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Vaccini e perdita della patria potestà: una testimonianza

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Renovatio 21 pubbica in esclusiva questa incredibile testimonianza di una madre che per i vaccini (che pure aveva somministrato!) ha rischiato di perdere la patria potestà: cioè che lo Stato le portasse via i figli.

Semplicemente pazzesco: specie se si pensa che questa vicenda risale a prima che entrasse in vigore la legge Lorenzin.

 

C’è un torrente in piena. La corrente è velocissima e ineluttabile. Li vedo tutti e tre. Tentano inutilmente di dimenarsi, di resistere a quella forza terribile, ma l’acqua li porta via, lontano. E io non posso fare nulla per riprenderli. A un tratto sono spariti. Non li vedo più.

 

Un incubo che si è ripetuto ogni notte per due interminabili mesi, da quando il maresciallo preposto mi telefonò per informarmi della convocazione al tribunale dei minori

Un incubo che si è ripetuto ogni notte per due interminabili mesi, da quando il maresciallo preposto mi telefonò per informarmi della convocazione al tribunale dei minori. Inizialmente, io e mio marito non conoscevamo nemmeno il motivo di tale notifica, non eravamo in città e, impossibilitati a tornare perché all’estero, non potevamo nemmeno ritirarla. Sapevamo soltanto che l’oggetto della notifica erano i nostri tre figli, lui per telefono non poteva dirmi altro.

 

«Sarà stato perché l’ho sgridato perché non si impegnava con i compiti?», si è persino chiesto mio marito.

 

Sono partite illazioni di ogni tipo nella nostra testa, non riuscivamo a spiegarcelo. Nominammo quindi un avvocato, un nostro conoscente che si occupa di cause legate ai minori, delegando a lui di ritirare tale notifica per sapere di cosa si trattasse.

 

I giorni passavano e l’ansia cresceva. Finalmente la telefonata dell’avvocato.

«Signora, la vostra patria potestà è pendente.  Seppure i vaccini non siano da ritenersi obbligatori sono caldamente raccomandati per il bene della comunità e pertanto si richiede la sospensione della potestà perché i vostri possano essere vaccinati»

 

«Allora, signora, la vostra patria potestà è pendente. Ne ha fatto richiesta l’ospedale xx nel novembre 2016 perchè i vostri figli a quella data non risultavano vaccinati. La direzione sanitaria, con firma del dott.xx, scrive che seppure i vaccini non siano da ritenersi obbligatori sono caldamente raccomandati per lui e per il bene della comunità e pertanto richiedono la sospensione della potestà perché possano essere vaccinati. In pratica, sono convinti che voi siate contro i vaccini».

 

«E quindi, mi scusi, chiedono che ci venga tolta la patria potestà per qualcosa che non è nemmeno obbligatorio?»

 

«Purtroppo sì e il tribunale non si è potuto opporre perché quando è un ente sociosanitario, quale è un ospedale, a muovere la pratica va tutto d’ufficio. Poi con la nuova legge della settimana scorsa, figuriamoci… È cominciata la caccia alle streghe!».

«In pratica, sono convinti che voi siate contro i vaccini»

 

Fermiamo la telefonata e facciamo un passo indietro. Novembre 2016: il nostro secondo figlio, Matteo di 3 anni, viene ricoverato una notte in ospedale insieme a mio marito – io avevo partorito la nostra terza il mese prima – per una sospetta balanopostite.

 

Per questo il pediatra curante ci consigliò per prudenza di attendere con i vaccini, perché non sapendo se il problema del linguaggio di mio figlio potesse essere legato a spettri autistici, epilessia o altri problemi neurologici, era meglio non correre rischi.

Al momento delle dimissioni, diedero a mio marito un foglio da compilare, in cui figurava la voce «Ha ricevuto le vaccinazioni raccomandate?» e lui ha barrato la caselle NO. In quel periodo per Matteo, infatti, era in corso un’indagine neurologica legata a un disturbo del linguaggio. Per questo il pediatra curante, quello assegnato dalla ASL e non un privato, ci consigliò per prudenza di attendere con i vaccini, perché non sapendo se il problema del linguaggio potesse essere legato a spettri autistici, epilessia o altri problemi neurologici, era meglio non correre rischi.

 

Tanto più che Matteo, sempre per lo stesso motivo, non andava alla scuola materna e dunque non avrebbe fatto correre rischi ad una eventuale «comunità» scolastica. Una volta terminato l’iter diagnostico, che ha portato, grazie a Dio, alla conclusione che Matteo ha un disturbo specifico del linguaggio e nulla dal punto di vista neurologico, il nostro piccolo ha ricevuto la prima somministrazione vaccinale e nel Febbraio 2017 ha cominciato la scuola materna.

 

Era questo il motivo dell’attesa e di quel NO sul foglio di dimissioni. Se un medico avesse parlato con mio marito, egli non avrebbe avuto problemi a spiegare i fatti che comunque non avrebbero dovuto essere nemmeno oggetto di contestazione, giacché i vaccini non erano propriamente «obbligatori» prima della legge del 31 Luglio 2017, come affermato dallo stesso ospedale.

La piccola aveva solo un mese (ricordo che stiamo parlando di Novembre 2016 e la nostra Teresa è nata ad Ottobre): sfido il più accanito medico «pro-vaccini» a somministrare l’esavalente prima dei tre mesi!

 

Non contenta la direzione sanitaria dell’ospedale, ignaro dell’ABC dell’etica professionale, visto che Matteo aveva dei fratelli, ha pensato bene di indagare sulla situazione vaccinale di Giuseppe, il primogenito, e di Teresa, l’ultima arrivata. Non trovandoli nell’anagrafe vaccinale, ha probabilmente etichettato i genitori come dei «no-vax», dando evidentemente a questa posizione un’accezione negativa, e si è prodigata per salvare ben tre minori dalle loro grinfie. Ma bastava parlare con questi sedicenti fanatici o magari con il loro pediatra per fare due scoperte assai interessanti. La piccola aveva solo un mese (ricordo che stiamo parlando di Novembre 2016 e la nostra Teresa è nata ad Ottobre): sfido il più accanito medico «pro-vaccini» a somministrare l’esavalente prima dei tre mesi!

 

Il nostro figlio maggiore, invece, aveva da piccolino una situazione di salute caratterizzata da infezioni respiratorie ricorrenti e da una depressione del sistema immunitario. Di fronte a questo quadro e poiché non frequentava l’asilo nido, il pediatra ci consigliò di rimandare le vaccinazioni fino a una ripresa consolidata della sua salute. Giuseppe ha cominciato a stare bene e a irrobustirsi intorno ai quattro anni. Ai cinque, il pediatra stesso gli ha somministrato una trivalente in forma più diluita, cioè il richiamo che comunemente si fa agli adulti, invece dell’esavalente, per proteggere la sua salute e non esporre a rischi il suo organismo. Questo ha fatto sì che non figurasse nell’anagrafe vaccinale centrale. Ma, anche qui bastava chiedere!

«Vengono tirati in causa gli assistenti sociali. Dovranno convocarvi, venire a casa vostra, conoscere i bambini, vedere la loro camera, i loro vestiti, forse andare anche a scuola. Insomma dovranno verificare che stanno bene e soprattutto che voi siete idonei ad occuparvi dei vostri figli»

 

«Beh, comunque, avvocato, non c’è problema, mostriamo al giudice i certificati ed è tutto risolto, no?».

 

«Purtroppo no, signora. Il problema è che quando a muovere la richiesta di sospensione della patria potestà è un ente come l’ospedale, vengono tirati in causa gli assistenti sociali. Dovranno convocarvi, venire a casa vostra, conoscere i bambini, vedere la loro camera, i loro vestiti, forse andare anche a scuola. Insomma dovranno verificare che stanno bene e soprattutto che voi siete idonei ad occuparvi dei vostri figli».

 

«Ma che c’entra tutto questo con i vaccini?».

 

«I vaccini sono stati l’incipit. Ora la macchina è stata messa in moto e il sistema prevede questa invasione nella vostra vita privata. In fondo, si sa che gli assistenti sociali sono sempre a caccia di bambini da dare in adozione».

«Il sistema prevede questa invasione nella vostra vita privata. In fondo, si sa che gli assistenti sociali sono sempre a caccia di bambini da dare in adozione»

 

Da quella telefonata, il fiume in piena ha cominciato a straripare e per me e mio marito sono cominciati due lunghissimi mesi di prova, in attesa dell’incontro con l’assistente sociale a cui avevano affidato la pratica e infine con il giudice.

 

Guardavamo i nostri figli di giorno e anche mentre dormivano, sereni e ignari del dramma che consumava emotivamente papà e mamma. Guardavamo Giuseppe, tenace e intelligente, ma anche sensibile e desideroso di attenzioni, poco affettuoso ma capace di mettersi a piangere quando un membro della famiglia si deve assentare da casa.

 

E poi Matteo, tanto difficile da gestire a causa della sua difficoltà ad esprimersi ma così capace di restituirti tutto con i suoi sguardi e i suoi gesti carichi di amore. Più degli altri ha bisogno di noi, gli unici capaci di entrare nella sua dimensione, di tradurre le parole inintelligibili, di contenere la sua ansia di non riuscire, di accettarlo in tutto e per tutto per quello che è.

Li guardavamo continuamente: come avrebbero fatto senza di noi? E noi senza di loro?

 

E infine Teresa, la femminuccia, un bimba «grassa e felice», così capace di sopportare i dispettucci dei fratelli ma anche le piccole scomodità dovute alla gestione di loro tre senza neanche un nonno su quattro o di un parente che te ne tiene uno ogni tanto mentre tu fatichi con gli altri e pulisci casa. Li guardavamo continuamente: come avrebbero fatto senza di noi? E noi senza di loro?

 

«Quando e dove vi siete conosciuti?»

 

«Intende noi e l’avvocato? È genitore di un mio ex alunno».

 

«No, intendevo voi due. Quando e dove vi siete conosciuti? Siete stati insieme parecchio prima di sposarvi? Avete convissuto?».

È stato un colloquio di due ore quello con l’assistente sociale. Ci ha chiesto di tutto della nostra vita privata, cose che forse nemmeno degli amici oserebbero chiederci.

 

È stato un colloquio di due ore quello con l’assistente sociale. Ci ha chiesto di tutto della nostra vita privata, cose che forse nemmeno degli amici oserebbero chiederci.

 

«Ora parlatemi dei vostri figli, di ognuno di loro. Perché avete scelto questi nomi?». E ancora: «che sport fanno, qual è il loro colore/animale/cartone/piatto preferito? Descrivetemi il loro carattere». Mi fermo, ma potrei andare avanti.

E avendo nominato i vari santi loro patroni, ovviamente è arrivata anche la fatidica domanda.

«Pensate di avere altri figli?».

 

«Pensate di avere altri figli?».

 

Cosa voleva sentirsi dire? Che siamo cattolici e che quindi siamo aperti alla vita e ai figli che il buon Dio ci dona, in modo da poterci considerare liberamente degli «irresponsabili»?

 

Finito il colloquio, ci siamo dati appuntamento per la visita a casa. «Comunque – afferma l’avvocato – non ritengo appropriata questa intromissione: non è possibile evitare che andiate a casa? In fondo, lo ha visto, era per i vaccini, null’altro!».

Cosa voleva sentirsi dire? Che siamo cattolici e che quindi siamo aperti alla vita e ai figli che il buon Dio ci dona, in modo da poterci considerare liberamente degli «irresponsabili»?

 

«Avvocato, se vi volete opporre, per me va bene, ma lo dovrò segnalare al tribunale. Così è solo peggio. Vi consiglio piuttosto di avvisare i bambini, forse potrebbero essere turbati dalla presenza di un estraneo».

 

«I nostri figli sono sempre felici quando arriva un ospite».

 

«Avvocato, se vi volete opporre, per me va bene, ma lo dovrò segnalare al tribunale. Così è solo peggio»

Abbiamo una casa modesta, in periferia, conforme allo stipendio di due insegnanti, con gli spazi sufficienti per tutti, anche per Nostro Signore, la cui icona domina la stanza più frequentata, il soggiorno, in cui riceviamo gli ospiti, mangiamo e facciamo giochi tutti insieme.

 

La casa ha uno speciale punto di forza: un grande terrazzo coperto in cui mio marito ha ricreato una vera e propria area gioco di cui i bimbi vanno matti e a quanto pare anche l’assistente sociale. Non ho tirato a lucido la casa, non avevo niente da dimostrare, ho fatto quello che faccio sempre, come lo faccio sempre.

Non ho tirato a lucido la casa, non avevo niente da dimostrare, ho fatto quello che faccio sempre, come lo faccio sempre.

 

Feliciana è stata accolta da tre bimbi che la sono andati ad aspettare sul pianerottolo, saltellanti ed entusiasti di conoscere una persona nuova e averla a casa, mentre io sentivo che sarei scoppiata a piangere da un momento all’altro e mentre mio marito irrigidiva sempre più il suo volto e faticava persino a parlare.

 

Ha girato per casa, guardato libri e quaderni del grande, lo ha persino fatto leggere. «Vedi che i compiti c’entrano», vaneggiava mio marito, ormai in tilt. Ha avuto occasione di leggere stupita le regole che i maschi hanno affisse alla porta della loro camera, mentre le ricordavo al grande, specialmente quella che infrange più spesso: «non sono autorizzato ad alzare le mani su mio fratello nemmeno se ho ragione».

 

La lite era legata a chi faceva vedere più giochi a Feliciana. Quella nuvola di gioia e rumore l’ha poi convinta a sedersi per un caffè e una fetta di torta. «Fatta in casa, scommetto!». «No casa, Teo fatto a torta, no casa!», le ha risposto a modo suo Matteo.

«Scriverò un documento su quello che ho visto. Ci vediamo dal giudice».

 

 

Arriva il momento della nanna dei due più piccoli e l’assistente sociale, dopo aver notato che Teresa si addormenta senza storie nel suo lettino nella sua camera e dopo essere stata invitata da Matteo a fare un sonnellino con lui, decide che era il momento di levare le ancore.

 

«Scriverò un documento su quello che ho visto. Ci vediamo dal giudice».

 

In realtà dal giudice non ci siamo visti, se non di sfuggita. Lei entrò prima di noi, standoci pure parecchio.

 

Noi subito dopo per un altro infinito colloquio in cui riaprire l’intimità della nostra vita e della nostra famiglia, in cui sentirsi dare «consigli» da un’altra sconosciuta in dovere di dispensare il suo sapere. Su cosa poi? Sulla scelta del calcio per il primo figlio, «no, ma guardi che l’anno prossimo comincerà atletica» o sul fatto che al secondo la musica va fatta fare «non perché lo ha consigliato il neuropsichiatra ma perché piace a lui, ricordatevelo!».

Dal giudice un altro infinito colloquio in cui riaprire l’intimità della nostra vita e della nostra famiglia, in cui sentirsi dare «consigli» da un’altra sconosciuta in dovere di dispensare il suo sapere

 

«Scusi, giudice, ma di vaccini quando parliamo? In fondo se siamo qui è per questo. No perché io le ho portato le copie dei certificati e il pediatra ha preparato un documento in cui motiva dal punto di vista medico…»

«Sì, ho visto, ma questo non è compito mio. Io devo solo valutare se i vostri figli non corrono pericoli con voi e se voi siete in grado di occuparvene. Comunque, dalla relazione dell’assistente sociale non credo dobbiate preoccuparvi».

 

Feliciana aveva scritto un lungo documento sulla nostra famiglia, sull’amore che ha colto a casa nostra, sulla serenità di tutti e tre i bambini e sull’affetto tra di noi, sulla nostra casa modesta ma accogliente, sulla bellezza dello stare insieme. Tre mesi dopo è stata proprio lei a chiamarci appena arrivata la notizia dell’archiviazione della pratica.

«Io devo solo valutare se i vostri figli non corrono pericoli con voi e se voi siete in grado di occuparvene»

 

Poco tempo dopo, ho scoperto che nell’ospedale XX un anno prima del fatidico ricovero, era morto un bambino di morbillo che non era stato vaccinato e che questo fatto aveva messo nei guai l’ospedale. Evidentemente pur di tutelarsi la direzione sanitaria è disposta a far vivere a dei malcapitati un incubo.

 

So che può sembrare un lieto fine e in effetti, grazie a Dio, lo è.

 

E forse può sembrare anche a tratti assurdo, se non addirittura folle questo racconto. Ma la percezione che mio marito ed io abbiamo avuto dello svolgimento dei fatti è andata ben oltre persino il torto subito ingiustamente. La nostra intimità famigliare è stata invasa da degli estranei che senza alcun riguardo si sono messi ad indagare e a disquisire su cose personalissime che chiunque desidera proteggere e custodire.

La nostra intimità famigliare è stata invasa da degli estranei che senza alcun riguardo si sono messi ad indagare e a disquisire su cose personalissime che chiunque desidera proteggere e custodire.

 

Siamo stati umiliati nel nostro ruolo genitoriale e non perchè non fossimo consapevoli degli errori che talvolta purtroppo compiamo come tutti; ma perché un conto è la consapevolezza che si può e si deve sempre crescere nelle virtù legate in modo speciale alla genitorialità (pazienza, mitezza, fortezza, ecc.) e un conto è essere sottoposti ad un esame di idoneità in base ad elementi del tutto arbitrari e quasi che lo stato abbia il diritto/dovere di oltrepassare la famiglia e dunque il potere persino sul vincolo genitori/figli (il caso dei vaccini è emblematico, ma si pensi specularmente all’educazione all’affettività e quindi al mondo della scuola e all’affievolimento della priorità della famiglia circa l’educazione).

Siamo stati umiliati nel nostro ruolo genitoriale

 

È stata posta sulle nostre teste una spada, un giudizio: ma quale giustizia è mai questa che dà a un giudice un potere del genere?  Sicuramente ci sono delle situazioni molto gravi dove la giustizia deve intervenire per proteggere i bambini. Ma noi in questa situazione ci abbiamo visto un potere spropositato, inumano, simile a quello che dà ai giudici la possibilità di decidere sulla vita.

 

E infine l’aspetto più agghiacciante: convivere per giorni e giorni con l’idea che ci potessero portare via i bambini. Chi è genitore può capire e sentire il livello di tortura emotiva che abbiamo dovuto sopportare. Io ci ho messo quasi sei mesi a riprendermi fisicamente ed emotivamente da tale shock.

L’aspetto più agghiacciante: convivere per giorni e giorni con l’idea che ci potessero portare via i bambini

 

Ho deciso di scrivere, e ringrazio chi mi ha donato lo spazio per raccontare questi fatti, perché sono convinta che non tutti sanno il livello di deformazione del sistema che ruota attorno alle vaccinazioni pediatriche, tipico dei sistemi asserviti a «mammona», dove non contano l’essere umano e il suo vero bene, nemmeno se si tratta di bambini, e dove non c’è etica, nemmeno quella spicciola che regola il rapporto medico/paziente.

 

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Radiazioni wireless, «i bambini sono particolarmente vulnerabili»

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) sta raccogliendo pareri pubblici sui potenziali effetti dannosi delle radiazioni a radiofrequenza (RF), più comunemente note come radiazioni wireless, sulla salute umana e sull’ambiente. Mary Holland, CEO di Children’s Health Defense, ha dichiarato all’HHS che le agenzie di regolamentazione federali e le autorità governative hanno sistematicamente ignorato le domande relative all’esposizione pericolosa, a lungo termine e cumulativa alle radiazioni wireless. «I bambini sono particolarmente vulnerabili e meritano una considerazione speciale», ha affermato Holland.

 

Di seguito il commento di Mary Holland, CEO di Children’s Health Defense, inviato al Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS).

 

Invio questo commento in qualità di CEO di Children’s Health Defense per esprimere serie preoccupazioni in merito alle potenziali conseguenze per la salute pubblica derivanti dalla rapida espansione delle infrastrutture wireless, in particolare per quanto riguarda i bambini.

 

Per anni, Children’s Health Defense ha ascoltato direttamente e collaborato con famiglie che affrontano gravi problemi di salute associati alla crescente esposizione alle radiazioni elettromagnetiche artificiali (REM) provenienti dalla tecnologia wireless. Storie come quella di Amelia Gilardi di Pittsfield, Massachusetts, che si è ammalata gravemente in seguito all’attivazione di un’antenna per telefonia mobile nel suo quartiere, ci ricordano che la tecnologia e le infrastrutture wireless hanno un costo. Dietro la promessa di una maggiore connettività ci sono bambini e famiglie che soffrono di problemi di salute debilitanti e, troppo spesso, sono i nostri figli a pagarne il prezzo.

 

I bambini sono particolarmente vulnerabili e meritano un’attenzione speciale. Sono esposti alle radiazioni wireless in età sempre più precoce, spesso a partire dalla gravidanza e per tutta l’infanzia e l’età adulta, nelle loro case, scuole, comunità e luoghi di lavoro. L’uso diffuso di schermi e dispositivi wireless è diventato la norma e viene persino incoraggiato, mentre le domande sui pericolosi effetti dell’esposizione a lungo termine e cumulativa continuano a essere sistematicamente ignorate dalle agenzie di regolamentazione federali e dalle autorità governative.

 

Le attuali linee guida della FCC sull’esposizione alle radiofrequenze risalgono al 1996 e sono fondamentalmente errate e obsolete. La tecnologia e le infrastrutture wireless si sono sviluppate enormemente da quando le linee guida sono state introdotte, eppure l’industria ha attivamente soppresso la vasta letteratura scientifica che dimostra chiaramente i danni per le persone e l’ambiente. Inoltre, le agenzie di regolamentazione federali non hanno ancora dimostrato al pubblico che le linee guida della FCC sull’esposizione alle radiofrequenze, risalenti a decenni fa, proteggano adeguatamente i bambini, le altre popolazioni vulnerabili e l’ambiente dai rischi di esposizione.

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Anziché continuare ad aumentare drasticamente l’esposizione della popolazione alle radiazioni wireless, dovremmo adottare un approccio precauzionale e cogliere questa opportunità per esaminare a fondo lo stato attuale della letteratura scientifica e condurre nuovi studi che tengano adeguatamente conto delle conseguenze a lungo termine dell’esposizione ubiqua e cumulativa agli ambienti wireless attuali e futuri. Ciò significa sostenere la ricerca indipendente sugli effetti delle radiazioni a radiofrequenza sulla salute e sullo sviluppo, in particolare sugli effetti su bambini, donne in gravidanza e altre popolazioni vulnerabili.

 

Inoltre, è altrettanto fondamentale che le agenzie di regolamentazione federali siano trasparenti riguardo alla letteratura scientifica utilizzata per stabilire gli standard di esposizione e che garantiscano che questi siano basati su modelli biologicamente rilevanti. Tale letteratura scientifica deve essere indipendente dall’influenza dell’industria e da qualsiasi entità che abbia un interesse finanziario nella continua diffusione delle tecnologie wireless. È di fondamentale importanza che l’HHS e le altre agenzie di sanità pubblica svolgano un ruolo centrale nella valutazione delle prove e nell’individuazione delle lacune di ricerca ancora esistenti.

 

Children’s Health Defense continuerà a promuovere un’implementazione responsabile delle infrastrutture wireless, dando priorità alla salute pubblica rispetto all’espansione delle reti wireless e ai profitti del settore. Crediamo che le famiglie e le comunità meritino opportunità concrete per comprendere e affrontare questi rischi e continueremo a difendere i migliori interessi delle persone, della salute pubblica e dell’ambiente.

 

Non dobbiamo permettere che un’altra generazione di bambini venga danneggiata dagli effetti delle radiazioni wireless. Per il bene dei nostri figli e del loro futuro, dobbiamo affidarci alla scienza indipendente, agire con trasparenza e attuare le protezioni necessarie per prendere decisioni più sicure e responsabili riguardo all’ambiente wireless in cui stanno crescendo.

 

Esorto l’HHS a dare priorità a ricerche rigorose, indipendenti e trasparenti sugli effetti delle radiazioni wireless sulla salute e sullo sviluppo, in particolare per i bambini e le altre popolazioni vulnerabili. Poiché le tecnologie wireless sono sempre più integrate nella nostra vita quotidiana, abbiamo la responsabilità di garantire che il loro ampio utilizzo sia guidato da solide basi scientifiche e accompagnato da salvaguardie che proteggano pienamente la salute e lo sviluppo dei bambini.

 

Cordiali saluti,

 

Mary S. Holland, Esq.

Presidente / Amministratore Delegato Children’s Health Defense

 

© 8 ottobre 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Ossitocina contro il divorzio, una proposta

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Palmer Luckey è con certezza una delle figure più interessanti del nostro tempo. Giovanissimo, la sua carriera è piena di ottenimenti straordinari – e di invenzioni che segnano punti nella storia del mondo.   Luckey è conosciuto come il fondatore di Oculus, l’azienda che creò il primo visore di Realtà Virtuale davvero sostenibile: in precedenza i caschi VR facevano, letteralmente, vomitare, quello inventato dal neanche ventenne praticamente nel garage di casa con amici conosciuti online risolveva il problema della motion sickness, aprendo definitivamente la via del mercato di massa per il VR. Dopo aver sconvolto il settore con la sua tecnologia (Sony fece una proposta, il genio videoludico John Carmack, creatore degli sparatutto 3D come Doom, chiese di lavorare per lui) Luckey vendette Oculus a Facebook per circa 2 miliardi di dollari. Mark Zuckerberg è talmente eccitato dalle possibilità del visore virtuale che si tuffa nel concetto di «metaverso» e cambia pure il nome della mega-società in Meta.   La storia prosegue in modo intrigante: Zuckerberg, anche se non lo può ammettere pubblicamente, caccia Luckey da Meta perché diviene noto il suo sostegno a Trump nel 2016. In realtà, Luckey ha affermato di aver scritto lettere a Trump anni prima che calasse in politica per chiedergli di correre come presidente.

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Dopo il licenziamento, Luckey, frustrato dalla situazione degli Stati Uniti e del mondo, di cui sembra avere incredibile contezza, crea Anduril (nome tolkieniano: è il segno che ci investe Peter Thiel), una startup di tecnologia militare che costruisce droni aerei e marittimi (uno è stato catturato dagli iraniani giorni fa) e sistemi di difesa che paiono al limite della fantascienza: missili intercettori AI, sottomarini autonomi, caschi che forniscono ai soldati una consapevolezza situazionale totale. Di fatto, conoscendo la sua passione per film, romanzi e videogiochi del genere (al punto che è ripreso a fare cosplay a Tokyo nel tempo libero), è possibile dire che si tratta di un personaggio che riesce a trasporre – caso notevole di vita che imita l’arte – la fantascienza in realtà.   Ascoltarlo nei vari podcast cui va ospite è sempre un’esperienza densa: che parli di geopolitica (è filoucraino, e dice di essere bandito dalla Cina per le forniture a Taiwano), di tecnologia, di letteratura, di politica o anche solo di retrogaming (sua altra grande passione, per la quale ha una startup che produce repliche attualizzate del Nintendo Game Boy) è sempre un’esperienza densa. Le sue idee sono non solo innovative, ma profondamente meditate – anche quando sembrano molto provocatorie.   Va sentito quello che dice anche quando parla di famiglia. Racconta dell’homeschooling impartito dai suoi genitori, che quindi gli hanno fatto iniziare i corsi universitari a 14 anni. Dice di aver sposato la compagna del liceo che aveva fatto piangere durante un dibattito. Divenuto padre, intima che chi fa meno di tre figli va considerato come un traditore. Luckey, ma questo non lo dice mai, è il cognato dell’ex deputato floridiano Matt Gaetz, molto inviso ad Israele, la cui candidatura ad Attorney General, guardasigilli americano, fu silurata ad inizio mandato Trump. C’è da dire che il Gaetz e la bellissima Ginger Luckey costituiscono una coppia che non è sgradevole guardare.   Ora Luckey ha alzato il tiro, ad un evento, ha rivelato il tipo di startup che creerebbe oggi: costruirebbe un’azienda di doping a base di ossitocina per porre fine al divorzio.   «Cercherei di porre fine alla tragedia del divorzio con il doping con ossitocina per la terapia di coppia» ha dichiarato il giovanissimo tecnologo miliardario. «Conosciamo piuttosto bene il legame di coppia nei mammiferi. Ci sono molte persone che vogliono stare insieme. La maggior parte delle persone che non vogliono stare insieme dovrebbero farlo, soprattutto per i loro figli».   L’ossitocina è un neuropeptide prodotto dall’ipotalamo e rilasciato sia nel sangue, tramite l’ipofisi posteriore, sia direttamente nel cervello. Nei mammiferi è nota per il ruolo nel parto e nell’allattamento, ma agisce anche su circuiti legati alla socialità e all’attaccamento. Gli studi più celebri riguardano le arvicole della prateria, specie monogama in cui il legame di coppia dipende dall’azione dell’ossitocina e della vasopressina in aree cerebrali del sistema di ricompensa, mentre nelle specie affini non monogame questi recettori sono distribuiti diversamente.   Nelle pecore l’ossitocina favorisce il riconoscimento e l’accettazione dell’agnello subito dopo il parto, e nei roditori incentiva le cure materne.   Luckey non si pone problemi bioetici riguardo la creazione del doping ossitocinico. «Possiamo farlo, se la gente pensa che gli SSRI vadano bene, cosa che non è, ma se lo fossero, allora il doping con ossitocina per restare insieme sarebbe sicuramente accettabile». La stoccatina agli psicofarmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina gli fa guadagnare, nel computo di Renovatio 21, altri mille punti.   «È la sostanza chimica che lega le coppie nei mammiferi» continua Luckey. «Ci sono cose che si possono fare per aumentarne l’assorbimento, ed è ben compresa. Inoltre, è totalmente non regolamentata, il che è fantastico. Gli spazi non regolamentati sono molto più facili da gestire. Puoi andare a comprare un chilo di ossitocina su Sigma Aldrich Chemical Supply proprio ora, e se lo fai, forse non morirai da solo».    

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«È pura biologia. Viene utilizzato per le donne che non riescono a instaurare un legame con i propri figli, e ora anche per le donne che non riescono a creare un legame con i propri mariti. Viene utilizzato anche per i bambini con vari problemi neurologici, e per alcuni bambini autistici che faticano a creare legami».   «La cosa interessante è che si tratta di un circolo virtuoso. Lo sappiamo benissimo. A differenza della maggior parte dei farmaci, non crea dipendenza chimica. Anzi, libera dalla dipendenza chimica».   Le parole del giovane imprenditore sono di precisione assoluta. Non solo per la considerazione dell’ossitocina, sostanza che in passato ha suscitato qualche polemica. Ricordiamo come a luglio 2018 un epistemologo del CNR proponeva di «combattere il razzismo» potenziando i circuiti biologici dell’altruismo tramite l’ossitocina. In pratica, «ormone dell’amore» per accettare l’invasione calergista del Terzo Mondo. Parimenti, la reporter Annie Jacobsen nel suo libro The Pentagon Brain raccontava di aver appreso che il reparto tecnologico dell’esercito USA stava considerando l’uso dell’ossitocina per aiutare in futuro soldati umani ad accettare la presenza di commilitoni androidi.   Questi sono, tuttavia, obiettivi innaturali, se non malvagi. Luckey parla di qualcosa di diverso: è la prima voce che sentiamo, da anni ed anni, a scagliarsi contro il divorzio, considerando il danno immane che esso cagione a tutta la società e all’umanità tutta.   Sappiamo quali effetti ha avuto il divorzio: bambini feriti (che spesso si colpevolizzano per la separazione dei genitori) divengono adulti instabili, che ripetono gli errori che hanno subito, e creano altre famiglie devastate. È il ciclo che abbiamo visto spiegato perfettamente dal poeta Robert Bly e da storie come quella di Fight Club, l’interruzione della figura paterna, e dell’iniziazione che da essa è impartita al ragazzo, crea una Società di eterni adolescenti che cura la sua percepita incompletezza con dipendenze drogastiche e sessuali, creando caos, crimine e disagio sociale, e soprattutto replicando, più o meno involontariamente, quanto subito alla generazione successiva di bambini abbandonati – via divorzio, se per caso vi è stato il matrimonio.   Nessuno lo fa, ma Renovatio 21 non esclude la questione omosessuale: più divorzi significano più madri sole, e quindi meno figure paterne, e quindi secondo lo schema psicologico noto, più omosessuali.   Qui è possibile capire dunque come il divorzio abbia agito come vera catastrofe nella società mondiale, creando disordine ed infelicità per miliardi di individui. Come ciò non sia compreso dalle menti illuminate di politici ed intellettuali, è un mistero, o forse no: tutta l’élite ha un divorzio alle spalle, o uno in canna, o la brama di potersene avvantaggiare.

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Il divorzio è un dogma, una vacca sacra: nessuno osa parlarne, nemmeno coloro che, timidamente, accennano all’ingiustizia dell’aborto: come se la legge sul divorzio non avesse preparato giuridicamente (la cancellazione della morale cristiana dalla legge pubblica) e spiritualmente (la distruzione della famiglia nucleare, la disintegrazione del potere paterno) il Paese all’assassinio figlicida legalizzato.   Il divorzio fu introdotto in Italia, ma guarda, dai democristiani. Sì, i sedicenti cattolici furono coloro che introdussero nel 1974 la legge che distruggeva le famiglie, e quindi la società italiana. Lo stesso accadde quattro anni dopo con la legge sull’aborto. Il primo ministro del divorzio era il doroteo vicentino Mariano Rumor, la legge sul feticidio di massa di Stato la firmò Giulio Andreotti.   La società da allora ci ha dato milioni di individui compromessi da questo immane errore. Persone che soffrono, finite in un ciclo del dolore che ha devastato tutto il consorzio umano transgenerazionalmente.   Crediamo che aiuti psicochimici per risolvere questa catastrofe debbano essere presi in seria considerazione. Bravo Palmer.   Roberto Dal Bosco  

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Essere genitori

Nuovi studi mettono in dubbio i videogiochi terapeutici per bambini

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

Una serie di nuovi studi suggerisce che i videogiochi e le app ludicizzate potrebbero aiutare i bambini con ansia, depressione e problemi di attenzione. Tuttavia, i ricercatori stanno anche riscontrando importanti limitazioni, tra cui l’incertezza sul fatto che i miglioramenti misurati su uno schermo si traducano in cambiamenti significativi nella vita dei bambini.

 

Un videogioco progettato per aiutare i bambini a gestire l’ansia ha ridotto i sintomi in uno studio clinico pubblicato questo mese, a conferma delle crescenti prove che i giochi potrebbero diventare strumenti per il trattamento della salute mentale e comportamentale infantile.

 

Ma un altro studio, pubblicato appena tre giorni dopo, illustra uno dei problemi centrali che affliggono questo campo emergente: i bambini possono migliorare nelle misurazioni computerizzate dell’attenzione senza necessariamente mostrare miglioramenti comparabili in classe.

 

I risultati si inseriscono in una nuova ondata di ricerche che esplorano un ambito insolito della sanità pediatrica : l’utilizzo delle qualità immersive e gratificanti dei videogiochi per affrontare patologie che vanno dall’ansia e dalla depressione al disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD).

 

Cosa succede quando lo schermo stesso diventa parte integrante del trattamento?

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«Dipende da come vuoi usarlo»

Una serie di studi recenti delinea un quadro complesso di come si presenta la gamification in pediatria.

 

«Qualsiasi intervento può essere utile o dannoso; dipende da come lo si vuole impiegare e utilizzare», ha affermato Megan Connell, Psy.D., in una recente analisi dei videogiochi terapeutici pubblicata sul Journal of Medical Internet Research.

 

L’avvertimento giunge in un momento in cui si moltiplicano le nuove ricerche sul gioco come strumento terapeutico.

 

In uno studio clinico randomizzato e controllato, pubblicato il 12 settembre sulla rivista Child Psychiatry & Human Development, i ricercatori hanno testato un intervento digitale ludico per la salute mentale su 118 bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni con ansia da lieve a moderata.

 

I bambini e i loro genitori sono stati assegnati in modo casuale a utilizzare «Anchors Away», un intervento ludico, oppure a far parte di un gruppo di controllo in lista d’attesa, le cui famiglie inizialmente non hanno ricevuto alcun trattamento.

 

L’app Anchors Away, a tema nautico, utilizza i principi della terapia cognitivo-comportamentale. I bambini completano attività, praticano abilità terapeutiche, guadagnano punti e li scambiano con premi.

 

Dopo sei settimane, i gruppi che hanno partecipato al gioco hanno mostrato una significativa riduzione dell’ansia infantile, secondo quanto riportato dai genitori, rispetto al gruppo di controllo in lista d’attesa. Lo studio ha inoltre evidenziato una riduzione dei livelli di ansia nell’arco delle 12 settimane di durata della sperimentazione, rispetto al gruppo di controllo in lista d’attesa.

 

I ricercatori hanno concluso che lo studio «dimostra l’efficacia di questo intervento digitale per la salute mentale (DMHI) gamificato per i bambini con sintomi di ansia da lievi a moderati e offre spunti sui potenziali meccanismi di cambiamento alla base del miglioramento terapeutico derivante dagli interventi digitali».

 

Gli autori hanno inoltre affermato che le future sperimentazioni dovrebbero avvalersi di clinici indipendenti per valutare l’ansia dei bambini, anziché basarsi eccessivamente sui resoconti di genitori e figli.

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I bambini hanno migliorato la capacità di attenzione, ma non necessariamente i risultati scolastici.

Uno studio pubblicato tre giorni dopo ha dimostrato che un programma di allenamento basato sui videogiochi migliorava l’attenzione nei bambini di 8 e 9 anni, ma non potenziava le loro capacità di lettura o di matematica, secondo uno studio randomizzato pubblicato su NPJ Digital Medicine.

 

I ricercatori hanno assegnato a 158 bambini un gruppo di 30 bambini da sottoporre a un programma di allenamento della durata di 10 settimane.

 

I bambini che hanno partecipato al gioco hanno ottenuto risultati migliori nei test oggettivi di attenzione rispetto ai bambini di un gruppo di controllo attivo. I miglioramenti si sono manifestati nei compiti di attenzione basati sulle prestazioni e nelle misurazioni del tracciamento oculare.

 

Tuttavia, il gioco non ha migliorato la fluidità nella lettura o nel calcolo matematico rispetto al gruppo di controllo.

 

I ricercatori hanno affermato che i risultati supportano l’allenamento cognitivo digitale per migliorare le misure oggettive dell’attenzione, pur sottolineando la necessità di una «cauta interpretazione» dei risultati accademici.

 

È troppo presto per trarre conclusioni sull’efficacia dei videogiochi.

Gli esperti medici hanno valutato i pro e i contro dei videogiochi in ambito pediatrico.

 

Il dottor Mayank Gupta, direttore medico presso Family Psychological Associates, ha affermato che è «troppo presto per concludere» che i videogiochi in ambito pediatrico siano «trasformativi».

 

Gupta ha evidenziato gli effetti a lungo termine, i rischi, i probabili aumenti dei costi e altre problematiche, tra cui l’«ipergamificazione», ovvero ciò che accade quando le persone applicano meccaniche di gioco intense e basate sui dati, come il tracciamento in tempo reale, le micro-ricompense e l’iper-personalizzazione, ad ambienti non ludici.

 

Gupta ha fatto riferimento a EndeavorRx , un videogioco terapeutico autorizzato dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense per migliorare la funzione attentiva nei bambini con ADHD. Lo sviluppo del gioco è iniziato nel 2013 e la FDA ha approvato il prodotto nel 2020.

 

«Sebbene il videogioco EndeavorRx, autorizzato dalla FDA, migliori i punteggi nei test computerizzati di attenzione negli studi clinici, i critici osservano che ha un impatto limitato sull’iperattività o sui cambiamenti comportamentali nel mondo reale», ha affermato Gupta.

 

Altri ricercatori in campo medico ritengono che i videogiochi possano essere utilizzati in diversi modi nell’assistenza pediatrica.

 

Zach Wigal, fondatore di Gamers Outreach, un’organizzazione no-profit che fornisce videogiochi, tecnologia e attività ricreative ai bambini ricoverati in ospedale per aiutarli ad affrontare le cure mediche a lungo termine, ha affermato che i bambini nelle strutture sanitarie potrebbero trarne beneficio.

 

Wigal ha dichiarato a The Defender che gli ospedali spesso «faticano a fornire ai pazienti attività significative oltre alle cure mediche» e che i videogiochi possono essere d’aiuto.

 

«Questo può contribuire alla solitudine, alla noia e a un generale peggioramento della qualità della vita del bambino durante il ricovero», ha affermato. «I videogiochi possono offrire un’attività familiare, un senso di controllo e l’opportunità di rimanere in contatto con amici e familiari al di fuori dell’ospedale».

 

 

Tom Baranowski, Ph.D., illustre professore emerito di pediatria presso il Baylor College of Medicine di Houston, in Texas, ha contribuito allo sviluppo di diversi videogiochi per bambini e crede che abbiano un grande potenziale.

 

Uno di questi era Squire’s Quest!, un videogioco educativo progettato per aiutare gli alunni di quarta e quinta elementare a mangiare più frutta e verdura. In una sperimentazione clinica, il gioco ha dimostrato «il potenziale per modificare sostanzialmente le abitudini alimentari».

 

Baranowski ha affermato che i videogiochi possono essere istruttivi se combinati con altre terapie.

 

«Credo che gli effetti dei giochi siano promettenti, ma principalmente come supporto ad altri tipi di programmi di modifica del comportamento», ha dichiarato a The Defender. «Spero che in futuro i risultati dimostrino che i giochi offrono un’esperienza “divertente” che spinge i ragazzi a tornare e a partecipare all’attività educativa».

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Il paradosso: i videogiochi possono migliorare la salute dei bambini se il «disturbo da gioco» è reale?

La crescita dei giochi terapeutici si verifica mentre i ricercatori continuano a esaminare gli effetti dei media digitali stessi sullo sviluppo dei bambini.

 

Una revisione sistematica e metanalisi del 2026, pubblicata su JAMA Pediatrics, ha analizzato 153 studi longitudinali che esaminavano l’uso dei media digitali e la salute e lo sviluppo dei bambini.

 

L’utilizzo dei videogiochi è risultato associato a una maggiore aggressività e a comportamenti esternalizzanti. Tuttavia, è stato anche associato a un livello leggermente superiore di attenzione e funzioni esecutive.

 

Le stesse qualità che i ricercatori mirano a sfruttare a scopo terapeutico potrebbero quindi coesistere con potenziali rischi nelle esperienze di gioco più ampie dei bambini.

 

Il 4 settembre, JAMA Network Open ha pubblicato uno studio clinico randomizzato che ha coinvolto 1.793 adolescenti. Lo studio ha esaminato i metodi per prevenire la dipendenza dai videogiochi e altri comportamenti problematici legati all’uso di Internet.

 

Tra i 205 adolescenti considerati ad alto rischio, quelli che hanno ricevuto un intervento basato sulla terapia cognitivo-comportamentale hanno mostrato, dopo 12 mesi, una riduzione significativa dei sintomi legati al gioco online e all’uso problematico di Internet rispetto agli adolescenti che hanno ricevuto un’educazione all’alfabetizzazione mediatica, che insegnava le capacità di pensiero critico necessarie per accedere e utilizzare responsabilmente tutte le forme di comunicazione.

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il disturbo da gioco d’azzardo nell’undicesima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie.

 

Ciò non significa che un bambino a cui viene prescritto un gioco terapeutico attentamente progettato corra il rischio di sviluppare un disturbo da gioco d’azzardo. I prodotti terapeutici possono limitare il tempo di gioco, eliminare molte meccaniche dei giochi commerciali ed essere utilizzati sotto supervisione medica.

 

Questo esempio illustra il singolare paradosso dei videogiochi in medicina: i ricercatori stanno cercando di utilizzare i videogiochi per migliorare la salute dei bambini , mentre altri stanno sviluppando interventi per proteggere alcuni bambini dai problemi legati ai videogiochi stessi.

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Cosa succede quando la partita finisce?

Nel loro insieme, gli studi più recenti presentano un quadro più sfumato di quanto vorrebbero sia i sostenitori che i critici dell’uso degli schermi da parte dei bambini.

 

Gli interventi basati sul gioco hanno prodotto miglioramenti misurabili nell’ansia infantile, nella depressione adolescenziale e nei sintomi dell’ADHD.

 

Tuttavia, restano da considerare diversi aspetti. I ricercatori che studiano il nuovo intervento per l’infanzia lo hanno riconosciuto.

 

«Le prove sull’efficacia dei giochi sono frammentarie», ha dichiarato Baranowski a The Defender. «Non credo che sappiamo quali tecniche di gioco siano più efficaci, con chi e in quali circostanze. “Servono ulteriori ricerche”».

 

Henrick Karoliszyn, DSW

 

© 23 settembre 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

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