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Vaccini e perdita della patria potestà: una testimonianza

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Renovatio 21 pubbica in esclusiva questa incredibile testimonianza di una madre che per i vaccini (che pure aveva somministrato!) ha rischiato di perdere la patria potestà: cioè che lo Stato le portasse via i figli.

Semplicemente pazzesco: specie se si pensa che questa vicenda risale a prima che entrasse in vigore la legge Lorenzin.

 

C’è un torrente in piena. La corrente è velocissima e ineluttabile. Li vedo tutti e tre. Tentano inutilmente di dimenarsi, di resistere a quella forza terribile, ma l’acqua li porta via, lontano. E io non posso fare nulla per riprenderli. A un tratto sono spariti. Non li vedo più.

 

Un incubo che si è ripetuto ogni notte per due interminabili mesi, da quando il maresciallo preposto mi telefonò per informarmi della convocazione al tribunale dei minori

Un incubo che si è ripetuto ogni notte per due interminabili mesi, da quando il maresciallo preposto mi telefonò per informarmi della convocazione al tribunale dei minori. Inizialmente, io e mio marito non conoscevamo nemmeno il motivo di tale notifica, non eravamo in città e, impossibilitati a tornare perché all’estero, non potevamo nemmeno ritirarla. Sapevamo soltanto che l’oggetto della notifica erano i nostri tre figli, lui per telefono non poteva dirmi altro.

 

«Sarà stato perché l’ho sgridato perché non si impegnava con i compiti?», si è persino chiesto mio marito.

 

Sono partite illazioni di ogni tipo nella nostra testa, non riuscivamo a spiegarcelo. Nominammo quindi un avvocato, un nostro conoscente che si occupa di cause legate ai minori, delegando a lui di ritirare tale notifica per sapere di cosa si trattasse.

 

I giorni passavano e l’ansia cresceva. Finalmente la telefonata dell’avvocato.

«Signora, la vostra patria potestà è pendente.  Seppure i vaccini non siano da ritenersi obbligatori sono caldamente raccomandati per il bene della comunità e pertanto si richiede la sospensione della potestà perché i vostri possano essere vaccinati»

 

«Allora, signora, la vostra patria potestà è pendente. Ne ha fatto richiesta l’ospedale xx nel novembre 2016 perchè i vostri figli a quella data non risultavano vaccinati. La direzione sanitaria, con firma del dott.xx, scrive che seppure i vaccini non siano da ritenersi obbligatori sono caldamente raccomandati per lui e per il bene della comunità e pertanto richiedono la sospensione della potestà perché possano essere vaccinati. In pratica, sono convinti che voi siate contro i vaccini».

 

«E quindi, mi scusi, chiedono che ci venga tolta la patria potestà per qualcosa che non è nemmeno obbligatorio?»

 

«Purtroppo sì e il tribunale non si è potuto opporre perché quando è un ente sociosanitario, quale è un ospedale, a muovere la pratica va tutto d’ufficio. Poi con la nuova legge della settimana scorsa, figuriamoci… È cominciata la caccia alle streghe!».

«In pratica, sono convinti che voi siate contro i vaccini»

 

Fermiamo la telefonata e facciamo un passo indietro. Novembre 2016: il nostro secondo figlio, Matteo di 3 anni, viene ricoverato una notte in ospedale insieme a mio marito – io avevo partorito la nostra terza il mese prima – per una sospetta balanopostite.

 

Per questo il pediatra curante ci consigliò per prudenza di attendere con i vaccini, perché non sapendo se il problema del linguaggio di mio figlio potesse essere legato a spettri autistici, epilessia o altri problemi neurologici, era meglio non correre rischi.

Al momento delle dimissioni, diedero a mio marito un foglio da compilare, in cui figurava la voce «Ha ricevuto le vaccinazioni raccomandate?» e lui ha barrato la caselle NO. In quel periodo per Matteo, infatti, era in corso un’indagine neurologica legata a un disturbo del linguaggio. Per questo il pediatra curante, quello assegnato dalla ASL e non un privato, ci consigliò per prudenza di attendere con i vaccini, perché non sapendo se il problema del linguaggio potesse essere legato a spettri autistici, epilessia o altri problemi neurologici, era meglio non correre rischi.

 

Tanto più che Matteo, sempre per lo stesso motivo, non andava alla scuola materna e dunque non avrebbe fatto correre rischi ad una eventuale «comunità» scolastica. Una volta terminato l’iter diagnostico, che ha portato, grazie a Dio, alla conclusione che Matteo ha un disturbo specifico del linguaggio e nulla dal punto di vista neurologico, il nostro piccolo ha ricevuto la prima somministrazione vaccinale e nel Febbraio 2017 ha cominciato la scuola materna.

 

Era questo il motivo dell’attesa e di quel NO sul foglio di dimissioni. Se un medico avesse parlato con mio marito, egli non avrebbe avuto problemi a spiegare i fatti che comunque non avrebbero dovuto essere nemmeno oggetto di contestazione, giacché i vaccini non erano propriamente «obbligatori» prima della legge del 31 Luglio 2017, come affermato dallo stesso ospedale.

La piccola aveva solo un mese (ricordo che stiamo parlando di Novembre 2016 e la nostra Teresa è nata ad Ottobre): sfido il più accanito medico «pro-vaccini» a somministrare l’esavalente prima dei tre mesi!

 

Non contenta la direzione sanitaria dell’ospedale, ignaro dell’ABC dell’etica professionale, visto che Matteo aveva dei fratelli, ha pensato bene di indagare sulla situazione vaccinale di Giuseppe, il primogenito, e di Teresa, l’ultima arrivata. Non trovandoli nell’anagrafe vaccinale, ha probabilmente etichettato i genitori come dei «no-vax», dando evidentemente a questa posizione un’accezione negativa, e si è prodigata per salvare ben tre minori dalle loro grinfie. Ma bastava parlare con questi sedicenti fanatici o magari con il loro pediatra per fare due scoperte assai interessanti. La piccola aveva solo un mese (ricordo che stiamo parlando di Novembre 2016 e la nostra Teresa è nata ad Ottobre): sfido il più accanito medico «pro-vaccini» a somministrare l’esavalente prima dei tre mesi!

 

Il nostro figlio maggiore, invece, aveva da piccolino una situazione di salute caratterizzata da infezioni respiratorie ricorrenti e da una depressione del sistema immunitario. Di fronte a questo quadro e poiché non frequentava l’asilo nido, il pediatra ci consigliò di rimandare le vaccinazioni fino a una ripresa consolidata della sua salute. Giuseppe ha cominciato a stare bene e a irrobustirsi intorno ai quattro anni. Ai cinque, il pediatra stesso gli ha somministrato una trivalente in forma più diluita, cioè il richiamo che comunemente si fa agli adulti, invece dell’esavalente, per proteggere la sua salute e non esporre a rischi il suo organismo. Questo ha fatto sì che non figurasse nell’anagrafe vaccinale centrale. Ma, anche qui bastava chiedere!

«Vengono tirati in causa gli assistenti sociali. Dovranno convocarvi, venire a casa vostra, conoscere i bambini, vedere la loro camera, i loro vestiti, forse andare anche a scuola. Insomma dovranno verificare che stanno bene e soprattutto che voi siete idonei ad occuparvi dei vostri figli»

 

«Beh, comunque, avvocato, non c’è problema, mostriamo al giudice i certificati ed è tutto risolto, no?».

 

«Purtroppo no, signora. Il problema è che quando a muovere la richiesta di sospensione della patria potestà è un ente come l’ospedale, vengono tirati in causa gli assistenti sociali. Dovranno convocarvi, venire a casa vostra, conoscere i bambini, vedere la loro camera, i loro vestiti, forse andare anche a scuola. Insomma dovranno verificare che stanno bene e soprattutto che voi siete idonei ad occuparvi dei vostri figli».

 

«Ma che c’entra tutto questo con i vaccini?».

 

«I vaccini sono stati l’incipit. Ora la macchina è stata messa in moto e il sistema prevede questa invasione nella vostra vita privata. In fondo, si sa che gli assistenti sociali sono sempre a caccia di bambini da dare in adozione».

«Il sistema prevede questa invasione nella vostra vita privata. In fondo, si sa che gli assistenti sociali sono sempre a caccia di bambini da dare in adozione»

 

Da quella telefonata, il fiume in piena ha cominciato a straripare e per me e mio marito sono cominciati due lunghissimi mesi di prova, in attesa dell’incontro con l’assistente sociale a cui avevano affidato la pratica e infine con il giudice.

 

Guardavamo i nostri figli di giorno e anche mentre dormivano, sereni e ignari del dramma che consumava emotivamente papà e mamma. Guardavamo Giuseppe, tenace e intelligente, ma anche sensibile e desideroso di attenzioni, poco affettuoso ma capace di mettersi a piangere quando un membro della famiglia si deve assentare da casa.

 

E poi Matteo, tanto difficile da gestire a causa della sua difficoltà ad esprimersi ma così capace di restituirti tutto con i suoi sguardi e i suoi gesti carichi di amore. Più degli altri ha bisogno di noi, gli unici capaci di entrare nella sua dimensione, di tradurre le parole inintelligibili, di contenere la sua ansia di non riuscire, di accettarlo in tutto e per tutto per quello che è.

Li guardavamo continuamente: come avrebbero fatto senza di noi? E noi senza di loro?

 

E infine Teresa, la femminuccia, un bimba «grassa e felice», così capace di sopportare i dispettucci dei fratelli ma anche le piccole scomodità dovute alla gestione di loro tre senza neanche un nonno su quattro o di un parente che te ne tiene uno ogni tanto mentre tu fatichi con gli altri e pulisci casa. Li guardavamo continuamente: come avrebbero fatto senza di noi? E noi senza di loro?

 

«Quando e dove vi siete conosciuti?»

 

«Intende noi e l’avvocato? È genitore di un mio ex alunno».

 

«No, intendevo voi due. Quando e dove vi siete conosciuti? Siete stati insieme parecchio prima di sposarvi? Avete convissuto?».

È stato un colloquio di due ore quello con l’assistente sociale. Ci ha chiesto di tutto della nostra vita privata, cose che forse nemmeno degli amici oserebbero chiederci.

 

È stato un colloquio di due ore quello con l’assistente sociale. Ci ha chiesto di tutto della nostra vita privata, cose che forse nemmeno degli amici oserebbero chiederci.

 

«Ora parlatemi dei vostri figli, di ognuno di loro. Perché avete scelto questi nomi?». E ancora: «che sport fanno, qual è il loro colore/animale/cartone/piatto preferito? Descrivetemi il loro carattere». Mi fermo, ma potrei andare avanti.

E avendo nominato i vari santi loro patroni, ovviamente è arrivata anche la fatidica domanda.

«Pensate di avere altri figli?».

 

«Pensate di avere altri figli?».

 

Cosa voleva sentirsi dire? Che siamo cattolici e che quindi siamo aperti alla vita e ai figli che il buon Dio ci dona, in modo da poterci considerare liberamente degli «irresponsabili»?

 

Finito il colloquio, ci siamo dati appuntamento per la visita a casa. «Comunque – afferma l’avvocato – non ritengo appropriata questa intromissione: non è possibile evitare che andiate a casa? In fondo, lo ha visto, era per i vaccini, null’altro!».

Cosa voleva sentirsi dire? Che siamo cattolici e che quindi siamo aperti alla vita e ai figli che il buon Dio ci dona, in modo da poterci considerare liberamente degli «irresponsabili»?

 

«Avvocato, se vi volete opporre, per me va bene, ma lo dovrò segnalare al tribunale. Così è solo peggio. Vi consiglio piuttosto di avvisare i bambini, forse potrebbero essere turbati dalla presenza di un estraneo».

 

«I nostri figli sono sempre felici quando arriva un ospite».

 

«Avvocato, se vi volete opporre, per me va bene, ma lo dovrò segnalare al tribunale. Così è solo peggio»

Abbiamo una casa modesta, in periferia, conforme allo stipendio di due insegnanti, con gli spazi sufficienti per tutti, anche per Nostro Signore, la cui icona domina la stanza più frequentata, il soggiorno, in cui riceviamo gli ospiti, mangiamo e facciamo giochi tutti insieme.

 

La casa ha uno speciale punto di forza: un grande terrazzo coperto in cui mio marito ha ricreato una vera e propria area gioco di cui i bimbi vanno matti e a quanto pare anche l’assistente sociale. Non ho tirato a lucido la casa, non avevo niente da dimostrare, ho fatto quello che faccio sempre, come lo faccio sempre.

Non ho tirato a lucido la casa, non avevo niente da dimostrare, ho fatto quello che faccio sempre, come lo faccio sempre.

 

Feliciana è stata accolta da tre bimbi che la sono andati ad aspettare sul pianerottolo, saltellanti ed entusiasti di conoscere una persona nuova e averla a casa, mentre io sentivo che sarei scoppiata a piangere da un momento all’altro e mentre mio marito irrigidiva sempre più il suo volto e faticava persino a parlare.

 

Ha girato per casa, guardato libri e quaderni del grande, lo ha persino fatto leggere. «Vedi che i compiti c’entrano», vaneggiava mio marito, ormai in tilt. Ha avuto occasione di leggere stupita le regole che i maschi hanno affisse alla porta della loro camera, mentre le ricordavo al grande, specialmente quella che infrange più spesso: «non sono autorizzato ad alzare le mani su mio fratello nemmeno se ho ragione».

 

La lite era legata a chi faceva vedere più giochi a Feliciana. Quella nuvola di gioia e rumore l’ha poi convinta a sedersi per un caffè e una fetta di torta. «Fatta in casa, scommetto!». «No casa, Teo fatto a torta, no casa!», le ha risposto a modo suo Matteo.

«Scriverò un documento su quello che ho visto. Ci vediamo dal giudice».

 

 

Arriva il momento della nanna dei due più piccoli e l’assistente sociale, dopo aver notato che Teresa si addormenta senza storie nel suo lettino nella sua camera e dopo essere stata invitata da Matteo a fare un sonnellino con lui, decide che era il momento di levare le ancore.

 

«Scriverò un documento su quello che ho visto. Ci vediamo dal giudice».

 

In realtà dal giudice non ci siamo visti, se non di sfuggita. Lei entrò prima di noi, standoci pure parecchio.

 

Noi subito dopo per un altro infinito colloquio in cui riaprire l’intimità della nostra vita e della nostra famiglia, in cui sentirsi dare «consigli» da un’altra sconosciuta in dovere di dispensare il suo sapere. Su cosa poi? Sulla scelta del calcio per il primo figlio, «no, ma guardi che l’anno prossimo comincerà atletica» o sul fatto che al secondo la musica va fatta fare «non perché lo ha consigliato il neuropsichiatra ma perché piace a lui, ricordatevelo!».

Dal giudice un altro infinito colloquio in cui riaprire l’intimità della nostra vita e della nostra famiglia, in cui sentirsi dare «consigli» da un’altra sconosciuta in dovere di dispensare il suo sapere

 

«Scusi, giudice, ma di vaccini quando parliamo? In fondo se siamo qui è per questo. No perché io le ho portato le copie dei certificati e il pediatra ha preparato un documento in cui motiva dal punto di vista medico…»

«Sì, ho visto, ma questo non è compito mio. Io devo solo valutare se i vostri figli non corrono pericoli con voi e se voi siete in grado di occuparvene. Comunque, dalla relazione dell’assistente sociale non credo dobbiate preoccuparvi».

 

Feliciana aveva scritto un lungo documento sulla nostra famiglia, sull’amore che ha colto a casa nostra, sulla serenità di tutti e tre i bambini e sull’affetto tra di noi, sulla nostra casa modesta ma accogliente, sulla bellezza dello stare insieme. Tre mesi dopo è stata proprio lei a chiamarci appena arrivata la notizia dell’archiviazione della pratica.

«Io devo solo valutare se i vostri figli non corrono pericoli con voi e se voi siete in grado di occuparvene»

 

Poco tempo dopo, ho scoperto che nell’ospedale XX un anno prima del fatidico ricovero, era morto un bambino di morbillo che non era stato vaccinato e che questo fatto aveva messo nei guai l’ospedale. Evidentemente pur di tutelarsi la direzione sanitaria è disposta a far vivere a dei malcapitati un incubo.

 

So che può sembrare un lieto fine e in effetti, grazie a Dio, lo è.

 

E forse può sembrare anche a tratti assurdo, se non addirittura folle questo racconto. Ma la percezione che mio marito ed io abbiamo avuto dello svolgimento dei fatti è andata ben oltre persino il torto subito ingiustamente. La nostra intimità famigliare è stata invasa da degli estranei che senza alcun riguardo si sono messi ad indagare e a disquisire su cose personalissime che chiunque desidera proteggere e custodire.

La nostra intimità famigliare è stata invasa da degli estranei che senza alcun riguardo si sono messi ad indagare e a disquisire su cose personalissime che chiunque desidera proteggere e custodire.

 

Siamo stati umiliati nel nostro ruolo genitoriale e non perchè non fossimo consapevoli degli errori che talvolta purtroppo compiamo come tutti; ma perché un conto è la consapevolezza che si può e si deve sempre crescere nelle virtù legate in modo speciale alla genitorialità (pazienza, mitezza, fortezza, ecc.) e un conto è essere sottoposti ad un esame di idoneità in base ad elementi del tutto arbitrari e quasi che lo stato abbia il diritto/dovere di oltrepassare la famiglia e dunque il potere persino sul vincolo genitori/figli (il caso dei vaccini è emblematico, ma si pensi specularmente all’educazione all’affettività e quindi al mondo della scuola e all’affievolimento della priorità della famiglia circa l’educazione).

Siamo stati umiliati nel nostro ruolo genitoriale

 

È stata posta sulle nostre teste una spada, un giudizio: ma quale giustizia è mai questa che dà a un giudice un potere del genere?  Sicuramente ci sono delle situazioni molto gravi dove la giustizia deve intervenire per proteggere i bambini. Ma noi in questa situazione ci abbiamo visto un potere spropositato, inumano, simile a quello che dà ai giudici la possibilità di decidere sulla vita.

 

E infine l’aspetto più agghiacciante: convivere per giorni e giorni con l’idea che ci potessero portare via i bambini. Chi è genitore può capire e sentire il livello di tortura emotiva che abbiamo dovuto sopportare. Io ci ho messo quasi sei mesi a riprendermi fisicamente ed emotivamente da tale shock.

L’aspetto più agghiacciante: convivere per giorni e giorni con l’idea che ci potessero portare via i bambini

 

Ho deciso di scrivere, e ringrazio chi mi ha donato lo spazio per raccontare questi fatti, perché sono convinta che non tutti sanno il livello di deformazione del sistema che ruota attorno alle vaccinazioni pediatriche, tipico dei sistemi asserviti a «mammona», dove non contano l’essere umano e il suo vero bene, nemmeno se si tratta di bambini, e dove non c’è etica, nemmeno quella spicciola che regola il rapporto medico/paziente.

 

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Botte da orbi tra adulti alla partita dei «pulcini». Drammatico quanto naturale?

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Nello Stato statunitense della Pennsylvania una violenta rissa tra due allenatori di football giovanile è scoppiata proprio davanti a bambini di terza e quarta elementare. L’intera scena è stata ripresa in video, finendo quindi sui mezzi di informazioni del Paese e tracimando, tramite l’internetto, nell’interomondo.

 

La caotica vicenda si è svolta durante il quarto quarto della partita di sabato tra Carlynton e Keystone Oaks a Carnegie. Il filmato, registrato da Ryan Crux, un genitore mostra la situazione degenerare dopo un’interruzione del gioco, con Keystone Oaks in vantaggio per 7-0.

 

Il 24enne allenatore del Carlynton è stato ripreso mentre urlava aggressivamente prima di scagliarsi contro membri della panchina avversaria. Indossando una maglietta verde, Canton si è diretto verso l’allenatore rivale, il coach dei Keystone Oaks.

 

Da lì è scoppiato il caos, con l’arbitro impegnato a fare tutto il possibile per proteggere i bambini dalla confusione.

 


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Il video ci permette di parlare di un fenomeno misconosciuto ma molto presente anche in Italia: quello delle risse tra genitori alle partite dei figli sportivi. Si tratta di violenze che spesse volte si incentrano sull’arbitro.

 

I dati dell’Associazione Italiana Arbitri sono sconvolgenti: nelle stagioni 2022-2023 e 2023-2024 sono stati registrati complessivamente 870 episodi di violenza ai danni dei direttori di gara, per 978 giorni di prognosi, e nella stagione 2024-2025, al 20 novembre, se ne contavano già 195, 15 dei quali gravi. Un altro dettaglio interessante: nell’85-90% dei casi gli autori sono tesserati — calciatori, dirigenti, allenatori, quindi non sempre «solo» genitori sugli spalti, ma il fenomeno dei genitori resta una fetta consistente e particolarmente odiosa perché colpisce bambini e arbitri giovanissimi.

 

I casi di cronaca si sprecano. A Lodi, nel novembre 2025, durante una partita di Pulcini tra Montanaso e Usom Melegnano, un padre ha reagito a una decisione arbitrale lanciando un sasso in campo e brandendo un pezzo di ferro. È quindi dovuta intervenire la polizia.

 

A Collegno, nel settembre dell’anno passato, durante un torneo giovanile, un genitore avrebbe scavalcato la recinzione colpendo con pugni e calci un portiere avversario tredicenne, causandogli una frattura al malleolo.

 

 

A Desio, in una partita di Pulcini del 2019, una madre ha rivolto insulti razzisti a un bambino avversario.

 

Il capo degli arbitri di Reggio Emilia citava già anni fa il caso di Juventus-Torino, con i genitori dei pulcini che si sono picchiati, come episodio limite noto a livello nazionale.

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Durante una partita di pulcini al campo di Santa Lucia, a Verona nel 2019, un litigio tra due padri è degenerato: uno ha rimproverato il figlio ed è stato colpito al volto (labbra e denti feriti) dall’altro genitore, che poi ha tirato fuori un coltello minacciando di morte. È stato disposto un Daspo per entrambi.

 

A Padova, nel 2015, un banale fallo di gioco tra pulcini di 9 anni è degenerato in insulti, schiaffi e pugni tra genitori, fermati solo dai carabinieri.

 

Nel 2023 a Cremona, ecco la vicenda della nonna 71enne che ha schiaffeggiato un bambino della squadra avversaria; ne è nata una rissa tra i genitori sugli spalti, sedata dai carabinieri. Tre mesi dopo il questore ha emesso sei Daspo.

 

A Dubino, in provincia di Sondrio, nel 2016 vi è stata la tissa sugli spalti tra genitori tifosi durante una partita di Pulcini classe 2006: i bambini in campo, alcuni in lacrime, hanno smesso di giocare da soli e si sono abbracciati con gli avversari, dicendo «basta, noi non giochiamo più» — un episodio diventato quasi simbolico in senso opposto, di reazione dei ragazzini alla violenza degli adulti.

 

A Seregno, in provincia di Monza e della Brianza, si è avuto il caso più grave in assoluto: durante una partita tra pulcini di 8 anni, una rissa tra genitori è scoppiata sugli spalti dopo insulti reciproci rivolti ai bambini avversari. Un dirigente 44enne, intervenuto per calmare gli animi, è stato colpito con un calcio alla schiena: gli si è spappolato un rene, che i medici hanno dovuto asportare, ed è finito in terapia intensiva. L’aggressore, un 47enne, è stato indagato per lesioni personali gravissime con perdita dell’uso di un organo — si è parlato anche di possibile tentato omicidio.

 

Il fenomeno, va detto, non riguarda solo il calcio: anche in basket e rugby il problema dei genitori aggressivi sta crescendo. Nessuno sport è veramente immune dalla follia sportivo-genitoriale: in un video di commento alle recenti Olimpiadi Milano-Cortina, una pattinatrice russa (proveniente dal Paese purtroppo estromesso dalle competizione) ha raccontato che uno dei suggerimenti che si è sentita dare quando era ancora bambina era tenere i pattini sempre con sé: il rischio è quello che i genitori o gli allenatori delle atlete avversarie allentino furtivamente le viti che tengono le lame, così da inficiare la performanza o generare un vero e proprio incidente traumatico sul ghiaccio.

 

Vi è, purtutavia, una lettura non disforica di questi eventi: i genitori vivono la partita del figlio come fosse la propria, perché vedono nel piccolo la loro stessa continuazione.

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Si tratta quindi della scaturigine di un istinto umano e giustissimo, quello di proteggere la propria discendenza, quello di difendere chi si ama, ciò che si ha di più caro.

 

Un filo comune in molti di questi casi è che spesso non è nemmeno la partita in sé a scatenare la violenza, ma un rimprovero di un genitore al proprio figlio, o un fallo minimo, che innesca reazioni completamente sproporzionate — segno che il vero detonatore è la tensione accumulata dagli adulti, cioè l’energia che il loro animo mette a disposizione per la protezione dei figli.

 

Ciò detto, non è non ci siano tanti che ci marciano, e si sfogano con ancora più voluttà di quanto non sia possibile fare nelle curve degli ultrà, traendone godimento che solo la boria uligana può offrire.

 

Il fenomeno era stato inquadrato stupendamente nel 2005 in un episodio (S09E05) del cartone satirico South Park che raccontava come, in ultima analisi, ai genitori le partite interessavano di più che ai figli, soprattutto per la possibilità di berciare e, sperabilmente, fare a botte.

 

 

 

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Bambina traumatizzata si butta dalla finestra. L’assistente sociale ha tatuaggi sul viso e corna da diavolo

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Una bambina traumatizzata in Austria si è buttata da una finestra dopo essere stata prelevata da un assistente sociale dal look inquietante. Lo riporta LifeSite.   La precedente casa famiglia per bambini con problemi comportamentali, dove viveva la dodicenne, è stata chiusa dall’Agenzia per la tutela dell’infanzia e della gioventù di Vienna (MA 11) a seguito di alcune segnalazioni. I bambini di questa struttura avrebbero dovuto essere trasferiti in una nuova casa famiglia gestita da un organizzazione privata senza scopo di lucro il cui direttore era uno degli assistenti sociali che sono andati a prendere la ragazza.   Il caso si è trasformato in uno scandalo politico quando la ragazza è saltata da una finestra e si è rotta diverse ossa poco dopo aver incontrato l’uomo. La dodicenne tirolese è considerata traumatizzata a causa di sospetti gravi abusi. Secondo Pro Child Vienna, l’organizzazione che gestiva la sua precedente casa famiglia, la ragazza reagisce in modo molto negativo agli uomini e pertanto non dovrebbe essere affidata alle cure di assistenti sociali di sesso maschile.   Tuttavia, le linee guida non sono state rispettate quando la ragazza doveva essere prelevata da lì e portata in una nuova sistemazione condivisa, ha criticato Sabine Keri, portavoce dei giovani del Partito Popolare Austriaco (ÖVP) a Vienna. Alla Keri è stato fornito un resoconto scritto dell’incidente e ha affermato: «Era stato chiarito in modo inequivocabile che la ragazza non doveva essere prelevata da un uomo. E poi si presenta un uomo che esercita pressioni».    

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I giornali viennesi sostengono che l’aspetto fisico dell’assistente sociale abbia spaventato la ragazza, poiché ha diversi tatuaggi sul viso, tra cui un pentagramma sulla fronte. L’uomo indosserebbe anche spesso delle piccole corna nere sulla testa che si possono avvitare e svitare, come si può vedere nel suo ritratto sul sito web ufficiale dell’organizzazione.   «Per me, quello è uno sguardo satanico. E non posso certo permettere a una persona con quell’aspetto di lavorare con bambini gravemente traumatizzati», ha detto la Keri.   L’uomo ha risposto alle accuse definendole diffamatorie e insistendo sul fatto di non essere un satanista, affermando di non indossare le piccole corna sulla testa quando è andato a prendere i bambini.   La dodicenne è saltata fuori dalla finestra non chiusa a chiave quando nessuno la guardava. La consigliera comunale Bettina Emmerling ha avviato un’indagine sull’accaduto. Tuttavia, sostiene che finora non ci siano prove che la ragazza si sia buttata per paura dell’assistente sociale. Secondo la Emmerling, l’uomo dall’aspetto satanico e la badante donna avevano già parlato con la bambina il giorno prima dell’incidente. La consigliera ha sostenuto che la paura per il suo aspetto non fosse la ragione del gesto, bensì la riluttanza della bambina a cambiare residenza o la persona a cui era affidata. Inoltre, ha affermato Emmerling in un’intervista, la bambina era stata anche con un badante uomo nell’appartamento condiviso prima dell’incidente.   «Il fatto che questa finestra non fosse chiusa a chiave non è consentito in un alloggio condiviso», ha affermato. «La finestra può essere lasciata leggermente aperta, ma in linea di principio, quando un bambino è solo in una stanza», le finestre devono essere chiuse a chiave.   Secondo Emmerling, la consigliera comunale non ha ancora ben chiaro se – e con quanta chiarezza – sia stato effettivamente comunicato che la ragazza non doveva essere prelevata da un uomo. Secondo quanto riferito, la ragazza si è ripresa dalla caduta e ora si trova in una nuova casa famiglia a Vienna. Le notizie non specificano se si tratti di una struttura della precedente organizzazione o di un’altra.

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Un altro elemento di dibattito politico in questo caso è il fatto che il responsabile dell’azienda che ha prelevato la ragazza, sia il figlio di un alto funzionario del MA 11. L’ÖVP e il FPO hanno criticato aspramente la cosa. La consigliera Emmerlinga ha difeso l’accordo: «il fatto che esistesse questo legame familiare è stato reso noto fin dall’inizio», ha dichiarato in un’intervista. Il padre del direttore (…) non aveva alcuna autorità né alcun ruolo nel processo decisionale relativo all’assegnazione degli appalti da parte dell’agenzia, ha aggiunto.   Anche il pubblico italiano ricorda prelievi traumatici eseguiti da assistenti sociali e forze istituzionali ai danni di famiglie, con azioni stile commando che tagliano la luce e ingannano i genitori per procedere al prelievo del minore. Il caso più noto degli ultimi anni, quello di un paesino emiliano, è finito con l’assoluzione dei principali accusati.   Nella dinamica di questi eventi è evidente come entri in giuoco uno scontro – metapolitico, metafisico – tra la sovranità della famiglia e la volontà dello Stato, con immani conseguenze filosofiche ed antropologiche: da una parte chi considera la famiglia come l’unita primigenia ed indivisibile del consorzio umano, dall’altra chi crede che lo Stato rappresenti una forza superiore che possa permettersi di scinderla e riformularla.   Da un punto di vista di filosofia del diritto, si deve parlare della primazia del diritto positivo dello Stato moderno contro la legge naturale che è base dell’esistenza della famiglia: da una parte chi crede che oltre lo Stato non vi sia nulla, e quindi che esso goda di un potere assoluto, dall’altra chi crede che lo Stato sia invece un’entità inferiore che si deve conformare a qualcosa di superiore – appunto, la legge naturale, o Dio… – e che non possa quindi infrangerne i principi.   In teoria, la Costituzione repubblicana italiana considera la famiglia come il nucleo fondamentale della società, definendola espressamente una «società naturale fondata sul matrimonio». I principi costituzionali che regolano la famiglia sono contenuti principalmente negli articoli 29, 30 e 31.   All’articolo 29, che tratta della società naturale, lo Stato riconosce la famiglia come un’istituzione che esiste prima dello Stato stesso, dotata di propri diritti originari che la legge non crea, ma si limita a proteggere.   All’articolo 31 è detto che la La Repubblica deve agevolare la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi con misure economiche, con particolare riguardo alle famiglie numerose, e proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù.   Quanto la Costituzione Italiana che pure non riteniamo proprio essere un documento perfetto, sia presa sul serio dallo Stato repubblicano (con la Corte Costizionale che per allargare le maglie della morte parla di «Costituzione materiale»), lo lasciamo decidere al lettore di Renovatio 21 che ci segue sin da prima della devastazione pandemica.  

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Epidemie

I bambini nati durante il lockdown mostrano una ridotta funzione esecutiva all’età di 4 anni: studio

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Secondo un nuovo studio, i bambini nati durante il primo lockdown dovuto alla pandemia mostrano una ridotta funzione esecutiva, un indicatore chiave del controllo comportamentale, all’età di 4 anni.

 

La funzione esecutiva può essere concettualizzata come una sorta di «sistema di gestione» del cervello che consente all’individuo di svolgere compiti cognitivi di livello superiore come la pianificazione, la concentrazione, la memoria, il controllo degli impulsi e l’adattamento di piani e comportamenti in risposta al mutare delle circostanze.

 

Le funzioni esecutive sono principalmente associate alla regione della corteccia prefrontale del cervello. Le difficoltà nelle funzioni esecutive sono solitamente associate a condizioni come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), l’invecchiamento e le lesioni cerebrali. Possono verificarsi anche riduzioni transitorie a seguito di stress e privazione del sonno.

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I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 205 bambini nati in Gran Bretagna tra il 23 marzo e il 23 giugno 2020. I bambini sono stati sottoposti a valutazioni standardizzate all’età di quattro anni per una varietà di tratti dello sviluppo, tra cui il linguaggio espressivo e ricettivo, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale. Gli scienziati hanno quindi confrontato le valutazioni con quelle di un altro gruppo nato e valutato prima della pandemia.

 

Lo studio ha dimostrato che, sebbene alcuni parametri relativi alla coorte pandemica fossero nella norma, come la struttura delle frasi, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale, un numero significativamente maggiore di bambini ha mostrato una ridotta funzione esecutiva. Anche i punteggi molto bassi relativi alla struttura delle parole sono risultati più frequenti.

 

Lo studio si aggiunge a un crescente numero di prove che dimostrano come le restrizioni sociali imposte dalla pandemia abbiano avuto gravi effetti negativi sullo sviluppo infantile. Uno studio condotto su bambini scozzesi, ad esempio, ha mostrato un aumento del 6,6% nella percentuale di bambini piccoli con almeno un problema di sviluppo durante le 72 settimane di misure di distanziamento sociale.

 

Un altro studio ha dimostrato che i lockdown hanno interrotto lo sviluppo di un’abilità sociale fondamentale nei bambini piccoli: lo sviluppo della teoria della mente, che permette ai bambini di assumere la prospettiva di un’altra persona.

 

Come riportato da Renovatio 21, un anno fa uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports suggerisce che i lockdown e le altre misure adottate per prevenire la diffusione del COVID-19 hanno causato danni gravi e potenzialmente irreversibili ai bambini in età prescolare.

 

Anche il maggiore quotidiano del pianeta, il New York Times, già quattro anni fa ammise il danno procurato dai lockdown ai bambini. L’articolo, pubblicato a metà novembre, si intitola «Ecco le prove sorprendenti della perdita di apprendimento».

 

La lista dei danni dei lockdown sui bambini studiati dall’accademia è oramai imponenti. Il danno è autoevidente, a partire dal chiaro ritardo nell’apprendimento di alcuni a certi disegni disturbanti emersi.

 

Uno studio britannico aveva rilevato che molti bambini che iniziano la scuola elementare hanno abilità verbali gravemente sottosviluppate, e molti non sono nemmeno in grado di pronunciare il proprio nome.

 

La canadese York University ha rilevato in uno studio che i bambini ora «hanno difficoltà di riconoscere i volti a causa della mascherina».

 

Come riportato da Renovatio 21, una logopedista statunitense ha asserito di aver osservato un aumento del 364% delle segnalazioni di pazienti neonati e bambini piccoli che abbisognano di aiuto per il linguaggio non sviluppato.

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Un altro studio ha rivelato come i punteggi medi di quoziente intellettivo tra bambini nati durante la pandemia siano crollati di ben 22 punti mentre le prestazioni verbali, motorie e cognitive hanno tutte sofferto a causa del lockdown. La dannosità delle mascherine a livello respiratorio è stata sottolineata anche dall’agenzia tedesca per la protezione dei consumatori.

 

Secondo un rapporto di Ofsted, istituzione governativa britannica, la mascherina ha creato una generazione di bambini con problemi nel linguaggio e nelle relazioni.

 

Vi sarebbero poi problemi al sistema immunitario dei piccoli costretti alla clausura. Pochi mesi fa è emerso come bambini venivano colpiti, fuori stagione, da tre virus contemporaneamente – qualcosa di assolutamente raro, prima.

 

Qualcuno così propone una connessione tra l’inusuale aumento delle epatiti fra i bambini e le restrizioni pandemiche.

 

Inoltre, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science, i lockdown hanno portato 60.000 bambini britannici alla depressione clinica. Un’analogo aumento della depressione giovanile è stata rilevata in Italia dall’ISS.

 

In Italia si sta assistendo anche al fluire di un’aneddotica significativa sull’aumento della violenza fra i giovani.

 

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