Economia
Trump «furioso» con Israele per i massicci attacchi alle infrastrutture petrolifere iraniane
Secondo alcune voci finite sulla stampa americana, il presidente Trump darebbe «furioso» con Israele per gli attacchi unilaterali alle infrastrutture petrolifere iraniane, al punto che un vertice programmato tra Stati Uniti e Israele sia stato annullato, mentre emerge il primo grave disaccordo tra i due Paesi.
Gli inviati di Trump Steve Witkoff e Jared Kushner (il suo genere ebreo, proveniente da una famiglia di finanziatori di Netanyahu) avrebbero dovuto incontrare il Primo Ministro Benjamin Netanyahu a Gerusalemme martedì.
«Trenta depositi di carburante iraniani sono stati distrutti nel fine settimana, con immagini apocalittiche che mostrano incendi che si innalzano nel cielo, enormi colonne di fumo e una pioggia nera e oleosa che cade dal cielo» scrive il giornale britannico Daily Mail.
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I funzionari della Casa Bianca erano sbalorditi dalla portata dei bombardamenti israeliani e temevano che le immagini del petrolio in fiamme avrebbero fatto infuriare gli americani, costretti a fronteggiare l’aumento dei prezzi della benzina: fino a 3,4 dollari al gallone in media, rispetto ai 2,9 dollari di prima dell’inizio della guerra. Un consigliere del presidente Trump, citato da Axios, avrebbe dichiarato: «Al presidente non piace l’attacco. Vuole salvare il petrolio. Non vuole bruciarlo. E ricorda alla gente l’aumento dei prezzi della benzina».
Il prezzo del petrolio è schizzato a 120 dollari al barile, prima di scendere a 106 dollari.
In un post pubblicato domenica su Truth Social, il presidente Trump ha affermato che i prezzi sarebbero rapidamente «scesi» una volta «terminata la distruzione della minaccia nucleare iraniana».
«I prezzi del petrolio a breve termine, che scenderanno rapidamente quando sarà terminata la distruzione della minaccia nucleare iraniana, rappresentano un prezzo molto basso da pagare per gli Stati Uniti e per il mondo, per la sicurezza e la pace», ha scritto il presidente Trump.
«SOLO GLI SCIOCCHI PENSEREBBERO DIVERSAMENTE!»
Dall’Iran, nel frattmepo, arrivano immagini impressionanti.
Official news outlet of Iran’s Ministry of Petroleum SHANA: Tehran oil refinery intact, operating without disruption:
The oil facility 👇🏻 pic.twitter.com/aunYsqEZb4
— Open Source Intel (@Osint613) June 14, 2025
March 8, 2026 – Tehran at sunrise today. But the sun is hidden behind a sky filled with smoke. After a night of intensive strikes on oil facilities, thick black clouds now hang over the city, turning morning into something that feels like night. pic.twitter.com/7MghBnWRRw
— RKOT (@RKOTOfficial) March 8, 2026
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Il trasporto attraverso lo stretto di Ormuzzo, un importante passaggio giornaliero per il 20% del petrolio mondiale, è stato quasi bloccato a causa dell’operazione Epic Fury, l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
La scorsa settimana, secondo l’American Automobile Association, il prezzo medio nazionale per un gallone di benzina normale è aumentato di 27 centesimi, raggiungendo una media di 3,25 dollari.
«L’ultima volta che la media nazionale ha fatto un simile balzo settimanale è stato a marzo 2022, all’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina», ha affermato l’organizzazione.
Il segretario all’Energia americana Chris Wright ha dichiarato alla CBS che i prezzi scenderanno nel giro di poche settimane e non di mesi, e ha affermato che l’operazione contro l’Iran darà inizio a «un’era di prezzi ancora più bassi».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Economia
Stabilimento automobilistico della Volkswagen verrà convertito per la produzione di armi israeliane
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Economia
Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro
Jaguar Land Rover (JLR) ha confermato l’intenzione di ridurre il personale, mentre la principale casa automobilistica britannica affronta l’aumento dei costi, il calo delle vendite e gli effetti dei dazi statunitensi. Lo riporta il Times, secondo cui potrebbero essere soppressi fino a 4.000 posti di lavoro.
JLR è sotto crescente pressione a causa dei dazi USA, che hanno reso più onerosa la vendita dei veicoli prodotti in Gran Bretagna negli Stati Uniti, nonostante Londra avesse ottenuto un’aliquota ridotta del 10%. L’effetto è stato particolarmente rilevante, poiché il Nord America è il mercato più importante per l’azienda. Le difficoltà sono state accentuate da un grave attacco informatico subito lo scorso anno, che ha costretto a interrompere la produzione per diverse settimane.
Nel trimestre chiuso a giugno il fatturato di JLR è sceso di quasi il 10%, mentre l’utile ante imposte è crollato di oltre due terzi, attestandosi a 109 milioni di sterline (126,5 milioni di euro). Secondo il Times, l’amministratore delegato PB Balaji è sotto pressione da parte di Tata Motors, la società madre indiana di JLR, perché tagli i costi.
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In una dichiarazione ai media, JLR ha detto di dover «adattarsi alle mutevoli condizioni del mercato globale», con l’obiettivo di risparmiare circa 1,7 miliardi di sterline (2,3 miliardi di dollari) nei prossimi due anni e di abbassare il punto di pareggio annuale a 300.000 veicoli.
JLR ha annunciato l’avvio di un «programma di prepensionamento volontario» per il personale con stipendio fisso e per i dirigenti. Secondo quanto riportato, i dipendenti sarebbero stati informati venerdì. Il Times ha scritto che potrebbero essere eliminati fino a 4.000 posti di lavoro nei prossimi due anni, anche se JLR non ha confermato la cifra.
Il gruppo automotive occupa direttamente circa 34.000 persone nei suoi stabilimenti nelle West Midlands e nel Merseyside e sostiene circa 120.000 posti di lavoro nell’intera filiera automobilistica britannica.
Le case automobilistiche europee stanno riducendo il personale a causa della domanda debole, dell’aumento dei costi e della crescente concorrenza dei produttori cinesi a basso costo.
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Come riportato da Renovatio 21, questa settimana Volkswagen ha approvato ulteriori 50.000 tagli di posti di lavoro entro il 2030, portando la riduzione complessiva della forza lavoro prevista a circa 100.000 unità. La sua controllata Porsche eliminerà altri 5.000 posti di lavoro entro il 2035.
La crisi del settore automobilistico tedesco è stata aggravata anche dagli elevati costi energetici, da quando il Paese ha perso l’accesso a gran parte del gas russo a basso costo, da cui la sua economia industriale dipendeva da tempo, dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. L’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, ha indicato separatamente i dazi statunitensi e l’intensificarsi della concorrenza cinese tra le pressioni che pesano sulla competitività dell’azienda.
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso anche il colosso automobilistico tedesco BMW prevede di tagliare circa 8.000 posti di lavoro a livello globale entro la fine del 2027.
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Immagine di Anthony Parkes via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Economia
Volkswagen licenzia 100.000 lavoratori: «ristrutturazione»
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