza

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Renovatio 21 pubbica in esclusiva questa incredibile testimonianza di una madre che per i vaccini (che pure aveva somministrato!) ha rischiato di perdere la patria potestà: cioè che lo Stato le portasse via i figli.

Semplicemente pazzesco: specie se si pensa che questa vicenda risale a prima che entrasse in vigore la legge Lorenzin.

 

C’è un torrente in piena. La corrente è velocissima e ineluttabile. Li vedo tutti e tre. Tentano inutilmente di dimenarsi, di resistere a quella forza terribile, ma l’acqua li porta via, lontano. E io non posso fare nulla per riprenderli. A un tratto sono spariti. Non li vedo più.

 

Un incubo che si è ripetuto ogni notte per due interminabili mesi, da quando il maresciallo preposto mi telefonò per informarmi della convocazione al tribunale dei minori

Un incubo che si è ripetuto ogni notte per due interminabili mesi, da quando il maresciallo preposto mi telefonò per informarmi della convocazione al tribunale dei minori. Inizialmente, io e mio marito non conoscevamo nemmeno il motivo di tale notifica, non eravamo in città e, impossibilitati a tornare perché all’estero, non potevamo nemmeno ritirarla. Sapevamo soltanto che l’oggetto della notifica erano i nostri tre figli, lui per telefono non poteva dirmi altro.

 

«Sarà stato perché l’ho sgridato perché non si impegnava con i compiti?», si è persino chiesto mio marito.

 

Sono partite illazioni di ogni tipo nella nostra testa, non riuscivamo a spiegarcelo. Nominammo quindi un avvocato, un nostro conoscente che si occupa di cause legate ai minori, delegando a lui di ritirare tale notifica per sapere di cosa si trattasse.

 

I giorni passavano e l’ansia cresceva. Finalmente la telefonata dell’avvocato.

«Signora, la vostra patria potestà è pendente.  Seppure i vaccini non siano da ritenersi obbligatori sono caldamente raccomandati per il bene della comunità e pertanto si richiede la sospensione della potestà perché i vostri possano essere vaccinati»

 

«Allora, signora, la vostra patria potestà è pendente. Ne ha fatto richiesta l’ospedale xx nel novembre 2016 perchè i vostri figli a quella data non risultavano vaccinati. La direzione sanitaria, con firma del dott.xx, scrive che seppure i vaccini non siano da ritenersi obbligatori sono caldamente raccomandati per lui e per il bene della comunità e pertanto richiedono la sospensione della potestà perché possano essere vaccinati. In pratica, sono convinti che voi siate contro i vaccini».

 

«E quindi, mi scusi, chiedono che ci venga tolta la patria potestà per qualcosa che non è nemmeno obbligatorio?»

 

«Purtroppo sì e il tribunale non si è potuto opporre perché quando è un ente sociosanitario, quale è un ospedale, a muovere la pratica va tutto d’ufficio. Poi con la nuova legge della settimana scorsa, figuriamoci… È cominciata la caccia alle streghe!».

«In pratica, sono convinti che voi siate contro i vaccini»

 

Fermiamo la telefonata e facciamo un passo indietro. Novembre 2016: il nostro secondo figlio, Matteo di 3 anni, viene ricoverato una notte in ospedale insieme a mio marito – io avevo partorito la nostra terza il mese prima – per una sospetta balanopostite.

 

Per questo il pediatra curante ci consigliò per prudenza di attendere con i vaccini, perché non sapendo se il problema del linguaggio di mio figlio potesse essere legato a spettri autistici, epilessia o altri problemi neurologici, era meglio non correre rischi.

Al momento delle dimissioni, diedero a mio marito un foglio da compilare, in cui figurava la voce «Ha ricevuto le vaccinazioni raccomandate?» e lui ha barrato la caselle NO. In quel periodo per Matteo, infatti, era in corso un’indagine neurologica legata a un disturbo del linguaggio. Per questo il pediatra curante, quello assegnato dalla ASL e non un privato, ci consigliò per prudenza di attendere con i vaccini, perché non sapendo se il problema del linguaggio potesse essere legato a spettri autistici, epilessia o altri problemi neurologici, era meglio non correre rischi.

 

Tanto più che Matteo, sempre per lo stesso motivo, non andava alla scuola materna e dunque non avrebbe fatto correre rischi ad una eventuale «comunità» scolastica. Una volta terminato l’iter diagnostico, che ha portato, grazie a Dio, alla conclusione che Matteo ha un disturbo specifico del linguaggio e nulla dal punto di vista neurologico, il nostro piccolo ha ricevuto la prima somministrazione vaccinale e nel Febbraio 2017 ha cominciato la scuola materna.

 

Era questo il motivo dell’attesa e di quel NO sul foglio di dimissioni. Se un medico avesse parlato con mio marito, egli non avrebbe avuto problemi a spiegare i fatti che comunque non avrebbero dovuto essere nemmeno oggetto di contestazione, giacché i vaccini non erano propriamente «obbligatori» prima della legge del 31 Luglio 2017, come affermato dallo stesso ospedale.

La piccola aveva solo un mese (ricordo che stiamo parlando di Novembre 2016 e la nostra Teresa è nata ad Ottobre): sfido il più accanito medico «pro-vaccini» a somministrare l’esavalente prima dei tre mesi!

 

Non contenta la direzione sanitaria dell’ospedale, ignaro dell’ABC dell’etica professionale, visto che Matteo aveva dei fratelli, ha pensato bene di indagare sulla situazione vaccinale di Giuseppe, il primogenito, e di Teresa, l’ultima arrivata. Non trovandoli nell’anagrafe vaccinale, ha probabilmente etichettato i genitori come dei «no-vax», dando evidentemente a questa posizione un’accezione negativa, e si è prodigata per salvare ben tre minori dalle loro grinfie. Ma bastava parlare con questi sedicenti fanatici o magari con il loro pediatra per fare due scoperte assai interessanti. La piccola aveva solo un mese (ricordo che stiamo parlando di Novembre 2016 e la nostra Teresa è nata ad Ottobre): sfido il più accanito medico «pro-vaccini» a somministrare l’esavalente prima dei tre mesi!

 

Il nostro figlio maggiore, invece, aveva da piccolino una situazione di salute caratterizzata da infezioni respiratorie ricorrenti e da una depressione del sistema immunitario. Di fronte a questo quadro e poiché non frequentava l’asilo nido, il pediatra ci consigliò di rimandare le vaccinazioni fino a una ripresa consolidata della sua salute. Giuseppe ha cominciato a stare bene e a irrobustirsi intorno ai quattro anni. Ai cinque, il pediatra stesso gli ha somministrato una trivalente in forma più diluita, cioè il richiamo che comunemente si fa agli adulti, invece dell’esavalente, per proteggere la sua salute e non esporre a rischi il suo organismo. Questo ha fatto sì che non figurasse nell’anagrafe vaccinale centrale. Ma, anche qui bastava chiedere!

«Vengono tirati in causa gli assistenti sociali. Dovranno convocarvi, venire a casa vostra, conoscere i bambini, vedere la loro camera, i loro vestiti, forse andare anche a scuola. Insomma dovranno verificare che stanno bene e soprattutto che voi siete idonei ad occuparvi dei vostri figli»

 

«Beh, comunque, avvocato, non c’è problema, mostriamo al giudice i certificati ed è tutto risolto, no?».

 

«Purtroppo no, signora. Il problema è che quando a muovere la richiesta di sospensione della patria potestà è un ente come l’ospedale, vengono tirati in causa gli assistenti sociali. Dovranno convocarvi, venire a casa vostra, conoscere i bambini, vedere la loro camera, i loro vestiti, forse andare anche a scuola. Insomma dovranno verificare che stanno bene e soprattutto che voi siete idonei ad occuparvi dei vostri figli».

 

«Ma che c’entra tutto questo con i vaccini?».

 

«I vaccini sono stati l’incipit. Ora la macchina è stata messa in moto e il sistema prevede questa invasione nella vostra vita privata. In fondo, si sa che gli assistenti sociali sono sempre a caccia di bambini da dare in adozione».

«Il sistema prevede questa invasione nella vostra vita privata. In fondo, si sa che gli assistenti sociali sono sempre a caccia di bambini da dare in adozione»

 

Da quella telefonata, il fiume in piena ha cominciato a straripare e per me e mio marito sono cominciati due lunghissimi mesi di prova, in attesa dell’incontro con l’assistente sociale a cui avevano affidato la pratica e infine con il giudice.

 

Guardavamo i nostri figli di giorno e anche mentre dormivano, sereni e ignari del dramma che consumava emotivamente papà e mamma. Guardavamo Giuseppe, tenace e intelligente, ma anche sensibile e desideroso di attenzioni, poco affettuoso ma capace di mettersi a piangere quando un membro della famiglia si deve assentare da casa.

 

E poi Matteo, tanto difficile da gestire a causa della sua difficoltà ad esprimersi ma così capace di restituirti tutto con i suoi sguardi e i suoi gesti carichi di amore. Più degli altri ha bisogno di noi, gli unici capaci di entrare nella sua dimensione, di tradurre le parole inintelligibili, di contenere la sua ansia di non riuscire, di accettarlo in tutto e per tutto per quello che è.

Li guardavamo continuamente: come avrebbero fatto senza di noi? E noi senza di loro?

 

E infine Teresa, la femminuccia, un bimba «grassa e felice», così capace di sopportare i dispettucci dei fratelli ma anche le piccole scomodità dovute alla gestione di loro tre senza neanche un nonno su quattro o di un parente che te ne tiene uno ogni tanto mentre tu fatichi con gli altri e pulisci casa. Li guardavamo continuamente: come avrebbero fatto senza di noi? E noi senza di loro?

 

«Quando e dove vi siete conosciuti?»

 

«Intende noi e l’avvocato? È genitore di un mio ex alunno».

 

«No, intendevo voi due. Quando e dove vi siete conosciuti? Siete stati insieme parecchio prima di sposarvi? Avete convissuto?».

È stato un colloquio di due ore quello con l’assistente sociale. Ci ha chiesto di tutto della nostra vita privata, cose che forse nemmeno degli amici oserebbero chiederci.

 

È stato un colloquio di due ore quello con l’assistente sociale. Ci ha chiesto di tutto della nostra vita privata, cose che forse nemmeno degli amici oserebbero chiederci.

 

«Ora parlatemi dei vostri figli, di ognuno di loro. Perché avete scelto questi nomi?». E ancora: «che sport fanno, qual è il loro colore/animale/cartone/piatto preferito? Descrivetemi il loro carattere». Mi fermo, ma potrei andare avanti.

E avendo nominato i vari santi loro patroni, ovviamente è arrivata anche la fatidica domanda.

«Pensate di avere altri figli?».

 

«Pensate di avere altri figli?».

 

Cosa voleva sentirsi dire? Che siamo cattolici e che quindi siamo aperti alla vita e ai figli che il buon Dio ci dona, in modo da poterci considerare liberamente degli «irresponsabili»?

 

Finito il colloquio, ci siamo dati appuntamento per la visita a casa. «Comunque – afferma l’avvocato – non ritengo appropriata questa intromissione: non è possibile evitare che andiate a casa? In fondo, lo ha visto, era per i vaccini, null’altro!».

Cosa voleva sentirsi dire? Che siamo cattolici e che quindi siamo aperti alla vita e ai figli che il buon Dio ci dona, in modo da poterci considerare liberamente degli «irresponsabili»?

 

«Avvocato, se vi volete opporre, per me va bene, ma lo dovrò segnalare al tribunale. Così è solo peggio. Vi consiglio piuttosto di avvisare i bambini, forse potrebbero essere turbati dalla presenza di un estraneo».

 

«I nostri figli sono sempre felici quando arriva un ospite».

 

«Avvocato, se vi volete opporre, per me va bene, ma lo dovrò segnalare al tribunale. Così è solo peggio»

Abbiamo una casa modesta, in periferia, conforme allo stipendio di due insegnanti, con gli spazi sufficienti per tutti, anche per Nostro Signore, la cui icona domina la stanza più frequentata, il soggiorno, in cui riceviamo gli ospiti, mangiamo e facciamo giochi tutti insieme.

 

La casa ha uno speciale punto di forza: un grande terrazzo coperto in cui mio marito ha ricreato una vera e propria area gioco di cui i bimbi vanno matti e a quanto pare anche l’assistente sociale. Non ho tirato a lucido la casa, non avevo niente da dimostrare, ho fatto quello che faccio sempre, come lo faccio sempre.

Non ho tirato a lucido la casa, non avevo niente da dimostrare, ho fatto quello che faccio sempre, come lo faccio sempre.

 

Feliciana è stata accolta da tre bimbi che la sono andati ad aspettare sul pianerottolo, saltellanti ed entusiasti di conoscere una persona nuova e averla a casa, mentre io sentivo che sarei scoppiata a piangere da un momento all’altro e mentre mio marito irrigidiva sempre più il suo volto e faticava persino a parlare.

 

Ha girato per casa, guardato libri e quaderni del grande, lo ha persino fatto leggere. «Vedi che i compiti c’entrano», vaneggiava mio marito, ormai in tilt. Ha avuto occasione di leggere stupita le regole che i maschi hanno affisse alla porta della loro camera, mentre le ricordavo al grande, specialmente quella che infrange più spesso: «non sono autorizzato ad alzare le mani su mio fratello nemmeno se ho ragione».

 

La lite era legata a chi faceva vedere più giochi a Feliciana. Quella nuvola di gioia e rumore l’ha poi convinta a sedersi per un caffè e una fetta di torta. «Fatta in casa, scommetto!». «No casa, Teo fatto a torta, no casa!», le ha risposto a modo suo Matteo.

«Scriverò un documento su quello che ho visto. Ci vediamo dal giudice».

 

 

Arriva il momento della nanna dei due più piccoli e l’assistente sociale, dopo aver notato che Teresa si addormenta senza storie nel suo lettino nella sua camera e dopo essere stata invitata da Matteo a fare un sonnellino con lui, decide che era il momento di levare le ancore.

 

«Scriverò un documento su quello che ho visto. Ci vediamo dal giudice».

 

In realtà dal giudice non ci siamo visti, se non di sfuggita. Lei entrò prima di noi, standoci pure parecchio.

 

Noi subito dopo per un altro infinito colloquio in cui riaprire l’intimità della nostra vita e della nostra famiglia, in cui sentirsi dare «consigli» da un’altra sconosciuta in dovere di dispensare il suo sapere. Su cosa poi? Sulla scelta del calcio per il primo figlio, «no, ma guardi che l’anno prossimo comincerà atletica» o sul fatto che al secondo la musica va fatta fare «non perché lo ha consigliato il neuropsichiatra ma perché piace a lui, ricordatevelo!».

Dal giudice un altro infinito colloquio in cui riaprire l’intimità della nostra vita e della nostra famiglia, in cui sentirsi dare «consigli» da un’altra sconosciuta in dovere di dispensare il suo sapere

 

«Scusi, giudice, ma di vaccini quando parliamo? In fondo se siamo qui è per questo. No perché io le ho portato le copie dei certificati e il pediatra ha preparato un documento in cui motiva dal punto di vista medico…»

«Sì, ho visto, ma questo non è compito mio. Io devo solo valutare se i vostri figli non corrono pericoli con voi e se voi siete in grado di occuparvene. Comunque, dalla relazione dell’assistente sociale non credo dobbiate preoccuparvi».

 

Feliciana aveva scritto un lungo documento sulla nostra famiglia, sull’amore che ha colto a casa nostra, sulla serenità di tutti e tre i bambini e sull’affetto tra di noi, sulla nostra casa modesta ma accogliente, sulla bellezza dello stare insieme. Tre mesi dopo è stata proprio lei a chiamarci appena arrivata la notizia dell’archiviazione della pratica.

«Io devo solo valutare se i vostri figli non corrono pericoli con voi e se voi siete in grado di occuparvene»

 

Poco tempo dopo, ho scoperto che nell’ospedale XX un anno prima del fatidico ricovero, era morto un bambino di morbillo che non era stato vaccinato e che questo fatto aveva messo nei guai l’ospedale. Evidentemente pur di tutelarsi la direzione sanitaria è disposta a far vivere a dei malcapitati un incubo.

 

So che può sembrare un lieto fine e in effetti, grazie a Dio, lo è.

 

E forse può sembrare anche a tratti assurdo, se non addirittura folle questo racconto. Ma la percezione che mio marito ed io abbiamo avuto dello svolgimento dei fatti è andata ben oltre persino il torto subito ingiustamente. La nostra intimità famigliare è stata invasa da degli estranei che senza alcun riguardo si sono messi ad indagare e a disquisire su cose personalissime che chiunque desidera proteggere e custodire.

La nostra intimità famigliare è stata invasa da degli estranei che senza alcun riguardo si sono messi ad indagare e a disquisire su cose personalissime che chiunque desidera proteggere e custodire.

 

Siamo stati umiliati nel nostro ruolo genitoriale e non perchè non fossimo consapevoli degli errori che talvolta purtroppo compiamo come tutti; ma perché un conto è la consapevolezza che si può e si deve sempre crescere nelle virtù legate in modo speciale alla genitorialità (pazienza, mitezza, fortezza, ecc.) e un conto è essere sottoposti ad un esame di idoneità in base ad elementi del tutto arbitrari e quasi che lo stato abbia il diritto/dovere di oltrepassare la famiglia e dunque il potere persino sul vincolo genitori/figli (il caso dei vaccini è emblematico, ma si pensi specularmente all’educazione all’affettività e quindi al mondo della scuola e all’affievolimento della priorità della famiglia circa l’educazione).

Siamo stati umiliati nel nostro ruolo genitoriale

 

È stata posta sulle nostre teste una spada, un giudizio: ma quale giustizia è mai questa che dà a un giudice un potere del genere?  Sicuramente ci sono delle situazioni molto gravi dove la giustizia deve intervenire per proteggere i bambini. Ma noi in questa situazione ci abbiamo visto un potere spropositato, inumano, simile a quello che dà ai giudici la possibilità di decidere sulla vita.

 

E infine l’aspetto più agghiacciante: convivere per giorni e giorni con l’idea che ci potessero portare via i bambini. Chi è genitore può capire e sentire il livello di tortura emotiva che abbiamo dovuto sopportare. Io ci ho messo quasi sei mesi a riprendermi fisicamente ed emotivamente da tale shock.

L’aspetto più agghiacciante: convivere per giorni e giorni con l’idea che ci potessero portare via i bambini

 

Ho deciso di scrivere, e ringrazio chi mi ha donato lo spazio per raccontare questi fatti, perché sono convinta che non tutti sanno il livello di deformazione del sistema che ruota attorno alle vaccinazioni pediatriche, tipico dei sistemi asserviti a «mammona», dove non contano l’essere umano e il suo vero bene, nemmeno se si tratta di bambini, e dove non c’è etica, nemmeno quella spicciola che regola il rapporto medico/paziente.

 

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Nuovo studio rivela la correlazione tra pornografia e abusi sessuali sui minori

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Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Social Sciences ha confermato, ancora una volta, i legami «tra pornografia e abuso sessuale sui minori». Secondo quanto riportato dal National Center on Sexual Exploitation, esistono quattro modalità principali attraverso cui l’uso della pornografia si intreccia con l’abuso sui minori. Lo riporta LifeSite.

 

L’articolo tratta della questione del modellamento sociale: i bambini tendono spesso a imitare ciò che vedono nella pornografia, il che può sfociare in comportamenti sessuali dannosi tra coetanei. Ad esempio, una terapista ha raccontato il caso di un bambino di 11 anni che ha replicato sul fratellino di 3 anni alcune scene osservate nella pornografia.

 

Vi è poi il fenomeno della normalizzazione: la pornografia può far percepire come «normali» comportamenti sessuali abusivi e irrealistici agli occhi dei bambini, o di chiunque la consumi. Molti operatori dei servizi sociali hanno riferito che le loro giovani assistiti di sesso femminile hanno subito strangolamenti durante i rapporti sessuali, perché i ragazzi adolescenti sono stati indotti dalla pornografia a considerarlo un comportamento sessuale standard.

 

Vi è inoltre il rischio di adescamento: gli abusatori utilizzano frequentemente materiale pornografico per mostrare ai bambini, come strategia per desensibilizzarli agli abusi sessuali.

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Gli abusatori spesso sfruttano la pornografia per controllare e manipolare le vittime, ad esempio minacciando di rivelare il consumo di materiale pornografico da parte del minore o di diffondere immagini sessualmente esplicite del minore stesso.

 

Lo studio, intitolato «Le testimonianze degli operatori dei servizi di tutela dell’infanzia sui legami tra pornografia e abusi sessuali sui minori», è stato realizzato da docenti della New York University, dell’Università dell’Arkansas, del Virginia Polytechnic Institute e della James Madison University.

 

«L’esposizione alla pornografia è pressoché onnipresente per i giovani del XXI secolo», hanno osservato gli autori. «L’età media della prima esposizione è la prima o la media adolescenza, con tassi di visione intenzionale tra gli adolescenti che raggiungono l’84%. Il consumo di pornografia può influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sia negli adolescenti che negli adulti. In questo contesto, rappresenta una componente normalizzata della socializzazione di genere e sessuale dei giovani».

 

In altre parole, la pornografia sta socializzando bambini e minori a un’ideologia sessuale straordinariamente crudele, violenta e degradante che si insinua in ogni aspetto della vita. Lo studio si è basato su dati qualitativi derivanti da 50 interviste, otto focus group e sondaggi post-intervista con professionisti esperti del settore.

 

Gli intervistati hanno identificato negli smartphone dei bambini il problema principale. Claire, direttrice esecutiva di un CAC (Centro per l’infanzia), ha osservato: «I genitori non tolgono il telefonino (…) perché hanno paura di essere dei “cattivi genitori”». Un altro educatore ha affermato che i bambini si imbattono spesso in materiale pornografico su YouTube, anche quando cercano contenuti innocui come i cartoni animati: «Il genitore si alza, i bambini camminano e… il contenuto suggerito è porno hardcore, porno tripla X». Vale la pena citare per intero l’avvertimento degli autori sulla tecnologia con accesso a Internet:

 

Uno dei fattori di rischio più rilevanti emersi dalle nostre interviste riguarda l’accesso illimitato o insufficiente dei bambini a Internet tramite dispositivi come console per videogiochi, tablet e smartphone, spesso all’insaputa dei genitori. Marie, un’intervistatrice forense, ha sottolineato i numerosi dispositivi con accesso a Internet a cui i bambini hanno accesso. Natalie, una psicologa clinica, ha fatto eco ad altri partecipanti, paragonando i moderni cellulari a «mini-computer… che si tengono in mano» dotati di connessione a Internet.

 

Oltre a ciò, diversi partecipanti si sono concentrati in particolare sull’importanza dei social media, come ha evidenziato Nicholas, un altro intervistatore forense: «Quando sono usciti i telefoni con Internet (…) questo ha permesso ai criminali di entrare in contatto con i bambini (…) tramite Snapchat, Facebook e simili». Angela, un’infermiera specializzata in pediatria, ha concordato: «Non saprei dire quanti bambini di cui mi sono presa cura hanno incontrato (un criminale) conosciuto tramite i social media».

 

Lo studio ha inoltre confermato precedenti risultati già trattati più volte in questo spazio. «Ho notato che più precocemente una persona è stata esposta alla pornografia, maggiore è la probabilità che attualmente guardi pornografia violenta», ha affermato Natalie, una psicologa pediatrica. Questo porta a visioni perverse delle donne, delle ragazze e del sesso in generale.

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«Non si tratta nemmeno di una semplice decisione cognitiva del tipo “È così che trattiamo le donne adesso” o “È così che dovremmo essere trattate come donne”… ora è “È così che proviamo piacere adesso”», ha detto Natalie. «Quindi, un uomo forse non riesce nemmeno ad avere un rapporto sessuale se non è in qualche modo aggressivo e violento… Stiamo parlando di strangolamento vero e proprio, di colpire qualcuno con qualcosa, di dare pugni, di immobilizzare, di quel genere di comportamento».

 

Carly, un’infermiera specializzata in casi di violenza sessuale, ha riscontrato la stessa dinamica: adolescenti trasformati in predatori dalla pornografia. «Credo che la pornografia influenzi la violenza sessuale e i comportamenti sessuali in moltissimi modi», ha affermato.

 

Gli autori sostengono la necessità di un’educazione sessuale che includa gli aspetti digitali, di approcci basati sulla consapevolezza del trauma e individuano la pornografia come una delle «zone di violenza» che conducono all’abuso sui minori, ma questo non è chiaramente sufficiente.

 

Dinanzi ad evidenze scientifiche come queste la politica dovrebbe senza indugio optare per la censura totale della pornografia in ogni Paese. Il rischio è quello di perdere un’intera generazione, o forse due, dopo le generazioni devastate dalla cosiddetta «liberazione sessuale».

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Essere genitori

L’AI progettata per gli adulti sta silenziosamente alimentando i giocattoli dei bambini

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   Un nuovo rapporto del gruppo statunitense Public Interest Research Group, intitolato «Not for Kids. Found in Toys» (Non adatto ai bambini. Trovato nei giocattoli), avverte che le politiche inadeguate di grandi aziende come OpenAI e Anthropic consentono a potenti tecnologie di chatbot di infiltrarsi in peluche, robot e altri giocattoli progettati per i bambini.   Secondo un nuovo rapporto del Public Interest Research Group (PIRG) Education Fund statunitense, i sistemi di intelligenza artificiale (IA) che le aziende tecnologiche ritengono inadatti ai bambini vengono sempre più integrati nei giocattoli per l’infanzia.   Il rapporto, intitolato «Not for Kids. Found in Toys» (Non adatto ai bambini. Trovato nei giocattoli), avverte che le politiche inadeguate di grandi aziende come OpenAI e Anthropic consentono a potenti tecnologie di chatbot di infiltrarsi in prodotti progettati per i bambini.

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«Basta guardare online per rendersi conto del crescente numero di giocattoli dotati di Intelligenza Artificiale, come peluche parlanti o robot giocattolo, alimentati da chatbot come ChatGPT», si legge in un articolo pubblicato da PIRG insieme al rapporto. «C’è solo un problema: alcune aziende che si occupano di intelligenza artificiale sostengono che questi stessi chatbot non siano adatti ai bambini».   PIRG ha scoperto che è facile stipulare accordi con le principali aziende di Intelligenza Artificiale per accedere alla loro tecnologia e utilizzarla per creare giocattoli, nonostante le aziende stesse affermino di vietare l’uso di tali tecnologie per prodotti destinati ai bambini.   Jason Christoff, ricercatore nel campo della modificazione del comportamento e della psicologia, nonché conduttore del podcast Psychology of Freedom, ha dichiarato a The Defender che i giocattoli dotati di intelligenza artificiale aprono la porta alla programmazione psicologica dei bambini.   «Credo sia importante capire che il cervello di un bambino è molto più facile da influenzare rispetto a quello di un adulto», ha affermato. «I bambini operano a frequenze cerebrali molto diverse, il che li rende più facili da programmare e influenzare».   Secondo Christoff «l‘attività cerebrale unica di un bambino lo rende altamente suggestionabile. Nel corso della storia, tutti i programmi di controllo mentale hanno cercato di sfruttare la suggestionabilità infantile per produrre un prodotto finale più efficace per l’adulto. L’intelligenza artificiale non è organica, è programmata da qualcun altro».   «Chiunque programmi l’IA avrà accesso diretto al cervello di vostro figlio, per quanto riguarda queste applicazioni di chatbot interattive. Dire che è necessaria cautela in questo caso sarebbe un eufemismo».

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Modelli di Intelligenza Artificiale limitati ai bambini, ma che continuano ad alimentare i giocattoli

Molte aziende leader nel settore dell’intelligenza artificiale affermano di vietare ai minori l’utilizzo diretto delle proprie piattaforme chatbot. Alcune limitano l’accesso agli utenti di età superiore ai 13 anni, mentre altre impongono limiti di età ancora più elevati.   «OpenAI, Anthropic e xAI hanno tutti dichiarato pubblicamente che i loro chatbot non sono destinati ai bambini e non consentono agli utenti di età inferiore ai 13 anni di accedere direttamente ai loro modelli. Nemmeno Meta, stando alle sue condizioni d’uso», hanno scritto gli autori del rapporto PIRG.   Google ha regole esplicite contro l’utilizzo dell’API Gemini nei prodotti destinati a utenti di età inferiore ai 18 anni.   Tuttavia, PIRG ha scoperto che queste stesse aziende consentono a sviluppatori esterni di accedere ai loro sistemi di intelligenza artificiale e di integrarli in prodotti di consumo, compresi i giocattoli.   Ad esempio, ChatGPT permette agli sviluppatori di utilizzare i suoi prodotti, tramite la sua API, per creare applicazioni per bambini. Un’API è un insieme di regole e protocolli che consente a due diversi programmi software di comunicare tra loro e scambiarsi dati.   ChatGPT, di proprietà di OpenAI, vieta l’uso della sua API solo nei casi in cui venga utilizzata per creare prodotti che potrebbero «sfruttare, mettere in pericolo o sessualizzare chiunque abbia meno di 18 anni». Tuttavia, sembra anche incoraggiare tali usi offrendo esempi di suggerimenti chiaramente rivolti ai bambini.   PIRG ha scoperto 20 giocattoli dotati di intelligenza artificiale venduti online utilizzando la tecnologia di OpenAI. Tra questi, Bondu, un dinosauro di peluche commercializzato per bambini dai 4 agli 8 anni, e l’orsacchiotto «compagno di conversazione intelligente con intelligenza artificiale» in vendita online su Walmart.   Anche FoloToy, che OpenAI ha dichiarato di aver bandito dopo che una ricerca di PIRG ha scoperto che trattava argomenti sessuali con i bambini e forniva loro istruzioni dettagliate su come accendere un fiammifero, è ancora in commercio.   Ad esempio, sebbene l’API di Google vieti esplicitamente agli sviluppatori di utilizzare l’Intelligenza Artificiale generativa Gemini in prodotti destinati a utenti di età inferiore ai 18 anni, PIRG ha scoperto giocattoli, tra cui un peluche chiamato BubblePal e un piccolo robot chiamato Miko, che utilizzano l’intelligenza artificiale di Google.   Il rapporto di PIRG evidenzia una contraddizione nel modo in cui vengono regolamentati gli strumenti di intelligenza artificiale: la tecnologia può essere considerata inadatta ai bambini sulle piattaforme delle stesse aziende, eppure continua ad alimentare giocattoli progettati per loro.   «Il risultato è un mercato per prodotti di Intelligenza Artificiale per bambini in cui il compito di garantire la sicurezza dei minori è in gran parte affidato a terze parti non verificate», ha scritto PIRG.

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Secondo i ricercatori, le aziende non pongono quasi nessuna domanda.

Per testare la difficoltà di costruire un giocattolo basato sull’intelligenza artificiale, i ricercatori del PIRG hanno tentato di registrarsi come sviluppatori presso diverse importanti aziende del settore.   Secondo quanto affermato, il processo richiedeva un controllo molto limitato.   Si sono registrati usando il nome «PIRG AI Toy Inc» per rendere evidente che potrebbero star progettando prodotti basati sull’intelligenza artificiale per bambini. Quattro delle cinque aziende di intelligenza artificiale — Google, Meta, OpenAI e xAI — «non hanno posto domande di verifica sostanziali, richiedendo solo informazioni di base come un indirizzo email e una carta di credito, e una casella da spuntare per confermare di aver letto le clausole in piccolo», afferma il rapporto.   Solo un’azienda, Anthropic, ha chiesto se gli sviluppatori intendessero creare prodotti per minori.   Secondo i ricercatori, la scarsa supervisione facilita l’integrazione di potenti sistemi di Intelligenza Artificiale in prodotti destinati ai bambini.   Dopo aver ottenuto l’accesso ai modelli, il team di PIRG ha tentato di creare un proprio giocattolo basato sull’Intelligenza Artificiale.   «Una volta ottenuto l’accesso da sviluppatore, abbiamo creato un chatbot che simulava un orsacchiotto di peluche dotato di intelligenza artificiale per bambini su tre delle piattaforme», si legge nel rapporto. «Ognuno ha richiesto meno di 15 minuti».   Hanno aggiunto: «ora è più facile che mai per chiunque creare applicazioni di intelligenza artificiale senza molta esperienza o competenze specializzate, inclusi prodotti per bambini».

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I giocattoli dotati di intelligenza artificiale ascoltano, imparano e plasmano le giovani menti

Nel suo ultimo rapporto sui giocattoli basati sull’Intelligenza Artificiale, PIRG ha osservato che tali giocattoli sollevano anche preoccupazioni in merito alla privacy e all’influenza emotiva.   Molti giocattoli includono microfoni o telecamere che permettono loro di ascoltare le conversazioni dei bambini.   «I giocattoli dotati di intelligenza artificiale registrano le conversazioni dei bambini», hanno scritto i ricercatori del PIRG, sottolineando che alcuni prodotti raccolgono anche dati aggiuntivi, tra cui immagini o informazioni biometriche.   «Come verranno utilizzati in futuro i dati sul comportamento dei bambini come questi? Che tipo di applicazioni potrebbero essere create? Il potenziale di sorveglianza di massa, manipolazione, lavaggio del cervello e distorsione della realtà è inimmaginabile!» ha dichiarato Tim Hinchliffe, direttore di The Sociable, a The Defender.   Anche gli esperti di sviluppo infantile hanno espresso preoccupazioni riguardo agli assistenti virtuali basati sull’Intelligenza Artificiale per i bambini.   «Non sappiamo quali effetti possa avere un amico virtuale basato sull’intelligenza artificiale in tenera età sul benessere sociale a lungo termine di un bambino», ha affermato Kathy Hirsh-Pasek, Ph.D., professoressa di psicologia alla Temple University e ricercatrice senior presso la Brookings Institution.   «Se i giocattoli basati sull’Intelligenza Artificiale vengono ottimizzati per essere coinvolgenti, si rischia di soffocare le relazioni reali nella vita di un bambino, proprio quando ne ha più bisogno», ha aggiunto.   «Oltre a raccogliere enormi quantità di dati sui bambini, inserire chatbot basati sull’intelligenza artificiale nei giocattoli è come avere dei mini robot influencer che sussurrano nelle orecchie dei bambini», ha affermato Hinchliffe. «Non solo li ascoltano, ma conversano con loro, plasmando le loro percezioni e distorcendo la loro realtà».   Secondo alcuni, i bambini sono molto suggestionabili e non sempre possiedono le capacità per distinguere tra giocattoli dotati di intelligenza artificiale e persone reali.   «La mente dei bambini piccoli è come una spugna magica. È predisposta ad attaccarsi», ha spiegato la dottoressa Jenny Radesky, pediatra specializzata in disturbi dello sviluppo e del comportamento, in un parere consultivo di Fairplay del 2025 sui giocattoli con intelligenza artificiale, firmato da circa 80 esperti e 80 organizzazioni.   «Questo rende incredibilmente rischioso dare loro un giocattolo dotato di intelligenza artificiale che percepiranno come senziente, affidabile e parte normale delle relazioni», ha aggiunto.  

Rischi nascosti: l’esposizione dei bambini alle radiazioni wireless

I giocattoli dotati di intelligenza artificiale devono connettersi in modalità wireless a Internet per funzionare.   Qualsiasi dispositivo che necessiti di una rete wireless per funzionare emetterà probabilmente livelli dannosi di radiazioni a radiofrequenza (RF), ha affermato Miriam Eckenfels, direttrice del programma sulle radiazioni elettromagnetiche (EMR) e wireless di Children’s Health Defense.   Ha affermato che i bambini sono particolarmente vulnerabili agli effetti nocivi delle radiazioni wireless perché hanno il cranio più sottile, la testa più piccola e un sistema nervoso in via di sviluppo.   Ha aggiunto: «una delle principali raccomandazioni per ridurre l’impatto delle radiazioni a radiofrequenza è quella di tenere le sorgenti a distanza dal corpo. Pertanto, se questa tecnologia è integrata nei giocattoli, è probabile che i bambini li tengano vicini, ci dormano insieme, ci stiano seduti per lunghi periodi di tempo o li tengano vicino alla testa, cosa che sconsigliamo vivamente».   «Sappiamo fin troppo sui pericoli delle radiazioni wireless per poterle sottovalutare».   Eckenfels ha citato una recente ricerca del dottor Paul Héroux, che ha stabilito un collegamento tra le radiazioni elettromagnetiche e il diabete di tipo 2, come uno dei molti gravi effetti sulla salute che i bambini possono subire a causa di tale esposizione.   «Non è certo qualcosa a cui vogliamo che i nostri figli siano esposti 24 ore su 24, 7 giorni su 7. L’integrazione della tecnologia wireless nei giocattoli può avere conseguenze devastanti a lungo termine e dovremmo essere molto cauti al riguardo», ha affermato.   Meta, Google, Anthropic e OpenAI non hanno risposto immediatamente alle richieste di commento.   Brenda Baletti Ph.D.   © 6 marzo 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.   Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.

 

Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».

 

È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.

 

Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.

 

A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.

 

Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.

 

Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.

 

Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.

 

Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.

 

Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.

 

E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.

 

Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.

 

La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.

 

Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.

 

Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.

 

La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.

 

Elisabetta Frezza

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