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Stati Uniti, l’ondata conservatrice raggiunge i giovani sacerdoti
È stato appena condotto un nuovo studio su larga scala sulla mentalità del clero negli Stati Uniti: rivela il divario generazionale tra i giovani sacerdoti e i loro predecessori riguardo al concetto stesso di cattolicesimo. E non necessariamente nel modo che ci si potrebbe aspettare.
Fare del vecchio con del nuovo: i giovani sacerdoti oltreoceano stanno dimostrando che la parabola del Vangelo è sbagliata? Secondo il National Survey of Priests, i cui risultati sono stati pubblicati il 14 ottobre 2025, il sondaggio, condotto da The Catholic Project presso la Catholic University of America, rivela le linee di frattura che attraversano il clero: i giovani sacerdoti sono più inclini a definirsi «teologicamente conservatori» e a considerare l’accesso alla Messa latina tradizionale una priorità.
Il rapporto fa seguito a uno studio iniziale sui sacerdoti negli Stati Uniti, pubblicato nel 2022, che all’epoca costituiva il più ampio sondaggio sull’argomento in oltre mezzo secolo. I risultati hanno evidenziato un clero che nutre una certa sfiducia nei confronti dei vescovi e vive nel timore di essere falsamente accusato di abusi.
Qualche anno dopo, il nuovo studio evidenzia che la percentuale di sacerdoti americani neoordinati che si identificano come teologicamente «progressisti» è invertita rispetto a quella dei loro predecessori nel sacerdozio: mentre oltre il 70% dei sacerdoti ordinati prima del 1975 si identifica con le tendenze più moderne, solo l’8% si identifica con coloro che sono stati ordinati dopo il 2010.
Analogamente, oltre il 70% dei giovani sacerdoti si identifica con le etichette di «conservatore» o addirittura «molto conservatore», secondo un sondaggio d’opinione condotto dal Gallup Institute lo scorso maggio e giugno su un campione rappresentativo di 1.164 sacerdoti, sempre negli Stati Uniti.
Il divario generazionale gioca ancora un ruolo nelle questioni liturgiche: solo l’11% dei sacerdoti ordinati prima del 1980 ritiene che l’accesso alla Messa in latino tradizionale debba essere una priorità, rispetto al 20% di coloro che sono stati ordinati tra il 1980 e il 1999 e al 39% di coloro che sono stati ordinati negli anni 2010. Eppure, molti vescovi americani, contrariamente alle tendenze tra i sacerdoti più giovani, hanno limitato la celebrazione della Messa tradizionale dopo la pubblicazione di Traditionis Custodes nel 2021.
Sembra che lo spirito di «ascolto» e «partecipazione» abbia i suoi limiti quando si tratta di bloccare un ritorno alle pratiche tradizionali…
Allo stesso modo, e sempre secondo il National Clergy Survey, i sacerdoti più giovani sono più inclini a enfatizzare la devozione eucaristica e molto meno sensibili dei loro predecessori alle questioni ecologiche, migratorie o «sociali», in particolare per quanto riguarda la controversa «inclusività» dei «cattolici LGBT».
Il dibattito tra tradizionalisti e modernisti non è meno acceso riguardo alla sinodalità: solo il 29% dei sacerdoti ordinati dopo il 2000 la menziona come priorità, rispetto al 57% del gruppo di sacerdoti ordinati tra il 1980 e il 1999, e al 77% dell’ultimo gruppo ordinato prima del 1980 che crede ancora nei mantra postconciliari.
Anche il posto delle donne nella Chiesa, un tema caro al defunto Papa Francesco, non è una priorità per i giovani sacerdoti, tutt’altro: mentre oltre due terzi dei sacerdoti ordinati prima del 1980 hanno dichiarato di essere «estremamente preoccupati» per questo tema, solo il 20% di coloro che sono stati ordinati nel terzo millennio condivide questa priorità.
Il rapporto esamina anche le opinioni dei sacerdoti su Papa Leone XIV, eletto l’8 maggio 2025: l’86% esprime una fiducia «grande» o «abbastanza grande» nel nuovo pontefice, e l’80% ritiene che le relazioni tra la Santa Sede e la Chiesa americana dovrebbero migliorare significativamente in futuro.
Ciò non sorprende se si considera che l’attuale successore di Pietro è anche il primo papa americano della storia. Resta da vedere se i prossimi mesi confermeranno le speranze e le legittime aspirazioni del clero d’oltreoceano.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Dirigente transessuale del New York Times accusata di maltrattamenti di minori prima di essere uccisa
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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare
Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.
Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.
Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.
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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.
Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.
Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.
Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.
Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.
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Immagine di Reading Tom via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Profanazione in una cappella di Bari
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