Pensiero
Trump contro Meloni, il deal dietro la discordia
Con il passare delle ore è divenuto chiaro che non si è trattato di un lapsus: l’intento del presidente degli Stati Uniti era di fatto quello di ferire, umiliare il presidente del Consiglio italiano. L’escalation è stata tale che ora ci sembra che il nostro rappresentante ci stia chiedendo pietà.
Giorgia, di suo, ci ha messo dapprima tutta l’insipienza diplomatica possibile, con tono lamentoso di chi si deve difendere, invece che quello baldante di chi attacca. Il video-selfie acidulo in cui risponde immediatamente è, quello sì, un errore ormonale, uno sbaglio di incontinenza di quelli che, un po’ stupidamente, si ascrivono a Trump.
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E poi la valanga di disdette: il ministro degli Esteri Tajani cancella il viaggio negli USA, il collega Giorgetti non va all’assemblea della Camera di Commercio americana a Milano, e tutto prima che sia convocato l’ambasciatore, come dovrebbe essere prassi. Lo stesso ambasciatore che, di qui a due settimane, per il 4 luglio invita l’universo mondo politico a Villa Taverna per servire succulenti hamburgerri ai rappresentati dello Stato a sovranità limitata.
È un vero incidente diplomatico, anzi non è nemmeno un incidente, perché, pare chiaro, è stato provocato da una delle due parti.
C’è una manovra precisa – possibilmente un futuro deal – dietro la mossa di Trump. Possono definirlo, come stanno facendo i giornaloni italiani appecoronati, come un narciso egomane. Può darsi: resta il fatto che in fondo alla strada della discordia The Donald vede sempre un accordo da fare. Ask Repubblica Islamica dell’Iran, ask famiglia Khamenei: c’è aggressione e distruzione, violenza anche indicibile, poi però arriva l’affare.
Il Corrierone, impagabili nello sparare in queste ore in ogni direzioni filogovernativa possibile, svela un retroscenone: «sembra che siano stati diffusi troppi video di Meloni e Trump, troppi e non tutti autorizzati dallo staff americano. In primo luogo uno in cui la premier italiana gesticola e sembra, con l’indice puntato verso Trump, volergli spiegare qualcosa. È diventato virale negli Stati Uniti tra gli elettori democratici».
メローニさん強いw pic.twitter.com/nT4zNvosl9
— あお (@yuritotsubasa37) June 16, 2026
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Eccerto, la spiegazione è la personalità narcisoide dell’Uomo della Casa Bianca. Eccertissimo: ecco che il giornalissimo di via Solferino tira fuori pure Mary Trump, psicologa e nipote del presidente (è figlia del fratello maggiore Fred junior, morto alcolizzato: il motivo per cui Donald non tocca nulla di alcolico, né fuma), un grande classico di quando si vuole attaccare sul piano personale e psicopatologico l’uomo: la signora, esperta in «razzismo sistemico», ha qualche problema con la famiglia, e non parla con lo zio presidente dal 2017, epperò ha scritto un libro di sputtanation famigliare nel 2020, che l’altro zio, Robert Trump, tentò pure di bloccare.
Quando dice «un uomo in declino, cognitivamente, psicologicamente ed emotivamente (…) Donald è un misogino. Non rispetta le donne, ha dei problemi con loro, in particolare con quelle forti» consideriamo un po’ la fonte. Comunque, il fine da ottenere è evidente: buttarla nella caciara psicologica, ed estromettere la politica, dove invece l’amato governo sarebbe tenuto a rispondere dinanzi ad una crisi diplomatica simile.
Dito e Luna. Macché narcisismo e psichiatria. Guardate invece alla politica, alla geopolitica. Il presidente statunitense nelle successive dichiarazioni di attacco ha specificato apertis verbis nelle ultime ore la sua irritazione con l’Italia che non gli ha concesso le basi per Ormuzzo. Ora che la crisi parrebbe risolta, passa all’incasso.
«La premier italiana Gigiorgia [sic] Meloni mi ha chiesto ripetutamente di fare una foto con lei durante il vertice del G7 in Francia» ha scritto su Truth. «La sua popolarità in Italia è scarsa, forse perché ha rifiutato l’offerta degli Stati Uniti d’America, un Paese che ama e protegge veramente l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma lo ha fatto anche la NATO, del resto!). Non ci ha nemmeno permesso di usare le piste di atterraggio italiane, un enorme inconveniente logistico, e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno alla protezione dell’Italia e di altri cosiddetti alleati della NATO. Ora, dopo la sconfitta militare dell’Iran da parte degli Stati Uniti, vuole tornare ad essere amica per “aumentare i suoi consensi”. No grazie!!! Presidente DJT»
La sparata contro l’alleato romano può servire, effettivamente, a trattare sul prezzo: come con Corea e Giappone, già dal primo mandato, il Donaldo rovescia la questione delle basi militari su suolo straniero: noi stiamo lì a difendere, quindi pagate. Schiaffi diplomatici, per poi dire: facciamo un deal. In questo senso vanno lette pure le parole del fido segretario della Guerra Peter Hegseth, proferite poche ore dopo la scenata di Trump: diminuzione delle truppe in Europa, anche in Italia.
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Donald sa perfettamente che minacciare di togliere i soldati dalle basi italiane, o le basi stesse, non rappresenta un processo indolore per gli italiani: vi sono decine di migliaia di cittadini impiegati, decine di migliaia di italiani che affittano – a prezzi altissimi – la casa ai soldati USA, ci sono ancora più connazionali che lavorano in un indotto di servizi e forniture che vale almeno mezzo miliardo l’anno, e in cui in passato si era detto si era piazzata anche qualche coop rossa, coinvolta negli appalti miliardari per la costruzione e l’ampliamento delle basi militari – esempio, la base costruita sull’aeroporto Dal Molin a Vicenza: 2008 la gara internazionale bandita dal governo statunitense per l’edificazione del mega-complesso militare fu vinta da una joint venture che includeva colossi storici della Legacoop (la lega nazionale storicamente vicina ai partiti della sinistra).
La torta è grossa, anche se non si vede. Donald lo sa, così come immagina che non c’è tutta questa fregola sovranista per vedere l’occupante – che dalla Caduta del Muro di Berlino sta qui senza più una vera ragione – che se ne va.
Come dire che il pungolo è prima verbale, poi fisico: non aver fatto quello che dovevi fare, ti costa, e non solo in reputation. Tra un po’, Donald dirà: torniamo al tavolo. È una tecnica di cui parla nel suo libro Art of the Deal («L’arte dell’accordo»). È la walkway scene, la scena in cui la contrattazione va in stallo e tu fingi di volertene andare, lasciando la negoziazione. Quante volte lo ha fatto già, The Donald?
Leggiamo fra le righe del suo messaggio. È evidentissimo, anche dalle parole di insulto alla Meloni, che al contempo c’è un’altra questione perennemente sul piatto di Trump: la NATO, e la mancata spesa militare promessa dagli alleati europei. Abbiamo visto, in passato, scenate ancora più sgradevoli riguardo a questo fatto. Ricordiamo l’allora segretario atlantico Jens Stoltenberg preso a pesci in faccia fino a renderlo pessimista e depresso sul futuro dell’alleanza.
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Viene da pensare che, in un disegno ancora più grande e complesso – gli scacchi 5D di cui vagheggiano i Trump-credenti rimasti – gli insulti alla Meloni servano proprio alla NATO, ma per distruggerla.
È un vecchio progetto di Trump, primo NATO-scettico alla Casa Bianca, erede di una tradizione non evidentissima ma ben presente nel pensiero politico-diplomatico americano, da George Kennan in giù.
Irritare gli alleati (il nostro presidente del consiglio non è il primo) per forsennare l’Alleanza, e far saltare, un’incazzatura alla volta, l’intero Patto Atlantico. Chissà se è qualcosa che ha proposto, o vuole proporre, a Putin – al quale nelle ultime ore ha riaperto la porta del G7-G8. L’arte del deal di Trump è multidimensionale e, lo abbiamo appena visto con l’Iran ed Israele, imprevedibile totalmente.
La NATO disintegrata apre infinite possibilità di redenzione della crisi mondiale. L’Italia, Paese anomalo capace di alleanze varie e in apparenza contraddittorie (pensiamo ai saldi giri mondiali e terzomondiali di Mattei, o, in altro ambito, alle parole di Andreotti: «l’Italia ha una moglie americana e un’amante russa… »), potrebbe giovarne non poco, e pensiamo, innanzitutto, alle bollette delle famiglie, e delle aziende, massacrate dalla follia della guerra ucraina e dal megaterrorismo delle sanzioni e del Nord Stream.
Fine della NATO, fine dell’Occidente…? Ma che davvero davvero?
Massì: fine della finzione dell’Occidente laico, cioè decristianizzato, cioè massonico. Fine del giogo euroamericano. Fine, magari, anche della bufala del giudeo-cristianesimo. Immaginiamo la liberazione: l’Italia libera di trattare con chi vuole, per il gas o il legno, per l’uranio (prima o poi arriva il momento…) o per le nostre esportazioni che languono da anni di masochismo atlantico: il calcolo fatto dal 2014 è di una contrazione diretta del proprio export verso la Russia stimata in circa 3-4 miliardi di euro all’anno rispetto ai massimi storici precedenti all’avvio delle sanzioni contro Mosca. Nel 2013 l’export italiano verso Mosca aveva raggiunto il picco storico di 10,7 miliardi di euro.
Secondo l’esperto di politica e internet Mike Benz, è proprio da manovre più o meno occulte della NATO che, sempre all’altezza del fatale 2014 della riannessione della Crimea, e poco dopo della sorpresa della Brexit, è partito il sistema di censura sui social e non solo culminato con il bavaglio inferto a tutti noi durante il biennio pandemico. Benz sostiene che in ambienti atlantici sarebbe maturato un cambio di paradigma particolarmente significativo: difendere la democrazia non significherebbe più difendere il popolo e il suo volere, ma difendere le «strutture democratiche», cioè le istituzioni esistenti, anche a costo di reprimere il popolo che in teoria dovrebbero servire.
Fuori dalla NATO, quindi, il nostro Paese può riprendersi più dimensioni sovranità vitali per il popolo italiano. E quindi, dite, Roma dovrebbe assecondare questo movimento delle cose… no?
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Qui casca tutto. Perché nella suo video-selfie stizzito di risposta al vertice della superpotenza atomica (il formato giusto, non c’è che dire) Giorgia accusa Trump di non essere un vero leader dell’Occidente, di essere deboli con i nemici dell’Occidente.
Non so francamente perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade» Dice la Meloni nel grandangolone del telefonino messo in verticale. «Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente».
Cos’è? Un attacco a Trump perché ha fatto la pace con l’Iran? E allora perché non ha concesso le basi?
Oppure è un attacco, classico per l’eurosinistra che si è evidentemente pappata anche l’eurodestra, per i rapporti con Putin? (A proposito: possibile che non esista una foto della Meloni assieme a Putin? Quando il russo calava a Roma, o in Sardegna, per incontrare l’amico Silvio Berlusconi al governo, possibile che non gli sia mai stato fatto incontrare a favor di flash l’allora ministro della Gioventù?)
Riascoltiamo il videino: pare balbetti quasi, che si stia arrampicando sugli specchi, come se fosse in cerca di un insulto con cui controbattere, ma decisamente non ha il talento del boss. Per cui, eccoci che perfino nel momento del decoupling, la Repubblica Italiana tira fuori il suo ruolo servile, invoca questo astratto padrone più grande, «l’Occidente», pigola dimostrandosi logicamente incapace di pensarsi come indipendente, o di più, come potenza – e si tratterebbe dell’erede che all’Italia aveva fornito, per quanto nel placido mondo delle faccette nere-belle-abissine, di un impero multicontinentale.
Ecco perché l’insulto di Trump, rivolto alla serva Italia, ha centrato il segno, più che mai. È un’offesa centrata nel profondo della psicologia della Repubblica Italiana, quella nata dalla Resistenza, cioè dalle bombe angloamericane e da James Jesus Angleton. Il biondo offende perché vuole qualcosa dall’Italia repubblicana: vuole che si sieda al tavolo a rinegoziare – in realtà, è già più di quanto hanno fatto tanti altri presidente, che facevano calare sull’Italia, nell’oscurità e nel silenzio, i loro ordini, assieme alle loro armi nucleari da fare stazionare sul nostro territorio.
Trump nel suo libro sugli affari lo spiega: devi giocare con la fantasia del tuo interlocutore, devi essere in grado di guidarla, di modo da ottenere un deal migliore. Qui sta esattamente il nostro problema: è palese che la classe politica italiana di fantasia non ne ha più, e da decenni.
Crediamo che il problema del Paese sia essenzialmente questo: senza fantasia, quindi senza volontà, senza futuro. E dobbiamo ringraziare Donaldo che ce lo ha ricordato.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Pensiero
Il fascismo evergreen
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Arte
Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica
Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.
Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.
Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.
Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…
Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?
Andate a vedere.
Shalom.
Prof. Luca Marini
Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna
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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata
Arte
Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?
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